![]() |
Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)Roberto Pertici [*]
Roberto Pertici, «Mazzinianesimo, fascismo, comunismo:
l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)», Cromohs,
2 (1997): 1-128, |
|
Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI. VII. I punti di riferimento politico-culturali70. Abbiamo già visto, nelle pagine precedenti, i temi e gli obiettivi delle polemiche di Cantimori, 'interne' al fascismo italiano, nel lustro che va dai Patti lateranensi al 1934 e oltre. Cercheremo ora di specificare a quali gruppi ed esponenti di quel mondo egli fosse vicino, o perché in sintonia con i temi della loro azione politico-culturale, o perché legato ad essi da rapporti personali, di lavoro intellettuale e di politica accademica. Prima di entrare nei dettagli, bisogna sottolineare, in linea generale, il forte fascino che per tutti questi anni (il termine ad quem è, lo ripetiamo, il 1934-35) esercitò su di lui Benito Mussolini. Kaegi ricorda le parole che Cantimori gli disse nel maggio 1942, a Basilea, dopo aver scoperto sul suo scrittoio l'ultimo libro di Mussolini, Parlo con Bruno: «Come Lei può leggere il libro di un uomo che da '20 anni non ha più detto una parola ragionevole?». [168] Basta, tuttavia, scorrere i suoi interventi politici fino a sette, otto anni prima, per rendersi conto che i suoi richiami alle parole, agli scritti, ai giudizi del Duce sono tutt'altro che rituali, ma denotano un'attenzione e uno sforzo di comprensione approfonditi. Sembra riconoscergli una statura eminente e nel contempo un ruolo peculiare fra gli uomini politici del XX secolo: Mussolini «ha preso parte a tutti i movimenti più caratteristici dell'epoca presente [anche al socialismo, N.d.A.]» - scrive ancora nel 1937 -, la sua biografia, quindi, «investe la storia politica del suo paese e quella intellettuale dei gruppi d'avanguardia europei»; tracciandola, è possibile rivisitare tutti i fondamentali momenti della storia italiana ed europea, come non accade invece per quella di Hitler, che «s'è tenuto discosto dai movimenti politici della sua giovinezza, limitandosi ad osservarne alcuni e a far proprie alcune delle loro esperienze» (PSC, 635, 645). Il documento più notevole di questa attenzione è la nota recensione, apparsa sul Leonardo del marzo 1935, ai primi otto volumi dell'edizione hoepliana degli Scritti e Discorsi di Mussolini (PSC, 577-587). Il saggio fu scritto all'indomani del «discorso alle Camicie nere e agli Operai di Milano, il 6 ottobre 1934, che - scrive Cantimori - è già passato alla storia» e nei giorni in cui stava maturando, alla frontiera somalo-etiopica, quell''incidente di Ual-Ual'che avrebbe portato l'Italia alla guerra coloniale. Nel discorso milanese Mussolini aveva annunziato «la fine di quel periodo che si può chiamare dell'economia liberale-capitalistica» e il «trapasso da una fase di civiltà a un'altra fase [...] Non più l'economia che mette l'accento sul profitto individuale, ma l'economia che si preoccupa dell'interesse collettivo»; nel contempo ribadiva l'originalità della soluzione corporativa intesa come «l'autodisciplina della produzione affidata ai produttori» e dava per avvenuto l'inserimento delle masse operaie nello stato fascista. Il discorso conteneva poi una seconda parte di politica estera, in cui poneva uno stretto nesso fra questa «più alta giustizia sociale per il popolo italiano» e la sua «preparazione militare e integrale»: «un popolo che non trovi nell'interno della Nazione condizioni di vita degne di questo tempo europeo, italiano e fascista, è un popolo che nell'ora del bisogno non può dare tutto il rendimento necessario». [169] Cantimori coglie molto bene questo nesso fra il problema sociale e quello dell'espansione nazionale, fra il benessere economico e la potenza politica del popolo italiano nel pensiero di Mussolini e mette in luce come il filo conduttore della sua personalità politica sia proprio la «volontà di potenza», l'identificazione di sé col proprio popolo e col proprio gruppo (l'Italia e il P.N.F.) in vista del raggiungimento di una grandezza che è sì spirituale, ma in primo luogo materiale; volontà che non rifugge dagli esiti militari e guerreschi: gli scritti e i discorsi mussoliniani - conclude - «sono la più grande ed eloquente manifestazione che abbia avuto nel nostro secolo tale idea» di pura potenza (PSC, 587). 