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Guizot, o dell'Europa una e moltepliceRegina Pozzi
R. Pozzi, «Guizot,
o dell'Europa una e molteplice», Cromohs,
15 (2010): 1-8 |
1. Nella lunga vicenda da cui ha preso vita l'idea dell'unità europea non c'è dubbio che una tappa importante sia rappresentata dal corso di storia moderna professato da Guizot alla Sorbona tra il 1828 e il 1830. Basterebbe ricordare le parole con cui, nell'aprile 1828, lo storico apriva la sua prima lezione:
Se
è vero, com'è stato scritto, che gli storici hanno contribuito
più di chiunque altro a definire e a rappresentare quella realtà
non meramente geografica che è l'Europa, perché «l'Europa
è anzitutto un'idea, un
valore, una
civiltà, anzi
un'idea di
civiltà»[2], nessuno fra di
loro ha come Guizot lavorato a quest'impresa. Di più: se l'Europa –
così idealmente tratteggiata – si presenta con un'identità
unitaria e molteplice a un tempo, mai ne è stata data una formulazione
più paradigmatica di quanto abbia egli fatto nelle sue lezioni
d'Histoire de la civilisation en Europe
e d'Histoire de la civilisation en
France, subito raccolte in volume e ripubblicate numerose volte,
soprattutto la prima parte, nel corso del secolo. 2. Per un verso esso raccoglie l'eredità del secolo precedente. Da
Montesquieu a Voltaire, da Ferguson a Robertson, la cultura dell'età dei
Lumi aveva già formulato l'idea di una civiltà europea, di cui
s'era anche cimentata ad individuare i lineamenti comuni pur nella multiforme
diversità. Come aveva scritto Voltaire, l'Europa si presentava «come
una specie di grande repubblica divisa in più stati, gli uni monarchici,
gli altri misti, quali aristocratici, quali popolari, tutti però in
reciproca comunicazione, con una stessa base religiosa, benché divisi fra
varie sette, con gli stessi principi politici e di diritto pubblico, ignoti
nelle altre parti del mondo»[3]. E di tale
civiltà, il secolo diciottesimo aveva già dato diverse e
concorrenti rappresentazioni, si trattasse di far perno sui sistemi di governo e
sulle istituzioni, sulla cultura e sui costumi, o piuttosto su quella che il
filosofo scozzese Ferguson aveva chiamato la
civil society. Si può dunque
concordare con Federico Chabod che l'idea d'Europa, anche se ha conosciuto una
lunghissima gestazione, sia un prodotto proprio del Settecento: che sia questo
il secolo, come egli scrive, «a cui dobbiamo il sorgere stesso della nostra
coscienza di Europei»[4]; si può
anche concordare con lui che il nostro autore, pur apportandovi alcune
importanti novità, sia insomma un prosecutore e un erede. D'altra parte
Guizot, se giostra agilmente tra l'unità della civiltà in Europa e
i diversi sviluppi storici delle nazioni che la compongono, non si astiene dal
valutare e classificare queste diversità; del tutto immune dagli ardori
nazionalistici che già stanno riscaldando il cuore di tanti dei suoi
contemporanei, egli non nutre però dubbi sul fatto che la Francia, fra
tutte le nazioni, rappresenti il punto più alto, e la quintessenza
stessa, della civiltà europea. Nel suo discorso corrono spunti che, se
non intaccano l'europeismo dell'Histoire de
la civilisation, presto, nel
mutato contesto spirituale dell'Ottocento, si presteranno ad alimentare altre
passioni.
