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Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)Roberto Pertici [*]
Roberto Pertici, «Mazzinianesimo, fascismo, comunismo:
l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)», Cromohs,
2 (1997): 1-128, |
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Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI. V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo47. Sulla necessità di inserire - più di quanto non si sia fatto - gli interventi 'tedeschi' di Cantimori nel corrispondente contesto dell'opinione pubblica italiana (e delle varie 'anime' del fascismo), e quindi di dar loro una scansione che tenga conto del mutare della politica del governo italiano e della percezione della Germania in Italia negli anni '20 e '30, ha opportunamente insistito Jens Petersen (Petersen, 820), lamentando nel contempo che manchino ancora ricerche complessive e approfondimenti su tale percezione. Abbiamo sopra cercato di indicare la circolarità esistente fra gli interessi culturali del giovane normalista, la sua concezione del fascismo e l'attenzione viva per i gruppi e i temi della konservative Revolution tedesca, e il ruolo di mediazione che cercò di svolgere, anche sul piano pratico. Il Cantimori di questi anni non poteva che provare ostilità per il sistema politico di Weimar e assistere al suo tramonto senza rimpianti e nostalgie (Collotti, 816; Petersen, 821): ne derivava un'informazione approfondita di certi ambienti politico-culturali (quelli dell'opposizione anti-weimariana di estrema destra), ma una percezione molto parziale dell'intera vita tedesca, anche di quella culturale: «di quei contenuti che hanno creato il mito della cultura weimariana come prima cultura autenticamente moderna, Cantimori ha percepito pochissimo» (Petersen, 821). Gli interventi sulla Germania giovane sono del 1927-28. Il carattere centrale assunto, negli anni successivi, dalla tematica dello 'Stato etico corporativo' comporta un superamento dei (pochi) elementi di romanticismo politicizzante presenti - lo abbiamo visto - nel giovane studioso alla fine degli anni '20: il problema dello Stato è un problema razionale per la sua stessa natura, - scriverà nel 1937, implicitamente criticando le sue posizioni di nove anni prima - poiché lo Stato è una creazione della mente umana, non un fatto meramente naturale come la razza, o un dato storico-naturale come la nazione [...] .[coloro che] quando parlano dello Stato intendono nazione, immettendo così nel concetto razionale, giuridico-politico, di Stato, tutta la passionalità naturale e tutto il vigore sentimentale del concetto di nazione, [...] dimenticano che nella vita statale sentimento e passione debbono cedere alla mente ordinatrice e calcolatrice - affinché proprio la vita della nazione possa affermarsi (PSC, 350-351). 48. Negli anni successivi, fino al 1933, è così ricorrente la polemica contro il romanticismo politico, il fondo «reazionario» dello statalismo romantico, che analizza (e critica) nell'articolo su Friedrich Schlegel nel '29 (PSC, 61-64) e poi nella tesi del '31 sulla Agnes Bernauer di Hebbel: al solito tale critica è il pendant dell'esaltazione dello stato corporativo fascista come entità realmente rivoluzionaria e inassimilabile a quello cattolico-romantico; nel '30 discute anche, per la prima volta, un testo di Carl Schmitt (PSC, 71-76). Mancano, tuttavia, riferimenti all'evoluzione politica tedesca del periodo che va dalla morte di Stresemann, al grande successo nazionalsocialista (e comunista) nelle elezioni politiche del 14 settembre 1930, all'epoca di Brüning, alle drammatiche vicende del 1932; non appaiono soprattutto riferimenti a Hitler e alla NSDAP, assenti - lo abbiamo già sottolineato - anche negli articoli del '27-'28, ma che la vittoria del settembre del 1930 aveva imposti all'attenzione dell'opinione pubblica europea (e italiana). Possiamo quindi solo avanzare alcune ipotesi sugli atteggiamenti del Cantimori 1929-1932, partendo à rebours proprio dal primo intervento più specificamente 'politico' che tornò a dedicare - nelle settimane della Machtergreifung hitleriana - alla situazione tedesca, la recensione (positiva) comparsa sul Leonardo del marzo 1933 alla anti-nazista Geschichte des Nationalsozialismus di Konrad Heiden, di cui propose anche la traduzione italiana a Federico Gentile (Mangoni, XXXIV nota 85): allora era professore al liceo Foscolo di Pavia, ma aveva già trascorso un lungo periodo all'estero, a Basilea, dal dicembre del 1931 al luglio successivo. Di questa recensione mi sembrano notevoli tre aspetti: la definizione del nazismo come «confuso e torbido movimento, erede spirituale del pangermanesimo razzistico antebellico, e dello statalismo romantico»; la messa in guardia da «facili parallelismi» fra il fascismo e il nascente regime nazionalsocialista, già nella figura dei rispettivi capi, ma anche nelle prospettive che, per quanto riguarda il nazismo, a Cantimori sembrano assai incerte: allo Heiden che esprime i suoi dubbi sulla capacità del nazionalsocialismo di fondare subito un regime, cioè «una potenza statale, portata dalle forze determinanti della Nazione», com'è riuscito al fascismo, Cantimori risponde che egli «deve avere una visione non molto chiara del Fascismo, altrimenti i suoi dubbî sarebbero certezza» e ripropone lo stato etico corporativo come soluzione, senza la comprensione del quale «ci si prepareranno probabilmente [anche in Germania] nuove delusioni»; infine l'interesse e l'apprezzamento espressi per le posizioni di Gregor e Otto Strasser, che meritano di essere valutate anche «dottrinalmente», mentre invece lo Heiden, fedele in questo a una storiografia troppo «pragmatica», che riduce le idee a meri strumenti di lotta politica, considera gli Strasser solo «per la loro azione politica e la loro volontà di potenza all'interno del partito» (PSC, 142-145). Per i primi due aspetti Cantimori si inserisce appieno nella diffidenza, talora frutto di incertezza di giudizio, talora di vera e propria ostilità, che molti gruppi e ambienti fascisti mostrarono per l'avanzata hitleriana dopo le elezioni del settembre 1930: alla soddisfazione per la crisi dell'establishment weimariano e delle forze politiche intermedie si unì un distacco preoccupato dagli atteggiamenti di revanchismo, pangermanesimo, antisemitismo, estremismo che affioravano nel partito di Hitler (l'unico ad esaltarli tout court fu Preziosi con la sua rivista, La vita italiana, anche per il suo pervicace anti-ebraismo). Si posero gli elementi per una rivalità ideologica fra i due movimenti, che si sviluppò soprattutto - in sintonia con le tensioni politiche che intervennero fra i due stati - fra il 1933 e il '35 e da parte fascista si cercò di ribadire la propria 'primogenitura' e il proprio respiro 'romano' e 'universale' di contro al razzismo etnicistico nazista. [117] Il nesso, poi, che Cantimori pone fra il nazionalsocialismo e lo «statalismo romantico» rende plausibile l'ipotesi che anche al primo, o almeno ad alcune sue espressioni ideologiche e correnti politiche, pensasse il giovane storico nelle sue pagine polemiche del 1929-1931, che abbiamo già ricordate, e quando marcava la distanza fra il fascismo e «i nazionalismi sciovinistici, di origine razzistica e di prassi demagogica fuori d'Italia» (PSC, 85). Tuttavia, negli anni in cui molte correnti della Germania giovane si andavano inserendo nella NSDAP, placandosi nell'ortodossia nazionalsocialista, Cantimori continua a guardare a quegli ambienti di anticapitalismo socialnazionale, di Nationalbolschewismus, di cui conosceva bene la frastagliata geografia ideologica. Qui non fa il nome di Ernst Niekisch e della sua rivista Wiederstand, che ricorrono invece spesso nei suoi scritti di questi anni e che ricorderà con rispetto ancora nel 1960 (Storici, 375-377), forse anche per la sua opposizione al nazismo e il suo ralliement alla DDR; ma dei fratelli Strasser, benché Otto fosse ormai fuori del partito e Gregor ridotto a semplice militante. 