![]() |
I documenti del Sant’Ufficio come fonti per la storia istituzionale e la storia degli inquisitiAndrea Del Col
A. Del Col, «I documenti del Sant’Ufficio come fonti per la storia istituzionale e la storia degli inquisiti» |
|
1. La storia non è il passato, com’è noto, ma una ricostruzione
del passato attraverso i resti documentari che ci sono pervenuti e secondo
l’ottica degli interessi storiografici odierni. In questo intervento
vorrei mettere a fuoco un aspetto particolare della recente storiografia dell’Inquisizione
romana: come l’esigenza di ricostruire il funzionamento istituzionale
del Sant’Ufficio e più in generale il controllo giudiziario del
dissenso religioso in Italia, esigenza nata dai nuovi orientamenti storiografici
e da questioni metodologiche, abbia prodotto un rinnovato interesse per gli
archivi inquisitoriali e più in generale per la documentazione che
li concerne. L’uso diretto delle fonti inquisitoriali2. Nella storiografia dell’Inquisizione romana il versante meno frequentato è senza dubbio quello della storia istituzionale, che raccoglie e interpreta cioè quegli elementi che si ricavano con più certezza e immediatezza dalle fonti inquisitoriali. La storia istituzionale dell’Inquisizione è comunque di grande interesse in se stessa, per una più ampia e articolata storia della società e della Chiesa in Italia[5]. La storia istituzionale del Sant’Ufficio in Italia e il censimento degli archiviSi tratta in primo luogo di ricostruire la macrostoria dell’Inquisizione
romana: le sue strutture centrali e periferiche, la molteplicità dei
giudici di fede, i loro rapporti con le autorità statali, il funzionamento
concreto nel controllo dei vari tipi di dissenso e di comportamenti proscritti
nel corso dei secoli, ciò che finora è stato fatto solo in parte.
Il problema principale di questa ricostruzione è la disponibilità
di pochi archivi. L’archivio più importante e più grosso
è senza dubbio quello della Congregazione per la dottrina della fede,
che ne comprende tre: il Sant’Ufficio, l’Indice, l’Inquisizione
di Siena. È in corso la loro inventariazione con un progetto apposito
e i primi risultati sono davvero incoraggianti, come riferirà dettagliatamente
il dr. Marco Pizzo. Il fondo del Sant’Ufficio è molto carente
per i processi, di cui è rimasto forse il 10%, meno per le lettere
spedite dalle sedi locali, conservate circa la metà. Inventario o banca dati della serie processuale?3. I dati ricavati dagli inventari permettono alcuni primi confronti, ma
non sono molto attendibili, come dimostra il paragone tra di essi e i dati
raccolti attraverso la lettura dei fascicoli dell’Inquisizione di Venezia
negli anni ’40 e ’50 del Cinquecento e per l’attività
svolta nel Settecento dall’Inquisizione di Modena. La differenza è
davvero notevole: in entrambi i casi il numero degli imputati risulta circa
il doppio[8]. L’inventariazione di un archivio inquisitoriale interoLa rappresentatività e la qualità dei dati dipende dalla percentuale
di conservazione dei documenti. Nell’archivio dell’Inquisizione
di Aquileia e Concordia è stato possibile controllare il grado di conservazione
della serie processuale per il Cinquecento sulla base di alcuni inventari
antichi, ed è risultato che tale grado è molto alto. La serie
tuttavia non raccoglie tutta la documentazione processuale, che si trova anche
in una busta di sentenze, quasi esclusivamente cinquecentesche, e in due buste
di denunce. Inoltre altro materiale processuale, sia fascicoli originali interi,
che copie o parti di fascicolo, si trova nella serie miscellanea (bb. 75-98),
così che risulta indispensabile un controllo anche di queste parti
per avere una banca dati completa. Diversa è la situazione dell’archivio
del Sant’Ufficio di Siena, dove ci sono due serie distinte a partire
dal 1580, una dei processi e l’altra delle cause, ma mi chiedo se altro
materiale del genere non si trovi anche in altre parti o serie e se non sia
opportuno censire inoltre il materiale precedente al 1580, conservato in più
archivi a Siena. Nel caso senese l’inventariazione in corso da parte
del team della Congregazione per la Dottrina della Fede darà
senz’altro risultati rilevanti. La ricostruzione dell’attività di una sede inquisitoriale periferica4. Se l’identificazione di tutta la documentazione disponibile è un passo preliminare e imprescindibile per lo studio di una istituzione, questo vale anche per il Sant’Ufficio. Oltre all’archivio principale, vanno individuati gli archivi correlati, sia quelli ecclesiastici che quelli statali, a seconda delle diverse situazioni. Non si tratta soltanto di una questione pratica, ma è un problema epistemologico, come hanno rilevato Jean-Pierre Dedieu e René Millar Carvacho nella rassegna degli studi sulle Inquisizioni moderne dell’ultimo decennio, pubblicata sulle «Annales»[10]:
Una ricerca del genere è stata da me fatta per l’Inquisizione
di Aquileia tra 1557 e 1559, per i primi tre anni da quando si formò
un archivio stabile con l’arrivo del vicario patriarcale Giacomo Maracco.
