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I giudici dell’Inquisizione romana: inquisitori e vescovi, commissari, nunzi, cardinali, papi[*]Silvana Seidel Menchi
S. Seidel Menchi, «I giudici dell’Inquisizione romana: inquisitori e vescovi, commissari, nunzi, cardinali, papi» Cromohs, 11 (2006): 1-7 |
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Quando, ormai parecchi anni fa, frequentai lungamente la decina di archivi dell’Inquisizione allora consultabili in Italia per condurre le ricerche sfociate nel volume Erasmo in Italia 1520-1580,[1] consideravo gli inquisitori come gli unici giudici della fede, come facevano tutti gli storici, basandosi senza troppi dubbi su uno stereotipo comunemente accettato. Oggi questa visione, che dipendeva molto dagli studi sull’Inquisizione spagnola, è del tutto superata, non tanto in seguito all’apertura degli archivi centrali delle Congregazioni del Sant’Ufficio e dell’Indice, che permettono di studiare l’attività dei cardinali inquisitori e degli stessi pontefici, ma per lo sviluppo interno degli studi, che da un decennio almeno hanno cominciato a prendere in considerazione le strutture e il funzionamento dell’Inquisizione romana secondo l’effettivo e documentato svolgimento, identificando così le caratteristiche proprie di questa istituzione. La situazione degli studi e degli archivi alla fine degli anni ottantaGli studi sull’Inquisizione romana come istituzione sono abbastanza recenti. Dopo una prima fase che ebbe luogo alla fine dell’Ottocento e primi del Novecento, essi furono ripresi solamente negli anni ottanta, quando furono organizzati in Italia i primi convegni internazionali sull’Inquisizione, quello romano-napoletano nel 1981 da parte di Armando Saitta e quello triestino nel 1988 da parte di Andrea Del Col e Giovanna Paolin. Il grande sviluppo che ebbero da allora i lavori basati sulle fonti inquisitoriali dipese sostanzialmente dall’interessamento sempre più ampio che la ricerca universitaria riservò a queste tematiche. Nel convegno triestino, decisamente incentrato sugli archivi dell’Inquisizione in Italia, la mia relazione fece il punto sulle indagini immediatamente precedenti, mettendone in risalto due fasi: negli anni sessanta un interesse verso le grandi figure della filosofia, della scienza e della critica religiosa, con ricerche incentrate negli archivi maggiori; negli anni settanta la scoperta delle culture popolari, lanciata da Carlo Ginzburg con i libri sui benandanti e su Menocchio e maggiormente incentrata sugli archivi minori che cominciavano ad emergere, come quelli di Udine, Siena, Rovigo, Pisa, Firenze. Rilevai quindi che era appena cominciato ed era sommessamente in corso un altro cambiamento di prospettiva, facilitato dall’incontro con la storiografia dell’Inquisizione spagnola, ma nato all’interno degli studi sistematici e approfonditi condotti su alcuni fondi italiani (Napoli, Modena, Udine e Venezia): non si studiavano più gli inquisiti, ma gli inquisitori. Per valutare meglio la distanza tra la percezione di novità che questo cambiamento introduceva e la normalità con cui è oggi considerato questo orientamento vorrei citare alcune righe del mio contributo:[2]
La ricerca di una nuova metodologia nell’analisi della documentazione di origine inquisitoriale era d’altronde palese nell’intervento di Carlo Ginzburg allo stesso convegno, pubblicato in altra sede con il titolo: L’Inquisitore come antropologo.[3] Ormai si cercava di capire come erano stati prodotti questi documenti, a quali interessi rispondevano gli inquisitori, come gli interessi degli storici incrociavano le domande degli inquisitori, cosa facevano in concreto gli inquisitori. Ma la scoperta più rilevante fu che anche i vescovi erano giudici di fede, oltre agli inquisitori, e che perciò la documentazione inquisitoriale si poteva reperire anche nei normali archivi vescovili.
Negli atti di quello stesso convegno Andrea Del Col ed io pubblicammo un
Elenco dei fondi inquisitoriali italiani attualmente noti. Ricordo
ancora che la discussione più lunga riguardò la sua divisione
in tre parti: Inquisizione romana, Inquisizione spagnola, tribunali laici.