49. In questa recensione si trovano in nuce gli atteggiamenti fondamentali, sul piano del giudizio politico, di Cantimori rispetto al nazionalsocialismo, anche se l'approfondimento culturale e le letture dei due anni successivi, la percezione diretta degli avvenimenti (non si dimentichi che dal 1° agosto 1933 al 15 settembre 1934 compì il viaggio di studio in Europa centrale, in Inghilterra e in Irlanda, che tanta importanza ebbe nella sua evoluzione intellettuale e politica), le prime crepe del suo fascismo arricchirono grandemente la sua prospettiva. Le Note sul nazionalsocialismo furono scritte a Zurigo nell'aprile del 1934, quando - dopo l'uscita della Germania dalla Società delle nazioni e la conseguente vanificazione del Patto a quattro, fortemente voluto da Mussolini; a ridosso della legislazione tedesca sul lavoro del 24 gennaio 1934 esaltata dalla stampa tedesca come un passo che andava ben al di là del corporativismo e prontamente criticata da quella italiana come inorganica e autoritaria (Cantimori ne dà un giudizio da cui trapelano forti riserve, pur citando la reazione di Ugo Spirito su Critica fascista, che invece, accanto ai limiti da molti messi in luce e da lui ribaditi, vi coglieva aspetti interessanti, consoni alla «corporazione aziendale» su cui stava allora riflettendo); all'indomani del riaccendersi della questione austriaca che divideva Italia e Germania (il 12 febbraio si era avuto l'annientamento della socialdemocrazia austriaca, nella repressione della Comune di Vienna) - le controversie ideologiche e i contrasti politici fra fascismo e nazismo erano assai vivi. [118] Lo scritto si apre (e si chiude) con la domanda se, all'interno della rivoluzione nazionalsocialista, finirà per prevalere il nazionalismo imperialistico e revanscistico e, quindi, se i progetti interni di rivoluzione sociale siano meramente strumentali, oppure siano l'elemento realmente caratterizzante: questa tensione fra gli elementi antiborghesi e di 'socialismo tedesco' del fronte nazionalistico (che Cantimori probabilmente sopravvaluta) e le correnti reazionarie, eredi del militarismo prussiano e del romanticismo politico, fra Jünger, Niekisch, gli Strasser da una parte, e il conservatorismo di Carl Schmitt dall'altra, è il fulcro di questo saggio (Bongiovanni, Rivoluzione, 805-806; Collotti, 816). Il problema si scioglie dopo il 30 giugno e Cantimori lo registra in una nota, posteriore al novembre di quell'anno, aggiunta in conclusione al saggio: quegli avvenimenti hanno segnato la «vittoria dell'elemento militare (Reichswehr) e 'reazionario' su quello rivoluzionario, accompagnato da abili colpi contro portavoce della 'Reazione' e dal saldo di vecchi conti, immutati restando molti vecchi motivi ideologici e propagandistici, come la fede nel 'Führer' Hitler» (PSC, 191). 50. Se poi seguiamo le segnalazioni e recensioni militanti del secondo semestre del '34 e del primo del '35, il distacco critico del saggio 'scientifico' si trasforma in evidente ostilità politica: abbiamo già accennato all'ironia verso Solmi e la sua sopravvalutazione delle realizzazioni del primo periodo del regime nazionalsocialista (cfr. supra, III, 41); recensendo un volume di Guido Bortolotto, sottolineava «l'importanza del mito razzista per il Nazionalsocialismo, che in molte più cose che non appaia è erede del pangermanesimo [il nesso col pangermanesimo evidenziava un tratto 'reazionario' del nazismo, N.d.A.] attraverso la mediazione del poeta Dietrich Eckart, la cui influenza su Hitler è nota [...] Avremmo desiderato maggiore decisione ed informazione dell'autore sulla questione ebraica, dove vengono accettate senza critica posizioni inaccettabili proprio dal punto di vista 'romano e italiano'» . [119] L'allarme cresce (e anche qui Cantimori è in sintonia con l'opinione pubblica italiana, con molti ambienti fascisti e con la politica governativa) dopo il 25 luglio 1934, l'assassinio di Dolfuss: «gli avvenimenti del 30 giugno e del 25 luglio scorsi [...] gli avvenimenti in Bulgaria [il colpo di stato monarchico-autoritario del 19 maggio 1934, ispirato da re Boris, N.d.A.], in Germania, in Austria [...] hanno mutato radicalmente lo scacchiere politico europeo», [120] scrive alla fine di quell'anno, e si avverte, qua e là, nei suoi scritti, legato all'affermarsi definitivo del potere hitleriano (il 2 agosto, con la morte di Hindenburg, Hitler era divenuto capo dello stato) e all'affacciarsi della Germania nazista in Europa, il senso dell'imminenza di nuove competizioni armate. [121] L'affermazione del nazionalsocialismo in Germania poneva dunque al fascismo italiano problemi nuovi: è col pensiero rivolto ad essi che recensisce, sul Leonardo del luglio-agosto 1934, il volumetto di Ernesto Codignola, Il rinnovamento spirituale dei giovani, apparso nei mondadoriani «Panorami di vita fascista» - collana diretta da Arturo Marpicati, sotto gli auspici del PNF -, documento tipico di un fascismo 'liberale', in nome del quale l'autore difende l'autonomia della cultura contro l'inframmettenza e il controllo del potere politico e auspica un rapido ristabilimento della libertà di stampa. [122] A giudizio di Cantimori, esso è «uno dei migliori libri di propaganda, uno dei più adatti allo scopo, di quelli che abbiamo letto nella letteratura europea odierna». Scrive di averlo letto «assieme ai più disparati scritti di propaganda nazionalsocialista e razzista» e che «di fronte allo straripamento di mostruosità al quale si può assistere oggidì, in Europa» gli è parso un documento notevole «del maggior equilibrio e buon senso italiano [...] e della giovinezza spirituale dell'Autore, dell'entusiasmo della sua fede fascista»; ciò nonostante, esso presenta «gravi e serii problemi, sul piano del Fascismo», proprio di fronte alle questioni che la nuova vita tedesca pone, che per il recensore sono inerenti ai rapporti fra politica e cultura, fra la cultura e le nuove mitologie politiche e fra autorità e libertà. Cantimori distingue fra «i reazionari che scrivono e predicano nella nuova Germania» e gli «stolti antisemiti e..i razzisti fanatici»: fra i primi indica subito Carl Schmitt, non fa nomi per i secondi, ma se pensiamo a quanto scriveva il 4 maggio di quell'anno a Federico Gentile a proposito di Alfred Rosenberg e del suo Der Mythus des 20. Jahrhunderts («Il Rosenberg è un mattone pieno di stravaganze come quella che Cristo è figlio di un soldato romano e roba simile»: PSC, 785), i punti di riferimento possiamo facilmente immaginarli. Su entrambi, i fascisti italiani devono rivolgere la loro «attenzione» e la loro «critica», perché entrambi pongono loro dei problemi. I primi, i reazionari alla Schmitt, appaiono a Cantimori «spesso molto più conseguenti e decisi nei loro argomentarî che non il Codignola». Per esempio, Schmitt proclama nettamente la subordinazione dell'etica e dell'arte alla politica. E' un sofisma evidente, da cui tuttavia non si esce con un argomentare debole, indeciso, con un richiamo a una generica autonomia dell'arte o dell'etica. Questi sono atteggiamenti da anime belle, mentre a una Weltanschauung, scriverà spesso Cantimori in questi anni, si deve contrapporre un'altra Weltanschauung e, ancora una volta, contro ogni contaminazione ideologica, ripropone la teoria gentiliana dell'«affermazione della superiorità dell'etica alla politica, o, con termini più esatti, della riduzione della politica all'etica, per la quale giustamente ogni persona è chiamata a partecipare alla vita politica» (PSC, 194). 