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Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)Roberto Pertici [*]
Roberto Pertici, «Mazzinianesimo, fascismo, comunismo:
l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)», Cromohs,
2 (1997): 1-128, |
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Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI. III. Il fascismo di Delio CantimoriIII.a - La prima fase: il fascismo come religione politica III.b - Europeismo fascista e Società delle nazioni III.c - La seconda fase: lo Stato etico corporativo
25. Questa decisione era frutto - speriamo di averlo dimostrato - della cultura di cui si era nutrito negli anni della sua formazione mentale e si basava sulla certezza che il fascismo «avrebbe fatto la rivoluzione repubblicana, sindacale, nazionale, di Corridoni e di Mazzini. Una rivoluzione dall'alto, perché la 'plebe' mancava di educazione politica, e aveva bisogno di autorità» (Storici, 285): «ero convinto - avrebbe ancora ricordato nel 1962 - che il fascismo aveva fatto e stava facendo la vera rivoluzione italiana, che doveva diventare rivoluzione europea; e ritenevo che bisognasse lavorare su questa strada» (CS, 138). Il fascismo era dunque considerato dal figlio dell'antico mazziniano come il compimento della rivoluzione nazionale iniziatasi col Risorgimento, che doveva riuscire dove il processo risorgimentale e il cinquantennio successivo avevano fallito: nell'inserimento e nell'integrazione delle masse nello stato nazionale, nella creazione di una più vera democrazia, ben diversa dal 'parlamentarismo' e lontana dall''affarismo', dal 'particolarismo', dall''inerzia' che avevano caratterizzato l'Italia liberale. Si sarebbe così aperta una fase di iniziativa europea per l'Italia, la sua nuova esperienza politica sarebbe risultata un modello cui altre nazioni potevano ispirarsi. Se questo grosso modo è il nucleo del fascismo cantimoriano,
fino alla sua crisi (il cui inizio è da porsi - come vedremo -
intorno al 1934-35), dalla lettura dei suoi scritti, resa ora più
agevole dal volume curato da Luisa Mangoni, [67]
si ricava l'impressione che tale concezione abbia avuto in quel decennio
(1925-1935) varie articolazioni, che, cioè, il giovane storico-filosofo
abbia via via dato accentuazioni, sfumature, anche contenuti diversi alla
sua fede fascista. Tali contenuti andranno esaminati distintamente, scanditi
- per quanto è possibile - cronologicamente, con un avvertimento
preliminare: che si entra in un terreno totalmente 'ideologico', di cui
oggi è inevitabile la demistificazione e necessario il riscontro
con la ben diversa realtà italiana ed europea. Ma sono parametri
ideologici che devono essere esaminati con cura, senza suffisance,
perché tale esame consente non solo di chiarire una gran parte
dell'attività di Cantimori, che - non v'è dubbio - visse,
per molti anni, il suo fascismo con grande serietà e impegno totale;
ma di intendere anche le ragioni di fondo dell'adesione al fascismo di
vasti strati intellettuali, che magari ebbero poi evoluzioni diverse.
Altrettanto importante è un'opera di 'contestualizzazione' della
produzione politico-ideologica di Cantimori: si avverte la necessità
di calarla nelle discussioni coeve, di scorgere a quali personalità
del fascismo egli guardasse con maggiore attenzione, contro quali ambienti
fossero rivolte le sue polemiche, insomma in qual modo partecipasse alla
lotta politica che si svolgeva, nelle forme e nei limiti che ben conosceva,
all'interno del regime. Aveva avviato in tal senso la ricerca Michele
Ciliberto, soprattutto nei primi due capitoli del suo discusso libro del
1977, [68] ma direi che nessuno
dei contributi di cui qui si tratta (eccetto quello di Giovanni Belardelli)
ha ritenuto di dover riprendere la questione con l'attenzione che merita.
Cercheremo di farlo, anche se - nonostante l'arricchimento documentario
che indubbiamente si è avuto - non tutto è ancora chiaro
nell'evoluzione politica dello storico romagnolo in quegli anni drammatici. III.a - La prima fase: il fascismo come religione politica26. Il 19 luglio 1926, da Forlì dove trascorreva le vacanze estive, Cantimori scriveva a Croce una lunga lettera: faceva un bilancio dei suoi studi, tornava sui suoi programmi, specialmente su quel saggio intorno alla cultura romagnola fra Otto e Novecento, di cui aveva già scritto al filosofo, ricevendone incoraggiamento, e che progettava sul modello di quelli, ormai classici, dello stesso Croce sulla vita letteraria a Napoli dopo il 1860, di Casati sul giornalismo lombardo, di Gentile sulla cultura toscana, siciliana e piemontese, di Brognoligo su quella veneta, tutti apparsi sulla Critica dal 1909 in avanti: Illustre Maestro, libero quasi completamente da obblighi scolastici per i due anni che mi rimangono alla Università, in questo mese di riposo penso al lavoro da fare in questo tempo. Per la scuola, presenterò parte delle note che vado raccogliendo da ogni parte per le ricerche sui rapporti fra oratoria e poesia: precisamente le note su Platone, e su varî spunti del suo pensiero: questo s'allontana dal lavoro principale, quindi ne farò un lavoretto a sé, perché è un punto che non so lasciare. Mi pare che in questo pensatore, in maggior quantità che in altri, si possan trovare molti spunti importanti nella parte che si chiama non sistematica nel senso stretto: nei punti poetici o eloquenti mi par che ci sia molto da mostrare che non ho trovato mostrato dagli storici e dai trattatisti. Ma non intendo dedicarmi solo a questo lavoro: penso che potrei fare la «Storia della cultura Romagnola dal 1860 al 1900» o anche al 1914, limitandomi agli studî di filologia classica e letteratura in genere, artistici, alle scuole medie e popolari, e specialmente alla cultura politica, che per la Romagna ha una certa importanza, e si mescola con la storica e la letteraria più evidentemente che altrove, e che credo, anzi, penso senz'altro, tratterei con la 'serenità' necessaria, benché m'interessi di politica e segua la parte fascista - per il mio carattere e perché questa religione ho respirato negli anni della mia formazione mentale: ma respirato in ambiente di studî seri. Ho creduto mio dovere dirLe questo, perché la situazione attuale degli spiriti mi pare che lo richieda: ho anche rinunziato a pubblicare il lavoro sul Boscoli sulla Nuova Rivista Storica, per questa ragione, e sì che ora non so se Papini, al quale per consiglio del prof. Valgimigli ne ho proposto la pubblicazione come introduzione alla relazione del della Robbia, mi risponderà. Ora, oltre le intenzioni di lavoro, ci sono le necessità economiche: con molta sfacciataggine, bisogna che Le confessi che se quel lavoro sulla Cultura Romagnola ha probabilità di far parte della serie da Lei iniziata, e se Lei me ne assegna i termini, io lo comincio; se no, bisogna che lo rimandi a quando sarò insegnante, per le suddette necessità, che io tengo in conto perché mi dovranno mettere in grado di lavorare con libertà, quando le avrò servite a dovere. Altri lavori non ho intenzione per ora di fare, oltre le letture e gli studî necessari per la cultura, che ora non c'entrano. Le chiedo scusa per l'ardimento e la sfacciataggine, e Le porgo i più rispettosi ossequi. suo dev.mo Delio Cantimori Forlì. R. Istituto Magistrale. 19 luglio 1926 [69] 27. Insomma, il giovane normalista dichiarava esplicitamente che si sarebbe dedicato da subito al lavoro sulla cultura romagnola, solo qualora Croce si dicesse disposto a ospitarlo sulla Critica. In tale prospettiva, però, gli sembrava necessario mettere le carte in tavola e dichiarargli, perché non sorgessero poi degli equivoci o delle difficoltà, la sua fede politica: era fascista (sappiamo che si era da poco iscritto al partito). E' di notevole rilievo che definisse il fascismo come la sua «religione», formatasi - si affrettava orgogliosamente ad aggiungere - «in ambiente di studî seri», negli anni della sua Bildung culturale e politica; che riprendesse cioè un tema schiettamente gentiliano, ampiamente elaborato dal filosofo in alcuni importanti interventi dell'anno precedente e fra quelli che avevano suscitato la più veemente replica di Croce. [70] Per il Cantimori del 1926, il fascismo è dunque una forma di religiosità, che traduce in termini politici la morale idealistica. Nel 1927, scrive che il problema di una religiosità nuova, che si affermi al di fuori delle confessioni nel concetto stesso della vita, è universalmente sentito e travaglia gli altri popoli: «noi l'abbiamo risoluto in Italia, l'abbiamo risoluto senza orgogliose affermazioni d'esclusività, senza aver bisogno di perder il rispetto dovuto alla storia ed alle istituzioni che le appartengono e nel suo nome possono avere ancora una vita [sembra un riferimento alla Chiesa cattolica, N.d.A.]» (PSC, 28-29). Il nucleo di questa religiosità è quella coscienza dell'uomo moderno, consapevole del suo dovere e della sua responsabilità, ma anche del suo limite nella vita della Nazione per la quale egli è quel che è e può operare utilmente, concretamente, senza lasciarsi sviare da anacronistici ritorni a forme di vita morale (e religiosa che è lo stesso), buone per le donne e per la parte femminile degli uomini, che credono che Dio si veneri battendosi il petto ad ore fisse, e via dicendo, e non lavorando e faticando.[...] lasciamo ai chiacchieroni, ai dannunziani ed ai futuristi l'amare la patria, ma lavoriamo per essa: che è il vero amare! Questo concetto, se gli altri popoli non l'hanno, all'Italiano il Fascismo lo vuol dare; e questo concetto, se Dio vuole, è la traduzione in parole semplici della morale idealistica. Non onoriamo Dio, non meditiamo su Dio: ma lavoriamo per realizzare lo spirito, pel quale siamo differenti dalle bestie e creatori del mondo, e che possiamo anche chiamare Dio, ma non è certo l'unser Gott, né il buon Dio, ma l'Uomo, il vero uomo che è dentro tutti gli individui che si agitano nel mondo. E questo concetto, scientificamente espresso, noi lo troviamo nell'idealismo contemporaneo, nella filosofia moderna (PSC, 26). 28. Il filosofo-politico deve saper dare delle certezze, non limitarsi a un atteggiamento scettico, agnostico o pessimistico: Tutta la gente che vuole una massima di condotta, una risposta sicura ai problemi angosciosi che ogni uomo pone, per poi agire, tenendo ferma quella massima, tenendo sicura quella risposta, conformando ad esse tutta la vita, dovranno sempre soltanto avere dal filosofo la risposta dubbiosa, e la risposta sicura dal pulpito? Avvezzare a discernere non è avvezzare a dubitare (ibid.). L'idealismo contemporaneo è lo sbocco della filosofia moderna; esso non è una filosofia intellettualistica, ma una forma di religiosità a-confessionale, che supera e invera il vecchio cattolicesimo; è una filosofia per la vita, un'etica nuova che il fascismo ha fatta propria e posta alla base della sua rivoluzione, della riforma intellettuale e morale con cui vuol riplasmare l'Italia. A questo scopo è da anime belle rifuggire gli strumenti della 'politica', della compressione violenta: «La mia 'politica' - scriverà nel 1934, ricordando quelle scelte - consisteva nell'applicare i metodi del machiavellismo volgare alla realizzazione della 'Politeia' platonica» (Prosperi, Introduzione, XXI). Siamo - lo ripetiamo - all'identità fra religiosità idealistica, etica nuova e fascismo (e anche all'idealizzazione dei 'bestioni' vichiani, sani e forti nella loro violenta selvatichezza) dei coevi scritti di Gentile. L'uomo moderno - lo abbiamo visto - trova il suo dovere, la sua responsabilità, ma anche il suo limite «nella vita della Nazione per la quale egli è quel che è e può operare utilmente, concretamente». Nella nazione, dunque, più che nello Stato: è su questo tema della nazionalità che il Cantimori della seconda metà degli anni '20 ha accenti diversi da quelli di Gentile. La polemica contro ogni concezione naturalistica della nazione (che significa anche polemica contro la dottrina ottocentesca, per cui la nazione è un prius rispetto allo Stato e, in qualche modo, lo genera, e quindi esiste un diritto naturale della nazione a farsi Stato) condusse Gentile a porre nello Stato, non nella nazione, la sede dell'eticità: è lo Stato che crea la nazione, che «dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza». [71] La nazione non è razza, né regione geograficamente individuata, ma realtà etica; ma è tale solo come Stato. 