71. La recensione, costruita con una «tecnica perfetta del montaggio delle citazioni» (Mangoni, XXXVIII), senza lasciare quasi alcuno spazio al giudizio soggettivo dello scrivente, è stata - da Miccoli e poi da Ciliberto [170] in poi - letta come uno dei primi documenti del distacco interiore di Cantimori dal fascismo, in quanto egli vi avvertirebbe il passaggio - per essere schematici - dal fascismo sociale e corporativo a quello imperiale, a cui sarebbe stato ab initio estraneo. E' un'ipotesi, tuttavia, che è altrettanto difficile sostenere che negare sulla base di quel testo: certe espressioni (il discorso di Milano «è già passato alla storia» e Cantimori scriveva qualche mese dopo) possono anzi farne dubitare. Ciò su cui, invece, conviene insistere è la lucidità con cui Cantimori percepisce questo passaggio cruciale della politica fascista, [171] e soprattutto l'acutezza e la profondità dei suoi giudizi sullo sfondo ideologico e sulla personalità di Mussolini, che non potevano che derivare da una lunga e attenta riflessione sul personaggio e il suo mondo. Sui rapporti, non tanto culturali, quanto piuttosto personali e accademici fra Cantimori e Gentile, siamo ora informati, con maggior puntualità che per il passato, dalla documentazione contenuta nei lavori di Simoncelli. Nel volume su Cantimori, Gentile e la Normale di Pisa, egli ha abbondantemente attinto - spesso riproducendone ampi stralci nel testo come in nota - alle lettere di Cantimori al filosofo per l'arco di tempo che va dal 1930 al 1943, a quelle a Giovanni Gentile jr. del 17 dicembre 1927 e del 18 maggio 1930 e ha utilizzato la documentazione del fascicolo personale di Cantimori nella serie dei professori universitari, depositato dal ministero della Pubblica Istruzione presso l'Archivio centrale dello Stato. Nonostante il titolo, Cantimori non è l'esclusivo deuteragonista del volume: dopo un primo capitolo dedicato ai suoi anni normalistici, se ne apre un secondo dedicato alla carriera accademica di Luigi Russo e alla funzione che vi svolse il patronage di Gentile, un terzo alla 'chiamata' in Normale come lettore di tedesco di Paul Oskar Kristeller e alle vicende, in parte già note, che ne seguirono, soprattutto in seguito alla promulgazione delle leggi razziali in Italia (viene illuminato l'atteggiamento tenuto da Gentile, diretore della Scuola, in questa occasione, come - nel capitolo seguente - di fronte alle «inquietudini», di natura specialmente politica, diffuse negli ambienti normalistici fra il 1938 e il 1940). Cantimori torna di scena nel quinto capitolo, dedicato al suo ritorno in Normale come professore interno di storia nel novembre 1940 e poi nei due successivi che riguardano le tensioni politiche (il crescere e poi la scoperta del movimento liberalsocialista) e personali (specialmente fra il vice-direttore Vladimiro Arangio Ruiz da una parte e alcuni docenti e numerosi studenti dall'altra). L'ultima parte del volume è dedicata alla Normale durante il periodo della Repubblica sociale, al ruolo del ministro Biggini e del nuovo direttore Leonida Tonelli. Come si vede, l'autore non ha resistito all'abbondanza e al carattere largamente inedito del materiale, per cui dalla via principale se ne dipartono di secondarie, che egli puntualmente percorre: così si pubblicano nel testo, per pagine, un foglio matricolare (quello di Luigi Russo), con tutte le sue date e gli spostamenti di reparto, come lettere personali di valore disuguale, rapporti di polizia con le sottolineature a matita e relazioni concorsuali. [172] La tesi generale di Simoncelli, con cui cerca di dare un senso unitario alla vasta documentazione raccolta, è che Gentile, negli anni del fascismo, abbia garantito una grande autonomia morale e intellettuale alla Scuola Normale, ai suoi professori e studenti, compresi gli ebrei e gli ebrei tedeschi da lui personalmente difesi presso Mussolini dopo l'introduzione della legislazione razziale in Italia; che in particolare abbia considerato Cantimori come l'allievo prediletto, lo abbia voluto in Normale come collaboratore nella direzione e pensando probabilmente a lui per la successione. 72. Non si tratta, come si vede, di risultati particolarmente nuovi, ma anzi già presenti agli studiosi, sebbene non con la dovizia dei particolari ora a disposizione. E', tuttavia, necessario dare una valutazione più approfondita della 'politica' gentiliana, che non può essere storicamente spiegata solo con la 'liberalità', la 'generosità', il 'culto delle amicizie', l''attaccamento ai discepoli', tutte qualità di cui fu ricca la personalità del filosofo, ma facendo riferimento al ruolo contrastato che egli mantenne nella classe dirigente fascista negli anni '30, alla volontà di assicurare un'egemonia al suo progetto culturale nei quasi tre lustri che corrono dai Patti lateranensi alla crisi del luglio 1943, di limitare l'influenza di altri gruppi politici e tendenze culturali che la mettevano sempre più