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Locke: tradurre e abusare

Luisa Simonutti
CNR, Milano


L. Simonutti, «Locke : tradurre e abusare», Cromohs, 12 (2007): 1-15.
<URL: http://www.cromohs.unifi.it/12_2007/simonutti_locke.html>

Traduzioni e circolazione delle idee nella cultura europea tra '500 e '700



 

1. Il tema dell’errore, dell’abuso nell’interpretazione, nella traduzione, fu un tema che attraversò l’intera opera di Locke dai primi scritti sul potere del magistrato alle terza e quarta lettera sulla tolleranza. Fu un tema che toccò naturalmente la sua stessa raccolta manoscritta. Questo saggio si svilupperà intorno a tre aspetti cruciali del pensiero di Locke e analizzerà l’atteggiamento del filosofo in rapporto al processo di Thomas Aikenhead, in rapporto alla teoria della traduzione e dell’abuso espressa in alcuni capitoli del Saggio sull’intelletto umano e infine si soffermerà sul ruolo di Locke nella qualità di traduttore allorché tradusse tre discorsi morali di Pierre Nicole.
Il processo di Thomas Aikenhead fu un episodio che ebbe una grande rilevanza agli occhi di Locke, ma le ragioni di questo interesse, egli non ce le ha rivelate costringendoci così a rimanere nell’ambito delle ipotesi.
Si tratta del processo per blasfemia che venne condotto contro lo studente di medicina della università di Edimburgo, Thomas Aikenhead (nato a Edimburgo nel marzo del 1676 e che venne impiccato l'8 gennaio del 1697 nella stessa città). Fu l'ultima condanna a morte sul suolo inglese per questo reato. Aikenhead fu accusato inoltre di ateismo, né mancarono delatori che dichiararono che aveva rifiutato la dottrina della trinità, abbracciato il socinianesimo e lo spinozismo.[1] Un autore del tempo, lo scozzese Mungo Craig, fu uno dei testimoni contro Aikenhead (ma non fu il solo[2]). Autore di due brevi scritti, il primo dal titolo A Satyr, against Atheistical Deism with the Genuine Character of a Deist, nel quale si riferisce allo studente di medicina e propone alcune argomentazioni sulle cause della sua carcerazione. Significativamente una delle armi a disposizione di Aikenhaed è la menzogna, il diritto di mentire, di dissimulare per salvarsi, così sostiene Mungo Craig che non crede nella sincerità del pentimento del condannato e vuole prendere le distanze da lui. Ancora più esplicita sarà la posizione di Craig nello scritto redatto in occasione della impiccagione del giovane, A lye is no scandal.[3]
Fu, dunque, un processo che appassionò l'opinione pubblica. Locke non fu da meno e raccolse tra le sue carte le suppliche di Thomas Aikenhead, le numerose testimonianze contro di lui, le sue lettere di autodifesa, copie di lettere che inviava agli amici ivi compresa una lettera scritta il giorno dell'esecuzione, una lettera di Somerset che forniva un accurato rendiconto delle fasi del processo. Tutta una serie di documenti che egli classifica con cura alcuni dei quali sono ancora conservati proprio grazie a lui.
Un evento, il processo e l’impiccagione che venne riportato anche sul giornale londinese Flying Post, ma che data la spiccata prudenza di Locke, sembra riecheggiare nella sua corrispondenza solo indirettamente in una emblematica riflessione di Pierre Coste a proposito dell'autore del Reasonableness of Christianity:

[...] Le plan que l'Auteur s'est fait, est très-beau, et qu’il l’a rempli fort heureusement. Peut-être a-t-il laissé quelques vuides dans son Ouvrage, mais je croy qu’on peut assûrer qu’il a eû ses raisons de le faire. Dans l’état où sont les Controverses de Religion, il y a bien des choses qu’il faut taire de toute nécessité pour ne pas exciter les passions des hommes, et pour ne pas perdre le fruit des choses qu’il faut nécessairement publier.[4]

2. Che cosa dunque poteva interessare Locke? Questo gioco di nascondimenti del vero e del falso delle affermazioni che caratterizzarono questo processo costruito di lettere di delatori e di lettere di suppliche del condannato dove la menzogna si trasforma in verità e la verità in menzogna.
Un tema che evidentemente attraversa l’opera di Locke, e al quale egli dedicò due importanti capitoli del Saggio sull’intelletto umano.
Nel decimo capitolo del terzo libro, dedicato proprio “all’abuso delle parole” (Abuse of Words) Locke distingue una “oscurità” (obscurity) e una “confusione” (confusion) che sono difficili da evitare nell’uso delle parole, imperfezioni che si trovano dunque “naturalmente nel linguaggio”, e che egli distingue da una “negligenza deliberata di cui gli uomini sono colpevoli” nell’uso di questo mezzo di comunicazione. E’ su questo secondo aspetto che verterà la sua analisi.
Il primo e più tangibile abuso, dice Locke, è quello dell’uso di parole senza avere le idee chiare e distinte, un altro è quello di usare le parole senza alcuna cura della loro notazione primaria, ossia usare parole importanti come “saggezza”, “gloria” e altre, in modo generico. Ancora un abuso si nasconde nell’”incostanza” dell’utilizzo delle parole, usate talvolta per certe idee, altre volte per altre collezioni d’idee diverse. E’ Locke stesso a sintetizzare l’intera casistica:

§31. Chi abbia nomi senza idee, manca del significato delle sue parole ed emette solo suoni vuoti. Chi abbia idee complesse senza nomi per esse, manca di libertà e di speditezza nelle sue espressioni ed è obbligato a usare perifrasi. Chi adoperi le parole in modo approssimativo e incostante o non sarà ascoltato o non sarà capito. Chi applichi i nomi ad idee diverse da quelle del loro uso comune, manca di proprietà nel suo linguaggio e dice parole senza senso. E chi abbia idee di sostanze che non concordino con l’esistenza reale delle cose, manca dei materiali della vera conoscenza nel suo intelletto, e ha invece chimere.[5]

Locke critica poi gli abusi che nascono dall’arte della disputa, da una ostentazione di erudizione, da un “eccesso di sottigliezza”, dall’arte della retorica che, secondo lui, non è altro che “l’arte di impedire agli uomini di arrivare alla vera conoscenza”[6]. Una critica serrata espressa contro un’arte che, secondo Locke, ha invaso la vita e la società e ne ha oscurato tutti gli aspetti e confuso perfino i più importanti come la religione e la giustizia, e conclude:

E’ evidente fino a che punto gli uomini amano ingannare e essere ingannati dal momento che la retorica, quel potente strumento di errore e di inganno, ha i suoi professori stabiliti, è insegnata pubblicamente ed è sempre stata tenuta in grande reputazione; e non dubito che si riterrà una grande audacia, se non addirittura brutalità, da parte mia aver detto questo contro di essa.[7]

3. Locke propone in effetti una serie di rimedi, convinto che valga la pena cercarli, alle imperfezioni e agli abusi esaminati ma è lui stesso il primo a mettere le mani avanti e a definire “presuntuoso” “chiunque possa tentare la riforma perfetta delle lingue nel mondo, e neppure di quella del suo paese senza rendersi ridicolo.”
Dopo aver nuovamente raccomandato la definizione del significato delle parole e la conformità delle parole alle idee e alle cose e infine la coerenza e costanza nel loro uso, Locke è costretto a concludere:

§ 27. Ma dopo tutto, la provvista di parole è così scarsa rispetto all’infinita varietà di pensieri, che gli uomini, abbisognando di termini che si adattino alle loro precise nozioni, saranno forzati, nonostante tutta la loro cautela, a usare spesso la stessa parola in sensi diversi. E sarebbe nella continuazione di un discorso o nello sviluppo di un argomento non c’è luogo a sviare in una definizione particolare tutte le volte che un uomo muta il significato di un termine, basterà, il più delle volte, il contesto del discorso, se non c’è in esso qualche deliberata fallacia, a guidare il candido e intelligente lettore al vero significato di esso; ma dove non c’è nulla che basti a guidare il lettore, è compito dello scrittore spiegare ciò che intende dire e mostrare in qual senso egli usi quel termine”.[8]

Locke ha sperimentato non solo come autore ma anche come traduttore le ambiguità del linguaggio. Egli tradusse alcuni scritti di Pierre Nicole. Anche questo aspetto dell’opera di Locke pone alcuni interrogativi: perché, tra le sue letture francesi, egli privilegiò Pierre Nicole? Seguendo quali affinità elettive Locke scelse di tradurre proprio quei tre Discorsi tra gli innumerevoli Discorsi morali del pensatore francese? Locke scelse infatti il Discours contenant en abregé les preuves naturelles de l'existence de Dieu et de l'immortalité de l'ame, il Traité de la faiblesse de l'homme, e il Traité des moyens de conserver la paix avec les hommes tra i numerosi scritti dal pensatore giansenista, dedicati soprattutto a temi morali (De la soumission à la volonté de Dieu, De la crainte de Dieu; Des jugements téméraires; sui pericoli del comportarsi au hazard, sulla conoscenza di sé e dell'amor proprio, sul pensiero di Seneca ecc.), a temi religiosi (De la maniere d'etudier chrétiennement, del peccato, De la vigilance chrétienne), ma dedicati anche a temi sociali (Combien les entretiens des hommes sont dangereux, De l'education d'un Prince), ai rapporti interpersonali e alla condotta scandalosa, raccolti in ben quattro volumi nella prima edizione dell'opera che apparve tra il 1671 e il 1678[9]?
Anche in questo caso è possibile suggerire una risposta a questi interrogativi iniziali ripercorrendo le vicende biografiche che occasionarono la traduzione e soffermandosi soprattutto sul secondo Discorso, dal titolo appunto: De la faiblesse de l'homme.