29. Cantimori affronta questi temi nel primo degli scritti inediti, o rimasti sconosciuti, che riproponiamo in appendice, tratto dalla tesi di laurea del 1928 su «Ulrico di Hutten e le relazioni fra Rinascimento e Riforma». Nella sua versione originaria la tesi era aperta da un'«Introduzione», che poi fu omessa nell'edizione a stampa del 1930 e che si articolava in due paragrafi: nel primo, intitolato «Filosofia e storia», il laureando cercava di spiegare - in base agli schemi filosofici dell'epoca - come il filosofo-storico potesse accostarsi alla vita di un uomo d'azione come Hutten evitando ogni psicologismo o naturalismo, ma cercandovi «la realizzazione di principi e concetti di vita morale; la spiritualizzazione del meccanicismo della vita quotidiana», [72] insomma ricostruendo una biografia che fosse filosoficamente significativa. Più interessante per noi il secondo paragrafo, «Storia e nazionalità», perché in esso Cantimori esprime le sue concezioni sui rapporti fra l'individuo e la nazionalità e fra nazione e Stato. L'uomo non può esistere se non calato in una realtà nazionale: la nostra storia non è storia di un individuo astratto, ma di un uomo, nella nazione; sopra, fuori la nazione, ma ad ogni modo, in relazione positiva o negativa con la nazione. La nazionalità dell'individuo è ben chiara, sempre: per la lingua, per i costumi, per il carattere, che sono la concreta espressione d'una lunga e varia tradizione. Un individuo che non parli non esiste; e non parlerà certo in esperanto (o almeno in esperanto non penserà). E la nazione non è solo quell'àmbito naturale entro cui si svolge la vita dell'uomo, ma è soprattutto la condizione della sua concreta moralità: l'uomo deve tendere e sforzarsi al bene, non in generale, in relazione ad un'umanità astratta e vuota di significato o al 'progresso umano' o alla 'società'. Lo sforzo dell'uomo verso il bene, la sua tendenza all'universalità trovano, invece, nella nazione la sua determinazione concreta: qui l'uomo si supera, esce da se stesso, ma non annega in una umanità indistinta; ama, non un generico prossimo, ma un altro uomo che si nutre della stessa tradizione. Cantimori tende a riempire di contenuto spirituale (quindi morale) anche realtà che di solito venivano condannate dalla tradizione filosofica cui apparteneva: la boria nazionale, l'imperialismo - a ben vedere - altro non sono che un concepire la propria nazione «come missione al bene, come bene», tendente quindi all'universale e all'infinito, «che è il carattere distintivo della vera spiritualità». Un desiderio di universalità è alla base del mito della 'missione nazionale' e la 'tradizione nazionale' è un «dogmatizzarsi e schematizzarsi» della storia spirituale di una nazione: così intesi, questi concetti perdono le loro scorie naturalistiche e si superano da se stessi. Dunque: la vita e la storia personali diventano, attraverso la storia e la vita nazionali, storia e vita universali. Il momento della nazionalità è un momento ineliminabile della vita morale dello spirito. E non consiste nello spirito della razza, o nella missione della nazione, o in altri elementi, e neppur soltanto nella lingua: ma nell'amore (sforzo verso il bene), che spiritualizza la storia dogmatizzata (tradizione) e che si esprime per le azioni, per la vita, e attraverso di esse nella storia viva (e svolgentesi continuamente, sì da dare l'impressione del caos e del tumulto vano). Amore che non può esplicarsi (non può vivere, svilupparsi) astrattamente, superando d'un salto la storia, ma che per essere veramente umano - è prima nazionale [...] In questa riduzione della nazionalità a momento di moralità, discende pure ovviamente la spiegazione della eticità della guerra, e pare abbia un po' di luce anche la eticità della politica: eticità che significa anche spiritualità. 30. Sono interessanti gli sviluppi che, da questa concezione della nazione, Cantimori trae in relazione allo Stato. Il punto di partenza è una critica della relativa teoria gentiliana dello Stato: essa pare uccidere in realtà la libertà, la individuale, la personale (ch'egli chiama empirica, atomistica, e anarchica) libertà; uccide il diritto per il dovere: per considerazione unilaterale - derivante dalla generale tradizione filosofica - della vita etica, dalla quale ogni elemento di originalità (di spontaneità piena) è sbandito come anarchico, atomistico e via dicendo: onde, identificati morale e diritto la vera libertà si trova solo nella legge, in modo che dunque il diritto ha mangiato la morale, e di questa ha distrutto il principio fondamentale, senza assimilarne molto. Annichilendo la spontaneità, lo stato gentiliano può essere oggetto tutt'al più di adesione razionale (da parte di chi ne è capace), ma non di reale immedesimazione e d'amore: solo se la nazionalità viene identificata con lo Stato, riuscirà a riempirlo di quel contenuto, «che possa farlo non solo capire, non solo temere, ma anche amare e venerare. Cosicché questa dottrina [della nazionalità] si presenta non come propedeutica alla dottrina dello stato, né come completamento o integramento di essa: ma come collegamento, mediazione; fra la spiritualità come amore e la spiritualità come legge». [73] Lo Stato, gentilianamente inteso, è un concetto razionale, giuridico-politico: esso acquista un vigore sentimentale (e quindi la capacità di assicurare una reale integrazione fra Stato e popolo) solo identificandosi con un dato storico-naturale come la nazione. Anche il maestro pisano di Cantimori, Giuseppe Saitta, del resto ripetutamente citato in queste pagine, faceva del concetto di nazione l'anello di congiunzione fra l'individuo e l'universale, [74] ma qui forse siamo di fronte a qualcosa d'altro: alla traduzione nel linguaggio filosofico italiano del tempo di un'esigenza 'novalisiana' (o meglio, che egli individuò sempre come tipica del pensiero di Novalis), quella dell'adesione sentimentale allo Stato, che ci riporta alle prime letture di Cantimori e ai suoi contatti con la Germania. Sono comunque pagine importanti, perché ci consentono di stabilire quella circolarità fra le posizioni filosofiche, gli atteggiamenti politici e il concreto lavoro storiografico di Cantimori, che non sempre è stata ricercata con l'impegno necessario. 31. Religiosità politica: se questo è il punto-chiave del primo fascismo cantimoriano, acquista un significato non meramente teoretico tutto il dibattito con Alfieri del 1926-27 - cui abbiamo accennato - sui rapporti fra attualismo e religione e sulla possibilità di una religiosità a-confessionale che costituisca un punto di orientamento e guidi all'azione. Proprio l'esigenza di dimostrare che si può essere religiosi senza appartenere ad una confessione e che questa religione è tutt'affatto diversa dal 'libero pensiero' della tradizione massonico-democratica, dirige l'attenzione di Cantimori verso i «nazionalisti» tedeschi: nel primo articolo loro dedicato (Confessione e libero pensiero in Italia e in Germania del 1927), cui seguiranno quelli più celebri sulla Germania giovane, lo studente italiano sottolinea il fondo religioso della loro fede politica, la loro diffidenza verso l'establishment luterano e soprattutto la radicale opposizione di questa loro religiosità rispetto allo spirito democratico, massonico, socialistico: «il gran nemico di questa gente sono gli ebrei, padri naturali del libero pensiero, e però ostili alla genuinità del sentimento religioso di questo popolo, che, dopo la sconfitta, sente, nella sua parte più elevata, che solo con un'anima profondamente religiosa, potrà risollevarsi a nuova grandezza» (PSC, 28). Il tema della nazionalità, strettamente intrecciato con quello dei rapporti fra Rinascimento e Riforma, è al centro della tesi su Hutten: egli è un umanista che (come il Boscoli) non è rimasto su d'un piano meramente estetico-contemplativo, ma ha cercato di attuare le proprie idee nella lotta politica. Al centro di queste è appunto il concetto di nazione, di cui può considerarsi uno dei creatori, frutto della rielaborazione di motivi della tradizione umanistica tedesca: il nazionalismo letterario, il concetto di libertà aristocratica, la storia come formatrice della vita delle nazioni e degli individui. Per il suo immanentismo, il suo attivismo, la sua concezione morale della vita, Hutten è lontano da Lutero, e aderisce alla Riforma quando ne intuisce le potenzialità politiche in senso nazionale e antiromano: il manifesto di Lutero alla nobiltà cristiana della nazione tedesca è il suo scritto più hutteniano e un po' lo snodo di tutta questa vicenda. L'opera di Hutten è perciò il vivente punto d'innesto - e questo era l'altro aspetto che interessava Cantimori - di motivi e concetti dell'Umanesimo rinascimentale nella Riforma: nel secolare dibattito (che poi storicizzerà nel gran saggio del 1932) sul primato della modernità, se spetti al Rinascimento italiano o alla Riforma tedesca, Cantimori assume già ora la posizione che svilupperà nei lavori ereticali, individuando nei motivi umanistici e rinascimentali (qui la nazione, in quelli l'umanesimo civile, la filologia del Valla, il platonismo del Ficino, etc.) che si inseriscono nel moto riformatore i germi di molti aspetti del mondo moderno: Si potrebbe dire quindi - scrive nella tesi di laurea - che Riforma e Rinascimento non sono che i due momenti, - variamente accentuati e coloriti dalle esigenze storiche delle due nazioni nelle quali essi hanno avuto origine, della formazione della coscienza moderna. Onde non si possono capire l'uno senza l'altro, e la Riforma guardata contro o senza il Rinascimento sembra rinnovamento del Medioevo, mentre il Rinascimento guardato senza o contro la Riforma sembra astratto e antistorico. Alla fondazione delle grandi nazioni moderne troviamo elementi riformatori ed elementi del Rinascimento: entrambi han contribuito allo svegliarsi della coscienza nazionale, e la forza innovatrice e liberatrice dell'uno ha trovato completezza ed attuazione nella rigidezza intransigente e nella potenza di sentimento dell'altra. Questa a sua volta riceveva concretezza e chiarezza di coscienza. [75] 32. Per molti rispetti, Hutten è il prototipo del pubblicista e dell'agitatore moderno: ha dato un contributo essenziale a quella che poi sarebbe diventata la mitologia nazionale tedesca (il tema della libertas germanica, il rifiuto della translatio imperii e quindi della continuità col mondo romano, la discendenza conclamata dai Cimbri e dai Teutoni, il mito degli antichi Germani e soprattutto quello, decisivo, di Arminio). Egli ha contribuito a trasformare la Riforma da polemica teologica in rivoluzione anche politica, dando vita a una tradizione politico-ideologica, quella del futuro nazionalismo prussiano-germanico, che giungeva fino alle modernissime correnti politiche della Germania contemporanea. Cantimori citava espressamente articoli su Hutten comparsi, fra il 1929 e il 1930, su Die Tat e su Der Ring, [76] due fra le riviste più importanti degli ambienti 'rivoluzionario-conservatori' (all'ultima era abbonato: CS, 137), «e chi parli con questi giovani - scriveva ancora nel 1928 - sente a volte ricordare il nome dell'umanista che nel monumento di Berlino a Lutero sta, armato, al fianco del riformatore, - Ulrico di Hutten, il grande assertore della nazione» (PSC, 44). Anche Hutten riportava dunque il giovane studioso italiano alla Germania giovane, ai «problemi spirituali e politici dei giovani tedeschi; e specialmente di quei giovani che guardano con simpatia all'Italia e alla sua nuova vita», dalla quale «cercano di trarre [...] l'insegnamento per la propria». Non dunque a quelli «che appartengono ai partiti democratici; questi per noi, oggi, sono vecchi prima del tempo; ci occuperemo piuttosto dei giovani nazionalisti» (PSC, 30); ma nemmeno - è bene sottolinearlo - a quelli già inquadrati nella NSDAP, ai seguaci di Hitler, sul quale c'è un solo cenno, non positivo, in una citazione dalla rivista Standarte (PSC, 48). A ben vedere, nella serie di articoli su Vita nova che dedica loro fra il 1927 e il 1928, Cantimori cerca di sgombrare il campo dalle riserve che alcuni dei loro atteggiamenti possono destare in molti ambienti del fascismo italiano: l'antisemitismo («si può bene essere antiebrei non per pregiudizi di razza e di casta, ma per ragioni storiche e politiche: il che è da tenere in conto per capire e non condannare a priori certi atteggiamenti [...] In Germania [gli ebrei] si chiamano, sì tedeschi, ma poi agiscono (e i nazionalisti dicono, e forse con ragione, in massa) come da noi Salvemini, per esempio» [PSC, 30-33]); la «mentalità razzistica, etnicistica, vorrei anche dire populistica», che per Cantimori ha radici più propriamente francesi, emerse soprattutto nella propaganda anti-tedesca durante la guerra, che «ha [...] avuto come conseguenza l'esaltazione, la conservazione e la diffusione dei concetti razzistici anche negli altri popoli, specie se già disposti». Però tale etnicismo ha spinto anche a nuove indagini o a impegnative iniziative culturali attorno al passato tedesco: esso non produce quindi «effetti completamente deleterî, neanche sotto l'aspetto culturale in senso stretto. In sostanza, si richiama il popolo tedesco alla sua storia, anche alla più lontana, forse troppo lontana» (PSC, 34-37); il pangermanesimo, che è «la degenerazione pericolosa da tener sempre d'occhio, ma non l'essenza della vita spirituale tedesca [...] l'Italia nuova deve respingere da sé [questi] residuati di propaganda francese, sempre diffidente come per tradizione di razza, contro il 'boche'» (PSC, 43, 39); infine il prevalente positivismo, perché «l'origine e l'essenza di queste dottrine è fondamentalmente idealistica, conforme alla miglior tradizione tedesca» (PSC, 45). 