fortemente in discussione, di crearsi spazi propri di azione, non necessariamente coincidenti con quelli del regime. La ricca e precisa biografia gentiliana di Turi fornisce, in questa prospettiva, un quadro esauriente. C'è tuttavia un quid nel rapporto che le varie generazioni di discepoli gentiliani intrattennero col loro maestro e nella vasta influenza che egli ebbe sull'opera loro che non può essere spiegato in modo persuasivo restando unicamente sul piano dell''organizzazione della cultura': già per gli alunni palermitani dell'anteguerra, ma poi soprattutto per la 'generazione carsica' e per i coetanei di Cantimori la sua fu una filosofia che diede una ragione e uno sfondo alla loro esistenza, la base di una religiosità nuova con cui affrontare le battaglie della vita, trasformare il mondo, una riconquista della fede - come scriveva Omodeo - dopo il tramonto di quella tradizionale. [173] Da qui l'attaccamento profondissimo al banditore di quella nuova fede, che talvolta sopravvisse alle prove più aspre, talvolta non le superò, ma, nella sua crisi, produsse tensioni esistenziali dolorose e durature; da qui la presenza del suo insegnamento o di motivi della sua filosofia nelle ricerche dei discepoli, anche di quelli che ormai se ne sentivano più lontani. Queste rapide considerazioni riguardano sia Russo che Cantimori, 'gentiliani' appartenenti a generazioni diverse, ciascuno dei quali ebbe, col filosofo, un rapporto peculiare: la corrispondenza ne è certamente una testimonianza preziosa, che tuttavia deve essere vagliata criticamente, 'relativizzata' - se così si può dire - nella considerazione delle reciproche posizioni e degli altri eventuali rapporti dei corrispondenti. Così, leggendo la corrispondenza di Russo con Gentile, bisogna tenere presenti altri rapporti intensi che egli parallelamente intrattenne, quelli con Croce, Omodeo e il loro gruppo, per essere in grado di valutare affermazioni o giudizi contenuti nelle lettere. Questo non è ancora possibile per Cantimori, per cui la dipendenza da una sola fonte (le lettere a Gentile), il riferimento pressoché esclusivo a un rapporto in cui egli era evidentemente in una posizione 'subalterna', ci deve indurre a una inevitabile cautela. Pur con questa riserva, che riguarda soprattutto la posizione interiore di Cantimori nei confronti di Gentile, va nettamente ribadito che la documentazione messa insieme da Simoncelli è importante e utile per chi vorrà delineare la biografia cantimoriana. 73. Tracciamo quindi un quadro schematico: Cantimori entra in contatto diretto con Gentile e la sua famiglia intorno al 1926-27 tramite l'amicizia con Giovannino, suo più anziano compagno in Normale. E' grazie a quest'ultimo e a Ugo Spirito che, nel 1927, trova finalmente ospitalità per «Il caso del Boscoli» sul Giornale critico. Nell'ottobre 1928, il filosofo è nominato regio commissario della Normale, dove il giovane laureato svolge il suo anno di perfezionamento e lavora alla tesi sul Concetto di Rinascimento: in quell'inverno, probabilmente, i loro rapporti si fanno più stretti e, già nel 1929, Cantimori insegna brevemente all'Università per Stranieri di Perugia, del cui consiglio direttivo fa parte Gentile. Nel 1930 questi è determinante nell'assegnazione di metà del premio Cantoni, gestito dall'università di Firenze, al giovane studioso, che intanto insegna nel liceo Dettori di Cagliari. Nel 1933 compare il primo contributo cantimoriano sull'Enciclopedia italiana (vol. XIX), dedicata ai Riformatori, compresi fra Gl'Italiani all'estero, nell'ampia voce Italia: la sua presenza nei volumi successivi, fino alla conclusione dell'opera e all'Appendice del 1938, sarà larghissima e varia. Nello stesso 1933 (è professore a Pavia) inizia la collaborazione al Leonardo, diretto da Federico Gentile, che lo coinvolge anche nell'attività della Sansoni. [174] Nell'autunno del 1934 è 'comandato' presso l'Istituto italiano di studi germanici di Roma, fondato due anni prima per iniziativa di Gentile, da lui presieduto e inquadrato nell'Istituto nazionale fascista di cultura, altra creatura gentiliana: si occupa della redazione di Studi germanici, della biblioteca, vi tiene corsi. Inizia la residenza romana, che rende ancora più diretto il rapporto col filosofo. Dal 1935 svolge praticamente le funzioni di redattore del Giornale critico (lo abbiamo visto nel caso di Löwith); conseguita la libera docenza in storia della Chiesa (20 dicembre 1936), è chiamato, per precipuo interressamento di Gentile, all'incarico di storia del Cristianesimo nella facoltà romana per l'anno accademico 1937-38 e poi ancora 1938-39 (Simoncelli, Note, 66-70). Nel maggio-giugno 1939, dopo