Ne risulta un programma storiografico di grande ampiezza ed audacia, che sembra preannunciare la nostra concezione di storia totale. Anche sotto quest'aspetto, tuttavia, si deve osservare che l'Histoire de la civilisation riprende le intuizioni e i tentativi della storiografia settecentesca. A dire il vero, se Guizot nomina dei predecessori – il Bossuet del Discours sur l'histoire universelle o il Montesquieu dell'Esprit des Lois – è piuttosto per deplorare che essi, malgrado il loro genio, non abbiano saputo considerare tutte le opere dell'attività umana «in una visione unitaria, nella loro unione intima e feconda». Tuttavia, quando dichiara che la storia della civiltà «è il compendio di tutte le storie; [che] abbisogna di tutte come suo materiale, giacché il fatto da essa narrato è il compendio di tutti i fatti»[8], egli non appare troppo lontano da quanto Voltaire aveva inteso fare nell'Essai sur les moeurs, primo tentativo di scrivere una storia capace di mettere in luce l'intrinseca connessione delle attività umane. 3. L'elemento più caratteristico della definizione guizotiana riguarda tuttavia il complesso di contenuti che egli compendia sotto il termine di civilisation. La parola, come ha mirabilmente mostrato Lucien Febvre[9], era relativamente recente, non aveva fatto parte del vocabolario né di Voltaire né di Rousseau, e tuttavia il suo uso era ormai codificato. Guizot così la definisce:
Guizot
vede dunque la civiltà comporsi di due sviluppi, lo «sviluppo
sociale» e lo «sviluppo morale», e ne proclama l'intima e
necessaria connessione. È vero che i due sviluppi possono presentarsi
momentaneamente disgiunti, ma l'esperienza della storia, così come
l'opinione comune, – egli afferma – non consentono di dubitare: «tutti i
grandi sviluppi dell'uomo interiore si sono risolti a profitto della
società, tutti i grandi sviluppi dello stato sociale a profitto
dell'umanità»[11]. Frasi notissime,
queste, forse fra le più citate del repertorio storiografico
dell'Ottocento: non sarà inutile però soffermarcisi ancora per un
momento. In questa definizione, ha scritto Lucien Febvre, Guizot componeva in
un'«abile sintesi» due elementi che, nella cultura tedesca a lui
coeva, stavano cominciando a divaricarsi per dar corpo a due diverse categorie,
quella di Civilization e quella di
Kultur[12].
Si dovrebbe ora aggiungere che questa sintesi non è certo un'invenzione
estemporanea, ma che trova invece la sua ragione profonda – e la sua
spiegazione – nella filosofia politica dell'autore, quale egli l'ha
espressa in molti opuscoli dei primi anni della Restaurazione, nel corso tenuto
alla Sorbona nel 1820-1822 sull'Histoire des
origines du gouvernement représentatif en Europe, e soprattutto in
uno scritto ad esso coevo, rimasto inedito fino ai giorni nostri, che porta il
titolo di Philosophie politique: de la
souveraineté. 4. «È
l'opera e il capolavoro della civiltà – egli aveva detto nel corso
sulle origini del governo rappresentativo – trarre il diritto dal fatto, e
fare del diritto una potenza che si sostenga, si difenda, si rivendichi di per
se stessa»[17]. Il diritto, lungi
dall'essere contrapposto alla realtà delle diverse situazioni storiche,
appare dunque farne intrinsecamente parte, anche se per lo più vi si
presenta celato allo sguardo. Se ciò avviene, è perché,
secondo il politico dottrinario, la Ragione esiste sparsa e allo stato
frammentario fra gli uomini (e un buon istituto della rappresentanza, egli
aggiunge, ha il compito di farne emergere dalla società la maggior
quantità possibile[18]); e così
pure si può dire del Diritto, che è ciò che è
conforme alla ragione e alla giustizia. «Ve n'è – lo storico
aveva detto nel corso sulle origini del governo rappresentativo – un po',
più o meno, in tutte le epoche della vita delle società umane;
esso non è né completo né puro in nessuna
epoca»[19]. Gli assetti e le istituzioni
sociali si traducono perciò
naturalmente, ai suoi occhi, nella
legittimità politica, o meglio in quel grado di legittimità che
ogni situazione consente di esprimere. Questo è il nocciolo duro della
filosofia di Guizot. E non ci deve ora sfuggire quale sia la posta in gioco
della sua riflessione storica. Il duplice sviluppo che caratterizza il
significato stesso della civiltà – sviluppo della società,
sviluppo dell'uomo – tende a far convergere il diritto e il fatto, e a
farli sempre più coincidere quanto più la civiltà avanza.
Senza che la meta possa ancora dirsi raggiunta, lo storico è propenso a
credere che il suo tempo ne sia molto vicino, poiché, com'egli afferma
nella quarta lezione dell'Histoire de la
civilisation en Europe, è uno dei suoi caratteri, anzi forse il
suo carattere essenziale, «l'inevitabile alleanza della filosofia e della
storia». «Siamo chiamati – così egli dice al suo uditorio
– a far procedere insieme la scienza e la realtà, la teoria e la
pratica, il diritto e il fatto»[20].