51. Ancora più complessa è la sfida dei nuovi miti politici. La pagina che Cantimori dedica loro è molto nota e spesso citata, come programmatica delle sue analisi di quegli anni: chi combatte con armi razionali ed intellettuali, con le armi della cultura, contro tutto ciò che si presenta come estraneo alla cultura, è portato a considerare come non valevole (culturalmente, ed è giusto) e quindi come poco considerabile (politicamente, ed è falso) tutto ciò che è rozzo o ingenuo culturalmente: ed a trascurarlo di conseguenza. A volte, a leggere certa letteratura politica o pseudopolitica, ma non perciò meno diffusa, meno letta e meno assorbita dagli ignari, afferra violenta la tentazione: lasciamo di occuparci di questa gente, che non vale nulla [...]. Ma poi giriamo per le strade e vediamo questi scritti nelle librerie, nei chioschi delle stazioni, li vediamo letti dai giovani, li vediamo a volte discussi con serietà: ed allora pensiamo che qualcosa ci debba pur essere sotto quelle valanghe di parole e di insolenze, sotto quelle rievocazioni di costumi passati, sotto quelle esaltazioni pei misticismi a freddo. Qualcosa di non ben definito, né definibile, che sotto le apparenze rozze ed ingenue si fa strada sempre più, ed incalza: il filosofo forse lo ridurrebbe all'irrazionalità, il politico lo chiamerebbe reazione, in verità non si sa bene che cosa sia. Ma pericoloso è certo, per la sottigliezza con la quale sa sempre porre i suoi avversarî in istato d'accusa, come tiepidi, incerti, 'bestie intellettuali', di fronte alla sua teocratica sicurezza di fede, al suo entusiasmo riscaldato a bianco, proclamato sfacciatamente: rozzamente sì, ma non ingenuamente, e con una conseguenza di decisione, con una volontà permanente se pur non chiara, che non sono affatto da trascurarsi, né da sottovalutare.[...] Non basta aver mostrato la vanità dell'argomento dell'avversario, perché l'avversario non esista più. Specialmente quando questo avversario offre argomenti facili e lusingatori alla pigrizia delle masse ed ai timori ed ai rancori dei singoli (PSC, 195). Cantimori invita, infine, Codignola ad argomentare meglio il problema del ripristino della libertà di stampa, [123] non con una semplice petizione di principio, ma entrando più nel concreto: «siamo ormai troppo abituati a leggere, e in sede teorica, e con grande apparato, su pei giornali, su per le riviste, in tanti libri, proprio tutto il contrario; siamo troppo imbevuti di scetticismo sulle 'libertà' e sull'uso che ne è stato fatto, per esempio e non per gettare fango sui vinti, nella Germania prehitleriana, per non desiderare di sentire qualcosa di più che una semplice, per quanto perentoria, affermazione al proposito» (PSC, 196). Non è ben chiaro il senso di questa osservazione: se sottintende quasi una sfida affinché Codignola espliciti ancora più nettamente le sue posizioni 'liberali', ingaggiando una battaglia politica, oppure un timore che un allentarsi della disciplina del regime possa indebolire la compagine nazionale e magari soggiacere a minacce esterne (a quali, lo indicherebbe il riferimento alla Germania di Weimar e alla misera fine delle sue 'libertà'). Come che sia, è tuttavia importante che di fronte al sorgere della potenza hitleriana, Cantimori invitasse l'intellettualità fascista a evitare contaminazioni ideologiche e a confermare le proprie impostazioni di pensiero, ad analizzare, nel contempo, senza suffisance i nuovi miti politici, sceverandone il senso riposto, e a discutere dei più «gravi e serii problemi», non tralasciando quella disciplina che la gravità dell'ora imponeva. 52. L'esigenza di presentare al pubblico italiano il fenomeno hitleriano nelle sue reali caratteristiche e dimensioni, al fine di suscitare, diciamolo pure, una presa di distanza, o per lo meno un sempre più marcato atteggiamento critico è alla base anche della recensione alla traduzione italiana, presso Bompiani, di una scelta del Mein Kampf. Nel 1982, Valentino Bompiani diede la sua spiegazione sulla nascita di questa edizione, che gli fu proposta (e poi venne eseguita) dall'ebreo Angelo Treves a scopo di «ammonimento» del pubblico italiano: «Nel libro sta scritto [...] tutto ciò che Hitler farà», affermava il traduttore (Petersen, 824-825). L'edizione comparve nell'aprile del '34, con una prefazione dello stesso Hitler datata 2 marzo 1934, in cui si indicava la missione comune di fascismo e nazionalsocialismo, «strettamente legati nella loro essenza ideologica [...] di indicare nuove vie per una fertile cooperazione internazionale». E' noto che la stampa italiana accolse in modo riservato l'opera, che Il popolo d'Italia del 5 aprile non nascose la sua contrarietà specie al razzismo, al «dominio assoluto di una razza sulle altre», che vi veniva predicato, e che seguirono nei mesi successivi altri articoli, alcuni attribuibili allo stesso Mussolini, del medesimo tenore. [124] Ora conosciamo meglio anche la storia della recensione di Cantimori, che richiamò subito (aprile '34) l'attenzione di Federico Gentile sull'«infamia bompianiana sul libro di Hitler», scrisse una prima recensione ritenuta dal direttore del Leonardo «un po' lunga», inviò un testo più breve che nel gennaio '35 subì ulteriori riduzioni; una volta pubblicata nel maggio dello stesso anno, provocò una risposta del Treves e una contro-replica di Cantimori che però Federico Gentile non ritenne opportuno pubblicare (Mangoni, XXXV e note 89 e 90). Se le intenzioni del traduttore e dell'editore erano quelle che abbiamo appena ricordate, può dirsi che Cantimori accusi l'edizione proprio del loro contrario, di essere cioè stata condotta, nella scelta delle parti da espungere e nello stesso lessico usato nella traduzione, in modo da non urtare il lettore italiano: così vengono ridotte e riassunte le parti sulla propaganda, che invece sono essenziali per conoscere Hitler, e quelle più apertamente razziste, limitando il peso di una 'teoria' che è invece fondamentale nel nazionalsocialismo. Una traduzione così articolata diventa di per se stessa un atto politico: «il vero è [...] - scriveva Cantimori nella inedita replica a Treves - che c'è di mezzo il consenso di Hitler, e che l'opera è stata ridotta su una traccia atta a presentare l'autore in una luce particolare, a lui favorevole presso il pubblico italiano» (Mangoni, XXXV nota 89). 