I. As an Innocent diversion

4. Non si conosce con esattezza quando lesse e si dedicò alla traduzione di Nicole.[10] Ma nel settembre del 1676 annotava il possesso, di un volume degli Essais de morale sul suo Journal[11]. Nell'agosto dello stesso anno stilava alcune annotazioni in caratteri stenografici relative a un Essay de morale.[12]
Nel 1677 elencava il secondo e il terzo volume dell'Essais dell'autore giansenista[13]. Ai primi di luglio del 1678 Locke annotava ancora sul suo Journal il possesso della traduzione inglese[14] dell'opera forse la propria, ma più probabilmente l'edizione in tre volumi dell' Essais de morale[15] che apparve a Londra a partire dal 1677 pubblicata da "a person of quality". Locke comunque verosimilmente concluse la sua traduzione prima del rientro in Inghilterra alla fine di aprile del 1679.[16]
Quando Locke lasciò la Francia, la quinta cassa di libri che lasciò agli amici affinché gliela spedissero assieme alle altre, più tardi, a Londra, conteneva i quattro volumi di Nicole. Infine questi appaiono elencati nella lista delle opere in possesso di Locke nel 1679[17]. Come è noto, nella sua biblioteca erano presenti i quattro volumi degli Essays de morale, in edizioni diverse[18]. La fortuna editoriale dell'opera di Nicole fece sì che si ebbero fin da subito (e per i decenni a venire) numerose ristampe e nuove edizioni.
Nelle poche lettere che sono rimaste tra quante Locke inviava ai suoi corrispondenti da Montpellier, Tolosa e Parigi, egli non allude a questa traduzione né alle ragioni per le quali la intraprese. Forse traevano origine dall'ordine pratico - far esercizio di lingua francese come del resto egli faceva scrivendo a Toinard e agli altri corrispondenti francesi - oppure da ragioni culturali, per approfondire letture e tematiche come lo esortava indirettamente a fare Tyrrell raccomandandogli di inviargli le novità francesi, non Montaigne o Charron che egli possedeva già, ma i due volumi della Recherche de la verité, le belle traduzioni dei classici greci e dei testi di storia che Locke ritenesse significativi.[19]
Nell’edizione dei Discourses by Pierre Nicole translated by Locke stampata a Londra nel 1712[20], a proposito delle ragioni che spinsero Locke al suo progetto, l'ignoto editore scriveva: "Mr. Lock once intended to have rendred into English all the Port Royal Essays; but when he had Translated these, he was inform'd that they were done by another hand, so he desisted, and presented and dedicated what he had done in Manuscript to the late Countess of Shaftesbury."[21]

5. L'editore faceva eco alle parole di Locke rivolte alla contessa Shaftesbury nella dedica che - secondo l'editore - ella, proprio per la sua virtuosa discrezione, nel 1712 non volle che venisse pubblicata. Il filosofo evocava la sua deferenza nei confronti della nobildonna offrendole questo nuovo frutto della cultura francese come una specie di balocco portato dall'estero (any sort of toys, one hath <picked> up abroad) ma che, unico in tutta la Francia, avrebbe potuto offrire una immagine di alcune virtù della contessa[22].
Samuel Wilks, dalle pagine del "Christian Observer", nel 1819, sottolineava che Locke pareva aver scelto tra gli Essais di Nicole quelli che "arranged his subjects with discriminating adaptation to the case of his Right Hon. Friend and patron". Dunque quei Saggi che, per la benevolente intermediazione della contessa, potevano meglio attagliarsi alle circostanze e agli interessi dell' "amico e patron"[23]. La libertà di traduzione, inoltre, se si compara la sua con la traduzione circolante in Inghilterra (si tratta della traduzione londinese del 1677-80), appare piuttosto una scelta consapevole del filosofo per mettere tra le mani del conte un testo che non lesinava le critiche alla Chiesa di Roma[24].
Pur condividendo l'intelligente lettura di Wilks, Thomas Hancock nel pubblicare il manoscritto lockiano, convinto peraltro che fosse fino ad allora inedito, affermava che proprio questa libertà di traduzione, non si limitava ai passi sulla Chiesa cattolica, se "considerata in relazione alle idee di Locke" ("when considered in relation to Locke's own opinions") , e ciò ne rendeva, "piuttosto, maggiormente interessante l'esposizione. ("rather a more interesting performance")[25].
Ancora più convinto ne fu il biografo ottocentesco Henri Marion che in proposito scriveva:

Entre ces essais, il en avait choisi trois; et ce choix seul est une indication sur son état d'esprit à cette époque. Qu'il fût encore alors satisfait des preuves cartésiennes de l'existence de Dieu, on peut le croire, d'après le soin qu'il prit de traduire sans critique l'exposé fidèle qu'en faisait Nicole. Mais, d'autre part, son admiration pour les deux essais sur la Faiblesse de l'homme et sur les Moyens de conserver la paix parmi les hommes, nous montre sa prédilection déjà marquée pour les questions morales et sociales. Dans les lettres qu'il écrit vers le même temps à ses amis du clergé, éclate aussi dès lors sa tendance à ramener la religion à la morale, à juger les hommes sur leur conduite plutôt que sur leur profession de foi.[26]

La scelta dei tre discorsi non fu casuale. Al suo arrivo in Francia, nel 1675, Locke aveva a disposizione i primi due volumi dell’opera di Nicole apparsi nel 1670 e nel 1671 e il terzo si sarebbe reso disponibile nel corso dello stesso anno. Conviene sottolineare inoltre che, il discorso sulla esistenza di Dio, notevolmente più breve dei due successivi e di argomento prettamente metafisico in confronto agli altri due, collocato per primo, doveva rivestire un ruolo importante, una specie di prolegomena, agli argomenti successivi.[27]

6. E' lo stesso Locke, comunque, a raccontare in alcune pagine stenografate redatte verso la metà di agosto del 1676, come questa traduzione da innocente intrattenimento durante alcuni momenti di noia o da esercitazione per progredire nel francese, ebbe poi come suo nuovo fine la pubblicazione. Ed era proprio questa nuova finalità che aveva convinto Locke ad abbandonare la traduzione letterale e i formalismi linguistici e comparativi tra le due lingue (inglese e francese), per fornire pagine che potessero servire al bene del proprio paese ed essere di sostegno alla verità e alla virtù, le quali non mancavano di oppositori.