Secondo questa cifra interpretativa, si comprende pure perché, proprio
all'inizio di un corso in cui si accinge a ripercorrere il lungo e travagliato
cammino della civiltà in Europa, egli possa esprimere con forza la sua
convinzione «che la civiltà è giovanissima e che il mondo
è ancora ben lontano dall'aver percorso l'intero suo cammino»
[21].
Ben diversamente si sono svolte le cose in Europa:
5. In poche righe, lo storico annuncia qui il viaggio
che, nelle sue lezioni, compirà attraverso le tumultuose vicende della
storia dell'Europa moderna. È un itinerario frastagliato e che tuttavia
non perde mai di vista la meta; che parte dalla caduta dell'Impero romano e
dalle invasioni barbariche, avanza attraverso la frammentazione dell'età
feudale, segue il costituirsi di nuovi poli d'aggregazione – la Chiesa da
una parte, l'Impero e poi le monarchie nazionali dall'altra – ed arriva
fino all'emergere delle due forze protagoniste del grande moto d'emancipazione
che lo conclude. Forze che, secondo la duplice accezione di sviluppo della
civiltà, sono il popolo (o meglio il Terzo Stato), che ha finito per
coincidere con la classe generale dei cittadini, e il principio del libero
esame, che ha costituito la matrice della libertà moderna. Si deve
però anche osservare che Guizot, se guarda al passato dal punto di vista
di un presente che solo è in grado di dargli un senso, nel suo procedere
è fortemente interessato a ricostruire le specifiche modalità dei
processi storici. È così che egli apporta al quadro tracciato
dalla storiografia dei Lumi una seconda importante innovazione: all'unisono con
la nuova sensibilità romantica, egli assegna infatti un ruolo centrale al
Medioevo, età che, ben lungi dall'essere giudicata di barbarie e di
decadimento, appare qui come una straordinaria fucina di principi ed esperienze
da cui è nata la civiltà
europea[25].
L'ordine ontologico, peraltro, non diversamente che nella visione tradizionalista di un Bonald, anche per Guizot rispecchia l'ordine metafisico. È per questo che egli può concludere:
6.
Un altro grande storico dell'Ottocento, questa volta tedesco, che va sotto il
nome di Jacob Burckhardt, guardando alla pluralità delle voci che
concorrono a comporre l'armonia della civiltà europea, la chiamerà
una discordia
concors[28]. Non v'è dubbio che,
se avesse usato la stessa metafora, Guizot avrebbe piuttosto parlato di una
concordia discors. Nella sua storia
della civiltà europea gli apporti dei diversi popoli che hanno
contribuito a farne la ricchezza confluiscono infatti senza disarmonie nel fiume
che tutti li raccoglie. Testimonianza, questa, di un'epoca in cui l'Europa si
presenta ancora come un concerto di Stati, tenuti insieme da una concezione
dell'equilibrio di stampo, per così dire, metternichiano: si dovrebbe
soltanto aggiungere, per completare il discorso, che l'Europa di Guizot è
ancora quella “stretta” del
Settecento[29], e che, come ben mostra il passo
con cui si apre il mio saggio, ne resta esclusa la Russia.