53. Più che riproporre un'analisi minuta dei grandi saggi 'tedeschi' del 1934-35, che sono stati oggetto di molti degli studi da cui abbiamo preso le mosse, abbiamo cercato di delineare il formarsi del giudizio politico di Cantimori sul nazionalsocialismo che vi è sotteso e di mostrare come esso si formi avendo sempre presente il pendant ideologico costituito dal fascismo italiano: questo è un fenomeno 'rivoluzionario', quello una netta 'reazione', o meglio «una rivoluzione mancata e trasformatasi in reazione» (Bongiovanni, Cantimori, 26 nota 4). Anche in questo caso non sarà difficile accostare Cantimori ad ambienti come quello di Critica fascista, che seguì gli avvenimenti di Germania con una lunga serie di Lettere dalla Germania di Mario da Silva che meriterebbero un'attenzione maggiore di quella che solitamente è stata loro data, a certe valutazioni di Ugo Spirito, alla radicata diffidenza dell'ambiente sindacale fascista verso il mondo nazista maturata soprattutto dopo la legge tedesca sul lavoro del gennaio 1934, all'atteggiamento dello stesso Gentile, [125] a cui si riaccostò nell'autunno del 1934, quando si trasferì a Roma, 'comandato' presso l'Istituto di studi germanici di villa Sciarra. Vogliamo a questo proposito portare ancora un esempio. E' nota l'importanza e il significato quasi simbolico che Cantimori attribuì all'opera di Carl Schmitt in quella che giudicò una riconversione reazionaria del nazionalsocialismo, nel prevalere in esso delle tematiche statalistiche e autoritarie. Già il 23 gennaio 1934 scriveva da Berlino a Federico Gentile per proporre un'antologia di scritti di Schmitt per «render chiaro bene, al mondo intellettuale italiano, quel che vogliono politicamente (nel senso lato della parola), i Nazionalsocialisti, od almeno una forte e preponderante parte di loro, al di là di ogni romanticismo generalizzatore» (PSC, 783). Molti studiosi del politologo tedesco hanno messo in discussione l'identificazione fra pensiero schmittiano e i «principii del nazionalsocialismo» (o le «idee politiche del nazionalsocialismo», come sembra che in un primo momento dovesse intitolarsi la raccolta) praticamente operata da Cantimori, ma questi ritenne di poter trovare in lui il nucleo vero, al di là del profetismo apocalittico o dei miti razzistici, «al di sopra della cronaca e del romanticismo politico», del movimento tedesco. L'opera andò in porto e apparve nel 1935 fra le pubblicazioni della Scuola di scienze corporative dell'università di Pisa, aperta dalle già ricordate Note sul nazionalsocialismo del traduttore. L'operazione cantimoriana, pur con le caratteristiche (alcuni dicono: i limiti) sopra ricordate, è un momento importante della fortuna di Schmitt in Italia negli anni '30, [126] fortuna che fu limitata e contrastata. All'interno del fascismo soltanto dalle riviste Lo Stato di Carlo Curcio e Carlo Costamagna e La vita italiana di Preziosi si pose in atto il tentativo di dare un'interpretazione fascista del suo pensiero (Bongiovanni, Cantimori, 23-24). La 'ricezione' dell'opera di Schmitt fu condizionata negativamente soprattutto dalla pubblicazione, sull'ultima annata (1935) dei Nuovi studi di Spirito e Volpicelli, della traduzione italiana del saggio di Karl Löwith, in Italia dal febbraio '34 con una borsa della Rockefeller Foundation (in realtà per sfuggire al clima tedesco che era diventato irrespirabile anche per un ebreo convertito com'egli era) Il «Concetto della politica di Carlo Schmitt» e il problema della decisione, firmato con lo pseudonimo Ugo Fiala, che esercitò una vasta influenza sugli studi italiani intorno a Schmitt fino alla guerra e oltre. 54. E' nota la sua tesi di fondo: in Schmitt la discussione concettuale cede all'intenzione di agire politicamente, la meditazione filosofica diventa uno strumento dell'azione politica, tutti i suoi concetti sono essenzialmente polemici. Egli porta a compimento l'inversione della filosofia compiutasi dopo Hegel tramite i 'decisionisti' Marx e Kierkegaard. Il suo pensiero politico è essenzialmente occasionalistico, riceve la norma da ciò che succede, è insomma ideologia nel senso deteriore datole da Marx. Questa operazione può esser compiuta per la vacuità e il carattere nichilistico dei concetti fondamentali con cui egli opera (quello di 'decisione', la distinzione fra hostis e amicus), che sono destinati ad assumere contenuti e fini solo dalla casuale occasio delle situazioni politiche che volta per volta si presentano. Così, per esempio, il problema della uguaglianza umana, che anche lo Schmitt non può eliminare, si trasforma nella cosiddetta Artgleichheit (uguaglianza di stirpe), che è venuta assumendo un contenuto razziale e quindi antisemitico. [127] Il saggio del «malizioso» Fiala, nell'edizione tedesca, è molto presente al Cantimori che pubblica nel 1935 lo studio su La politica di Carl Schmitt: lo studioso italiano respinge in modo esplicito l'ipotesi 'occasionalistica' e nega che il pensiero schmittiano sia soltanto una «brillante veste di una ambizione personale», ma anch'egli - con argomentazioni tratte dall'idealismo storicistico italiano - gli nega ogni carattere teoretico e semmai gli riconosce un significato «culturale» (nel senso cantimoriano del termine), lo considera espressione del mondo empirico degli avvenimenti, delle aspirazioni della Germania del suo tempo (PSC, 245-246). Ma Cantimori, che lavorava - non lo si deve dimenticare - presso un istituto di collaborazione culturale fra i governi italiano e tedesco [128] (e Schmitt era consigliere di Stato e fra i maggiori intellettuali tedeschi che avevano aderito al nazismo) non solo utilizzò largamente il saggio di Löwith-Fiala, ma - e questo è un elemento nuovo che ci sembra di notevole importanza - anonimamente ne curò la traduzione e la pubblicazione su una rivista amica, i Nuovi studi appunto, assicurandogli una duratura diffusione e influenza nella cultura italiana. Che la traduzione del saggio di Löwith e quella dei saggi schmittiani compresi nei Principii del nazionalsocialismo fossero di un medesimo autore lo si poteva forse congetturare da un confronto stilistico; ora ne abbiamo la conferma dallo scritto autobiografico del 1940 dello stesso Löwith, che, narrando della visita in Italia dell'aprile 1936 di Schmitt e d'una sua conferenza, scrive: «Successivamente venne Carl Schmitt, sul cui 'decisionismo' io avevo pubblicato un saggio critico adoperando uno pseudonimo, dietro il quale egli supponeva si nascondesse Georg Lukács, senza sospettare che l'autore sarebbe stato fra i suoi ascoltatori ed era amico dell'italiano che aveva tradotto sia questa critica sia gli scritti politici di Schmitt». [129] 55. Sulla rivista di Spirito e Volpicelli il saggio di Ugo Fiala era seguito immediatamente dal testo della prefazione che lo stesso Arnaldo Volpicelli aveva scritta per il volume dei Principii: mentre il saggio introduttivo di Cantimori aveva uno scopo storico-informativo sulle vicende del nazionalsocialismo, alle più brevi pagine di Volpicelli era assegnato il compito di esprimere il giudizio teoretico e politico sul pensiero di Schmitt, giudizio che risultava duramente critico di due suoi concetti-chiave: la concezione guerriera e nazionalistica della politica e la teoria generale dello Stato nazionalsocialista basato sulla triade Stato-movimento-popolo. Alla prima il teorico gentiliano contrapponeva una visione della politica «esclusivamente [come] legame, solidarietà, amicizia: 'comunità'», la cui sostanza e meta ideale non è il nazionalismo, ma l'internazionalismo, proprio