[...] but to do good to my country and to bring what aîd I had met with abroad to the assistance of truth and virtue which is not free from opposition among us.[28]

Si era talmente attenuto a questo disegno - confessa Locke - da avere talvolta interamente cambiato lo schema del Discorso dell'autore: "... I have in some places kept so close to that design that I have wholly changed the scheme of the discourse."[29]
Che Locke fosse un lettore appassionato ci è testimoniato dalla sua ricca biblioteca e dalle fitte annotazioni di acquisto, prestito e lettura delle opere dalla latinità alla contemporaneità che troviamo nei suoi Journals. Per quanto riguarda il periodo del soggiorno in Francia gli studi di Lough e le liste di libri redatte da Locke stesso sono una prova dell’importanza di queste letture. Nonostante questo, è nota la sua più volte ripetuta presa di distanza dai filosofi e dalle correnti di pensiero che l'avevano preceduto o erano a lui contemporanee. Inviando all'amico Edward Clarke, nel dicembre del 1686 il quarto libro del suo Essai concerning Human Understanding Locke rivendicava con decisione la propria autonomia di pensiero:

Avendo deciso di esaminare l'intelletto umano e i modi della nostra conoscenza non attraverso le opinioni degli altri ma come io potevo, attraverso la mia propria osservazione raccolta da me stesso, io ho di proposito evitato di leggere tutti i libri che trattavano in qualche modo del mio argomento, in modo da non avere alcun pregiudizio, lasciando così il mio pensiero libero di intrattenersi solo su quelle materie che egli stesso proponeva alle mie meditazioni. Così, se queste in qualche momento balzano insieme ad altre, ciò non è dovuto al fatto che io segua quest'ultime; d'altro canto se le mie riflessioni differiscono dalle altre ciò non accade per il gusto di contraddizione né per apparire una mente originale. Il mio scopo è stato solo la verità [...][30]

Locke, come ogni "virtuoso" del XVII secolo, su un punto non ammette deroghe, ossia che tutta la sua riflessione non è che un libera e instancabile ricerca della verità. Non solo come investigatore della realtà e come lettore assiduo ma anche nelle vesti di traduttore. Del resto, in un passo precedente Locke aveva dichiarato di aver preferito cambiare lo schema del discorso del suo autore affinché esso fosse più affine al suo scopo che era quello, appunto di perseguire "truth and virtue". Coerentemente con questa scelta Locke confida nella sicura benevolenza del suo autore per aver talvolta deviato dalle sue parole, allo scopo tuttavia di rimanere fedele alla sua argomentazione.(" ...will have charity enough to pardon me who, to keep close to his argument, have sometimes deviated from his words"[31]. )
"Appare certo una grande insolenza -scrive Locke nella stessa pagina- procedere alla correzione dello scritto di un uomo così straordinario e di pubblicare le mie alterazioni, per quanto lievi, sotto il suo nome, cosa che non può non essere una grande ingiustizia verso di lui."[32]
Il rimedio che egli propone è quello di riportare le parole in lingua originale, così anche se il lettore non conosce il francese sarà comunque avvertito dell'intervento del traduttore; inoltre, in questo modo, gli eventuali errori, filologici o concettuali, potranno venire attribuiti a questo ultimo. Anche dal punto di vista puramente linguistico, conclude Locke, il lettore potrà giudicare fino a che punto egli abbia seguito l'espressione inglese piuttosto che aver preferito una traduzione letterale.
Questo dunque è il canone che Locke si era dato nella sua veste di traduttore.

II. Il secondo discorso: Of the Weakenesse of the man

7. Composti come "penséé detachée" ai quali via via Nicole nel corso delle successive edizioni dava una forma sempre più strutturata, gli Essais possiedono tuttavia una forte unità tematica e compattezza problematica come del resto ricca e complessa è la figura intellettuale di Nicole che questo studio non può che lasciare sullo sfondo.[33]
E' innegabile l'interesse di Locke in questi anni intorno ai temi dell'errore, pazzia, immaginazione, memoria. Già Lord King pubblicava alcune pagine dai Miscellaneous Papers di Locke, scritte nel corso degli anni settanta e dedicate a questi temi. Riguardo all'errore Locke scriveva:
"And in considering by ourselves to take care of our notions, where a man argues right upon wrong notions or terms, he does like a madman; where he makes wrong consequences he does like a fool. Madness seeming to me lie more in the imagination, and folly in the discourses".[34]
Laddove follia era per il filosofo niente altro che "a desorder in the imagination"[35].
Ancora un tema è significativo in questi anni nella riflessione di Locke ed è quello della infallibilità, che è l'altra faccia della debolezza. Anche se non compare il termine di "infallibility" nel Discour of the weakness, temine che del resto Locke non è sollecitato ad usare seguendo la lettera di Nicole, sono costantemente presenti i termini di "strengthe", "greatnesse" "power" o le perfrasi come "a man looke big to himself" e naturalmente i loro opposti, "weakness, uncertainty, frailty, humiliation", ecc. Terminologie, del resto, certamente più vicine al vocabolario giansenista utilizzato da Nicole.
Ma per Locke il tema della infallibilità è, in questi anni, importante e da un duplice punto di vista: sia come concetto appartenente alla polemica anglicana nei confronti della Chiesa di Roma, sia come concetto filosofico all'interno della sua teoria della conoscenza. Fallibilista e scettico moderato in epistemologia, Locke farà propria la strumentaria critica della Nuova Accademia nell'addentrarsi nelle questioni religiose[36].