un lavoro affannosissimo sui manoscritti e sulle bozze per le scadenze concorsuali che esigevano un rapida stampa del volume (Prosperi, Introduzione, LVII-LVIII), uscirono da Sansoni gli Eretici, che inviava a Gentile con la seguente dedica: «Quest'opera nata dalla riflessione delle sue pagine, offre con animo di antico scolaro e cuore di normalista, il suo Delio Cantimori». [175] Secondo in terna dopo Romolo Quazza e prima di Walter Maturi, è chiamato alla facoltà di Magistero di Messina dove insegna nel 1939-40, ma già dal giugno 1940 si ha notizia dell'impegno di Gentile di far rientrare Cantimori in Normale quanto prima. L'operazione è stata ampiamente illustrata da Simoncelli (comportò l'attribuzione di entrambe le cattedre di professore interno alla classe di lettere - furono destinate ad Arangio Ruiz e a Cantimori - in seguito alla rinunzia da parte degli 'scienziati' a quella loro spettante) e fu portata a termine da Gentile fra l'estate e l'autunno 1940: il 18 novembre 1940 Cantimori tornava a Pisa (Simoncelli, Cantimori, 111-116). Nell'anno accademico 1942-43, assunse interinalmente, a più riprese, la vice-direzione al posto di Arangio Ruiz. Nello stesso 1943, ancora la casa editrice Sansoni (non la torinese Einaudi, con cui pure aveva stretto rapporti intensi di collaborazione editoriale) pubblicava Utopisti e riformatori, in una prima edizione provvisoria di poche copie il 10 aprile, nell'edizione definitiva dopo l'armistizio, il 6 novembre: anche in questo caso fu un impegno accademico (la prassi che voleva il triennio di straordinariato concluso con un lavoro a stampa) che vinse la proverbiale ritrosia di Cantimori à faire le livre . [176] 74. Non può, dunque, esservi dubbio che la carriera scientifica, editoriale e accademica di Cantimori fino al 1943 si sia svolta in massima parte per impulso e sotto il segno di Gentile, indipendentemente dal travaglio politico e ideologico che egli, nell'intimo, visse negli anni successivi al 1935. Simoncelli ha chiaramente mostrato come egli abbia preso per la prima volta posizione contro un invito del filosofo, dopo il 25 luglio 1943: con la lettera del 2 agosto (e poi con le seguenti del 12 e del 21) respingeva la richiesta, avanzata da Gentile con un espresso del 26 luglio, di recarsi a Pisa a 'presidiare' la Normale e di assumerne ufficialmente la vice-direzione (Simoncelli, Cantimori, 153-162), secondo le proposte avanzate da Gentile anche nelle famose lettere al neo-ministro Severi. Nel far ciò, Cantimori mostrava la consapevolezza che con la caduta di Mussolini un periodo era finito e che, nella nuova situazione, il 'presidio' a tutela della continuità invocato dal filosofo non aveva ormai più senso. Se ormai è molto documentato il rapporto di Cantimori con Gentile, poco o punto lo è (almeno finora) quello con Bottai e il suo ambiente. Col ministro delle Corporazioni non ebbe probabilmente un rapporto personale e diretto, quale intrattenne invece con alcuni uomini del suo entourage pisano, ma direi sicura una larga comunanza di idee e di impostazioni fin verso il 1934-35, favorita anche dalla «piena sintonia» [177] che in quegli anni si ebbe fra Gentile e il direttore della pisana Scuola di perfezionamento in scienze corporative. Era trascorso appena un mese dalla sua nomina a ministro delle Corporazioni (12 settembre 1929), che Bottai partecipava a Barcellona al sesto congresso della Federazione internazionale delle Unioni intellettuali con una relazione su «Le masse e la cultura» che subito attirava, per la sua «brillante analisi», l'attenzione di Cantimori, allora all'inizio della sua esperienza cagliaritana: «è l'unica relazione che abbia senso di realtà, e sia confortata dalla pratica: il Ministro delle Corporazioni vi esprime il principio filosofico-pedagogico che ha informato tutta la sua opera di organizzazione delle masse lavoratrici italiane» (PSC, 71). E' significativo che, nel 1962, Giuseppe Dessì, che fu suo allievo al liceo Dettori di Cagliari, lo ricordasse (erroneamente) come collaboratore di Critica fascista e che Cantimori negasse la collaborazione, ma confermasse che «era abbonato alla rivista e ne parlava e la faceva leggere (e la reprimenda l'ebbe proprio per questo, dalle autorità politiche del tempo!)» (CS, 141). Abbiamo già accennato all'importanza che tale lettura ebbe per le sue idee intorno all''universalità' del fascismo e alla necessità di contrapporsi ai vari movimenti reazionari che in Europa cercavano di richiamarsi all'esperienza italiana, all'interesse per il dibattito del 1931 su bolscevismo e fascismo (Roma o Mosca?), all'atteggiamento critico che la rivista, con le corrispondenze di da