perché «sostanza e ideale della politica è l'etica stessa»; alla seconda una sintesi che insisteva sul carattere transeunte del partito, che verrà a «cadere quando il nuovo Stato unitario e totalitario sarà completamente attuato». Per il teorico corporativista i termini sono essenzialmente due, l'organizzazione sociale e l'autorità statale, che devono giungere a una sintesi superiore, lo stato corporativo: in questa prospettiva non c'è posto stabilmente per un tertium, il partito, che è quindi un organismo con uno scopo determinato e temporaneo destinato a dissolversi nello Stato. [130] Su questa prefazione ha richiamato giustamente l'attenzione Bongiovanni, che l'ha letta come un severo atto d'accusa allo stesso regime nazionalsocialista, ma «di stampo nettamente conservatore», che appunta la sua critica, cioè, sulla «dinamica aggressivamente sovvertitrice» del regime tedesco, in nome d'un fascismo «conservatore-gradualistico e statocentrico». Secondo Bongiovanni, le Note sul nazionalsocialismo, che nel volume seguivano immediatamente la prefazione di Volpicelli, sarebbero in radicale antitesi ad essa. Per Volpicelli «l'impostazione schmittiana è infatti pericolosamente sovversiva ed antistatale, mentre per Cantimori l'operato di Schmitt è stato assai utile nella fase di ripiegamento conservatore e reazionario del nazionalsocialismo. Schmitt costituisce dunque il trionfo - un trionfo che è anche un tradimento - del volto conservatore della rivoluzione conservatrice» (Bongiovanni, Cantimori, 24-26, 31; Rivoluzione, 805). Non so se in questo caso la diade rivoluzionario/reazionario sia veramente adatta a farci capire i testi: la prefazione di Volpicelli è certamente un testo di tono scolastico, che - di un autore come Schmitt - ripropone un piano di lettura di tipo speculativo che da Cantimori era ritenuto insufficiente, proprio per il carattere 'culturale', non filosofico, dell'opera schmittiana. Ma restando su tale piano, sarebbe stato probabilmente d'accordo con la prima obiezione di Volpicelli: abbiamo visto come soltanto pochi mesi prima, nella recensione a Codignola, anch'egli fosse tornato a contrapporre l'eticismo gentiliano al primato del politico affermato da Schmitt. La critica di Cantimori alla triade Stato-movimento-popolo è certo in una prospettiva più propriamente politica, ma forse non ha un senso poi molto diverso da quella di Volpicelli: la tripartizione schmittiana (i funzionari e la burocrazia statale, il partito come élite organizzata e gli uomini dedicati all'attività economico-sociale) fa pensare - scrive Cantimori - alle tre classi di Platone e produce una conseguenza fondamentale, che «la legge, la giurisprudenza, non è [...] indipendente dalla politica [cioè dal partito, N.d.A.] ma le è sottomessa» (PSC, 199). Per Cantimori l'elemento-Partito poneva fine, nella teoria schmittiana e nella prassi nazionalsocialista, allo Stato di diritto; la riaffermazione da parte di Volpicelli della priorità dello Stato e del carattere transeunte del Partito aveva origine da una constatazione non diversa. Per entrambi la forma di conquista e di gestione del potere da parte del nazionalsocialismo era rivoluzionaria, ma i contenuti e gli scopi di quel regime essenzialmente reazionari. Come che sia, è tuttavia rilevante, per quell'esigenza di contestualizzazione dell'opera cantimoriana da cui siamo partiti, che nella seconda metà del 1935 una rivista fascista (sia pure in odore di eresia e in procinto di essere interrotta) del prestigio dei Nuovi studi pubblicasse un così severo attacco alle teorie schmittiane e alla politica nazionalsocialista e ne mettesse in evidenza le differenze dal fascismo corporativo; che in tale operazione avesse un ruolo centrale Delio Cantimori, traduttore di Schmitt ma anche del suo acerbo critico, il non-ario Löwith; che essa avesse la copertura politico-culturale di uno dei direttori del periodico, appunto Arnaldo Volpicelli. 56. Ma sui rapporti fra Cantimori e Löwith occorre spendere ancora alcune parole. Esiste in merito un saggio ormai classico di Gennaro Sasso, del 1974, in cui partendo da un lapsus cantimoriano nell'introduzione alla ristampa 1962, presso l'editore Einaudi, della Crisi della civiltà di Johan Huizinga, si facevano osservazioni e si avanzavano ipotesi molto suggestive. [131] Cantimori, in un passaggio di quel tormentatissimo testo, aveva rimandato a «certe pagine e certe riflessioni di Hans Castorp e in certe discussioni fra Settembrini e Fiala nella Montagna incantata di Thomas Mann» (Storici, 346). Fiala e non, come sarebbe stato correttamente, Naphta. Sasso era facilmente risalito allo pseudonimo usato da Löwith per il suo saggio schmittiano del '35, aveva fatto riferimento alla pubblicazione sui Nuovi studi e si era chiesto le ragioni del lapsus in cui Cantimori era incorso quasi tre decenni dopo: per qual motivo, cioè, egli avesse nel 1962 inconsciamente identificato con il gesuita Leo Naphta, il personaggio che nella dialettica dello Zauberberg manniano ha il ruolo che tutti conoscono, tramite il suo pseudonimo Fiala, proprio l'autore della critica a Schmitt. Sasso ricorre a una congettura assai fine che fa entrare in causa il nome di Gyorgy Lukács e la corrente diceria, certamente non ignorata dal Cantimori del 1962, che in Leo Naphta Thomas Mann avesse rappresentato alcuni tratti del filosofo marxista ungherese; oltre a ciò dà per certo (e quanto abbiamo scritto sopra conferma senz'altro tale ipotesi) ch'egli anche sapesse che dietro lo pseudonimo di Fiala si celava Karl Löwith. Per spiegare lo scambio dei due nomi, Sasso suppone che «al fine di rimuovere dal filosofo comunista e marxista l'onta dell'identificazione con il personaggio per eccellenza 'negativo' dello Zauberberg, egli avesse dato a questo il nome del quale una volta s'era servito il critico borghese, e da lui non amato, di Carl Schmitt. Lukács (questo fu, secondo la sua congettura, il corso del pensiero 'inconscio' di Cantimori) non si chiamava Naphta, perché questi aveva in realtà nome Hugo Fiala, e, dietro il velo di questo pseudonimo, si chiamava Karl Löwith». [132] Le acquisizioni successive (fra cui, come abbiamo visto, la notizia che lo stesso Schmitt avesse identificato Fiala in Lukács) non hanno modificato la congettura dell'illustre studioso. 