a) Infallibilità teologica

8. In Inghilterra era ancora vivo, del resto, il dibattito intorno al concetto teologico di infallibilità. William Chillingworth, pochi decenni prima, era intervenuto apertamente in difesa dell'insegnamento anglicano per conseguire la salvezza dei credenti e si era schierato contro la pretesa infallibilità della chiesa cattolica.
Ritorcendo il sillogismo contro i suoi avversari, Chillingworth affermava che, sapendo questi di non essere infallibili in ogni cosa, ne conseguiva che essi non risultavano credibili in alcuna. Non solo, ma poiché ogni cattolico doveva riconoscere di non essere infallibile in tutte le cose, se ne deduceva che egli non poteva prestar fede a se stesso in nessuna cosa[37].
Un filone di pensiero "fallibilista", che conta tra le sue matrici insieme a una componente critica anche una componente eterodossa nelle figure di un Castellion e di un Aconcio. Come per questi pensatori, anche per Chillingworth non può sussistere alcun criterio assolutamente affidabile per distinguere con certezza il vero dal falso, la vera religione da quella falsa, né esiste un giudice in grado di dirimere in modo infallibile una così difficile questione. Esistono, tuttavia, diversi gradi di certezza ai quali corrisponde proporzionalmente una gradualità di dimostrazione o di testimonianze; ad esse è correlato un diverso livello di assenso: dalla certezza matematica a quella morale la quale gode di uno statuto di minore, ma sufficiente, certezza.[38]
Non è inutile ricordare che Locke possedeva nella sua biblioteca alcune opere di Castellion, gli Stratagemata Satanae dell'Aconcio, la Religion of Protestants del teologo latitudinario e che sappiamo con certezza che nel 1678 conosceva l'edizione della Bibbia di Castellion.[39]
La questione della fallibilità umana resterà presente nel pensiero latitudinario inglese del Seicento. Con essa si confronteranno non solo i rappresentanti del Tew Circle e John Hales, ma anche Smith e Whichcote e i neoplatonici di Cambridge fino a giungere a Locke e oltre.
Le posizioni fallibiliste tipiche di Chilligworth e dei latitudinari sono presenti in alcune pagine di Locke, composte agli inizi degli anni sessanta, e dedicate all'infallibilità nell'interpretazione biblica[40]. Il filosofo ritornerà sul tema in alcune pagine dell'Essay on toleration del 1667 in connessione con la questione della tolleranza e, ancora, nel 1675 in una serrata reprimenda contro l'infallibilità della chiesa cattolica esposta in venti sintetiche argomentazioni laddove concludeva con una certa ironia: "Fino a che queste venti questioni non saranno infallibilmente risolte, sembra impossibile che qualcuno possa avere una infallibile conoscenza della infallibilità della Chiesa di Roma"[41]

9. Seguendo questo filo interpretativo si riempie di significato la scelta di Locke di privilegiare, tra i tre prescelti, anche il Discorso sulla debolezza dell'uomo all'interno dell'opera complessiva degli Essais di Nicole. Né stupisce la reazione di Locke alle accuse del giansenista contro quanti avevano la presunzione di scegliere una religione solo dopo un esame critico di tutti i dogmi oggetto di contestazione. Nicole scriveva:

Que sera-ce donc quand il s'agit de les décider toutes, et de faire le choix d'une religion sur la comparaison des raisons de toutes les societés Chrétiennes. Cependant les Auteurs des nouvelles hérésies ont persuadé à cent millions d'hommes qu'il n'y avait rien en cela qui surpassât la force de leur esprit. C'est même par là qu'ils les ont attirés. Les peuples qui les ont suivis ont trouvé qu'il était beau de discerner eux-mêmes la véritable Religion par la discussion des dogmes, et ils ont considéré ce droit d'en juger qu'on leur attribuait comme un avantage considérable que l'Eglise Romaine leur avait injustement ravi. On ne doit pas néanmoins chercher ailleurs que dans la faiblesse même de l'homme la cause de cette présomption.[42]

Locke non tradurrà fedelmente queste righe ma le sostituirà con una indignata critica contro la Chiesa cattolica ritorcendo verso di essa proprio le argomentazioni che la Chiesa aveva usato contro i cosiddetti eretici. Queste sono le parole di Locke:

And what must it then be, when the businesse is, to rectifie the mistakes, et silence all the doubts of men, of different opinions; and unite all the severall churches of Christians into one perswasion upon grounds of truth and evidence? And yet the supporters of an old usurpation perswade the world, that there is noething in all this, which exceeds their power, To which they have by force compeld soe many hundred milions to submit, and have severly handed multitudes, that have dared but to question it. Tis by this terror, and the threats of hell to boot, upon the least enquiry, the least wavering in this point, that they have held people in subjection. And the hirarchy of Rome having found the sweet of dominion over mens consciences, and considerd it as an advantage too great to be parted with, hath always thunderd against those, that asserting their just right, have withdrawn from that slavery; and under the name of heriticks, hath treated them as rebells. This monstrous presumption (in those who are really perswaded of such a power amongst them) is the product of humane weakenesse.[43]

La Chiesa di Roma non può rivendicare in alcun modo il diritto di essere una guida infallibile nelle questioni religiose e in particolare in quelle maggiormente contese. "E' proprio questa mostruosa presunzione -conclude Locke- il prodotto della debolezza umana."
Forse proprio questo sdegno aveva spinto Locke a lasciare -come aveva scritto il suo editore ottocentesco, Hancock , "l'umile sentiero di traduttore per la libera escursione da dotato autore" (the humble path of a translator for the free excursion of a gifted author)[44].