33. Non c'è - intendiamoci - un' identificazione con gli schemi ideologici della destra giovanile tedesca: il fascista e attualista italiano si sente in una posizione culturalmente più scaltrita rispetto ai giovani tedeschi, e, per il suo stesso idealismo, non può accettare i loro atteggiamenti razzistici e antisemiti; [77] tuttavia è convinto che quei giovani nazionalisti-conservatori-populisti «raccolgano sotto le proprie bandiere la parte migliore e più sana della loro nazione: e preparino in mille modi e mille maniere, anche fuori delle loro organizzazioni, le classi dirigenti di domani» (PSC, 52). Il loro pensiero si volge al fascismo italiano «come metodo d'azione, come nazionalismo in atto, come pratica e reale affermazione della vita nazionale» (PSC, 48) e il fascismo ha tutto l'interesse di intrattenere con loro un dialogo costruttivo, arricchendoli con la propria esperienza e i risultati della sua storia. [78] In questa prospettiva è utile e necessario non esasperare i possibili elementi di contrasto, in particolare il problema dell'Alto Adige che in quegli anni era al centro del contenzioso fra il governo italiano e quello austriaco, [79] ma che era sentito anche da molti circoli in Germania «in nome della civiltà, della cultura tedesche» (PSC, 44). Cantimori sembra propenso a «concessioni di carattere linguistico, 'culturale' da parte del Governo italiano» in cambio del sostanziale lealismo degli allogeni alto-atesini e soprattutto polemizza contro l'uso da parte italiana di concetti come «razza», «stirpe», «latinità», che giudica «un avanzo di propaganda francese del tempo di guerra [...] derivazione diretta delle teorie nazionalistiche francesi»: «perché inimicarsi e irritare larghi e importanti strati e circoli politici, che rappresentano gran parte di una nazione come la Germania, solo per il gusto di non smettere l'armamentario polemico e propagandistico del tempo di guerra? O, meglio, del tempo della guerra passata?» (PSC, 51-53). Pur nella consapevolezza che «ora siam noi che possiamo probabilmente insegnare a loro molte cose» in campo filosofico e politico, Cantimori invita tuttavia i giovani fascisti italiani a «non [...] chiudere le finestre, o aprirle soltanto quando sentiamo un batter di mani plaudenti o un urlìo rabbioso» (PSC, 41). Prova profonda ammirazione per alcuni degli atteggiamenti della gioventù tedesca e ritiene utile un confronto assiduo con essi: con quella religiosità politica, per cui «il conservatore [...] vede lunghi susseguirsi di generazioni al servizio di un unico pensiero, ognuna animata da quel pensiero, e affaticantesi per adempirlo; vede le nazioni nel costruirsi della loro storia: e sa ubbidire a quel pensiero, al comandamento di quella storia» e si contrappone perciò all'«atomismo liberalesco» (PSC, 40); con quel «senso di devozione a qualcosa di divino, non trascendente, ma profondamente umano come il proprio popolo, la propria nazione, alla cui storia si deve servire, conservandone e accrescendone la gloria» (PSC, 44). Certo la loro svalutazione dello Stato, la prevalenza assoluta che essi riconoscono alla nazione può sembrare assurda, ma ha un'origine storica: lo Stato che essi si trovano di fronte è la repubblica di Weimar, un regime politico estraneo alla tradizione nazionale tedesca, nel quale non possono assolutamente identificarsi. Da qui l'affermazione del valore esclusivo della nazione, «prodotto storico della civiltà (lingua, costumi, cultura, - cultura soprattutto)» e il paradosso per cui sembra loro molto più importante avere una coscienza nazionale che un esercito o un apparato amministrativo. Lo Stato fascista italiano non era la repubblica di Weimar e Cantimori non poteva non sottolineare il rischio di questa concezione di una 'nazione senza Stato'; ma abbiamo visto come rimarcasse anche quello di uno 'Stato senza nazione': in definitiva i giovani tedeschi dovevano «ridare a[lla loro] nazione uno stato» (PSC, 47-48) come aveva fatto il fascismo in Italia. [80] 34. Questi sono i temi di quella che s'è chiamata - con un'espressione da prendersi in senso non schematico - la prima fase del fascismo di Cantimori (torneremo brevemente sul problema della nazione, per la sua presenza nei primi interessi 'ereticali' dello storico). Si può indicare anche un termine ad quem: il 1929, il trauma del Concordato, che sconvolse Cantimori come tutti i discepoli, diretti o indiretti, di Gentile. Il fascismo rischiava di diventare non più il portatore di una nuova visione religiosa, un programma di vita, basato sui valori umanistici del 'pensiero moderno', ma l'instaurazione della Pax Christi in Italia, la riaffermazione dei valori tradizionali del cattolicesimo romano. E' ben noto il nuovo fronte di polemica culturale e politica che i Patti lateranensi aprirono all'interno del fascismo e anche di recente è stata ripercorsa la battaglia che Gentile condusse negli anni immediatamente successivi: [81] è sintomatico l'atteggiamento di Cantimori di fronte a quello che ne fu il momento culminante, il discorso che il filosofo tenne in Senato il 12 aprile 1930: Ricevetti la tua cartolina - scriveva da Cagliari il 18 maggio 1930 a G. Gentile jr. - il giorno dopo aver ricevuto il grande e solenne discorso di tuo Padre al Senato.[...] Ti ricordi gli entusiasmi di [Gilberto] Bernardini? Il mio era molto più grande; uscii di casa a girare per il molo, vergognandomi di me e di essermi lasciato scuotere. E andai a rileggere tante sue pagine che mi apparvero luminose per me come non altre volte. I ragazzi a scuola, la settimana dopo, mi fecero capire la loro meraviglia perchè avevo fatto lezione con tanta passione, anche più che non ne avessi i primi giorni. Come ti posso ringraziare di avermelo mandato, e anche della buona lezione che mi hai dato con quelle parole di dedica? Non credere che abbia mai dubitato, però: è vero che 'tranquilla sicurezza' per molto tempo non ne ho avuta: ero scosso, irritato, incerto. Ma dubitato, non mi pare, se pure esamino e analizzo i miei sentimenti (Simoncelli, Cantimori, 23-24). Come altri gentiliani (basti pensare per un verso a Codignola, [82] per un altro a Ugo Spirito), Cantimori reagì al disorientamento politico-culturale seguito al Concordato operando un rilancio del proprio fascismo in un duplice senso: accentuando la polemica contro ogni interpretazione reazionaria e cattolico-nazionalistica che ne veniva data e approfondendone i contenuti sociali, affrontando cioè la tematica corporativa. [83] Ma per intendere meglio tale nuova fase, conviene accennare a un altro campo di riflessioni del giovane studioso, il problema della decadenza europea e l''europeismo'. III.b - Europeismo fascista e Società delle nazioni35. In uno dei suoi primi articoli su Vita nova, nel 1927, così Cantimori sintetizzava il complesso dibattito che si era aperto negli anni del dopoguerra sulla crisi e sul destino dell'Europa: [84] E si è anche, in periodo di grande nervosismo, e di grande irrequietezza: e si leggono - o se ne ha notizia - scritti sulla decadenza dell'Europa, sul medioevo e noi, si traducono scritti d'altre razze che criticano il mondo europeo, dal punto di vista, per esempio, Russo - di quella Russia che tanto fa paura giustamente all'Europa - e si corre ai ripari, contro l'asianesimo e l'americanismo, cercando una Paneuropa, o un'Europa vivente, in una lega di stati e nel risorgere d'una singola nazione. Si sente lanciare l'allarme da molte parti, insomma (PSC, 22-23). Cantimori alludeva al tema del 'tramonto dell'occidente' aperto dal libro di Spengler del 1918 (sul quale il suo giudizio di storicista italiano fu sempre durissimo: PSC, 600-604 e passim) e dalle varie letture che ne vennero compiute; poi alla riabilitazione dell'Europa medievale, in cui il lettore di Novalis avvertiva riecheggiamenti del romanticismo politico, e quindi alla denunzia del Rinascimento, dell'esaltazione dell'uomo compiuta dall'Umanesimo, come rottura d'un ordine sereno ed equilibrato e inizio di una genealogia di sventure che dalla Riforma giungeva, attraverso l'Illuminismo e la Rivoluzione, alla modernità caotica e priva di leggi morali: nel 1931 farà polemicamente i nomi di Maurras, Massis, Maritain (PSC, 121), del Massis - aggiungiamo noi - di Défense de l'Occident del '27 e del Maritain di Antimoderne del '24 ; recensirà poi assai negativamente la traduzione italiana di Le monde sans âme di Daniel-Rops [85] e polemizzerà, pur senza nominarlo esplicitamente, contro il medievalismo di Evola. [86] Il giovane normalista accennava poi alla ripresa, più o meno consapevole, dell'escatologia anti-occidentale degli slavofili ottocenteschi (Cantimori coglierà echi del pensiero di Kireevskij nell'irrazionalismo e misticismo naturalistico della Germania giovane: [87] PSC, 35n, 211) anche da parte dei dirigenti bolscevichi, che negavano ogni continuità fra la Russia nuova e la vecchia Europa, riproponendo così agli intellettuali occidentali, sia pure in termini nuovi, l'eterno problema dei rapporti fra la civiltà europea e la Russia; non tralasciava la gran moda delle comparazioni di civiltà, per cui ci si interrogava sui rapporti fra l'Europa e il mondo americano (la tecnica, la 'tecnocrazia', la mancanza di un retroterra storico, la 'massificazione', l'assenza di spessore critico, tutti gli stereotipi, insomma, di cui si è sempre nutrito l'anti-americanismo europeo), e su quelli con l'Oriente, vissuto da alcuni come 'lezione' per l'Occidente, come scampo alla corruzione, rifugio spirituale, da altri come minaccia di popoli sterminati e ormai recalcitranti, per la loro stessa forza demografica, all'egemonia europea. Cantimori aveva presenti anche le soluzioni politiche con cui si cercava di ovviare a tale 'decadenza': in Italia, il ritorno alle origini cattoliche e controriformistiche vagheggiato da Curzio Malaparte nel suo libro L'Europa vivente. Teoria storica del sindacalismo nazionale del 1923 (PSC, 23); in Europa, il movimento pan-europeo di Richard Coudenhove-Kalergi (la «Paneuropa a tinta massonico-cattolico-democratica»: PSC, 28, 54, 65), le proposte federalistiche di Aristide Briand - nel celebre suo discorso ginevrino del 5 settembre 1929 (PSC, 65) - , e l'europeismo organicistico e cattolico che Karl Anton von Rohan bandiva con l'Europäische Revue. 