57. A tutta questa discussione è sempre rimasto estraneo un testo, ancora di Cantimori, che pur poteva portare qualche elemento nuovo e diverso. Si tratta d'un brano del necrologio che lo storico dedicò nel 1960 (due anni avanti l'introduzione a Huizinga) a Carlo Antoni, in realtà una recensione al libretto postumo di quest'ultimo, Gratitudine. Vi rievocava i tempi di villa Sciarra, dell'Istituto di studi germanici, delle discussioni che vi si tenevano: «lo [Antoni] facevo inquietare - ricorda Cantimori - paragonando lui al Settembrini della 'Montagna Incantata', e il Löwith al gesuita Nafta. Finché un giorno gli dissi che il Mann per la figura di Settembrini aveva anche tenuto presente il Croce [...]». [133] Risulta, cioè, che l'identificazione Löwith-Naphta, che si ritrova nel lapsus del '62, era già abituale nelle scherzose polemiche degli anni '34-'36 sul Gianicolo. Ci si può chiedere perché Cantimori potesse concepirla, cioè vedere proprio nel critico asperrimo di Carl Schmitt la figura di Naphta, per far parlare il quale era allora convinto che Mann avesse «potuto servirsi di frasi e periodi degli scritti dello Schmitt, in ispecie della Politische Romantik» (PSC, 245). Se si vuol restare aderenti ai testi di quegli anni, si può ricavare qualche elemento da una delle «Note e notizie» del Giornale critico che Cantimori pubblica nel '37: Löwith vi è considerato come esponente di una filosofia teologizzante, che resta estranea all'immanentismo e che continua a proporre - dopo la critica di Feuerbach a Hegel - un concetto di 'umanità' di stampo teologico-hegeliano, a sfondo religioso. Per lui l''umanità' è un'esigenza, anche se non fondabile razionalmente: Cantimori parla di conclusione sconcertante «con la caratteristica affermazione di fede in un ignoto propria a tutti questi tentativi irrazionalistici degli ultimi tempi» (PSC, 359-360). Löwith sembrava dunque portatore di una filosofia teologico-irrazionalistica: di fronte allo storicista e immanentista Antoni poteva questo bastare per accostarlo al gesuita di Mann, sia pure nel motto di spirito? Forse c'è anche qualcosa d'altro: nell'introduzione del 1961 (come si vede siamo sempre nel medesimo giro d'anni) alla Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di De Felice, Cantimori passa in anonima rassegna alcune figure di ebrei conosciuti nella sua vita. Spiccano «l'amico ebreo tedesco che parte all'ultimo momento dall'Italia [dopo le leggi razziali], ancora incredulo che in Italia ciò sia possibile» in cui non è difficile riconoscere Paul Oskar Kristeller e «l'altro amico ebreo tedesco convertito che si dichiara conservatore e reazionario e fascista e fa scandalizzare Carlo Antoni e parte all'ultimo momento, spiacente di non poter tornare in Germania»: [134] si può identificare in questo Karl Löwith? Potrebbero indurre una risposta affermativa il riferimento alla conversione e di nuovo il ricordo delle contese con Antoni; dalla sua autobiografia (che fu scritta nel 1940 per un concorso bandito dall'università di Harvard e che quindi - per alcuni argomenti almeno - deve essere trattata criticamente) risulta poi che egli, volontario in guerra, partecipò negli anni '20 al clima della konservative Revolution, che ancora nel maggio del 1935 compì un viaggio in Germania per cercar di definire la sua situazione universitaria (gli era stato revocato l'incarico a Marburgo). Contro l'identificazione con Löwith resta il riferimento alla partenza all'ultimo momento, perché il filosofo tedesco lasciò l'Italia per il Giappone l'11 ottobre 1936, quindi due anni prima delle leggi razziali del '38. Se comunque questo fosse uno dei suoi non rarissimi lapsus memoriae e si potesse identificare in Löwith l'«amico ebreo» di cui qui parla Cantimori, avremmo un motivo in più per comprendere l'identificazione con Naphta. E' troppo semplicistico supporre che il lapsus del 1962, più che dal desiderio inconscio di 'difendere' Lukács, traesse origine dalle reminiscenze, così vive in quegli anni, dei dibattiti fra Antoni e Löwith del 1934-36, che già allora paragonava a quelli fra Settembrini e Naphta ? e che, sapendo bene che Löwith aveva scritto sotto lo pseudonimo di Fiala il saggio schmittiano che lui stesso aveva tradotto in italiano, e anche per una certa assonanza fra lo pseudonimo e il nome del personaggio manniano, Cantimori abbia operato inconsciamente il passaggio Naphta-Löwith-Fiala, da cui il lapsus? Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.
[117] Per tutto questo cfr. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo, 97-150; Id., Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 418-467; Petersen, Hitler e Mussolini, 99-102, 112-114, 249-258. [118] Ibid., 235-236 (per l'uscita della Germania dalla Società delle nazioni), 208 (per i commenti italiani alla legislazione nazista sul lavoro), 271-272 (per la Comune di Vienna). Su Bottai, Spirito e il 'corporativismo' tedesco, cfr. De Grand, Bottai, 171 e nota 132, ma soprattutto G. Parlato, «Ugo Spirito e il sindacalismo fascista (1932-1942)», in Aa.Vv., Il pensiero di Ugo Spirito (Roma: Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1988), 79-120, 89-92. L'art. di Spirito, «Il corporativismo nazionalsocialista» comparve su Critica fascista, 12 (1934): 117-120, seguìto da una postilla di Bottai, che cercava di dissipare l'impressione che esso comportasse un «qualche contrasto» col durissimo scritto di da Silva sul medesimo tema («Tra il capitalismo privato e lo statalismo», ibid., 73-75): questo era «informato a una valutazione essenzialmente politica, [e] non poteva non essere risolutamente negativo», quello, condotto «con metodo esegetico, non poteva esimersi dal mettere in rilievo tratti tecnicamente importanti della legge tedesca, quale, per esempio, l'assunzione dell'azienda a elemento costitutivo d'un ordinamento sociale ed economico nuovo», ma, sotto un riguardo politico, «le conclusioni cui perviene Spirito, sono [...] non meno negative di quelle di Da Silva». Il saggio di Spirito servì poi da introduzione a U. Spirito, Il corporativismo nazionalsocialista seguito dalla legge sull'ordinamento del lavoro nazionale del 24 gennaio 1934 (Firenze: Sansoni, 1934), primo volumetto della Biblioteca dell'«Archivio di studi corporativi», che Cantimori cita (PSC, 188 nota 39). [119] D. Cantimori, rec. di G. Bortolotto, Fascismo e Nazionalsocialismo (Bologna, 1933), in Leonardo, 5 (1934): 368-369. Su quest'opera cfr. ora De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo, 185. Non può esservi dubbio che Cantimori, coerentemente al suo idealismo e alla sua formazione mazziniana, abbia provato fin dall'inizio un sentimento di repulsione culturale e morale per l'antisemitismo razzista e si deve dunque credergli quando, nel 1961, affermava che «educato mazzianianamente, - non si era mai accorto che tanti compagni e amici di giuochi e di scuola fossero differenti da tutti gli altri» (Cantimori, Prefazione a De Felice, Storia degli ebrei italiani, XXX). Altro discorso concerne la valutazione data da lui sulla natura delle ideologie antisemite e sulla funzione da loro svolta nei movimenti politici contemporanei. Per la prima questione, è da notare che, mentre nel 1928 le elaborazioni razzistiche venivano sussunte nella categoria cantimoriana di 'cultura', dopo il 1935 vengono ridotte a mere ideologie, attinenti la sfera pratica, «che avranno a che fare con la politica e con la sociologia, ma non riguardano la vita intellettuale» (PSC, 313-314). La loro analisi è perciò compito dell'analista politico, che deve considerarle sulla base della logica che gli compete, quella dell'utilità politica. Ritenere un'abiezione naturalistica il «problema antropologico della razza» non esime dall'affrontare il «problema politico del razzismo»: «una analisi del sostrato psicologico e sociale di questi tipici miti di tante parti delle classi moderne dovrebbe esser possibile, e senza passione politica o religiosa immediatamente rivelantesi», anche perché lo sdegno non basta. «Per coloro - aggiunge - che credono di potersela cavare con lo scherno e con lo scandalo, bisognerà poi avvertire che questi metodi non hanno fatto buona prova in Germania» (PSC, 636). È tuttavia da notare che questi presupposti metodici, così lucidamente enunciati, stentano poi a calarsi nell'indagine storico-politica proprio del movimento e poi del regime nazionalsocialista. Nelle Note del 1934 e