Si trattava di lasciare da parte l’ottica che fino ad allora aveva predominato
in questo campo, l’ottica del diritto canonico, e di accettare lo spostamento
in corso dalla storia della Chiesa alla storia della società. Optammo
con convinzione, anche se con una certa apprensione, per la seconda prospettiva,
che oggi nessuno mette più in discussione. Descrivemmo diciotto archivi
dell’Inquisizione romana (più altri sei solo indicati), uno dell’Inquisizione
spagnola (più due solo indicati), tre di tribunali laici. Era l’elenco
più lungo fino ad allora mai pubblicato. In questa descrizione del
1991, dichiaratamente provvisoria e incompleta, comparivano sette archivi
vescovili con processi di fede nella serie criminale o comunque privi di uno
specifico fondo denominato «Sant’Ufficio» – Acqui Terme,
Belluno, Bergamo, Feltre, Rovigo, Savona, Siena – tutti localizzati
nell’Italia centro-settentrionale, per la maggior parte in città
sedi stabili dell’Inquisizione[4]. Inquisitori al lavoroLa prima analisi recente dell’attività di un inquisitore nell’età
moderna in Italia riguarda fra Marino da Venezia, dal dicembre 1544 al luglio
1550. I ventiquattro processi contro trentacinque imputati iniziati e condotti
a termine durante il suo mandato non sono sempre e tutti svolti da lui, bensì
anche dall’auditore del nunzio. L’autrice dell’importante
ricerca, Anne Jacobson Schutte, pone il problema di chi facesse gli interrogatori
e di come i giudici «scambiassero le idee e giungessero alle loro decisioni»,
ma adotta poi lo schema corrente di ritenere centrale la figura dell’inquisitore.[5]
I vescovi come giudici di fedeNegli studi dell’ultimo decennio del Novecento si fece strada l’idea
che nell’Inquisizione romana i vescovi fossero giudici di fede a pieno
titolo accanto agli inquisitori. Questa idea si rafforzò progressivamente,
in particolare nella ricerca condotta da Giovanni Romeo sulla mancata caccia
alle streghe nel tardo Cinquecento in Italia e nel volume di Adriano Prosperi
sull’azione che la Chiesa italiana dispiegò contro il dissenso
tra Cinquecento e Seicento tramite l’Inquisizione, la confessione sacramentale
e la predicazione nelle missioni.[8]
L’edizione critica dei processi dell’Inquisizione nel patriarcato
di Aquileia dal 1557 al 1562 realizzata da Andrea Del Col dimostrò anzi
come nella Repubblica di Venezia, e probabilmente in altre aree italiane, i
giudici della fede prevalenti nei quattro decenni seguenti la costituzione della
commissione cardinalizia nel 1542 fossero gli ordinari e non gli inquisitori,
utilizzando tra l’altro uno straordinario fondo cinquecentesco dell’Inquisizione
conservato nell’archivio vescovile di Feltre.[9]
Altri giudici di fede delegatiUna figura che spesso si trova all’opera in Italia è il commissario,
un giudice inquisitoriale delegato a pieno titolo, anzi spesso con poteri speciali
che gli permettevano di arrogarsi processi di fede già iniziati da altri.
I commissari finora studiati operarono nella Repubblica di Venezia: fra Michele
Ghislieri a Bergamo negli anni 1550-1551 nel caso del vescovo Vittore Soranzo,
il canonico di Capodistria Annibale Grisonio in Istria e a Conegliano nel 1549
in connessione al processo contro il Vergerio, a Chioggia nel 1549 nel caso
del vescovo Iacopo Nacchianti, in Friuli, Istria e Dalmazia come visitatore
apostolico e commissario inquisitoriale nel 1558.[13]
La documentazione del Grisonio è conservata nell’Archivio
del Sant’Ufficio di Venezia per disposizioni emanate dal Consiglio dei
dieci. È prevedibile che vengano identificati e studiati altri commissari,
nel caso in cui la documentazione da loro prodotta sia fortunosamente sopravvissuta
in altre sedi di conservazione.[14] I poteri dei nunzi apostoliciUn tipo di giudice di fede esclusivo dell’Inquisizione romana fu il nunzio
apostolico, rappresentante stabile del papa presso importanti corti italiane
ed europee non solo sul piano diplomatico, ma anche su quello ecclesiastico,
a partire dall’inizio del secolo XVI. Finora è stato studiato il
nunzio di Venezia, che assunse funzioni inquisitoriali fin dagli anni venti
del Cinquecento su richiesta della Repubblica Serenissima, che si era impegnata
in un contenzioso giudiziario con il vescovo di Brescia, e quindi con la Santa
Sede, per bloccare la grande persecuzione delle streghe diaboliche in Valcamonica
dopo i sessantadue o ottanta roghi del 1518. Il nunzio di Venezia non solo ebbe
normalmente poteri inquisitoriali, ma dal 1542 divenne definitivamente il giudice
di fede più influente rispetto all’inquisitore e anche al vicario
del patriarca – da quando questi entrò in azione nel 1558 –
e più tardi rispetto al patriarca stesso. L’archivio del Sant’Ufficio
di Venezia fu tenuto per molto tempo da un notaio del nunzio, non si sa se per
tutto il Cinquecento o anche oltre, quando passò nelle mani dell’inquisitore.