In questa prima parte del corso, le ragioni della superiorità della Francia sono dunque indicate nella dote, che essa possiede in forma precipua, della socievolezza. Guizot appare qui ancora fermo a quell'esprit de société di cui avevano parlato gli autori del secolo diciottesimo, e che era qualcosa di più che un tratto mondano; che era piuttosto una dote che si doveva intendere come quella capacità di mediazione e comunicazione grazie alla quale le idee, ovunque fossero state prodotte, diventavano patrimonio comune dell'Europa[31]. Viene alla mente, a proposito di questo quadro, quanto osservava a suo tempo Lucien Febvre: che in fondo l'Europa dell'età dei Lumi, patria degli uomini colti, non fosse stata altro che «un prolungamento, una amplificazione, una promozione, se si vuole, della Francia»[32]. E tale è ancora l'Europa di Guizot. Nella seconda parte del corso, però, il discorso si complica. Volendo ripercorrere nel dettaglio il cammino che ha prima tracciato a grandi linee ed avendo scelto a tale scopo la storia della Francia, lo storico motiva ora diversamente la sua scelta. La Francia viene così presentata come il paese in cui, più che in ogni altro, ha trovato realizzazione il duplice sviluppo di cui, come ormai sappiamo, si compone ai suoi occhi la civiltà. 7. A leggere il confronto che ora egli istituisce tra i diversi popoli europei, potrebbe sembrare, in verità, che egli indulga a delle «formule abbastanza convenzionali». Ed è vero che egli si misura in qualche modo con una tradizione letteraria consolidata che, servendosi della nozione di “carattere”, aveva lungamente lavorato a costruire dei “tipi” nazionali[33]. È così che gli Inglesi, eccellenti nell'applicazione pratica delle idee, interessati al perfezionamento sociale, gli appaiono carenti nell'attività speculativa; mentre il contrario avviene per i Tedeschi, che egli giudica incapaci di far agire sul mondo esterno la loro spiccata attitudine intellettuale. Quanto agli Italiani, il giudizio che Guizot dà sulla loro mancanza di fede nella verità, appare anch'esso largamente diffuso nell'Ottocento (e condiviso, va detto, dagli italiani stessi: basti pensare a De Sanctis); ed è un giudizio che trova probabilmente origine, com'è stato detto[34], nelle invettive di Machiavelli. Mi sia consentito riprodurre per intero il giudizio di Guizot (che suscita in me, lo confesso, un senso di turbamento)[35]:
Per
completare il quadro, bisognerebbe infine ricordare la Spagna. Nella sua
civiltà, scrive Guizot, non sono mancati né le grandi produzioni
dello spirito né i grandi eventi; ma si è trattato di «fatti
isolati, gettati qua e là nella storia spagnola, come palme sulle distese
sabbiose»[36].
8. Solo un liberale francese,
«e della tempra di Guizot», è stato
scritto[39], avrebbe potuto negli anni venti
dell'Ottocento rinnovare l'idea settecentesca di una comune civiltà
europea e farla coincidere con la «storia di un singolo paese».
È un'affermazione che meriterebbe d'essere approfondita: mi
limiterò a dire che nell'espressione “liberale francese”
contano tanto il sostantivo quanto l'aggettivo. S'è già detto fino
a che punto fosse incentrata sulla Francia l'idea d'Europa elaborata
dall'età dei Lumi, e dunque quanto facile e per così dire naturale
dovesse essere per un francese colto vivere il senso di una duplice
appartenenza. Si può ora aggiungere che, nelle generazioni del primo
Ottocento, l'eredità della Rivoluzione e il credo universalistico dei
suoi principi non hanno potuto che rafforzare – nella mente di chi, come i
liberali, in tali principi si riconosceva – la sovrapposizione tra
l'immagine di una comunità nazionale concepita come esemplare e quella di
un più vasto spazio di comune civiltà. In un discorso più
ampio, si potrebbe sostenere come questa stessa ragione spieghi, d'altra parte,
le difficoltà che le due ideologie che ci appaiono proprie del secolo
diciannovesimo – liberalismo da un lato, nazionalismo dall'altro –
hanno esperito ad incontrarsi. Come si spieghi che un liberale come Guizot
– o, più tardi, come
Tocqueville[40] – siano apparsi
refrattari, per non dire ostili, alle idee nazionali. Se l'uno e l'altro, nella
loro funzione di uomini pubblici, hanno perseguito una politica di grandezza per
il loro paese, è stato nella prospettiva di un'Europa che ancora poggiava
sul felice equilibrio degli Stati, e che dai nuovi particolarismi nazionali non
avrebbe potuto che essere messa a repentaglio.