Silva e le analisi di Spirito e Bottai, serbarono a lungo verso il nazionalsocialismo al potere. Se si compie un rapido spoglio delle annate successive al 1929, ci imbattiamo in analisi del ruolo della Società delle Nazioni, in tentativi di definizione dell'europeismo fascista, in polemiche contro le frange reazionarie del fascismo (da Evola a Fanelli), in difese appassionate del ruolo di Gentile nella cultura fascista, in cui ritroviamo posizioni omogenee a quelle, qui già analizzate, di Cantimori. [178] 75. Ma fu certamente il «collettivismo accentuatissimo» (PSC, 588) della rivista, l'impegno di Bottai e dei suoi collaboratori nel dibattito sul corporativismo che attirò l'attenzione di Cantimori. E' vero - come è stato osservato - che la problematica corporativa «non assumerà mai nel suo discorso sviluppi analitici significativi e concreti», [179] che egli non partecipò con interventi specifici a quel dibattito (non risulta - tanto per fare degli esempi - che sia stato presente né a Ferrara nel maggio del '32, né a villa Aldobrandini, a Roma, al convegno italo-francese di studi corporativi del maggio 1935), ma è certo che il richiamo allo «stato etico corporativo», che fa di continuo in questi anni, svela un interesse di fondo: insomma anch'egli visse quello che - ancora nel 1940 - avrebbe chiamato il «gran momento del corporativismo» (PSC, 762-763). Documenti pubblicati di recente lo confermano: scrivendo nell'estate del 1932 a Capitini e in polemica con le sue scelte «religiose», ribadiva l'intenzione di vivere «attivamente» la politica, di «studiare il dibattito sul corporativismo all'indomani del convegno di Ferrara» e di «immergersi sempre più in tali questioni» (Mangoni, XXX). Da Pavia, il 9 marzo 1933, ribadiva a Giovanni Gentile jr. la sua fede nel corporativismo, non come fatto ma come tendenza. Ma si può credere a un fatto? Ci credo perché non è un fatto ma un farsi. Ti dirò che ho letto con vera commozione gli articoli ultimi di Ugo Spirito, e l'avvertimento che gli è stato dato sull'Educazione Nazionale [recte fascista][...] Ma nonostante tutto, credo che Mussolini saprà trar fuori i giovani necessari a quest'opera, e saprà sopratutto dar la spinta motrice a tutto il 'sistema corporativo' e dar concretezza al generico 'andare al popolo' (Belardelli, 383-384). Cantimori si mostra consapevole della grande varietà di interpretazioni che vengon date del corporativismo, «da quella del gruppo di 'Secolo Fascista' a quella del Pirelli» (PSC, 575) o come scriverà ancora nel 1935, «dal collettivismo accentuatissimo, per es. di 'Critica Fascista', all'accentuatissimo individualismo di A. Pirelli» (PSC, 588). [180] Dai suoi scritti emerge che la linea che egli seguì con maggiore attenzione e stima, a cui più spesso si richiamò (non voglio dire che con essa si sia completamente identificato) fu quella dei gentiliani che a Pisa si raccolsero attorno alla Scuola di scienze corporative di Bottai, in particolare quella di Ugo Spirito. 76. Non è la prima volta che il nome del filosofo ricorre in questa ricerca: sebbene, almeno per questi anni, non sia rimasta traccia di scambi epistolari fra i due, molti indizi fanno pensare a un rapporto di una certa consistenza, anche sul piano personale. Il 19 novembre 1936, Anna Maria Ratti, della redazione dell'Enciclopedia italiana, evocava questa loro familiarità, scrivendo a Spirito allora a Messina: Emma e Cantimori, che vedo quasi tutte le settimane, la salutano e l'aspettano per chiacchierare un po' insieme all'aria aperta o davanti a una buona tazza di tè, a piacer suo. [181] S'è visto - nelle lettere appena citate - il grande interesse che suscitò in lui il convegno di Ferrara e la «commozione» che gli provocarono gli articoli con cui Spirito venne difendendo le posizioni là espresse, ma anche (stava scrivendo a Giovanni jr.) la critica che loro rivolse Gentile su Educazione fascista. [182] Ci possiamo chiedere se Cantimori sia stato tra coloro che condivisero la tesi della «corporazione proprietaria», presentata da Spirito al convegno di Ferrara, e il suo 'comunismo fascista'. Nel gennaio del 1935, riconosceva che nonostante violente critiche, assalti da ogni parte, le tesi sostenute dallo Spirito e dal Volpicelli si van dimostrando fra le più coerentemente e sodamente pensate di quante offra la pubblicistica corporativa italiana, e il sistema d'interpretazioni della 'Dottrina del Fascismo' del Duce. Il clamore e l'eterogeneità delle opposizioni sono la miglior testimonianza dell'ardire, e dello spirito di ricerca e d'investigazione che anima i due scrittori (PSC, 573). Ma nel 1937, concludendo la recensione alla Vita come ricerca, lo storico