36. Fra i giovani intellettuali italiani, Cantimori fu certamente uno di coloro che seguirono con maggiore partecipazione e attenzione questi dibattiti, «quella letteratura di massime e considerazioni socio-psico-filosofiche con veleno politico» di cui avrebbe scritto, con la consueta verve autocritica, nella lettera a Giulio Bollati del 23 giugno 1952 (PSC, 808). [88] Tale 'europeismo' non è in contraddizione con quel concetto di nazione, di cui abbiamo sottolineato l'importanza nella sua formazione giovanile. Per esso le nazioni stanno una di fronte all'altra in una sfida che è essenzialmente di cultura e di civiltà, prima che di espansione militare, per cui è essenziale un'apertura cosciente e una conoscenza approfondita delle altre realtà nazionali, oltre che un approfondimento dei caratteri e della storia della propria: da qui la polemica contro certi atteggiamenti vetero-nazionalistici di 'boria' nazionale o di 'autoctonismo' culturale presenti anche in seno al fascismo: Diciamo subito intanto - scriveva ancora nel 1927 - che se pur noi non vogliamo essere il canis nationalis, asinus universalis cioè non vogliamo cadere in volgarità e sciocchezze per un astratto nazionalismo, non vogliamo neppure - e tanto meno! - essere in un ipotetico 'au dessus de la mêlée' europeo, e non italiano: se vogliamo essere uomini d'oggi, uomini dell'Europa moderna, pensiamo con questo d'essere migliori italiani, perché italiani con gli occhi aperti sul mondo e sui nostri vicini, non fissi a contemplare l'opera dei nostri connazionali; attivi nel nostro campo, e non passivi buoni cittadini, i quali trovan che tutto va bene e pensano alla salute (PSC, 23). Tali posizioni vengono ribadite con particolare icasticità negli articoli che Cantimori andò pubblicando nell'autunno 1929 nel «settimanale fascista degli universitari» cagliaritani, Pattuglia, articoli rimasti sconosciuti e ripubblicati qui in Appendice III: Dobbiamo prepararci a pensare ed a decidere, a prender le iniziative per conto degli altri [popoli], se è vero che gli altri han perso la via e noi invece abbiamo trovato quella giusta. Ma questo gigantesco compito che i giovani italiani si assumono, non può esser soddisfatto se essi non cominciano a pensare universalmente, in modo valido non solo per la politica italiana interna, ma per la politica mondiale. [...] Bisogna che noi ci assuefacciamo a questi orizzonti, e che ci consideriamo appunto perché e in quanto italiani e fascisti, banditori di un'idea universale, cittadini dell'Europa e del mondo. [...] Dobbiamo assimilarci i frutti delle altre civiltà, poiché ormai il fascismo ci fa sicuri che non ce ne potremo più fare servi, come altra volta accadde; dobbiamo cercare di capire gli altri, ora che sappiamo ben rispondere alle loro incomprensioni e mostrarci anche in questo a loro superiori; dobbiamo entrare in relazione con questo mondo che vogliamo far nostro, e quindi imparare a parlarne la lingua, a conoscerne le idee. Allora potremo dire di esserci creata veramente una mentalità imperiale, che è il minimo presupposto, in questa epoca di imperi mondiali, per l'affermazione della nostra potenza. [89] 37. L'europeismo di Cantimori - con la sua prospettiva 'imperiale' - può esser considerato come uno dei primi (in senso cronologico) esempi di 'europeismo fascista', fenomeno che - com'è noto - avrà una sua storia per tutti gli anni '30 e una teorizzazione soprattutto nei primi anni di guerra, ma che affonda le sue radici già nei primi anni del regime: «il mito dell'impero, come centro irradiatore di una civiltà universale, - si è giustamente avvertito - non fu un'improvvisazione propagandistica collegata alla conquista dell'Etiopia, ma è un mito che affiora nel fascismo fin dai primi tempi e viene svolgendosi, emergendo in modo più evidente, soprattutto attraverso la valorizzazione [che, come vedremo, è tipica del Cantimori di questi anni, N.d.A.] della funzione rivoluzionaria del fascismo come movimento universale e non soltanto italiano». [90] Un testo-chiave, più volte citato, fu per lui la prefazione che Mussolini scrisse, nel 1928, al volume di Richard Korherr, Regresso delle nascite morte dei popoli: [91] ne ricavava non il ruralismo o la politica demografica che vi veniva delineata, ma il tema della decadenza europea, della minaccia dell'americanismo e dell'Asia, e soprattutto la convinzione che fosse il fascismo la soluzione della crisi occidentale e che quindi «quel che l'Italia compie non è solo esperimento ma anche insegnamento per le altre Nazioni» (PSC, 59). E' proprio quell'etica nuova, quella forma di religiosità politica che esso rappresenta, che sono alla base dello «sforzo immane» che l'Italia sta compiendo «per sottrarsi a questa decadenza comune» (PSC, 26). Il fascismo italiano, come il pensiero filosofico che ne è alla base, è il culmine di un processo storico di portata europea, esprime «le idee di ricostruzione, di equilibrio armonico, di rivalutazione e affermazione dello Stato, di tutti gli ideali creati da quella civiltà che s'è iniziata col Rinascimento e con la Riforma, movimenti 'europei' e che hanno le loro origini più remote nel Medioevo, 'europeo'» (PSC, 66): ha dunque una vocazione non chiusamente nazionale, ma europea e quindi universale. D'altronde molti intellettuali e movimenti anche al di fuori d'Italia (come il circolo della Europäische Revue) ammettono che l'unico uomo di Stato europeo capace di costruire qualcosa è il capo del governo italiano (PSC, 70). 38. Per queste stesse ragioni Cantimori sostiene l'importanza dell'impegno italiano nelle istituzioni internazionali, in particolar modo nella Società delle Nazioni, in cui bisogna operare attivamente per «affermarvi, con le nostre personalità, le idee e la prassi del Fascismo» (PSC, 66). L'atteggiamento 'societario' è un altro leit-motiv degli interventi politici cantimoriani di questi anni e lo conduce spesso a polemizzare con le pose grossolanamente 'realistiche' presenti negli stessi ambienti fascisti (PSC, 54-57), con i facili sarcasmi contro il legalismo, il pacifismo, l'umanitarismo dell'organizzazione ginevrina: ancora una volta sono gli articoli cagliaritani della fine del 1929 i più espliciti nel configurare la Società delle Nazioni come luogo di iniziativa politica per l'Italia in vista di una sua leadership politico-morale in Europa. Dal 12 settembre di quell'anno aveva assunto il dicastero degli Esteri Dino Grandi, che - com'è ben noto - cercò di porre in atto una politica non lontana da quella auspicata dal giovane insegnante del Liceo Dettori: questi, a sua volta, non tardò a indicare nel neo-ministro (e in Giuseppe Bottai) uno dei suoi 'referenti' politici (PSC, 89, 97), fautore d'un'idea d'Europa molto affine a quella che era stata bandita dal Rohan nella sua Europäische Revue. E' stato sottolineato il fondo realistico e imperialistico delle posizioni 'societarie' di Grandi, basato sulla «convinzione che la politica europea si sarebbe comunque svolta nell'ambito della Società delle Nazioni almeno fino all'eventuale scoppio d'una nuova guerra continentale, e che dunque solo operando in quell'ambito Roma avrebbe potuto porre con successo sul tappeto del dibattito internazionale la 'questione italiana'». [92] Analogamente Cantimori non aderisce all'ideologia 'societaria', solo chiede ai giovani fascisti di essere all'altezza, sul piano delle prospettive culturali e degli orizzonti politici, della politica estera di ampio raggio che l'Italia si propone, e di liberarsi perciò dei luoghi comuni del vecchio nazionalismo, delle chiusure che impediscono il formarsi della necessaria «mentalità imperiale»: nel suo pensiero, dal culto dello Stato-nazione, dall'esigenza di una prospettiva 'imperiale' discende il tema dell'universalità del fascismo, tipico - come vedremo subito - delle sue posizioni post-1929. III.c. La seconda fase: lo Stato etico corporativo39. Nell'articolo «La Cultura come Problema Sociale», comparso ai primi del 1930 su Vita nova, Cantimori faceva per la prima volta cenno al corporativismo come la caratteristica fondamentale del nuovo stato fascista e la risposta nuova che il fascismo poteva dare alla decadenza europea: [...] la organizzazione culturale delle corporazioni, dove accanto alla cultura professionale e tecnica è unita la educazione secondo la morale di ordine e disciplina che il Governo Fascista ama accentuare come propria, appare di nuovo risposta chiara e netta ai bisogni della civiltà europea [...] (PSC, 76). La tematica corporativa o - come Cantimori spesso scriverà - lo «stato etico corporativo» sarà il centro della 'seconda fase' del fascismo cantimoriano fino alla metà degli anni '30. Questo passaggio avviene in sintonia con mutamenti più generali. Si è già accennato al trauma del Concordato e alla necessità, in cui si trovò una parte della cultura fascista di ispirazione gentiliana, di dare contenuti nuovi alla propria scelta politica; il 12 settembre 1929 diventava ministro delle Corporazioni colui che, come sottosegretario, era stato l'autore della Carta del lavoro del '27, Giuseppe Bottai, che rilanciò subito il dibattito sul corporativismo, fondò proprio allora l'Archivio di studi corporativi e prese a dirigere, a Pisa, la Scuola di scienze corporative, attuò una riforma del Consiglio Nazionale delle corporazioni con la legge del 20 marzo 1930; nella seconda metà del '29 e nei primi mesi del '30, un gentiliano di punta come Ugo Spirito dava un tono nuovo alla polemica contro la scienza economica 'ufficiale' in cui era impegnato fin dal 1927, dalla fondazione dei suoi Nuovi studi, e per la prima volta identificava nel corporativismo le istanze di rinnovamento di tale scienza, che fino ad allora aveva propugnate. [93] Riprendeva forte slancio - all'indomani delle elezioni tedesche del 14 settembre 1930 e della grande affermazione della NSDAP - anche il tema dell''universalismo fascista', che per anni era stato messo in sordina («Il fascismo non è merce di esportazione» aveva dichiarato Mussolini nel discorso alla Camera del 3 marzo 1928), rimanendo patrimonio di circoli come quello di Arnaldo Mussolini o della rivista Antieuropa di Asvero Gravelli, che Cantimori ricorda ripetutamente (PSC, 66, 94-95): nel suo Rapporto per l'anno IX del 27 ottobre 1930 Mussolini era esplicito in tal senso, affermando che il fascismo «in quanto idea, dottrina, realizzazione è universale; italiano nei suoi particolari istituti» e che si poteva prevedere «una Europa fascista, una Europa che ispiri le sue istituzioni alle dottrine e alla pratica del fascismo. Una Europa cioè che risolva, in senso fascista, il problema dello Stato moderno, dello Stato del XX secolo, ben diverso dagli Stati che esistevano prima del 1789 o che si formarono dopo. Il fascismo oggi corrisponde ad esigenze di carattere universale». [94] E' proprio dall'«acuto» commento al discorso di Mussolini, apparso su Critica fascista, che Cantimori prende le mosse per il primo dei tre importanti articoli di Vita nova, comparsi fra i primi del 1931 e gli inizi del 1932, in cui cerca di dare un contenuto all''universalismo' fascista proclamato da Mussolini, in contrapposizione a ogni interpretazione in chiave cattolico-reazionaria che ne possa esser compiuta, individuandolo nello stato corporativo: [95] in essi, quindi, la polemica post-concordataria e la tematica corporativa si intrecciano strettamente. 40. Si trattava, innanzitutto, di definire la posizione del fascismo rispetto ai vari movimenti di destra che in Europa dichiaravano di volersi ispirare all'esperienza italiana. Cantimori attacca ogni interpretazione 'reazionaria' del fascismo e la sua assimilazione a forme di sciovinismo, anti-modernismo, medievalismo, operata, con un parallelismo a lui sospetto, sia dalla propaganda antifascista sia da molti ambienti conservatori (PSC, 81, 85, 97-98), e quindi opera una netta distinzione fra il fascismo e quei vari movimenti: «il Fascismo è azione e non reazione, e [...] la sua universalità non ha avuto nulla a che fare con Primo de Rivera, né avrà nulla a che fare con movimenti simili» (PSC, 86). Analogamente esclude ogni legame necessario fra «i nazionalismi sciovinistici, di origine razzistica e di prassi demagogica fuori d'Italia, con le loro idee reazionarie, ed il Fascismo, con le sue finalità rivoluzionarie sul serio, con il suo stato corporativo, con la sua opera per eliminare ogni avanzo del passato, dal borbonismo al duetto clericale-anticlericale» (PSC, 85). Insistente è così la polemica contro lo chauvinisme dell'Action française o dei Camelots du roi, ma anche contro il Deutschtum o Germanentum, contro il pangermanesimo e il militarismo delle destre tradizionali tedesche (PSC, 69, 84, 121), da cui cerca sempre di distinguere i movimenti giovanili a cui è stato vicino (PSC, 64). Analogamente Cantimori insiste sulla necessità di discernere - all'interno dei gruppi e delle tendenze culturali che sono confluite nel fascismo - quelli genuinamente 'rivoluzionari' dagli eredi del nazionalismo italiano, a cui certo il fascismo deve molto, ma nei quali non può identificarsi tout court. Ricorderà, molti anni dopo, di aver appreso «a far distinzione fra i 'nazionalisti' [...] e i 'fascisti'» nelle «discussioni, a volte pacate, a volte furiose, con gli amici cagliaritani» (CS, 139), e in effetti è dalla fine del 1929 che i cenni polemici in tal senso si fanno più frequenti («I fascisti [...] non sono i nazionalisti, ma hanno una dottrina e un mondo proprio di ideali»: PSC, 70): ma abbiamo visto che la critica a certi «residuati» ideologici era già presente nei primi articoli su Vita nova del 1927-28 ed è noto che la consapevolezza della diversità politica e culturale fra 'fascismo' e 'nazionalismo' era molto viva negli ambienti a cui il giovane si sentiva più vicino. [96] Si tratta, in effetti, di uno dei punti centrali della sua concezione politica di quegli anni: le formule ideologiche del proto-nazionalismo sopravvivono in quel fascismo moderato, tradizionale, 'nazionale', 'concordatario', che Cantimori sente lontano dal proprio. Per quello, il fascismo è il baluardo della reazione e dell'ordine, incarna il principio tradizionale d'autorità contro i vari sovversivismi, sul piano europeo è l'antagonista del bolscevismo; per Cantimori, e per i gruppi e le riviste fasciste a cui si sente vicino, esso è l'erede del mazzinianesimo rivoluzionario, è portatore d'un ordine nuovo, concorrente, ma non opposto a quello instauratosi nella Russia comunista. 