Il modello non è complicato, se si conosce il funzionamento istituzionale
e, anche se non è facilmente applicabile, porta ad ogni modo risultati
notevoli. Data la scarsità dei fondi inquisitoriali disponibili in
Italia, credo che presenti una indiscutibile utilità. L’uso indiretto delle fonti inquisitoriali5. Le fonti dell’Inquisizione romana sono state tradizionalmente molto
più utilizzate per la storia delle culture represse o controllate che
per la storia istituzionale. In Italia si è fatta la storia di casi importanti
o particolari, e si è discusso solo di riflesso il problema se sia preferibile
fare la storia dei casi o la storia seriale, la storia qualitativa o la storia
quantitativa, la microstoria o la macrostoria. Nei decenni scorsi queste contrapposizioni
sembravano difficilmente sanabili, per cui si praticava in genere il primo tipo
di storiografia e si disistimava il secondo, mentre ora non suscitano discussioni
e si praticano senza problemi entrambi. Si veda ad esempio come è stato
condotto il rilevante studio di Bartolomé e Lucille Bennassar sui rinnegati,
giocato sia sul piano dell’analisi quantitativa che su quello dei casi
interessanti[11]. Chi era e come interrogava il giudice di fede?Gli studi recenti hanno ormai acquisito definitivamente che giudici di fede
stabilmente presenti non erano soltanto gli inquisitori, ma anche i vicari generali
dei vescovi o i vescovi stessi. Quale formazione essi avessero è una
questione rilevante per l’interpretazione delle fonti inquisitoriali:
gli inquisitori avevano di solito una formazione teologica, mentre i vescovi
e i loro vicari l’avevano giuridica. Ma quello che conta soprattutto per
una corretta ermeneutica è conoscere il modo con cui conducevano gli
interrogatori. Questo modo non corrispondeva all’indagine attenta e severa
attribuita alla figura mitica del grande inquisitore, che non si fermava neppure
davanti a Gesù Cristo. I giudici di fede seguivano il criterio più
elementare di verificare l’attendibilità degli indizi emersi nella
denuncia o nelle testimonianze, secondo quanto indicavano in genere i manuali.
Non scandagliavano a fondo la cultura religiosa e i comportamenti sospetti,
ma cercavano prove giudiziarie per stabilire se uno era colpevole delle eresie
attribuitegli dal denunciante e dai testimoni. Raramente il giudice faceva nuove
domande dottrinali all’imputato. Un lavoro di routine, almeno nei
tribunali locali. Gli imputati non si esprimevano in modo libero, ma rispondevano
a questo tipo di domande e quindi le loro affermazioni vanno valutate all’interno
di tale quadro giudiziario. Come operava il notaio dell’Inquisizione?6. Oltre al modo di interrogare del giudice, un altro elemento importante da
valutare è il lavoro del notaio nella stesura degli atti giudiziari.