se ne uscì con l'affermazione: «Insomma, pur dissentendo da quella sua posizione, preferivamo l'ultimo Ugo Spirito, il battagliero sostenitore del 'corporativismo', a questo [...]» (PSC, 629), che sembra alludere - in una simpatia di fondo - a un dissenso (ma si deve rammentare che lo scritto appariva sul Giornale critico, in un periodo in cui le tesi dei corporativisti estremi erano diventate vere e proprie eresie). Ci sono altre testimonianze, magari più tarde, che confermano un intenso coinvolgimento nel dibattito corporativo e che invece potrebbero far pensare a una più piena adesione alle tesi di Spirito. Nel 1955, recensendo le Cronache di filosofia italiana di Garin, Cantimori lamentava che l'autore non avesse saputo esplicitare il legame concreto fra i dibattiti filosofici e «la società, le classi, le università, le istituzioni in generale, i partiti, le tradizioni culturali locali oltre che quelle nazionali, ecc.», e aggiungeva: Per esempio, a proposito della questione della 'corporazione proprietaria', ricorderemmo quali erano le riviste che appoggiarono con una qualche simpatia la tendenza guidata da U. Spirito, ritrovandovi facilmente la presenza di vecchi sindacalisti; ricorderemmo la presa di posizione di distacco netto dalla posizione di Spirito, assunta dal Gentile con una brevissima nota sulla rivista degli industriali diretta dal Trevisani (il Gentile affermava che le posizioni di Spirito non si potevano identificare con l'attualismo); e ricorderemmo anche come in quelle discussioni (oltre che nei 'littoriali') cominciarono a formarsi molti giovani oggi attivi nella vita culturale e politica (Studi, 760-761). 77. Cerchiamo di esplicitare questi ricordi: è probabile che col primo riferimento Cantimori alludesse a I Problemi del Lavoro di Rinaldo Rigola, che in effetti, se criticò l'andamento generale del convegno, accolse con interesse le proposte di Spirito, con favore quelle di Bottai e ironizzò sui sindacalisti fascisti per la contrarietà che manifestarono. [183] Più interessante è la seconda allusione: di Gentile, Cantimori non ricorda tanto la risposta a Spirito che da tutti viene citata, cioè la già ricordata nota Individuo e Stato comparsa nell'estate del 1932 su diversi periodici, ma un articolo, pubblicato nell'autunno di quell'anno sulla rivista di Renato Trevisani Politica sociale, in cui Gentile ribadiva di «ritenere erronea la deduzione logica della corporazione proprietaria (socializzazione della proprietà) dal concetto fascistico della identità di individuo e Stato». [184] Non possiamo ovviamente retrodatare tout court queste osservazioni del 1955 e affermare con sicurezza che già nel 1932 Cantimori individuasse una finalità conservatrice nelle critiche 'filosofiche' di Gentile a Spirito. Fa tuttavia pensare il fatto che si tratti di un ricordo diretto, non filtrato da successive ricostruzioni: infatti questo scritto di Gentile non è compreso nella bibliografia gentiliana di Vito A. Bellezza del 1950, che invece registra gli altri che, a partire dal 1929, il filosofo destinò al periodico di Trevisani (e, fra l'altro, non è stato raccolto nel recente volume che comprende gli interventi politici minori di Gentile durante il ventennio ed è rimasto - a quanto almeno mi è stato possibile vedere - sconosciuto, per cui lo ripubblichiamo in Appendice VI): lo storico attingeva dunque a suoi ricordi e impressioni personali di più di vent'anni prima. C'è infine da notare che qui Cantimori non sembra avere dubbi sul carattere 'avanzato' delle proposte di Spirito: esprime soltanto il dubbio che siano state usate strumentalmente dall'«azione generale di propaganda predisposta in vista della guerra d'Etiopia, che vide anche tentativi di riagganciare vecchi socialisti ecc.[allusione al 'caso Caldara', N.d.A.] per un clima di solidarietà nazionale generale» (Studi, 761). Quel carattere - è ben noto - è stato invece ampiamente demistificato da parte della storiografia successiva, che anzi ha affermato la natura 'oggettivamente' reazionaria delle tesi di Spirito, in quanto negatrici della funzione del sindacato operaio, che, anche allora, «malgrado tutto esercitava ancora una funzione di salvaguardia degli interessi dei lavoratori». [185] Resta tuttavia importante, anche su d'un piano autobiografico, la testimonianza sul loro valore formativo (anche e contrario, come rivelatrici della vera natura dell'establishment politico-economico che vi si oppose) per una parte delle nuove generazioni: nel 1961 avrebbe ribadito tale giudizio, alludendo alla attenta politica che verso molti fautori della «corporazione proprietaria» svolse il partito comunista e all'incontro che su