41. Sono talvolta polemiche aperte, più spesso significative messe a punto o prese di distanza. Nel 1933 viene pubblicato un volume antologico dei giudizi di personalità internazionali e di importanti giornali esteri sul fascismo: è prefato da Eugenio Coselschi, collaboratore di D'Annunzio a Fiume, sostenitore dei Patti lateranensi con un discorso parlamentare fra i più 'confessionali', che allora veniva messo a capo dei neonati Comitati d'azione per l'universalità di Roma (CAUR): E' una scelta di giudizii raccolti con un criterio pedestremente apologetico, senza tener conto né della importanza degli scrittori, né della serietà dei giornali. La diffusione europea e mondiale del Fascismo è affidata al concetto dello Stato etico corporativo, non a questo vago misticismo dietro il quale sembra si celi solo vuoto intellettuale, né a laudatori stranieri. La devozione e la fede degli Italiani non han bisogno della approvazione o del conforto dei giornali reazionari europei, o dei 'brillanti polemisti' balcanici. [97] Recensisce nell'ottobre 1933 un libretto del marchese Gino Incontri, [98] esponente di rilievo della possidenza toscana, deputato dal 1909 al 1913, nazionalista (autore d'un libretto del 1925 su Il contadino toscano, documento importante della mentalità proprietaria della sua classe sociale) e commenta: «Documenti di vita italiana passata, che non spiace affatto trovar qui raccolti: ma che piccola vita! Certo c'era molto di più in quei socialisti che il Marchese Incontri mostra di odiare, e fra i quali c'eran pure uomini come Mussolini» (PSC, 569). L'anno dopo analizza un libro di Arrigo Solmi, sottosegretario del ministero dell'Educazione Nazionale, anche lui di provenienza nazionalistica: ironizza sul suo entusiasmo filo-nazista (nella breve prefazione «si dànno come realizzati quelli che per ora sono soltanto i programmi unitario e corporativo della Germania hitleriana; e dove è per lo meno un po' troppo entusiastico dire che in sei mesi la Germania ha fatto un cammino che avrebbe richiesto decenni, come se una caratteristica del Fascismo non fosse quella di evitare le improvvisazioni ed i colpi di testa. L'illustre Autore deve avere scritto sotto la prima impressione delle vittorie hitleriane»), soprattutto critica il carattere «unilateralmente politico» del fascismo di Solmi, «onde vorrei sentire quel che ne diranno gli studiosi di diritto corporativo e gli organizzatori sindacali»: sembra quasi che per lui l'ordinamento sindacale fascista sia un espediente, mettendo in ombra «tutto un importantissimo aspetto delle dottrine e della prassi fascista» (PSC, 571-572). Critica storica e riserve politiche sono alla base della recensione del 1935 a una raccolta di saggi dell'ex ministro Francesco Ercole, in cui la storiografia è ridotta a banalità consolatoria per un pubblico di 'benpensanti': si discorre di storia risorgimentale, ma si tace significativamente di «tutto l'illuminismo italiano e [di] tutta la ricchezza del pensiero mazziniano» (PSC, 592-595). Di fronte al fascismo 'per gente a modo', per cui si giunge a chiamare genericamente 'fascista' «tutto ciò che ci sembra approvabile», Cantimori sembra preferire frange anticonformiste, anche anti-moderne, perché trova in esse maggior coraggio e maggiore precisione di idee: rispetto a queste genericità «è meglio la collezione dell'Italiano, del Selvaggio, o quella di Quadrivio» (PSC, 590). Fa riscontro l'accoglienza benevola riservata nel '34 a un libro di Sergio Panunzio, che è giunto al fascismo dal sindacalismo rivoluzionario: «L'opera è piena di senso politico rivoluzionario, e di volontà di attuazione, di ricordi delle discussioni sindacaliste anteguerra, di esami svariati di politica interna ed estera, e così quanto mai atta a mostrarci la tradizione rivoluzionaria e lo sforzo di mantenere ampio respiro da parte di questi costruttori e diffusori di dottrine sindacali corporative» (PSC, 570). 42. Il Concordato del 1929 era stato lo sbocco di una lunga trattativa voluta e condotta soprattutto dagli ambienti del nazionalismo (Rocco) che avevano aderito al fascismo: la sua stipulazione segnò una vittoria - all'interno del regime - dell'ideologia nazionalistica più sensibile alla prospettiva di un connubio col cattolicesimo tradizionale, in generale una riscossa della cultura cattolica e del suo peso nelle istituzioni e nella società. Gli uni e l'altra ritennero giunta l'ora d'un processo (e d'una condanna) a tutta la storia dell'Italia unita e soprattutto alla sua matrice liberale, il momento - come scrisse Francesco Coppola - di «liberarsi dal Risorgimento»: Ma è qualcosa di più dello stesso Concordato che impensierisce - scriveva a caldo un vecchio giornalista che pur aveva aderito al fascismo (scegliamo la sua testimonianza, fra le tante che si potrebbero presentare) - ed è questa nuova atmosfera medievalizzante, che si è voluto creare, attorno alla vita nazionale, nella quale minaccia di umiliarsi e disperdersi il senso della libertà morale ed intellettuale che i pensatori del Risorgimento avevano a grande fatica ridato agli italiani. [...] Dopo la Conciliazione, una improvvisata letteratura d'occasione tentò di riprodurre sbadatamente attorno ai Patti lateranensi la stessa atmosfera romantico sentimentale che, spontaneamente, creò il Genio del Cristianesimo in Francia, dopo la pubblicazione del concordato napoleonico. [...] Come i Patti, questo movimento neocattolico procedeva dalla dottrina nazionalista, che ai tre capisaldi della dottrina liberale cavourriana: separazione dei poteri; trasformazione della Chiesa coi principi della libertà; legislazione non concordataria - aveva sostituito i contrarii: unificazione; trasformazione dello Stato coi principii della Chiesa; legislazione concordataria. Quindi rivalutazione delle dottrine della Chiesa e svalutazione di quelle del Risorgimento. [99] La polemica di Cantimori contro queste posizioni si sviluppa soprattutto dopo il conflitto del 1931 per l'Azione cattolica e l'enciclica Non abbiamo bisogno ed è polemica durissima, tutta tesa a ribadire il nesso di continuità-sviluppo fra Risorgimento e fascismo (anche questa era una posizione tipicamente gentiliana, ma che, allora, assumeva un significato nuovo): [...] far passare il Fascismo come negazione del Risorgimento [...] e come restaurazione dell''ancien régime', è un pericolosissimo e vano equivoco. [...] Il Fascismo va oltre il Risorgimento, ma nella sua stessa via, seguendo fondamentalmente gli stessi ideali, e non contro esso. [...] Molti sono tentati a identificare la durezza e l'intransigenza della Rivoluzione con i principii reazionarii: è una identificazione puramente esteriore, che può compromettere grandemente l'efficacia della nostra propaganda e della educazione nazionale fascista. Voler creare una tale artificiosa tradizione alla intransigenza e giusto rigore del Fascismo significherebbe ammantarlo di ammuffito vecchiume, togliergli ogni slancio giovanile e veramente rivoluzionario. [...] Il Duce del Fascismo e Capo del Governo italiano [...] non è un generale reazionario spagnolo, dittatore militare, ma il capo di una grande Rivoluzione, che va compiendo la Rivoluzione nazionale italiana cominciata col Risorgimento, dalla monarchia dei Savoia, italiana e seguita dal popolo italiano, contro la Santa Alleanza e contro la Restaurazione. [...] Il Risorgimento ebbe nei suoi uomini migliori coscienza della sua portata europea, si riallacciò al movimento rivoluzionario dei comuni, culminato nella cultura del Rinascimento, iniziatrice della moderna civiltà europea: il Fascismo è il proseguimento ed il rinnovamento di questa azione, ed è per questo rivoluzionario (PSC, 113-117). 43. I bersagli di Cantimori sono indicati indirettamente, ma non è difficile riconoscerli: «si esaltano i Borboni» e l'allusione è alla storiografia filo-borbonica, spesso nata nell'ambiente del vecchio Giustino Fortunato, di cui è esponente un Giuseppe Paladino, ma a cui non è del tutto estraneo neanche il giovane Walter Maturi; [100] «si ripubblica Solaro della Margherita» e difatti l'editore torinese Bocca aveva ristampato nel 1930 il Memorandum storico politico e in quel 1931 la monumentale biografia in tre volumi di Lovera di Castiglione e del gesuita padre Rinieri; [101] «i papiniani ripetono De Maistre», con allusione alla ristampa del 1927, a cura di T. Casini, di Il papa, presso la Libreria editrice fiorentina vicina agli ambienti di Frontespizio; [102] «come un ribelle [viene] condannato a morte Mazzini» nell'opera del legalitario Alessandro Luzio e in quella più recente di Eugenio Passamonti, [103] che vedono nelle repressioni del 1833 un atto di vigorosa difesa dello Stato, e Cantimori parla di «legalismo» e «lealismo», «autoritarismo astratto [...] che conosce il suddito ma non il cittadino», «affermazione astratta dello stato» (PSC, 114). Quindi distacco critico dalla componente vetero-nazionalistica confluita nel fascismo; polemica contro ogni negazione di idee e uomini del Risorgimento in chiave cattolica, borbonica o autonomistica; critica dei vari auspici - per ripetere il titolo d'un'opera di Berdjaev del '28 - di «un nouveau moyen-age» in Europa: questi i bersagli dei saggi cantimoriani del 1931-32. Il fascismo è la sintesi di tutti gli elementi vitali del mondo moderno (PSC, 85): la sua universalità non sta nell'esportazione di temi anti-moderni o reazionari, ma nel modello di stato a cui ha dato vita, nello stato corporativo, e nella concezione della vita economica che ne è a fondamento: Il Fascismo - scrive in «Fascismo, rivoluzione e non reazione europea», comparso su Vita nova alla fine del 1931 - deve rappresentare la sintesi dialettica dell'esigenze rappresentate dall'estremo rivoluzionarismo come dall'estremo reazionarismo: questa sintesi il Fascismo l'ha trovata, e di portata europea reale, e non solo propagandistica, nel sistema corporativo, per il problema sociale. Il problema diplomatico internazionale si va avviando verso le soluzioni indicate dal Duce, già da molto tempo. Non dobbiamo svalutare queste nostre grandi affermazioni col rinchiudere la rivoluzione economico-sociale ed i successi diplomatici del nostro Governo e del nostro Regime in una veste reazionaria e pseudoconservativa, variegata di ricorsi storici sgangherati, di miti razzisti, gnostico-eretici, pseudo-storici alla Gobineau, alla De Lagarde, alla Rosengarten, o alla Guglielmo II o alla Federico Schlegel: altrimenti sarà sempre prestato un fianco alle armi dell'ipocrisia borghese antirivoluzionaria [cioè antifascista, N.d.A.]. Non dobbiamo semplicemente irridere e negare la vita politica delle nazioni europee, anche se differente da quella che la Rivoluzione fascista ci ha dato, a noi, in Italia, per particolari ragioni storiche e politiche: dobbiamo cogliere le loro esigenze e saperle soddisfare come altri non sa, e come abbiamo cominciato per alcuni problemi, dobbiamo ampliare il nostro respiro, sentire europeamente perché fascisticamente, non credere di poter negare il patrimonio di altri popoli per idee che non sono mai state degli italiani vivi (PSC, 117-118). Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.