b) Debolezza della ragione

10 Tuttavia la fallibilità in religione è solo un aspetto della questione. C'è ancora un tipo di debolezza che, in questi anni, interessa da vicino il filosofo ed è ancora lui a indicarci la strada. Nicole iniziava il suo scritto elencando le cause della debolezza dell'uomo, prima fra tutte l'orgoglio, poiché forniva all'uomo una immagine errata di sé. Il pensatore giansenista scriveva:

L'orgueil qui naît des qualités spirituelles, est de même genre que celui qui est fondé sur des avantages extérieurs, et il consiste de même dans une idée qui nous représente grands à nos yeux, et qui fait que nous nous jugeons dignes d'estime, de préférence, et de respect, soit qu'elle soit formée sur quelque qualité que l'on connaisse distinctement en soi, soit que ce ne soit qu'une image confuse d'une excellence et d'une grandeur que l'on s'attribue.[45]

Ma Locke non tradurrà questo passo. Il curatore ottocentesco della rivista "Christian Observer" si era domandato se si era trattato di un fatto accidentale o seppure Locke aveva intenzionalmente messo tra le mani del conte di Shaftesbury un'arma che quest'ultimo avrebbe potuto a sua volta utilizzare contro la religione?: "Non fu accidentale", concludeva.[46]
Verosimilmente anche le motivazioni di questa censura si trovano nella riflessione che il filosofo veniva facendo sui principi della conoscenza umana. Lungo i paragrafi del Traité de la faiblesse de l'homme, Locke sembra cercare il confronto filosofico scendendo sul terreno del suo autore.
Non privi di aporie e di contraddizioni gli Essais de morale, grazie anche allo strumento della traduzione, costituirono per Locke un osservatorio privilegiato dove seguire volta a volta il coniugarsi o il confrontarsi di cartesianesimo e agostinismo, di meccanicismo e giansenismo militante. Il Traité de la faiblesse contiene in modo esemplare questi elementi e, insieme, alcuni dei pilastri che reggono la riflessione filosofica di Nicole.

Il faut (le) détromper [l'homme] de l'illusion par lequelle il se représente grand à soi-même, en lui montrant sa petitesse et ses infirmités, non afin de le réduire par-la à l'abattement et au désespoir; mais afin de le porter à chercher en Dieu, le soutien, l'appui, la grandeur et la force qu'il ne peut trouver en son être, ni dans tout ce qu'il y joint.[47]

11. Il compito che Nicole si è assegnato in qualità di moralista è quello di mettere irrevocabilmente l'uomo davanti alla sua debolezza, alla corruzione in tutte le sue forme, ontologiche, fisiche e morali. Anche la scienza si dimostrerà vana e falsa[48].

Ne cherchons donc point de force dans la nature de l'homme. - conclude Nicole in uno dei paragrafi finali -. De quelque côté que nous la regardions nous n'y trouverons que faiblesse et impuissance. C'est en Dieu seul, et dans sa grâce qu'il la faut chercher.[49]

In una importante pagina del suo Journal del 29 luglio 1676[50], Locke riflette sul tema della debolezza del nostro esprit la quale impedisce di comprendere la divisibilità delle particelle materiali. Egli conclude esortando a non giudicare la natura delle cose basandosi sulle deboli congetture che noi possediamo. Ma nello stesso passo, Locke, sottolinea poi che la nostra ragione è strumento sufficiente per la nostra vita morale e sociale. Compito dell'uomo è di impegnarsi a produrre invenzioni utili alla vita e, in particolar modo, di cercare tutti i mezzi per conservare la pace tra gli uomini. Sono i vizi e le passioni a rendere cieco l'uomo di fronte alle prove dell'esistenza di Dio e della immortalità dell'anima. Viceversa, scrutinando le prove dell'esistenza di Dio scopriamo le regole morali che ogni uomo deve seguire. Fino a concludere che la debolezza e la fallacia dell'uomo non risiedono nelle sue facoltà, nel suo esprit, ma solo nella sua volontà.[51]
Un tema, quello del rapporto intelletto-volontà, che sarà grande protagonista nei tre Drafts e nel Saggio sull’intelletto umano. In queste pagine era interessante notare come, negli anni 1676-1678 dalle pagine del suo Journal, Locke accompagni la traduzione dei testi di Nicole apprendendo la sua filosofia per poi prenderne irrimediabilmente le distanze nel suo procedere alla fondazione del proprio sistema di pensiero, come egli spesso rivendica, “sans présupposés et préjugés” fino a raggiungere concezioni opposte al moralista Nicole.


 

Note

[1] M. CRAIG, A Satyr against Atheistical Deism with the Genuine Character of a Deist. To which is prefixt, an account of Mr. Aikinhead’s notions, who is now in prison for the same damnable apostacy, Edinburgh, Robert Hutchison, 1696.

[2] J. GORDON, John, Thomas Aikenhead: a historical review, in relation to Mr. Macaulay and The Witness ... Third edition, London, E. T. Whitfield, 1856. M. HUNTER, Science and the shape of orthodoxy : intellectual change in late seventeenth-century Britain, Woodbridge, Boydell, 1995, ch. 15.

[3] M. CRAIG, A lye is no scandal. Or a vindication of Mr. Mungo Craig from a ridiculous calumny cast upon him by T.A. who was execouted for apostacy: At Edinburgh, the 8 of January 1697, Edinburgh, Written, January 15, 1697.

[4] The correspondence of John Locke, a cura di E. S. DE BEER, Oxford, Clarendon Press, 1976-89, 8 vols., vol. V, lettera no. 2107.