questo terreno si ebbe dunque fra l'organizzazione comunista e diversi di costoro. [186] 78. Se dunque non possiamo essere certi dell'adesione di Cantimori alla proposta della «corporazione proprietaria», è invece sicuro che egli condivise pienamente la pars destruens della teoria di Spirito, la «critica radicale della vecchia 'scienza economica'» (PSC, 705), sviluppata dopo il 1927 sulla sua rivista e in diversi volumi, la critica quindi all''astratto formalismo', all''individualismo', [187] al 'liberismo' dell'economia «accademica», alla classica teoria dell'homo oeconomicus; l'affermazione della natura e destinazione sociale dell'individuo (nel 1977, Spirito avrebbe riconosciuto di avere speso tutta la sua vita «nella ricerca di un ideale di vita illuminato dal superamento dell'individualismo»); la negazione della capacità autoregolativa del mercato, la connessione fra anarchia economica e 'crisi del capitalismo', [188] la proposta di una 'economia programmatica' (della quale il corporativismo italiano è il paradigma migliore) come fuoriuscita dal capitalismo. L'anticapitalismo dell'antico ammiratore della konservative Revolution trovava ora nelle teorie di Ugo Spirito una conferma e una catarsi, un paradigma di scientificità: «nella sua impresa di darci una integrale condanna della vecchia scienza economica, [egli] l'ha accompagnata da uno sforzo veramente notevole di ricostruire teoricamente la scienza stessa», la sua opera risulta una polemica efficace «contro la vecchia scienza, la vecchia società, e le loro espressioni» (PSC, 573-575). 79. Un ultimo aspetto degno di nota è la collaborazione editoriale fra Cantimori e gli uomini della Scuola di scienze corporative, Spirito e Volpicelli in primo luogo. Abbiamo già accennato alla presenza del giovane storico-filosofo, come autore e come traduttore, sull'Archivio di studi corporativi e sui Nuovi studi (per questa rivista aggiungeremo qualche altra notizia). Ma notevole è anche il suo coinvolgimento nel 1934-35 nell'attività editoriale del gruppo, presso la casa editrice Sansoni, [189] ormai nelle mani di Federico Gentile, che operò - sembra - come intermediario fra i professori pisani e Cantimori. Terzo titolo della Biblioteca dell'«Archivio di studi corporativi», inaugurata dal volumetto di Spirito su Il corporativismo nazionalsocialista, citato - come s'è visto - da Cantimori, è Il piano De Man e l'Economia mista, introdotto da un saggio di Spirito, in pratica una critica dell'economia mista, e comprendente la traduzione cantimoriana del Plan du travail presentato da Henri de Man al congresso del Natale 1933 del Partito operaio belga e una Nota conclusiva dello stesso Cantimori. [190] La serie Documenti delle Pubblicazioni della Scuola di scienze corporative era inaugurata nel 1934 da Bolscevismo e capitalismo, in cui, dopo un'Avvertenza di Bottai, venivano offerti al pubblico italiano testi di Stalin (la relazione al XVII congresso del partito sovietico svoltosi fra il gennaio e il febbraio di quell'anno e che cominciò a consacrare - com'è noto - il culto staliniano), di Molotov, di Kujbysev e di Grinko: sappiamo ora che praticamente il volume fu messo insieme da Cantimori, allora a Berlino, che propose i testi a Federico Gentile (lettera del 21 febbraio 1934) e li procurò alla Sansoni per la traduzione, che poi fu affidata a G. Zamboni (Mangoni, XXXIV nota 85); mentre erano già note sia le disavventure censorie cui il volume, nonostante l'autorevole avallo dell'ex ministro delle Corporazioni, sulle prime andò incontro e la inopinata fortuna che ebbe in certi ambienti politicamente eterodossi. [191] Secondo volume della collana furono poi quei Principii politici del nazionalsocialismo di Schmitt, della cui genesi e struttura abbiamo già discorso. Si può allora comprendere perché Spirito, interpellato da Bottai nell'agosto 1940 per cercare eventuali collaboratori per lo studio di un piano corporativo, rispondesse che la scelta sarebbe stata difficile perché a partire dal 1935 non si era più scritto di corporativismo «con intento veramente scientifico» e tutto il «movimento di idee» si limitava ancora «a quello compiutosi con la scuola di Pisa»: ci si sarebbe dovuti accontentare, almeno sulle prime, «degli studiosi di quell'epoca» e fra questi raccomandava caldamente Delio Cantimori «il nostro miglior conoscitore del nazionalsocialismo». [192] Cantimori, dunque, nel ricordo del filosofo, aveva fatto parte del milieu della scuola pisana: come tutti, anche Spirito ignorava le profonde trasformazioni che, nel quinquennio trascorso, erano intervenute nelle sue convinzioni politiche. Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.