[65] A. Prosperi, «Cantimori, Delio», in Dizionario di storiografia (Milano: Bruno Mondadori, 1996), 164-165, 164. Echi delle passioni di allora durarono a lungo: nel 1935, Henry Wickham Steed, dal 1914 Foreign Editor, dal 1919 al 1922 redattore capo del Times, che - com'è ben noto - fu uno dei 'referenti' inglesi della 'politica delle nazionalità' sostenuta in Italia da Albertini, Salvemini, etc. e poi uno degli esponenti della lobby filo-jugoslava e filo-cecoslovacca che contrastò le richieste italiane alla conferenza di Versailles, era ancora per Cantimori il «famigerato Wickam (sic) Steed» (PSC, 308 nota 1). Probabilmente, tuttavia, in questa avversione giocava anche la costante azione a favore della piccola Intesa e quindi contro la politica italiana nei Balcani che, ancora negli anni Trenta, il giornalista inglese conduceva: cfr. J. Petersen, Hitler e Mussolini. La difficile alleanza (Bari: Laterza, 1975), 86-87, 476 nota 67. Nel 1941 era diventato il «famoso Wickam Steed» (PSC, 698). [66] Per questa rapida ricostruzione mi sono avvalso dei frammenti autobiografici del 30 agosto 1934 e del 28 marzo 1956 pubblicati rispettivamente in Prosperi, Introduzione, XXI-XXIII e in Mangoni, XLI; di molte pagine del saggio in morte di Chabod (Storici, 281-304), della lettera del giugno 1962 a Francesco C. Rossi (CS, 132-144), dello scritto «Il mio liceo a Ravenna». Su Carlo Cantimori e D'Annunzio cfr. supra nota 23; anche a Kaegi Delio Cantimori accennò «di essersi unito al fascismo partendo precisamente dall'ala dannunziana» (Kaegi, «Ricordo di Delio Cantimori», 886). Su Dino Silvestroni cfr. la corrispondenza da Ravenna «I nostri morti», in L'Iniziativa (Bologna), I, 32 (18 agosto 1922), 4. [67] Il volume cit. sopra alla nota 1 contiene un'ampia scelta degli scritti 'politici' o comunque frutto dell'attività pubblicistica di Cantimori dal 1927 al 1942, compiuta col proposito di «segnalare l'importanza del tema 'storia della cultura' e la centralità e la complessità della riflessione sulla Germania, come essenziali anche alla comprensione degli altri scritti raccolti» (XLIII). Per questo gli scritti sono stati divisi in quattro sezioni: Aspetti di una formazione: storia della cultura e ideologie politiche (5-134) che comprende quasi tutta la collaborazione alla rivista bolognese Vita nova (1927-1932), è aperta dalle Osservazioni del 1928 e conclusa dalla rec. a Meli del 1935; Correnti ideologiche e religiose nella Germania contemporanea (137-561) contenente le recensioni e i saggi di argomento tedesco dal 1933 al 1942: è la sezione più cospicua, anche per l'orientamento che - come s'è visto - ha ispirato la curatrice; Fascismo: propaganda, ideologia e cultura (565-699) con scritti dal 1933 al 1941; nella quarta sezione, Chiesa cattolica e società contemporanea (703-780), compaiono scritti apparsi dal 1933 al 1940. All'interno di ciascuna sezione gli scritti sono disposti cronologicamente, eccetto che nella prima dove si è ritenuto opportuno premettere le Osservazioni del 1928 come chiave di lettura degli scritti successivi. Nell'ambito di ogni anno si è seguito l'ordine della bibliografia Perini-Tedeschi: prima i saggi, poi le recensioni, quindi le postille. I testi sono stati corretti dei refusi più evidenti; talvolta, però, sono rimasti quelli più insidiosi, che conducono cioè a una nuova parola di diverso significato, che magari permette ancora di avere una frase grammaticalmente corretta e di senso compiuto, ma logicamente diverso da quello che l'autore intendeva esprimere. Facciamo qualche esempio, con la correzione congetturata: «le differenze, le distinzioni, le oppressioni [opposizioni] son della concretezza piena, che unifica poi in un altro modo quel molteplice» (PSC, 7-8, nota 5); «[...] una forma aconfessionale di religiosità è, in molti casi, e per gli uomini, non per le donne e i bambini, più forse è vero [forte e vera] e vivificante nel mondo moderno, che ogni altra» (PSC, 27); «essi hanno terrore di quell'eresia che si vivifica [recte: vivifica] tutta la società occidentale [...]» (PSC, 120); «In questa confusione ha la sua parte la polemica liberale contro le confessioni, e specialmente la cattolica, che spesso [...] finiva per identificare con la creazione [reazione] ogni religiosità, ogni religione, ogni confessione» (PSC, 125); il neopaganesimo «va distinto dal classicismo e dalle tendenze immanentistiche, soggettivistiche, naturalistiche, nazionalistiche della civiltà contemporanea [...], che non presentano un carattere esplicitamente religioso, culturale [cultuale] e rituale, come il neopaganesimo germanico» (PSC, 489); «mutualismo pitagorico, razionalismo socratico, comunismo platonico, umanitarismo storico [stoico], pacifismo neo-cristiano [...]» (PSC, 601). Non si trova nel testo originario, invece, il refuso curioso di 364: «[...] non suscettibile di ungere [fungere] come orientamento di pensiero [...]». Son rimaste non poche stroppiature di parole straniere o latine non ascrivibili certamente a Cantimori, ma imputabili - come una volta si diceva - al proto: skachtpolitik per Schlachtpolitik (PSC, 179), retrorum per retrorsum (PSC, 211 nota 4), Planwistschaft per Planwirtschaft (PSC, 225), Wiedeserinnerung per Wiedererinnerung (PSC, 350), pendent per pendant (PSC, 353), rechtsursenschaftlichen per rechtswissenschaftlichen (PSC, 392). Discorso più complesso per le grafie erronee dei nomi propri, (Kaiserling per Keyserling, a p. 28; Willy Münzberg per Münzenberg, a p. 177 nota 24; Chreigton per Creighton, a p. 211 nota 4; Frantz per Franz, a p. 290; A. Lietzmann per H[ans] Lietzmann, p. 324 nota 11; Stahl-Johlson per Stahl-Jolson, a p. 387; Sir Growe per Sir Crowe, a p. 532; Morrasso per Morasso a p. 558, in grafia esatta a p. 648; e cfr. anche sopra nota 65, etc.), per cui non è sempre facile distinguere quelli che certamente furono refusi tipografici dai veri e propri errori dell'autore; si aggiunga il curioso lapsus per cui, in tutte le Note sul nazionalsocialismo, si parla di Georg, invece che di Gregor Strasser (PSC, 163-191). In nessuno di questi casi si è reputato necessario intervenire, né con una correzione tacita, né con un qualche intervento correttivo: probabilmente si è confidato in una funzione di rettifica dell'Indice dei nomi (nel complesso non impeccabile), che talora effettivamente dà la grafia esatta, ma talvolta ribadisce quella erronea (è il caso di Morrasso), più spesso non registra i nomi errati. Analogamente non si è ritenuto utile evidenziare né correggere i pesci presenti nel testo dei vari articoli. Solo pochi esempi: «Intanto però questa dichiarazione di insussistenza da parte dei filosofi idealisti, mentre le religioni positive affermano nettamente, ognuna per conto suo, [***] solo come ancilla, mette subito e senz'altro la filosofia moderna [...] al di sopra di queste religioni positive» (PSC, 16); «E come la tolleranza sembrò un pericolo per le confessioni religiose, e se ne misero in rilievo con compiacenza le diaboliche origini sociniane ed eretiche, o addirittura 'atee', così [***] un pericolo e come degenerazione rovinosa da parte dei nazionalismi reazionari, che ne mettono in rilievo [...]» (PSC, 96); «Il processo di idoleggiamento di un dato periodo storico, caratteristico della mentalità astrattamente storicistica e progressistica, è semplicemente e tranquillamente [***] medioevo alla età degli ipotetici lumi dei loro avversari» (PSC, 121); «si proclama una nuova forma di dottrina 'socialistica', che del socialismo in senso proprio mantiene il collettivismo, la disciplina gerarchica, il senso della solidarietà, - si trasferisce tutto questo dal piano sociale su quello nazionale, ritornando - come sempre avviene quando si vuole rinnovare un movimento dal di dentro - [***]. Questo processo non è certamente mai così consapevole [...]» (PSC, 299), etc. Il vol. è concluso da un'assai interessante raccolta di Pareri editoriali di Delio Cantimori (783-823) per la Sansoni prima, per Einaudi dopo il 1941: sarebbe auspicabile una pubblicazione del carteggio di Cantimori con Federico Gentile, ora consegnato all'importante tesi di O. Pugliese, «Germania e Italia degli anni Trenta attraverso il carteggio Delio Cantimori-Federico Gentile 1932-1962», università di Firenze, relatore Renzo Pecchioli, a.a. 1982-83. [68] M. Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 17-44. Su questo libro cfr. le osservazioni di G. Santomassimo, «Intellettuali e fascismo. Un saggio su Delio Cantimori», in Italia contemporanea, 30, n. 131 (apr.-giu. 1978), 89-92. [69] Archivio della Fondazione «Biblioteca di Benedetto Croce», Napoli, Carteggio di B. Croce. Il primo capoverso della lettera è parzialmente citato in Prosperi, Introduzione, LIV, nota 99. Cantimori non poteva sapere che, quasi vent'anni prima, Croce aveva invitato Renato Serra a scrivere sulla «Cultura romagnola e bolognese» per la Critica e che il letterato cesenate, dopo avervi pensato per qualche tempo e raccolto anche del materiale, aveva accantonato il progetto: R. Serra a B. Croce, Cesena 7 ottobre 1909, in Epistolario di Renato Serra, a cura di L. Ambrosini, G. De Robertis, A. Grilli (Firenze: Le Monnier, 19532), 290 e nota 1. È significativo che Croce non abbia risposto a questa lettera di Cantimori: ne riferiva in termini vaghi ad Alfieri: «Ebbi la lettera del Cantimori, e non ho risposto un po' perché ho in questa settimana trascurato la corrispondenza, nescio quid meditans nugarum, totus in illis; e un po' perché dar consigli sul modo di preparare un lavoro sulla cultura romagnola io non potrei se non in una conversazione, e in dialogo. Spero che di questo mi si offrirà l'occasione. Potrei anche in una delle mie gite fermarmi un giorno a Pisa, e lei potrebbe avvertirne il Valgimigli e nessun altro dei professori» (Croce ad Alfieri, Meana di Susa 7 agosto 1926, Lettere, 13), tacendone il contenuto 'politico'. Seguì la polemica fra Cantimori e Alfieri su attualismo e religione, cui s'è accennato nel testo (Croce aveva preventivamente letto e approvato l'attacco di Alfieri a Carlini: ibid., 10-11, lettera del 10 giugno 1926), e i rapporti epistolari fra Cantimori e Croce paiono interrompersi, fino alla lettera del normalista, ormai laureando, del 4 febbraio 1928, in cui si informava il filosofo del nuovo campo di studi cui si era dedicato nell'ultimo anno, «la Riforma italiana» (Prosperi, Introduzione, LV nota 101). Il 1° agosto dello stesso anno Cantimori informava Croce del definitivo abbandono del progetto sulla cultura romagnola (ibid.). [70] Sul fascismo come «religione», come «concezione totale della vita», cfr. G. Gentile, Che cosa è il fascismo. Discorsi e polemiche (Firenze: Vallecchi, 1926), 38-39, 107-108, 144-145, nella conferenza fiorentina dell'8 marzo 1925, nel discorso di chiusura del 30 marzo 1925 al congresso di cultura fascista a Bologna, nell'importante saggio sui «Caratteri religiosi della presente lotta politica», apparso su L'Educazione politica dello stesso