Non è escluso dunque che tra le carte della nunziatura ci possano essere
processi inquisitoriali, come è attestato di sicuro per un costituto
cui fu sottoposto il vescovo di Capodistria Pier Paolo Vergerio il 10 giugno
1546 dal nunzio Giovanni della Casa: la trascrizione era conservata in un «libro
criminalium sub die suprascripta», ora inesistente nell’archivio
del Sant’Ufficio di Venezia, e probabilmente rimasto tra i documenti del
nunzio.[16] I cardinali dell’Inquisizione e dell’IndiceSe gli inquisitori, i vescovi, i nunzi e i commissari dell’Inquisizione
romana sono stati poco studiati, meno note ancora sono l’attività
e le scelte dei cardinali che sedevano nelle Congregazioni del Sant’Ufficio
e dell’Indice, la cui documentazione è consultabile soltanto da
qualche anno. Ricerche recenti hanno messo a fuoco l’operato del gesuita
Roberto Bellarmino, cardinale impegnato soprattutto nella Congregazione dell’Indice
agli inizi del Seicento, e di Giulio Antonio Santoro, il cardinale più
influente del Sant’Ufficio alla fine del Cinquecento, papa mancato, di
cui tuttavia è stata studiata l’autobiografia e non l’operato
inquisitoriale.[17] I papiI giudici di fede dell’Inquisizione romana meno studiati in assoluto,
per quanto possa sembrare strano, restano comunque i papi, anche quelli che
svolsero un ruolo cruciale nel promuovere o dirigere la Congregazione del Sant’Ufficio.
Non c’è un libro o un articolo autonomo o una ricerca specifica
su Paolo IV, Pio V, Sisto V, né su Clemente VIII, Urbano VIII, Benedetto
XIV o Pio X come responsabili dell’Inquisizione. Solo perché gli
archivi centrali erano chiusi? Forse. C’è comunque in corso uno
studio su Pio V, in particolare l’edizione critica delle lettere che egli
scrisse dal 1551 al 1565 come commissario generale e poi cardinale all’inquisitore
di Genova fra Girolamo Franchi, in servizio dal 1548 al 1567, e alcune al vicario
arcivescovile Egidio Falcetta, ma esse si trovano in un codice conservato nella
Biblioteca universitaria di Genova,[21]
dunque in una sede accessibile da molto tempo.
Note[*] Ringrazio sinceramente Andrea Del Col per aver discusso con me il presente contributo e per alcune preziose indicazioni. [1] Cfr. S. SEIDEL MENCHI, Erasmo in Italia, 1520-1580, Torino, Bollati Boringhieri, 1987. [2] S. SEIDEL MENCHI, “I tribunali dell’Inquisizione in Italia: le tappe dell’esplorazione documentaria”, in L’Inquisizione romana in Italia nell’età moderna. Archivi, problemi di metodo e nuove ricerche, Atti del seminario internazionale (Trieste, 18-20 maggio 1988), a cura di A. DEL COL e G. PAOLIN, Roma, Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, 1991, pp. 76-77. [3] Cfr. C. GINZBURG, “L’inquisitore come antropologo”, in Studi in onore di Armando Saitta dei suoi allievi pisani, a cura di R. POZZI e A. PROSPERI, Pisa, Giardini, 1989, pp. 23-33. [4] Cfr. S. SEIDEL MENCHI, I tribunali dell’Inquisizione in Italia cit., pp. 80-85, citazione p. 77. [5] Cfr. A. JACOBSON SCHUTTE, “Un inquisitore al lavoro: fra Marino da Venezia e l’Inquisizione veneziana”, in I francescani in Europa tra Riforma e Controriforma. Atti del XIII Convegno della Società internazionale di studi francescani (Assisi, 17-19 ottobre 1985), Perugia, Università di Perugia, Centro di studi francescani, 1987, pp. 167-195. [6] Cfr. A. DEL COL, “Organizzazione, composizione e giurisdizione dei tribunali dell’Inquisizione romana nella repubblica di Venezia (1500-1550)”, Critica storica, XXV, 1988, pp. 244-294; ID., “L’Inquisizione romana e il potere politico nella repubblica di Venezia (1540-1560)”, Critica storica, XXVIII, 1991, pp. 189-250. [7] Cfr. R. BONETTI, “L’attività dell’inquisitore di Aquileia e Concordia fra Felice Passeri da Montefalco (1580-1584): ricognizione cronologica e analisi quantitativa”, Metodi e ricerche, n.s., XXI, n. 2, 2002, pp. 101-143. [8] Cfr. G. ROMEO, Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma, Firenze, Sansoni, 1990; A. PROSPERI, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996. [9] Cfr. A. DEL COL, L’Inquisizione nel patriarcato e diocesi di