nei saggi successivi, l'antisemitismo e la mitologia razzistica del nazionalsocialismo vengono considerati peculiarità appariscenti, ma meno importanti di altre (i tratti socialnazionali, mistico-religiosi, etc.) più meritevoli - a suo giudizio - di approfondimento (PSC, 163 nota 1): com'è stato scritto, l'antisemitismo nazionalsocialista è per lui «il rigurgito di un passato oscuro ed oscurantistico, [...] un peccato contro la cultura messo in opera dal romanticismo fuori tempo massimo di teorici confusi e confusionari» (Bongiovanni, Cantimori, 35), ma l'attenzione di Cantimori - più che agli «stolti antisemiti» e ai «razzisti fanatici» - si rivolge ai 'reazionari' come Schmitt o ai 'socialisti nazionali' come gli Strasser, quasi che questi fossero gli elementi nuovi, il nocciolo duro, del nazismo, gli altri un tragico déjà vu nella tradizione secolare germanica. Da qui un'incompleta tematizzazione della «specificità antisemita del regime tedesco» (ibid.). Considerazioni analoghe fa anche Collotti, che constata come l'affermazione contenuta nella voce Germania: storia e problemi politici del Dizionario di politica del 1940, secondo cui le leggi Norimberga del 1935 «in gran parte si riducono al rinnovo delle interdizioni israelitiche» (PSC, 439) «non può non apparire fortemente riduttiva o, se si confronta con altri passaggi dello stesso scritto, dettata da eccessiva cautela» (Collotti, 815), mentre accenti diversi si trovano nella voce Nazionalsocialismo (PSC, 452-488). [120] D. Cantimori, rec. a H. R. Knickerbocker, Ci sarà la guerra in Europa? (Milano, 1934), in Leonardo, 5 (1934): 468. Sull'atteggiamento dell'opinione pubblica italiana nei confronti della Germania nazista dopo l'assassinio di Dolfuss molte notizie (e spoglio dei giornali) in Petersen, Hitler e Mussolini, 323-324 e 549-550 nota 155, dove si rileva che l'atteggiamento assai cauto dei giornali italiani (e quindi del governo che li controllava) dopo i fatti del 30 giugno si tramutò in una tempesta di indignazione, definita dagli ambienti diplomatici tedeschi una «campagna d'odio concertata dall'alto», dopo quelli del 25 luglio '34. È sintomatico dei rapporti sempre più stretti dalla seconda metà del 1936 fra i regimi germanico e italiano e della 'cautela' con cui Cantimori dovette scrivere le voci 'tedesch' del Dizionario di politica il fatto che in quella dedicata al Nazionalsocialismo accenni appena all'assassinio di Dolfuss e all'«urto con le potenze occidentali» che ne derivò, tacendo completamente della grave tensione con l'Italia dell'estate 1934 (PSC, 464, 466). [121] Cfr. soprattutto D. Cantimori, rec. a Romanesimo e Germanesimo (La crisi dell'Occidente), saggi di M. Bendiscioli et al. (Brescia 1933), in Leonardo, 5 (1934): 467, dove pesanti critiche vengono rivolte a diversi tratti della cultura tedesca. [122] E. Codignola, Il rinnovamento spirituale dei giovani (Milano: Mondadori, 1933). Il libretto era stato commissionato a Codignola da Achille Starace, segretario del PNF, con lettera del 1° febbraio 1932 ed ebbe una fortuna particolare fra i testi della collana, tanto che se ne rese necessaria una seconda edizione nel 1938: cfr. R. Gori, «Gentilianesimo e fascismo nella biografia di Ernesto Codignola: alcune messe a punto», in Critica storica, 24 (1987): 203-286, 280-282, che accenna alla lettera di Starace e riporta il programma della collana «I panorami di vita fascista» (280-281 nota 93). Fa riferimento al volumetto e alla rec. di Cantimori G. Turi, «La 'coscienza storica' di Ernesto Codignola», introduzione a L'epistolario di Ernesto Codignola conservato nel Centro di studi pedagogici 'Ernesto e Maria Codignola' di Firenze, catalogo a cura di R. Gori (Firenze: Giunta regionale toscana-La nuova Italia, 1987), VII-XXIII, XXII-XXIII. Il libro di Codignola aveva attirato l'attenzione anche degli ambienti del fuoriuscitismo: era considerato «interessante per conoscere quello che vorrebbe essere paradossalmente un fascismo liberale, per il quale la soppressione della libertà di stampa, l'istituzione del tribunale speciale non sono che ombre passeggere del quadro» (Gianfranchi [F. Venturi], «Panorami di vita fascista», in Giustizia e libertà, Parigi, 3 agosto 1934, 3). [123] Cantimori era ben consapevole delle limitazioni che il regime poneva alla libertà di stampa, di discussione, etc. : nel 1931 annotava però che «chi per l'età comincia ora ad interessarsi sul serio della vita politica e dei suoi problemi, non si sente affatto limitato nelle sue discussioni e nell'approfondimento delle sue indagini [dall'ordine fascista], chi vuol lavorare in qualsiasi senso lo fa, perché ormai quelle che per altri sono o sono state limitazioni, per loro sono presupposti, dati di fatto ormai, condizioni sulle quali ci si basa per proseguire» (PSC, 82), che mi pare una notazione da tenere sempre presente nel giudicare i suoi scritti di questi anni. Parlando dell'opera di Nello Quilici, Banca Romana (Milano: 1935), Cantimori avvertiva che «in tempi come il nostro di raccoglimento politico, nei quali la stampa quotidiana viene disciplinata dall'alto e severamente controllata, una attività pubblicistica autonoma e personale riesce meglio volgendosi al passato, riprendendo l'analisi della cronaca degli ultimi lustri», che può servire «a intendere la più recente storia politica del paese» (Leonardo, 7 [1936]: 267). [124] Petersen, Hitler e Mussolini, 308-309, 543. [125] Per l'atteggiamento di Bottai e Critica fascista e per le corrispondenze di da Silva, cfr. De Felice, I rapporti tra fascismo e nazionalsocialismo, 148-150; De Grand, Bottai, 170 e nota 129, 171-173; Malgeri, Bottai e «Critica fascista», LXXXIX; per Spirito, cfr. supra, nota 118; per gli ambienti del sindacalismo fascista, v. G. Parlato, Il sindacalismo fascista. II - Dalla 'grande crisi' alla caduta del regime (1930-1945), (Roma: Bonacci, 1989), 114 e nota 132; per Gentile, cfr. G. Sasso, «Gentile e il nazionalsocialismo. Appunti e documenti», in La cultura, 23 (1995): 5-22. Le corrispondenze di Mario da Silva mostrano un'evoluzione nel giudizio sul nazionalsocialismo, più benevolo nel 1932, negli ultimi mesi della repubblica di Weimar, assai duro per tutto il 1934. Concludendo le sue «Note sul nazionalsocialismo» (PSC, 191 nota 42) Cantimori cita quella del 15 novembre 1934 («Il Reich tedesco e la nazione germanica», in Critica fascista, 13 [1934-35]: 33-35), evidenziando una divergenza di giudizio sui fatti del 30 giugno 1934: mentre egli - come abbiamo visto - sottolinea il carattere 'reazionario' di quella svolta, da Silva negherebbe un'interruzione del processo rivoluzionario. Se però andiamo a leggere quella Lettera dalla Germania, possiamo cogliere il senso vero dell'analisi di da Silva: egli polemizza contro quanti si sono foggiati «della rivoluzione nazionalsocialista una immagine tutta di superficie e di apparenze esteriori, destinata, a ogni urto colla realtà, a rimettergli davanti al naso il problema tedesco come una equazione a infinite incognite, che poi, per comodo, si cerca di risolvere con un diversivo qualsiasi». Nell'àmbito dell'ideologia nazionalsocialista, costoro hanno dato risalto a elementi in qualche modo secondari, ignorando «quel che invece è l'essenza stessa del movimento hitleriano [...]: il razzismo pseudo-scientifico, pseudo-biologico», che «è la base fondamentale, originale (benché come nucleo d'idee superatissimo dagli sviluppi spirituali avuti nel nostro secolo dal concetto nazionale) e ineluttabile del movimento hitleriano, cui debbono riportarsi tutte le fila della odierna matassa tedesca, quando non se ne voglia perdere il bandolo» (34). Insomma, chi come Cantimori aveva rivolto la sua attenzione ai contenuti sociali di certo nazionalsocialismo, poteva giudicare come una svolta reazionaria la notte del 30 giugno, chi come da Silva riteneva che fosse il razzismo e l'antisemitismo il nucleo di tale ideologia, poteva credere che la 'rivoluzione' (dando a tale parole un valore neutro, di mutamento radicale e violento) andasse avanti. Su questa base gli era possibile prevedere il carattere sovvertitore dell'ordine europeo (e dello stato di diritto, all'interno della Germania) che il nazionalsocialismo avrebbe avuto. [126] Sulla ricezione di Schmitt in Italia, cfr. G. Malgieri, «La recezione di Carl Schmitt in Italia», in Cahiers Vilfredo Pareto, nº 44 (1978): 181-186 (su Cantimori, 185); C. Galli, «Carl Schmitt nella cultura italiana (1924-1978). Storia, bilancio, prospettive di una presenza problematica», in Materiali per una storia della cultura giuridica, 9 (1979): 81-160 (per Curcio e Lo Stato, 87-88; per il saggio di Löwith-Fiala, 88-92; per Cantimori, 93-96); I. Staff, Staatsdenken im Italien des 20. Jahrhunderts - Ein Beitrag zur Carl Schmitt-Rezeption (Baden-Baden: Nomos Verlagsgesellschaft, 1991), su Cantimori, 27-37. [127] U. Fiala [K. Löwith], «Il 'Concetto della politica di Carlo Schmitt' e il problema della decisione», in Nuovi studi di diritto, economia e politica, 8 (1935): 58-83, già uscito in edizione tedesca nell'Internationale Zeitschrift für Theorie des Rechts, 9 (1935), n. 2., col titolo Politischer Dezisionismus. La traduzione di Der Begriff des Politischen in Il concetto della politica invece che del politico è stata rimproverata a Cantimori da Tommissen, «Schmitt et la polémologie», in Cahiers Vilfredo Pareto. Revue européenne des sciences sociales, nº 44 (1978): 141-170, 148 nota 19 (che si riferisce alla traduzione del saggio per i Principii politici del nazionalsocialismo) ma nel testo ricorre spesso anche il neutro 'il politico'. [128] Per le origini e i primi anni dell'Istituto di studi germanici, la funzione di Gentile, l'operosità di Gabetti, Antoni e Cantimori, cfr. Chiarini, «Giovanni Gentile e l'Istituto italiano di studi germanici», in Giovanni Gentile. La filosofia, la politica, l'organizzazione della cultura (Venezia: Marsilio, 1995), 150-155. [129] K. Löwith, La mia vita in Germania prima e dopo il 1933, trad. it. di E. Grillo (Milano: Il Saggiatore, 1988), 119. Non fu questa l'unica traduzione (anonima) che Cantimori fece di scritti di Löwith: scrivendo a Felice Balbo il 5 marzo 1949 a proposito del Da Hegel a Nietzsche, egli ricordava: «conosco l'autore, e ho tradotto io assieme all'autore stesso quelle parti del libro che sono state pubblicate sul 'Giornale Critico della Filosofia Italiana'» (PSC, 793), ove si riferiva evidentemente a K. Löwith, «La conchiusione della filosofia classica con Hegel e la sua dissoluzione in Marx e Kierkegaard», in Giornale critico della filosofia italiana, 16 (1935): 343-371, che - con tutta probabilità - è la versione italiana del saggio «sul rapporto di Marx e Kierkegaard con il compimento hegeliano della filosofia, che - ricorda Löwith - avevo scritto già a Marburgo e che conteneva le linee fondamentali del mio libro successivo sull'evoluzione tedesca 'da Hegel a Nietzsche' - scritto in Giappone - [e che] mi fu rispedito dalle 'Kantstudien' dopo un anno di attesa, con la motivazione che per 'ragioni tecniche' era impossibile stamparlo, come mi era stato promesso. Le ragioni tecniche naturalmente erano che Marx in Germania era tabù e l'autore non era ariano. Il redattore, in una pietosa lettera, mi chiedeva comprensione per una situazione difficile. Replicai che la mia era semmai ancor più difficile. Subito dopo il pover'uomo venne perfino allontanato dalla redazione. Non fu colpa sua dunque se la promessa fatta nel 1934, un anno dopo non aveva potuto mantenerla» (Löwith, La mia vita, 141-142). È comunque significativo che questo saggio trovasse ospitalità nella traduzione di Cantimori - nei primi mesi del '36 - sulla rivista di Gentile e in francese sulle Recherches philosophiques, la rivista di Alexandre Koyrè, 4 (1934-35): 232-267. [130] A. Volpicelli, «I principii politici del nazionalsocialismo secondo C. Schmitt», in Nuovi studi di diritto, economia e politica, 8 (1935). 84-87. Con argomenti analoghi, ma forse con durezza ancora maggiore, criticava i presupposti del pensiero schmittiano un altro gentiliano, Felice Battaglia, recensendo proprio i Principii politici del nazionalsocialismo curati da Cantimori: F. Battaglia, «Stato, politica e diritto secondo Carlo Schmitt», in Rivista internazionale di filosofia del diritto, 16 (1936): 419-423: «Sia detto con tutto il riguardo al convincimento dell'autore che noi non riteniamo l'elemento razza possa introdurre un elemento di oggettività nella valutazione giuridica e tanto meno possa sostituire l'oggettività della legge che egli ritiene perduta. Ci sembra piuttosto gravemente sintomatico che un popolo di alta tradizione giuridica come il tedesco si affianchi al bolscevismo russo, il quale anche ha perduto il senso oggettivo della legge, ritenendo che ogni diritto soggettivo, anche se espressamente derivante dalla norma, abbia efficacia solo in conformità al c.d. scopo rivoluzionario, lasciando tale valutazione al giudice rivoluzionario. Il vero è che, perduta la vera nozione del diritto, che è e sempre è stato posizione di oggettivi permanenti valori nella disciplina della vita, venuta meno la fiducia nella legge in sé e per sé, nulla può sostituirsi come efficiente direttiva umana [...] E se il diritto e la legge di un popolo è già saldo criterio di retto giudizio, senza il ricorso ad elementi personalistici e razzistici, il diritto e la legge dell'uomo in assoluto è controllo, esigenza di più profonda giustizia. È il caso di ricordarli tra tanti turbamenti, poiché così vuole non solo una coerente dottrina, ma altresì insegna la sana tradizione italiana, cristiana e latina» (423). [131] G. Sasso, «Leo Naphta e Hugo Fiala», in La cultura, 12 (1974): 100-112, ora in Id., Il guardiano della storiografia, 283-299, seguìto da una Postilla (299-302). [132] Id., «Ancora su Leo Naphta e Hugo Fiala», in La cultura, 30 (1992): 119-124, 121, dove si tornava sull'argomento prendendo spunto da un'osservazione di I. Cervelli (Studi storici, 30 [1989], 61 nota 10). [133] Cantimori, «Carlo Antoni», 177. La Mangoni riporta larghe citazioni da «una recensione, rimasta inedita, al volume postumo di Carlo Antoni Gratitudine» esistente nel fondo Cantimori alla Scuola Normale di Pisa (Mangoni, XXXIX note 109 e 110): quei brani si ritrovano, tuttavia, pressoché identici nel succitato necrologio, che si presenta proprio come una recensione a Gratitudine, inserita dalla direzione della Nuova rivista storica nella rubrica «I nostri morti». Viene da chiedersi se quella recensione sia veramente inedita o, almeno, in quali rapporti sia col testo pubblicato. [134] Cantimori, Prefazione, XXXI. Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.
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