Le affermazioni degli imputati che noi leggiamo sono infatti scritte dal notaio,
che nei primi decenni dell’Inquisizione romana fu un dipendente della
curia vescovile e soltanto in seguito venne nominato dall’inquisitore,
ed era in genere un religioso dello stesso ordine. Finora sono stati studiati
alcuni notai del secondo Cinquecento e risulta che utilizzassero due metodi
nella stesura dei verbali: direttamente durante la seduta, oppure immediatamente
dopo sulla base di una minuta. Erano cioè gli stessi sistemi correnti
per le altre verbalizzazioni, ad esempio quelle delle visite pastorali. La lettura storica delle fonti inquisitorialiLo studioso che legge oggi le fonti inquisitoriali si rende conto di avere
tra le mani atti giudiziari, cioè testi altamente formalizzati dal punto
di vista giuridico e dal punto di vista teologico, anche se si può superficialmente
avere un’impressione diversa. Che sia uno storico, un antropologo, un
giurista, un linguista, egli comunque persegue gli scopi della sua ricerca,
tenendo presenti ma superando gli scopi per cui i documenti inquisitoriali furono
prodotti. GRAFICI
Note[1] Cfr. C. GINZBURG, I benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, Torino, Einaudi, 1966; Id., Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Torino, Einaudi, 1976. [2] Gli atti del convegno sono editi in «Annuario dell’Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea», XXXV-XXXVI, 1983-1984, pp. 29-333; XXXVII-XXXVIII, 1985-1986, pp. 9-284. [3] Cfr. R. KIECKHEFER, European Witch Trials. Their Foundation in Popular and Learned Culture 1300-1500, London, Routledge and Kegan, 1976; G. HENNINGSEN, El banco de datos del Santo Oficio: las relaciones de causas de la Inquisición española (1550-1700), «Boletín de la Real Academia de la Historia», 174, 1977, pp. 547-570; Id., The Archives and the Historiography of the Spanish Inquisition, in The Inquisition in Early Modern Europe. Studies on Sources and Methods, ed. by G. HENNINGSEN and J. TEDESCHI, DeKalb, Illinois, Northern Illinois University Press, 1986, pp. 54-78; C. GINZBURG, L'inquisitore come antropologo, in Studi in onore di Armando Saitta dei suoi allievi pisani, a cura di R. POZZI e A. PROSPERI, Pisa, Giardini, 1989, pp. 23-33. [4] Cfr. A. DEL COL, I criteri dello storico nell’uso delle fonti inquisitoriali moderne, in L’Inquisizione romana: metodologia delle fonti e storia istituzionale. Atti del Seminario internazionale, Montereale Valcellina, 23-24 settembre 1999, a cura di A. DEL COL e G. PAOLIN, Trieste - Montereale Valcellina, Edizioni Università di Trieste - Circolo Culturale Menocchio, 2000, pp. 51-72. [5] Cfr. A. DEL COL, Osservazioni preliminari sulla storiografia dell’Inquisizione romana, in Identità italiana e cattolicesimo. Una prospettiva storica, a cura di C. MOZZARELLI, Roma, Carocci, 2003, pp. 75-137. [6] Cfr. A. DEL COL, Le strutture territoriali e l’attività dell’Inquisizione romana, in L’Inquisizione. Atti del Simposio internazionale, Città del Vaticano, 29-31 ottobre 1998, a cura di A. BORROMEO, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2003 [ma 2004], pp. 345-380, in particolare 350-351, 380. [7] Cfr. la mia relazione al IV Convegno nazionale di studi storico-antropologici di Triora, 22-24 ottobre 2004, La via occidentale. Antiche tradizioni e caccia alle streghe nel chiostro alpino, in corso di stampa; Il fondo Sant’Ufficio dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli. Inventario (1549-1647), a cura di G. ROMEO, «Campania sacra», 34, 2003. I grafici si trovano in appendice. Il rilevamento dei dati senesi considera i quinquenni con lo schema 1580-1584, 1585-1589 ed è incompleto per gli anni 1630-1634, ma io ho inserito i dati nel mio schema 1581-1585, 1586-1590, sfasandoli quindi di un anno. [8] Cfr. i dati di Venezia anni ’40 in A. DEL COL, Organizzazione, composizione e giurisdizione dei tribunali dell’Inquisizione romana nella repubblica di Venezia (1500-1550), «Critica storica», XXV, 1988, pp. 244-294; quelli di Modena in C. RIGHI, L’Inquisizione ecclesiastica a Modena nel ’700, in Formazione e controllo dell’opinione pubblica a Modena nel ’700, a cura di A. BIONDI, Modena, Mucchi, 1986, pp. 51-95. I grafici si trovano in appendice. [9] Cfr. A. DEL COL, Strumenti di ricerca per le fonti inquisitoriali in Italia in età moderna, «Società e Storia», 75, 1997, pp. 143-167, 417-424. [10] Cfr. J.-P. DEDIEU– R. MILLAR CARVACHO, Entre histoire et mémoire. L’Inquisition à l’époque moderne : dix ans d’historiographie, «Annales H.S.S.», 57, 2002, pp. 349-372, citazione 355-357. [11] Cfr. B. e L. BENNASSAR, I cristiani di Allah, presentazione di S. BONO, Milano, Rizzoli, 1991. [12] Cfr. A. DEL COL, I criteri dello storico nell’uso delle fonti inquisitoriali moderne; Id., Minute a confronto con i verbali definitivi nel processo del Sant’Ufficio di Belluno contro Petri Rayther (1557), «Quaderni di storia religiosa», IX, 2002, pp. 201-237. |
|
|
© 2006 - Cromohs | Web Design: Mirko Delcaldo |