[5] J. LOCKE, Saggio sull’intelletto umano, a cura di M. e N. ABBAGNANO, Torino, UTET, 1971, p. 586.

[6] Ibid., p. 574.

[7] Ibid. p. 588.

[8] Ibid. p. 604.

[9] Cfr. P. NICOLE, Essais de morale, contenus en divers traittez sur plusieurs devoirs importans. Nouvelle édition, revuë & corrigée. Suivant la copie imprimée à Paris, chez la Veuve Charles Savreux, [Amsterdam], [Daniel Elzevier], 1672-1680, 4 volls.

[10] Nell'anno 2000, presentando la traduzione di Locke con i tre dialoghi francesi di Nicole a fronte, John Yolton lamentava che nella letteratura secondaria era stata dedicata troppo poca attenzione per un testo che invece suggeriva gli interessi e le riflessioni di Locke in anni cruciali - all'epoca del suo più lungo soggiorno in Francia dal 1675 al 1679 è nella sua quarantina d'anni - per la sua riflessione filosofica ed epistemologica poiché ha già composto i primi due abbozzi dell'Essai nel 1671 e scriverà nel 1685 il terzo abbozzo. Significativamente, ciò avvenne, dunque, a cavallo del suo viaggio in Francia, delle sue importanti e numerose letture francesi, di Pascal, degli autori di Port Royal e in particolare dell'incontro con l'opera di Pierre Nicole. Cfr. “Foreword” by J. YOLTON in John Locke as translator: three of the Essais of Pierre Nicole in French and English, ed. by J. S. YOLTON, Oxford, Voltaire Foundation, 2000.

[11] Cfr. Locke’s travels in France, 1675-1679: as related in his journals, correspondence and other papers, edited with an introduction and notes by J. LOUGH, Cambridge, Cambridge Un. Press, 1953, p. 111.

[12] J. LOCKE, Essays on the law of nature; the Latin text with a translation, introduction and notes, together with transcripts of Locke’s shorthand in his journal for 1676, edited by W. VON LEYDEN, Oxford, Clarendon Press, 1954, p. 254 e segg.

[13] J. LOUGH, “Locke’s reading during his stay in France (1675-79)” in: The Library, 5th series, 8, (1953), pp. 229-258.

[14] Locke’s travels in France, 1675-1679: as related in his journals, correspondence and other papers / edited with an introduction and notes by J. LOUGH cit., p. 202. Cfr. anche G. BONNO, Les relations intellectuelles de Locke avec la France: d’après des documents inédites, Berkeley, University of California Press, 1955, pp. 104, 247.

[15] Moral Essays ... Written in French by Messieurs de Port Royal. Faithfully rendred into English from the Essais de Morale of P. Nicole, by a Person of Quality. 3 vols., London, J. Magnus and R. Bentley, 1677-80.

[16] Cfr., John Locke as translator: three of the Essais of Pierre Nicole in French and English cit., pp. 2-3; J. MARSHALL, John Locke: resistance, religion and responsibility, Cambridge, Cambridge University Press, 1994, pp.131-138.

[17] Le liste di libri redatte da Locke sono conservate manoscritte presso la Bodleian Library, Oxford, “MS. Locke b 2.” Cfr. anche J. LOUGH, “Locke’s reading during his stay in France (1675-79)” in: The Library, 5th series, 8, (1953), pp. 229-258.

[18] J. R. HARRISON, and P. LASLETT, The library of John Locke, Oxford, Oxford Bibliographical Society by the Oxford University Press, 1965, p. 195.

[19] The correspondence of John Locke cit., Tyrrel a Locke, 3 luglio 1677, vol. I, p. 497.

[20] Il volume è descritto in John Locke, A Descriptive Bibliography, edited by J. S. YOLTON, Bristol, Thoemmes Press, 1998, pp. 359-60. Questa edizione: Discourses by Pierre Nicole, translated by Locke, printed and sold by J., 1712, è conservata nell'unica copia presso la Bodleian Library di Oxford, (è priva della dedica alla contessa di Shaftesbury) ed è rimasta ignota fino al 1979.

[21] John Locke as translator: three of the Essais of Pierre Nicole in French and English cit., p.2.

[22] “And when I observed in it, soe many lively representations of that vertue which is soe eminently seen in your Ladyship, I though I could not meet in all France, any thing fiter to be put into your hands, then what would make you see, soe rare, and extraordinary a sight, as a draught of some of your own virtues. ... This advantage that I have over him, made me forget my want of skill in English, and French, and other abilitys necessary to a Translator. And I resolved at all adventures to put these Essays into a language, understood by a person, who knew well, how to animate, and establish them by her practise. And who in the ordinary course of her life, without constraints and wit a facility, as it were naturally shewd to the world the reall existence of those vertues, which our author tooke pains to represent to himself in his own imagination.”, Ibid., pp. 11-12.

[23] Citato in John Locke as translator: three of the Essais of Pierre Nicole in French and English, cit., p. VIII.

[24] Discourses translated from Nicole’s Essays, by John Locke ; with important variations from the original French ... ; now first printed from the autograph of the translator in the possession of T. HANCOCK, M.D., London, Harvey and Darton, 1828, pp. X-XII.

[25] Ibid., p. XII.

[26] H. MARION, J. Locke. Sa vie et son oeuvre d’après des documents nouveaux, Paris, Librairie Germer-Baillière et C., 1878, pp. 24-25.