Aquileia, 1557-1559, prefazione di A. Jacobson Schutte, Trieste - Montereale Valcellina, Edizioni Università di Trieste - Centro Studi Storici Menocchio, 1998. [10] Cfr. E. BRAMBILLA, Alle origini del Sant’Uffizio. Penitenza, confessione e giustizia spirituale dal medioevo al XVI secolo, Bologna, Il Mulino, 2000, pp. 441-466, 528-540, 555-565. [11] P. SCARAMELLA, «Con la croce al core». Inquisizione ed eresia in Terra di Lavoro (1551-1564), Napoli, La Città del Sole, 1995; A. FERRAIUOLO, “Pro exoneratione sua propria coscientia”. Le accuse per stregoneria nella Capua del XVII-XVIII secolo, Milano, Angeli, 2000; D. GENTILCORE, From Bishop to Witch. The System of the Sacred in Early Modern Terra d’Otranto, Manchester-New York, Manchester University Press, 1992; M. SEMERARO, Il tribunale del Sant’Officio di Oria. Inediti processi di stregoneria per la storia dell’Inquisizione in età moderna, Milano, Giuffrè, 2003. Per Sarno cfr. Guida degli archivi diocesani d’Italia, II, Archiva Ecclesiae, 36-37, 1993-1994, p. 239. [12] Cfr. T. DEUTSCHER, “The Role of the Episcopal Tribunal of Novara in the Suppression of Heresy and Witchcraft, 1563-1615”, Catholic Historical Review, 77, 1991, pp. 403-421; Guida degli archivi diocesani d’Italia, III, Archiva Ecclesiae, p. 332; R. MASPER, “Cultura popolare nel territorio intemelio nel XVI e XVII secolo”, Bollettino della Associazione culturale di Riva Ligure, VI-VIII, 1995-1997, pp. 109-116; M. G. CASALI, “I documenti lodigiani dell’Inquisizione romana. Inventario generale e descrizione delle fonti”, Archivio storico lombardo, CXXVIII, 2001, pp. 367-378. [13] Cfr. M. FIRPO, S. PAGANO, I processi inquisitoriali di Vittore Soranzo (1550-1558). Edizione critica, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2004, pp. XLIII-XLIV; A. JACOBSON SCHUTTE, Pier Paolo Vergerio e la Riforma a Venezia, 1498-1549, Roma, Il Veltro, 1988, pp. 361-362; P. MOZZATO, Jacopo Nacchianti un vescovo riformatore (Chioggia 1544-1569), Chioggia, Edizioni Nuova Scintilla, 1993, pp. 65-71, 113-194 (trascrizione del fascicolo processuale del 1549); A. DEL COL, L’Inquisizione nel patriarcato e diocesi di Aquileia cit., pp. XXXII-XXXVIII. [14] E. BRAMBILLA, Alle origini del Sant’Uffizio cit., pp. 354-355, 449, e 563-564, propone di considerare commissari fra Felice Peretti da Montalto a Venezia, l’inquisitore della Toscana e il ministro dell’Inquisizione a Napoli; ma i primi due furono semplicemente inquisitori con competenza su tutto lo Stato e il terzo ebbe una competenza e una funzione del tutto propria. Non sono in grado di valutare se fossero effettivamente commissari il vicario vescovile di Lucca nel 1549, fra Tommaso Stella a Lucca nel 1553 e il domenicano inviato a Siena nel 1559, pp. 457-460. [15] Cfr. G. FRAGNITO, La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), Bologna, Il Mulino, 1997. [16] Cfr. A. DEL COL, “Organizzazione, composizione e giurisdizione dei tribunali dell’Inquisizione romana” cit. [17] Cfr. P. GODMAN, The Saint as Censor. Robert Bellarmine between Inquisition and Index, Leiden-Boston-Köln, Brill, 2000; S. RICCI, Il sommo inquisitore. Giulio Antonio Santori tra autobiografia e storia (1532-1602), Roma, Salerno Editrice, 2002. [18] Cfr. P.-N. MAYAUD, “Les «Fuit congregatio sancti officii in ... coram ...» de 1611 à 1642. 32 ans de vie de la Congrégation du Saint Office”, Archivum Historiae Pontificiae, 30, 1992, pp. 231-289. [19] Cfr A. BORROMEO, “La congregazione cardinalizia dell’inquisizione (XVI-XVIII secolo)”, in L’Inquisizione. Atti del Simposio internazionale (Città del Vaticano, 29-31 ottobre 1998), a cura di ID., Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 2003, pp. 323-344. [20] Cfr. S. SEIDEL MENCHI, “Origine e origini del Santo Uffizio dell’inquisizione romana (1542-1559)”, in L’Inquisizione cit., pp. 291-321, in particolare 308-312. [21] Cfr. la relazione di S. FECI al convegno internazionale Pio V nella società e nella politica del suo tempo, Bosco Marengo-Alessandria, 12-14 febbraio 2004. |
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