mese. Il «carattere religioso del fascismo» era stato ribadito nel «Manifesto degli intellettuali del fascismo», redatto - come ognun sa - da Gentile e pubblicato il 21 aprile di quell'anno e fortemente e diffusamente oppugnato nel 'contromanifesto' crociano: «Ma il maltrattamento delle dottrine e della storia è cosa di poco conto, in quella scrittura, a paragone dell'abuso che vi si fa della parola 'religione'; perché, a senso dei signori intellettuali fascistici, noi ora in Italia saremmo allietati da una guerra di religione, dalle gesta di un nuovo evangelo e di un nuovo apostolato contro una vecchia superstizione, che rilutta alla morte la quale le sta sopra e alla quale dovrà pur piegarsi; - e ne recano a prova l'odio e il rancore che ardono, ora come non mai, tra italiani e italiani», ma si veda il testo nella sua intierezza in B. Croce, Pagine sparse, II (Bari: Laterza, 1960), 487-491. Su questi problemi, si veda ora E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell'Italia fascista (Bari: Laterza, 1993), 111-117, dove si sottolinea il contributo di Gentile e dei suoi discepoli nell'elaborazione di una 'religione' fascista. [71] Cito per comodità dalla voce «Fascismo-Dottrina-Idee fondamentali», in Enciclopedia italiana, XIV, 1932, 848. Cfr. anche E. Gentile, «La nazione del fascismo. Alle origini del declino dello Stato nazionale», in Aa. Vv., Nazione e nazionalità in Italia. Dall'alba del secolo ai giorni nostri, a cura di G. Spadolini (Bari: Laterza, 1994), 65-124, 82-84. [72] D. Cantimori, «Ulrico di Hutten e le relazioni fra Rinascimento e Riforma. Saggio monografico», tesi di laurea in storia della filosofia, Pisa 1928, 1-8, 6 (Biblioteca Universitaria di Pisa, Tesi di laurea, 3687). [73] Ibid., 9-15 e 23 nota 25. Cfr. infra, Appendice I. [74] Cfr. L. Mangoni, L'interventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo (Bari: Laterza, 1974), 187, in relazione a G. Saitta, Filosofia italiana e umanesimo (Venezia: La Nuova Italia, 1928). Nel libro della Mangoni vi sono pagine assai ricche sulla rivista bolognese Vita nova, diretta da Saitta e a cui collaborò dal 1927 al 1932 anche Cantimori (186-194). Si pongano in relazione le posizioni qui espresse da Cantimori con quelle della molto citata lettera a Capitini del 1932, pubblicata per la prima volta in M. Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 117-118, in cui critica la «confusa teoria dello Stato etico», ma mantiene l'esigenza di superare una concezione individualistica della libertà in una realtà più comprensiva: «accettiamo lo Stato come imposizione e forza in quanto in esso vediamo (io vedo) l'espressione di una collettività, di un raggrupparsi (storicamente condizionato), sociale, di elementi di quella societas humana nella quale e non nello Stato (e forse è in parte solo questione terminologica) risiede l'eticità (in quanto legge sopraindividuale), insomma perché esso è il rappresentante della reale immanenza della mente umana nella vita subumana della società, nel suo procedere (processo infinito) all'Umanità (cultura, civiltà); perché lo Stato è la collettività all'infuori della quale il nostro vivere come agire nel senso più generale non avrebbe significato»: anche qui, come nella tesi del 1928, lo Stato non è in sé la sede dell'eticità (legge morale superindividuale), ma solo in quanto «espressione di una collettività, di un raggrupparsi (storicamente determinato), sociale di elementi di quella societas humana nella quale [...] risiede l'eticità [...]»: nel 1932, tuttavia, questa societas non è espressamente identificata con la nazione. [75] Cantimori, «Ulrico di Hutten», tesi di laurea, 177-178. [76] Id., Ulrico von Hutten, VI, 63. Per le osservazioni precedenti, ibid., 19-20, 36-39, 44-47, 54-55, 59-61. [77] I giovani della destra tedesca «non sono contro gli israeliti della loro nazione senza una ragione. Questa abbiamo cercato di capirla, senza volerla fare nostra ma per mettere in guardia contro eventuali malintesi» (PSC, 32). Così rispetto al razzismo: si può comprenderlo, «senza volerlo giustificare e senza (Dio ne guardi!) metterci dalla parte dei razzisti» (PSC, 36). A questo riguardo, vale la pena di ricordare l'incredibile affermazione compresa nel primo art. sulla Germania giovane (1927), secondo cui «A Berlino, per es., i tre quarti della popolazione sono costituiti da Ebrei; 'puri tedeschi' sono soltanto nelle classi povere» (PSC, 30), dove è probabile che sia caduta qualche parola, ad esempio: «della popolazione [ricca]». Come che sia, sono luoghi tipici delle 'fonti' tedesche del Cantimori di questi anni. [78] Adesso sappiamo (lettera a G. Gentile jr., da Pisa, del 17 dicembre 1927, in Simoncelli, Cantimori, 19-20) che Cantimori ebbe anche contatti personali con ambienti della gioventù «nazionalista» berlinese e cercò di promuovere scambi culturali in vista della costituzione di una «società di studi italo-tedeschi». Per i contatti fra ambienti ed esponenti del fascismo italiano e la destra tedesca negli anni Venti, all'interno dei quali devono essere collocati anche questi di Cantimori, cfr. R. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo fino all'andata al potere di Hitler (1922-1933). Appunti e documenti (Napoli: Esi, 1971), 9-96; Petersen, Hitler e Mussolini, 5-53, dove (33, 466 nota 160) si ricorda, fra le altre, la missione in Italia (1925-26) di H. Franke, editore della rivista nazionalistica Standarte, letta e ampiamente citata da Cantimori (PSC, 47-48). [79] Si ricordi che il 5 febbraio 1926 il presidente del consiglio bavarese Held aveva denunciato i metodi seguiti dal governo fascista in Alto Adige: gli aveva risposto aggressivamente Mussolini nei discorsi alla Camera del 6 e al Senato del 10 febbraio 1926. Nel dicembre di quell'anno era stata creata la provincia di Bolzano. L'antefatto diretto degli interventi di Cantimori del 1928 è il discorso del cancelliere austriaco mons. Seipel, la risposta di Mussolini nel discorso parlamentare del 3 marzo 1928, in cui è compresa l'affermazione «Conviene di proclamare che l'Italia non è andata a prendere, bensì a portare un contributo possente di civiltà nella provincia di Bolzano» citata da lui con compiacimento (PSC, 44) e l'intervista del duce al giornale tedesco Tag del 28 aprile 1928, in cui Mussolini aveva fatto capire di essere disposto a fare certe concessioni (Opera omnia, XXIII, 135 sgg.). È a questa intervista che fa riferimento Cantimori per sostenere le proprie proposte: «accenni a una tale soluzione o impostazione del problema erano già in una intervista concessa nell'estate di quest'anno dal Duce ad un quotato giornalista tedesco, che il 'Corriere della Sera' non identificava più precisamente, ma che era di parte nazionalista» (PSC, 51). Per tutti questi problemi, cfr. M. Toscano, Storia diplomatica della questione dell'Alto Adige, (Bari: Laterza, 1967), 108-112. Il giovane normalista era stato nell'estate del 1926 a campeggiare con un gruppo di avanguardisti della provincia di Forlì in provincia di Bolzano: cfr. D. Cantimori, «Le avanguardie della provincia di Forlì nell'Alto Adige», in Vita nova, 3 (1927): 91-92. [80] Collotti ha colto l'importanza di questo nesso Stato-nazione (o Stato-società, come egli dice) nel giovane Cantimori e lo ha giustamente considerato «come uno dei punti di contatto più stretti» fra i suoi primi scritti sul fascismo e quelli sulla Germania giovane, ma ha poi ritenuto - con una interpretazione che nel testo non ho seguita - che lo studioso italiano auspicasse una valorizzazione degli elementi della società civile rispetto allo Stato e quindi ha rilevato una contraddizione fra questo auspicio e il suo fascismo (Collotti, 813). [81] Turi, Giovanni Gentile, 393-407. Il discorso di Gentile del 12 aprile 1930 fu subito ripubblicato da Civiltà moderna di Codignola e da Educazione fascista, il mensile dell'Istituto nazionale fascista di cultura presieduto dallo stesso Gentile, col titolo I problemi attuali della politica scolastica (poi in La riforma della scuola in Italia, [Firenze: Sansoni, 19372], 453-477). [82] Il momento centrale della battaglia post-concordataria di Ernesto Codignola fu - com'è noto - la fondazione di Civiltà moderna, il cui primo numero reca la data del 15 giugno 1929. Cantimori, che pubblicava allora l'Ochino, ricevette un'offerta di collaborazione alla rivista ancora in gestazione nel marzo del 1929 e rispose, accettando, il 10 aprile, da Pisa. Sono per noi interessanti i progetti di lavoro e gl'interessi culturali che delineava: «Comincio fin d'ora a preparare un nuovo lavoretto sulla cultura, e sulle relazioni che la storiografia della cultura ha avuto con le correnti politiche e sociali in generale, e coi movimenti filosofici religiosi e appunto 'culturali' dell'ultimo cinquantennio. Recensirò molto volentieri quante opere Ella mi farà inviare, tanto francesi quanto tedesche. Oltre il Rinascimento e la Riforma sono stati e sono miei argomenti di studio l'Europeismo (nel senso del Troeltsch e del Croce) e i suoi rapporti coll'europeismo politico e le sue influenze sulla storiografia; e le opere di politica morale: tali opere recensirei con maggiore sicurezza e, credo di poterlo dire, con una qualche preparazione» (Archivio Codignola, presso il Centro di documentazione pedagogica di Scandicci, Firenze, fasc. Delio Cantimori). Si colga il riferimento a E. Troeltsch, Europäismus (1926), su cui cfr. C. Curcio, Europa. Storia di un'idea, II (Firenze: Vallecchi, 1958), 840-841. [83] Si trattò anche di un'autocritica: nell'ultimo articolo comparso su Vita nova, Chiarificazione di idee. De minimis del 1932, egli arrivava a criticare risolutamente il ricorso a tutta una terminologia religiosa da parte degli immanentisti per significare la propria «fede nell'uomo, nella ragione dell'uomo» (PSC, 124-130). È probabile - com'è stato rilevato (Vivanti, Politica, 780 nota 7) - che l'obiettivo polemico fosse la crociana 'religione della libertà' (era appena uscita la Storia d'Europa), ma certo gli accenti e i problemi delle discussioni del 1926-27 con Alfieri erano ormai superati. [84] Per tutti questi problemi è ancora molto utile, e vi sono ricorso a più riprese, Curcio, Europa, 789-880, per i dibattiti fra le due guerre; opus, se si vuole, oratorium maxime, ma ricchissimo di indicazioni bibliografiche e soprattutto scritto da un testimone che visse direttamente e partecipò a quel clima culturale; ma cfr. anche il più recente saggio di M. Nacci, «La crisi della civiltà: fascismo e cultura europea», in Aa.Vv., Tendenze della filosofia italiana nell'età del fascismo, a cura di O. Pompeo Faracovi (Livorno: Belforte, 1985), 41-71. [85] D. Cantimori, rec. a H. Daniel-Rops, Il mondo senz'anima (Brescia, 1933), in Leonardo, 4 (1933): 269-270. [86] L'art. di Cantimori «Ritorno al Medioevo e crisi di viltà» (Vita nova, 8, 1932, 95-97: PSC, 119-123) è una risposta estremamente polemica a J. Evola, «Note circa il 'Ritorno al medievo'», ibid., 7 (1931): 956-960. Pur