[27] Questo primo Essai è stato analizzato da W. VON LEYDEN, “Locke and Nicole : their proofs of the existence of God and their attitude towards Descartes” in Sophia, 16 (1948), pp. 41-55. Cfr. inoltre G. BONNO, Les relations intellectuelles de Locke avec la France : d’après des documents inédites, Berkeley, University of California Press, 1955, pp. 247-249.

[28] J. LOCKE, Essays on the law of nature; the Latin text with a translation, introduction and notes, together with transcripts of Locke’s shorthand in his journal for 1676, edited by W. VON LEYDEN cit., p. 254.

[29] Ibid.

[30] "For being resolved to examine Humane Understanding, and the ways of our knowledge, not by others' opinions, but by what I could from my own observations collect myself, I have purposely avoided the reading of all books that treated any way of the subject, that so I might have nothing to bias me any way, but might leave my thought free to entertain only what the mater itself suggested to my meditations. So that, if they at any time jump with others, 'twas not that I followed them; and if they differ 'twas not out of contradiction, or a mind to be singular. My aim has been only truth ...", (The correspondence of John Locke cit., vol. III, lettera n. 886, p. 89).

[31] J. LOCKE, Essays on the law of nature; the Latin text with a translation, introduction and notes, together with transcripts of Locke’s shorthand in his journal for 1676, edited by W. VON LEYDEN cit., p. 254.

[32] Ibid. "... it will appear a great insolente to go about to correct the writing of one of so extraordinary parts and to publish my alterations, though never so little, under his name, which cannot be without a great injustice to him.”

[33] Si veda il recente studio di B. GUION, Pierre Nicole moraliste, Paris, Honoré Champion, 2002, corredato da una ricca bibliografia.

[34] P. KING, The life of John Locke : with extracts from his correspondence, journals and common-place books, London, H. Colburn, 1829, p. 329.

[35] Ibid., p. 328.

[36] Cfr. M.BRANDT BOLTON, Locke and Pyrrhonism: The Doctrine of Primary and Secondary Qualities, in, The skeptical tradition, a cura di M. BURNEYAT, Berkeley-Los Angeles-London, 1983, pp. 353-375; M. JAMIE FERREIRA, Skepticism and Reasonable Doubt, Oxford, 1986, partic. cap. II; S. BLACK, Toleration and the Skeptical Inquirer in Locke, in "Canadian Journal of Philosophy", 1998, pp. 473-504; P. DE MEY, Are Revealed Truths Certain or Probable? The Dispute between Locke and Stillingfleet, in Athens and Jerusalem, a cura di G.A.J. ROGERS, in corso di pubblicazione.

[37] W. CHILLINGWORTH, The Religion of Protestants, London, John Clark, 1638, p. 114.

[38] "Not so certain, I grant, as of that which we can demonstrate: But certain enough, morally certain, as certain as the nature of the thing will bear: So certain we may be, and God requires no more", (ibid., p. 56). Su questi aspetti cfr. L. SIMONUTTI, "Scepticism and the theory of toleration: human fallibility and 'adiaphora'" in The Return of Scepticism from Hobbes and Descartes to Bayle, a cura di G. PAGANINI, Dordrecht, Kluwer, 2003, pp. 283-302.

[39] Locke’s travels in France, 1675-1679 : as related in his journals, correspondence and other papers / edited with an introduction and notes by J. LOUGH cit., p. 203.

[40] J. LOCKE, Political essays, edited by M. GOLDIE, Cambridge, Cambridge University Press, 1997, p. 206.

[41] Ibid., p. 230."Till these twenty questions be infallibly resolved it seems impossible that any man should have any infallible knowledge of the Church of Rome's infallibility".

[42] John Locke as translator: three of the Essais of Pierre Nicole in French and English cit., p. 82.

[43] Ibid. 83-85.

[44] Discourses translated from Nicole’s Essays, by John Locke ; with important variations from the original French ... ; now first printed from the autograph of the translator in the possession of Thomas Hancock cit., p. XIII.

[45] John Locke as translator: three of the Essais of Pierre Nicole in French and English cit., pp. 46-47.

[46] Discourses translated from Nicole’s Essays, by John Locke; with important variations from the original French ... ; now first printed from the autograph of the translator in the possession of Thomas Hancock cit., p. XII. "The Editor of the Christian Observer judiciously remarks on this omission:- "Was it merely accidental, or was Locke unwilling to place a weapon in the hands of the Earl, which he might make use of in his turn against religion? I think it could not have been accidental, as Locke has, from this passage, altered the number of each section to the end of the treatise, to make it agree with the omission."

[47] John Locke as translator: three of the Essais of Pierre Nicole in French and English cit., p. 48.

[48] A. McKENNA, Port-Royal et les protestants, in Les Chroniques de Port-Royal, Paris, n. 47, 1998, pp. 265-6.

[49] John Locke as translator: three of the Essais of Pierre Nicole in French and English cit., p. 108.

[50] An early draft of Locke’s Essay: together with excerpts from his journals, edited by R.I. AARON and J. GIBB, Oxford, Clarendon Press, 1936, pp. 81-82.

[51] A. McKENNA, De Pascal à Voltaire: le rôle des Pensées de Pascal dans l’histoire des idées entre 1670 et 1734, Oxford, Voltaire Foundation. 1990, pp. 452-453. Pagine in cui McKenna ha sottolineato inoltre le assonanze del pensiero di Locke con il pensiero di Pascal oltre che con quello di Nicole.

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