Note[1] François Guizot, Storia della civiltà in Europa, Milano, Il Saggiatore, 1973, pp. 106-107. La traduzione italiana, a cura di Armando Saitta (uscita dapprima presso l'editore Einaudi nel 1956), è stata condotta sulla sesta edizione dell'Histoire de la civilisation en Europe, pubblicata nel 1840. Sebbene nella Prefazione di tale edizione l'autore affermi di aver lasciato le sue Lezioni «così come apparvero al tempo della prima pubblicazione, dal 1828 al 1830» (ibid., p. 104), si deve registrare che sono invece intervenute delle modifiche: per quanto riguarda il passo citato, nelle edizioni precedenti mancava il riferimento all'Italia. [2] Cfr. Marcello Verga, Storie d'Europa. Secoli XVIII-XXI, Roma, Carocci Editore, 2004, p. 9 (corsivo dell'autore). [3] Voltaire, Il Secolo di Luigi XIV [1751, Torino, Einaudi, 1994, p. 16. [4] Federico Chabod, Storia dell'idea d'Europa, Roma-Bari, Laterza, 2003 [1961], p.156. Riguardo a Guizot, e al giudizio (implicito) di cui parlo nel testo, si osservi che Chabod tratta dell'Histoire de la civilisation en Europe nel capitolo sesto ed ultimo. [5] «Io ritengo – lo storico afferma nella sua prima lezione (Storia della civiltà in Europa, cit., p. 114) – che il primo fatto compreso nella parola “civiltà” [...] sia il fatto del progresso, dello sviluppo; esso suscita immediatamente l'idea di un popolo che cammina, non per cambiare posto, ma per cambiare stato; di un popolo la cui condizione si estende e diventa migliore. Mi sembra che l'idea del progresso, dello sviluppo, sia l'idea fondamentale contenuta nella parola “civiltà”». [6] Ibid., p. 108. [7] François Guizot, Storia della civiltà in Francia, a cura di Regina Pozzi, Torino, UTET, 1974, p. 739. [8] Ibid., p. 738. [9] Lucien Febvre, Civiltà: evoluzione di un termine e di un gruppo di idee, in Studi su Riforma e Rinascimento e altri scritti su problemi di metodo e di geografia storica, Torino, Einaudi, 1966, pp. 387-425. Febvre fa risalire la prima ricorrenza sicura del sostantivo al 1766, e precisamente alla pubblicazione postuma dell'Antiquité dévoilée par ses usages di Boulanger, attribuendone però la paternità agli interventi operati sul testo dal barone D'Holbach. [10] Storia della civiltà in Europa, cit., pp. 116-117. [11] Ibid., p. 119. [12] Febvre, Studi su Riforma e Rinascimento, cit., pp. 418 sgg. [13] Il saggio di riferimento è naturalmente Pierre Rosanvallon, Le Moment Guizot, Paris, Gallimard, 1985. Alle cure dello stesso si deve anche la pubblicazione, sempre nel 1985, del saggio Philosophie politique (pubblicato in appendice a François Guizot, Histoire de la civilisation en France, présenté par P. Rosanvallon, Hachette, 1985, pp. 307 sgg.). Di quest'operetta è stata pubblicata anche una traduzione italiana: François Guizot, Della sovranità, a cura di M. Mancini, Napoli, Editoriale Scientifica, 1998. [14] Mi sia consentito rinviare su questo punto al mio studio, Guizot e la critica la principio della maggioranza numerica, in AA.VV. La democrazia tra libertà e tirannide della maggioranza nell'Ottocento, Firenze, Olschki, 2004, pp. 259 sgg. [15] Bisognerà ricordare la pagina che chiude la lezione quattordicesima ed ultima dell'Histoire de la civilisation en Europe: «Nel secolo XVIII [...], mi sentirei imbarazzato se dovessi dire quali fossero i fatti esterni che lo spirito umano rispettava, e che esercitassero un qualche effetto su di esso: tutto lo stato sociale ne era, infatti, odiato o disprezzato. Esso ne trasse la conclusione che era chiamato a riformare ogni cosa; giunse a considerare se stesso come una specie di creatore: istituzioni, opinioni, costumi, la società e l'uomo stesso, tutto parve da rifare e la ragione umana se ne assunse il compito» (Storia della civiltà in Europa, cit., pp. 428-429). [16] Per una presa di distanza dalla cultura settecentesca, filtrata attraverso la rievocazione autobiografica della frequentazione giovanile degli ultimi philosophes, si vedano le pagine iniziali dei Mémoires pour servir à l'histoire de mon temps, Paris, Michel Lévy Frères, 1858-1867, I, pp. 4 sgg. e soprattutto la Notice sur Madame de Rumford [1841], pubblicata nei medesimi Mémoires, II, pp. 397 sgg. Sul tema è da leggere il bel saggio di Pierre Bouretz, L'héritage