con riferimenti ad altri testi, questa antitesi Evola-Cantimori è stata còlta in Bongiovanni, Rivoluzione, 801-802. [87] Ancora nel 1961, Cantimori porrà «relazioni strette fra i razzisti tedeschi e i panslavisti teorizzatori della spinta russa verso occidente» («Prefazione» a De Felice, Storia degli ebrei italiani, XVII). [88] In questa lettera veniva fatto, ad deterrendum, il nome di Hans Mühlestein, lo svizzero storico della cultura, allievo di Bachofen: quando Croce ne ebbe recensito sulla Critica, nel 1926, il volume Russland und die Psychomachie Europas, uno dei tanti in cui si paventava «la finis Europae, l'arresto del suo svolgimento per effetto dell'arido meccanismo, privo di entusiasmo etico e religioso, o addirittura la sommersione della sua civiltà per opera della Russia semiasiatica, alleata dell'Asia», Cantimori, colpito evidentemente dal libro o dalla recensione, ne propose al filosofo la traduzione, e solo di fronte allo scetticismo di questi («Il libro è un po', anzi molto verboso, e il succo di esso si può spremere in un articolo non lungo») la proposta non ebbe seguito: cfr. la lettera (Napoli, 4 dicembre 1926) di Croce ad Alfieri, tramite il quale Cantimori aveva avanzato la proposta, in Croce, Lettere a V.E. Alfieri, 17, dove è da rettificare la nota 1 a 18; la rec. a H. Mühlestein, Russland und die Psychomachie Europas. Versuch über dem Zusammenhang der religiösen und der politischen Weltkrisis (München, 1925) è ora in B. Croce, Nuove pagine sparse, II (Bari: Laterza, 19662), 247-249. Ma ancora nella lettera del 15 dicembre 1928 chiedeva a Croce un parere sul movimento del Coudenhove-Kalergi e sulla Europäische Revue del Rohan (Prosperi, Introduzione, LV nota 102), e in quella del 10 aprile 1929 a Codignola qui già citata (supra, nota 82), poneva fra i suoi argomenti di studio l'europeismo e i suoi rapporti coi movimenti politici e la storiografia. Nel novembre 1928, lettore e abbonato della rivista del Rohan, polemizzava su Vita nova contro l'europeismo incentrato su un asse franco-tedesco che emergeva in alcuni articoli della Europäische Revue (PSC, 54-57) e riceveva una risposta da Max Clauss, redattore responsabile della rivista («Europa-Gesprach mit Italien», in Europäische Revue, 1929, 875-877), che nel 1930 avrebbe ospitato la traduzione di un altro intervento cantimoriano di Vita nova, Stati uniti d'Europa: «Italiens Rolle in Europa», ibid., 1930, 619-624 (questa traduzione, sfuggita alla bibliografia Perini-Tedeschi, era già stata segnalata da Barbera-Campioni, «Dalla filosofia alla storiografia», 79 nota 107). Sulla personalità del Rohan e sulla sua rivista è utile K.- Hoepke, La destra tedesca e il fascismo, (trad. it., Bologna: Il Mulino, 1971), 41-62, 66-70. [89] D. Cantimori, «Passaporto per l'impero», in Pattuglia, I, 25 (2 novembre 1929): 1, riportato in Appendice III. Nonostante il richiamo a Croce nella lettera cit. a Codignola (cfr. supra nota 82), è evidente la distanza fra l'europeismo del Cantimori di questi anni e quello liberale del filosofo. Lo conferma un appunto datato 17.IX.'32 e pubblicato nel più volte citato lavoro di Barbera-Campioni (82) a proposito di quel passo dell'«Epilogo» della crociana Storia d' Europa, in cui si afferma che «a quel modo che, or sono settant'anni, un napoletano dell'antico Regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l'esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri s'innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all'Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccole, non dimenticate già, ma meglio amate». Cantimori commentava: «I migliori e più vivi italiani dal 1870 in poi hanno perso la loro fedeltà al proprio passato di piemontesi, lombardi, siciliani - e come italiani si sono abbandonati ad una incessante ricerca cosmopolitica del nuovo e sempre nuovo: in questo senso, Marinetti è il simbolo della terza Italia, e il profeta della nuova Europa, intanto ch'essa non avrà miglior storia di quella del Croce», dove mi pare evidente - nonostante le considerazioni successive di Barbera-Campioni - il sarcasmo di Cantimori, anche in considerazione del suo, più volte ribadito, anti-futurismo. [90] E. Gentile, «La nazione del fascismo», 90: in questo saggio, il paragrafo dedicato a La civiltà imperiale (89-95), con le copiose citazioni di autori cari a Cantimori, come Gentile, Pellizzi, Berto Ricci, l'anonimo editorialista di Critica fascista, è molto utile per comprendere i suoi scritti cagliaritani; per la storia successiva dell''europeismo' fascista, v. D. Cofrancesco, «Il mito europeo del fascismo (1939-1945)», in Storia contemporanea, 14 (1983): 5-45, 5-9 sui precedenti. [91] B. Mussolini, «Il numero come forza», in Gerarchia, settembre 1928, prefazione a R. Korherr, Regresso delle nascite morte dei popoli (Roma, 1928), ora in B. Mussolini, Opera omnia, XXIII, 209-216. Sul suo significato, cfr. R. De Felice, Mussolini il duce, I - Gli anni del consenso 1929-1936 (Torino: Einaudi, 1974), 39-41. Cantimori la commenta almeno in «L'Italia e l'Europa» del 1929 (PSC, 58-60) e in «Passaporto per l'impero», cit. alla nota 89. [92] P.Nello, Un fedele disubbidiente. Dino Grandi da Palazzo Chigi al 25 luglio (Bologna: Il Mulino, 1993), 72 e passim. [93] G. Santomassimo,«Ugo Spirito e il corporativismo», in Studi storici, 14 (1973): 61-113, 90-91. [94] B. Mussolini, Opera omnia, XXIV, 283. Per tutti questi temi mi son servito di M. Ledeen, L'internazionale fascista (Bari: Laterza, 1973), passim. [95] Mi riferisco ai saggi «Fascismo, nazionalismi e reazioni» e «Fascismo, rivoluzione e non reazione europea» del 1931 e «Ritorno al Medioevo e crisi di viltà» del 1932 (PSC, 81-87, 111-118, 119-123). Il secondo era preceduto da una nota della direzione della rivista (G. Saitta) non riportata in PSC: «Ci permettiamo di richiamare l'attenzione della stampa fascista su questo articolo importantissimo del nostro valoroso amico e scolaro professore Cantimori». L'articolo da cui il primo prende le mosse è Critica fascista, «Note al discorso di Palazzo Venezia», in Critica fascista, 8 (1930): 402-404: «Contro il Fascismo è schierata la Vandea reazionaria di tutta l'Europa, che si sente battuta in breccia dall'implacabile procedere vittorioso di un regime saturo di giovinezza e di vita, maestro di energia, assertore di sincerità e di forza. L'Italia e la Russia sono i due soli (per quanto antitetici) principii di rinnovamento del mondo moderno. O con Mussolini o con Lenin: non c'è altro scampo per la decrepita società borghese che ci odia, ma deve ammirarci e soprattutto temerci:[...] Se non vorrà morire l'Europa dovrà intendere l'ammonimento che le viene dal Fascismo, e conformarsi ai principi della nostra Rivoluzione. [...] Quello che possiamo e dobbiamo imporre [su scala internazionale] è lo spirito del Fascismo, che contro le convenzionali formule politiche pone i valori essenziali della vita e dell'azione. In base ad esso noi abbiamo risolto il problema dello Stato, e dei suoi rapporti con gli individui, con i gruppi organizzati, e dei gruppi fra loro. La nostra esperienza corporativa dà al mondo che si dibatte nella rete delle interferenze fra Stato, gruppi e individui, norme chiare e precise sul mutuo comportamento di questi fattori. All'indifferenza e all'apatia liberali, all'utopistico travisamento socialista succede la realtà fascista» . [96] Si pensi solo all'importante scritto di G. Gentile, «L'essenza del fascismo» (1928), poi in Origini e dottrina del fascismo, (Roma: Istituto nazionale fascista di cultura, 19343), 7-55, dove, specialmente nei capitoli XII e XIII dedicati a «La dottrina dello Stato» e allo «Stato fascista come Stato democratico» (44-49) si pongono chiaramente in luce quelle che il filosofo considerava le divergenze fondamentali fra la dottrina nazionalista e la politica fascista. Su questo problema, molti altri autori (tutti presenti a Cantimori come Pellizzi e Bottai) e temi sono presentati in E. Gentile, Le origini dell'ideologia fascista, 323-400. [97] D. Cantimori, rec. a Universalità del fascismo. Raccolta di giudizi di personalità e della stampa di tutto il mondo, 1922-1932, con prefazione di E.Coselschi (Firenze, 1933), in Leonardo, 4 (1933): 270-271. Per questo libro, cfr. Petersen, Hitler e Mussolini, 107, 484 nota 33. Su Coselschi e la fondazione dei CAUR, cfr. Ledeen, L'internazionale fascista, 136-137 e passim. Un cenno di Cantimori 1938 in PSC, 708-709. [98] Su questa figura cfr. R.Vivarelli, «Le origini del fascismo in Toscana: considerazioni introduttive», in Aa. Vv., 28 ottobre e dintorni. Le basi sociali e politiche del fascismo in Toscana (Firenze: Ediz. Polistampa, 1994),9-22, 15-16 con bibliografia. [99] V. Morello (Rastignac), Il conflitto dopo la Conciliazione (Milano: Bompiani, 1932), 158-159, 161. Per posizioni di Rocco, ibid., 162-163; per quelle di Coppola, 183-186. [100] Alludo a G. Paladino, Il processo per la sètta dell''Unità italiana' e la reazione borbonica dopo il 1848 (Firenze: Le Monnier, 1928), ma anche a W. Maturi, Il concordato del 1818 tra la Santa Sede e le due Sicilie (ivi, 1928), cui sembra riferirsi lo stesso Cantimori quando ricorda il «disastroso (per lo stato) concordato del 1818» (PSC, 113), rovesciando il giudizio di Maturi e accogliendo quello dell'Omodeo recensore (Difesa del Risorgimento, [Torino: Einaudi, 1951], 454-461). La 'difesa del Risorgimento' operata in quegli anni dall'Omodeo ebbe, ovviamente, un' intenzione politica antitetica a quella della polemica cantimoriana, ma obbiettivi spesso non dissimili. Questi giudizi sopravvissero anche in sede di bilancio storiografico nelle Note sugli studi storici in Italia (1926-51) del gennaio 1952: si veda quello su Maturi, il suo Principe di Canosa e la tendenza a considerare «con troppo amore le figure dell'antirisorgimento, e con troppo facile distacco l'Omodeo» (Storici, 277). Ma nell'opera del Maturi son vive anche altre implicazioni che qui Cantimori non sembra scorgere. [101] C. Lovera di Castiglione-I. Rinieri S. J., Clemente Solaro della Margarita (Torino: Bocca, 1931), 3 voll. [102] Per la varia fortuna di Maistre in Italia negli anni Venti, cenni in R. Pertici, «Giorgio Candeloro storico delle dottrine politiche (1931-1949)», in La storiografia sull'Italia contemporanea, atti del convegno in onore di Giorgio Candeloro, Pisa, 9-10 novembre 1989, a cura di C. Cassina (Pisa: Giardini, 1991), 69-122, in particolare 78-80. Il lavoro di Candeloro, Lo svolgimento del pensiero politico di Giuseppe de Maistre (Roma: Tipografia del Senato, 1931) è il più netto tentativo da parte di un gentiliano 'ortodosso' di distanziare lo storicismo idealistico da quello anti-rivoluzionario del pensatore savoiardo. [103] A. Luzio, Carlo Alberto e Mazzini (Torino: Bocca, 1923); E. Passamonti, Nuova luce sui processi del 1833 in Piemonte (Firenze: Le Monnier, 1930). Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.
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