des Lumières, in AA.VV., François Guizot et la culture politique de son temps, textes rassemblé et présentés par Marina Valensise, Paris, Gallimard, 1991, pp. 37-57. [17]François Guizot, Histoire des origines du gouvernement représentatif en Europe, Paris, Didier, 1851, I, p. 260. [18] «Esiste, in ogni società, – egli aveva scritto (ibid., II, pp. 149-150; corsivo dell'autore) – una certa somma di idee giuste e di volontà legittime sui diritti reciproci degli uomini, sui rapporti sociali e sui loro risultati. Questa somma di idee giuste e di volontà legittime è dispersa negli individui che compongono la società ed inegualmente ripartita tra loro [...]. Il problema è evidentemente di raccogliere ovunque, nella società, i frammenti sparsi ed incompleti di questo potere, di concentrarli e di costituirli in governo. In altre parole, si tratta di scoprire tutti gli elementi di potere legittimo disseminati nella società, e di organizzarli in potere di fatto, ossia di concentrarli, di realizzare la ragione pubblica, la morale pubblica, e di chiamarle al potere. Quel che si chiama rappresentanza non è altro che il mezzo di arrivare a questo risultato. Non è una macchina aritmetica destinata a raccogliere e a contare le volontà individuali. È un procedimento naturale per estrarre dal seno della società la ragione pubblica, che sola ha il diritto di governare». [19]Ibid., cit., I, p. 256. [20] Storia della civiltà in Europa, cit., p. 180. [21] Ibid., p. 124. [22] A questo proposito si cita sempre la celebre conferenza del 1819 di Benjamin Constant, che s'intitola De la liberté des Anciens comparée à celle des Modernes. Si dovrebbe però ricordare anche il precedente costituito dalle Leçons d'histoire che Volney tenne nel 1795 all'École normale, perché in esse l'idéologue denuncia la viziosa costituzione politica delle repubbliche antiche e deplora l'ammirazione fanatica di cui le si è fatte oggetto in un recente passato. Sul tema, mi permetto di rimandare al mio saggio La storia tra età dei Lumi e età romantica: il “Cours d'études historiques” di Daunou, in Regina Pozzi, Tra storia e politica. Saggi di storia della storiografia, Napoli, Morano, 1796, pp. 13-65. [23] «Per la prima volta, – scrive Chabod (Storia dell'idea d'Europa, cit., p. 143) – il principio della tirannide abbraccia non solo tutte le civiltà extraeuropee, ma tutto il mondo antico, Grecia e Roma comprese: per la prima volta letteratura arte pensiero dei Greci e dei Romani vengono assimilati a pensiero letteratura arte degli Orientali e divisi invece, per una diversità sostanziale, da pensiero letteratura arte dell'Europa moderna». [24] Ibid., p. 130, 133. Nella Storia della civiltà in Francia, lo storico, approfondendo e precisando il suo discorso, aggiunge un importante elemento di differenziazione tra la civiltà europea e le altre civiltà, consistente nella mobilità o nell'immobilità sociale: «In ogni paese e ad ogni epoca, qualunque sia il regime politico, in capo a un intervallo più o meno lungo di tempo, le classi superiori si logorano e si fiaccano, per il solo effetto del godimento del potere, della ricchezza, dello sviluppo intellettuale, di tutti i vantaggi sociali; esse hanno bisogno di essere continuamente spronate dall'emulazione e rinnovate dall'immigrazione delle classi che vivono e lavorano al di sotto di esse. Pensate a quello che è avvenuto nell'Europa moderna. Ci sono stati una prodigiosa varietà di condizioni sociali, gradi infiniti nella ricchezza, nella libertà, nei lumi, nell'influenza, nella civiltà. E a tutti i gradini di questa lunga scala un movimento ascendente ha continuamente spinto ogni classe, e tutte le classi le une ad opera delle altre, verso un più grande sviluppo; e nessuna ha potuto restarvi estranea. Di qui la fecondità, l'immortalità quasi della civiltà moderna, continuamente rinnovata nei suoi quadri e ringiovanita» (Storia della civiltà in Francia, cit., pp. 118-119). [25] Su questo punto cfr. ancora Chabod, Storia dell'idea d'Europa, cit., p. 137 sgg. [26]Per sostenere questo liberalismo della Ragione Guizot non esita nemmeno a ricorrere all'argomentazione probabilistica. «[La fallibilità della ragione umana] – si legge nella sua operetta di filosofia politica – esige che, su tale questione, il dibattito rimanga sempre aperto, che nessuna forza, maggioranza o altro, si prevalga dell'obbedienza che le è dovuta per sottrarsi all'esame. L'uomo deve obbedienza al potere la cui legittimità è probabile, ma è solo a delle probabilità che obbedisce. Il miglior governo è quello che ne offre di più grandi; nessun sistema di governo può dare niente di più: ed è fondato sulla verità, rispetta e garantisce il diritto, quello soltanto che prende questa condizione dell'uomo per principio fondamentale e non la perde mai di vista sia nelle dottrine che nelle istituzioni» (Philosophie politique, in Histoire de la civilisation en Europe, cit., p. 378). [27] Storia della civiltà in Europa, cit., pp. 135-136. [28] «Da una posizione elevata e distante, come dovrebbe essere quella dello storico, – egli scrive, in un abbozzo per una storia dei secoli XVII e XVIII redatto nel 1869 (cit. in Verga, Storie d'Europa, cit., p. 47) – le campane suonano armoniosamente, anche se da vicino il loro suono può apparire più o meno disarmonico: Discordia concors». [29] Basterà ricordare nella sua completezza il passo, che ho sopra citato, tratto dal Siècle de Louis XIV di Voltaire: «Da un pezzo si poteva considerare l'Europa cristiana (tranne la Russia) come una specie di grande repubblica ecc.». [30]Storia della civiltà in Europa, cit., p. 107. Mi distacco qui, in qualche tratto, dalla traduzione di Armando Saitta. [31] Cfr. su questo punto Chabod, Storia dell'idea d'Europa, cit., p. 150. [32] Cfr. Lucien Febvre, L'Europa. Storia di una civiltà, Roma Donzelli, 1999 [Paris, Perrin, 1999], p. 211. Si tratta, com'è noto, dell'edizione, sul testo ristabilito da Thérèse Charmasson, del corso tenuto da Febvre al Collège de France nell'anno 1944-1945. [33] Così Verga, Storie d'Europa, cit., p. 14. L'autore
ricorda che fu David Hume ad usare tra i primi, nel saggio del 1748 Of the National Character,
l'espressione «carattere nazionale», «sovrapponendo –
scrive Verga – e, in definitiva, unificando il significato e il valore
nuovo di “nazione”, come comunità culturalmente e
storicamente individuabile e riconosciuta [...] e quella nozione di
“carattere” che era stata, dall'Umanesimo in poi, largamente
adoperata per la descrizione dei diversi “popoli”
europei». [35] Storia della civiltà in Francia, p. 77. [36] Ibid., p. 78. [37] «Siamo incaricati – egli dice
(ibid., p. 86) – di far sempre
più prevalere in campo intellettuale il dominio dei fatti, in campo
sociale il dominio delle idee; di condurre sempre più la nostra ragione
secondo la realtà, la realtà secondo la ragione; di mantenere ad
un tempo il rigore del metodo scientifico e la legittima autorità
dell'intelligenza. Non c'è in questo nulla di contraddittorio,
tutt'altro; al contrario è questo il risultato naturale, necessario,
della situazione dell'uomo come spettatore in mezzo al mondo, e della sua
missione come attore sulla scena del mondo». Alla luce di queste frasi, si
rilegga ora il giudizio che, nei Mémoires, egli dà degli
ultimi illuministi, dei salotti letterari di Mme de Rumford e di Mme Houdetot,
dell'abate Morellet e dei Suard, che aveva frequentato appena arrivato a Parigi
nel 1810: «Essi tenevano alla libertà del pensiero e della parola,
ma non aspiravano affatto al potere; detestavano e criticavano vivamente il
dispotismo, ma senza nulla fare per frenarlo o per rovesciarlo. Era un'opposizione di spettatori illuminati
ed indipendenti che non avevano alcuna possibilità né alcun
desiderio d'intervenire come attori»
(Mémoires pour servir à
l'histoire de mon temps, cit., I, p. 6; il corsivo è
mio). [39] Verga, Storie d'Europa, cit., p. 39. [40] A proposito del quale si veda Françoise Mélonio, Nations et nationalismes, in «The Tocqueville Review/La Revue Tocqueville». Numéro spécial bicentenaire (1805-2005). Tocqueville et l'esprit de la démocratie, XXVI, n° 1-2005, pp. 337-356. [41] Cfr. su questo punto Raoul
Girardet, Le Nationalisme français.
1871-1914, Paris, A. Colin, 1966. Per il mito della guerra rivoluzionaria
si veda anche Sergio Luzzatto, La
“Marsigliese” stonata. La Sinistra francese e il problema storico
della guerra giusta (1848-1948), Bari, Dedalo,
1992. |
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