[168] Kaegi, «Ricordo di Delio Cantimori», 891. [169] B. Mussolini, Opera omnia, XXVI, 355-359. Per il discorso del 6 ottobre 1934, cfr. L. Salvatorelli e G. Mira, Storia d'Italia nel periodo fascista, nuova edizione (Torino: Einaudi, 1964), 583-585. [170] Miccoli, Delio Cantimori, 154-159; Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 63-66. Sono note le importanti indicazioni ermeneutiche sulla figura di Mussolini, che da queste pagine di Cantimori hanno ricavato R. De Felice, Mussolini il fascista, II - L'organizzazione dello Stato fascista 1925-1929 (Torino: Einaudi, 1968), 358-359 e A. Del Noce, «Appunti per una definizione storica del fascismo», in Id., L'epoca della secolarizzazione (Milano: Giuffrè, 1970), 113-135, 122-123. [171] Ancora più esplicita è l'analisi di Cantimori nella successiva recensione dell'estate 1936 ai discosi mussoliniani del 1934-35: «Anno delle corporazioni dunque e del problema sociale il XII [1934]: anno di guerra e di politica estera il XIII [1935], che comincia con gli accordi fra Italia e Francia e continua, 'anno cruciale', con quella che è in primavera la 'vertenza Italo-Etiopica', per terminare col discorso della mobilitazione del 2 ottobre. (Perché lo si chiama discorso della mobilitazione, mentre è ormai in bocca al popolo 'Discorso dell'adunata'?). Quanta differenza, penserebbe qualcuno, fra la 'più alta giustizia sociale' e l'anno della guerra, il grido 'Italia proletaria e fascista, in piedi!'. Ma questo qualcuno si sbaglierebbe. Non c'è soluzione di continuità fra i due anni, e fra gli scritti e i discorsi delle due parti, anche a voler prescindere dalle parole 'grido di giustizia' che stanno a termine di discorso del 2 ottobre.[...] la giustizia sociale diventando giustizia per il popolo italiano e per la Nazione italiana diventa un problema di politica internazionale, da risolversi con le armi e con la disciplina militare di quel popolo, di quella Nazione stessi» (PSC, 606-607). [172] Simoncelli insiste molto sulle «tendenze crociane» che avrebbero caratterizzato la cultura di Russo, nonostante le quali Gentile lo avrebbe protetto e garantito nella carriera accademica, etc. Ora la più recente letteratura critica (si veda G. Turi, «Luigi Russo, la fortuna di Gentile e il fascismo», in Belfagor, 47 [1992]: 1-29, ma già prima A. Del Noce, Giovanni Gentile. Per un'interpretazione filosofica della storia contemporanea, [Bologna: Il Mulino, 1990], 135, e M. Mirri, «Fra Vicenza e Pisa: esperienze morali, intellettuali e politiche di giovani negli anni Quaranta», in Il contributo dell'università di Pisa e della Scuola Normale Superiore alla lotta antifascista ed alla guerra di liberazione, atti del Convegno 24/25 aprile 1985, [Pisa: Giardini, 1989], 267-402, 361-365) ha invece posto in luce il profondo influsso esercitato negli anni post-bellici da Gentile su Russo, non solo nel campo della critica letteraria, ma nella più ampia concezione della storia d'Italia, nella delineazione del ruolo dell'intellettuale (il tema del 'tramonto del letterato'), nella 'vera religione' che sarebbe, per i suoi 'militi', la filosofia idealistica, per i temi della riforma della scuola, etc. Se non lo avesse sentito come 'uomo suo', si pensa veramente che Gentile avrebbe affidato a Russo la delicatissima direzione del Leonardo? o avrebbe contribuito alla sua sistemazione in un ambiente tutto gentiliano come l'Istituto superiore di Magistero di Firenze, diretto da Codignola? Lo stesso Turi mostra come progressivamente, negli anni della direzione del Leonardo, le loro posizioni si siano divaricate fino alla crisi del 1929-1930, che segna un grave allentamento del loro rapporto; ma bisogna aggiungere che Gentile fu molto abile a ricucire lo strappo e a ricuperare Russo, facendolo chiamare a Pisa, dove succedette nell'autunno del '34 ad Attilio Momigliano, e poi coinvolgendolo anche nel lavoro seminariale in Normale, fino a patrocinare nel 1937 il passaggio a Roma, bloccato - sembra - da un intervento dello stesso Mussolini. Per quanto riguarda le posizioni più schiettamente politiche, Russo, fino alla fine del 1929, finché cioé mantiene la direzione del Leonardo, è impegnato in una battaglia 'interna' al fascismo: partecipa al convegno degli intellettuali fascisti di Bologna del marzo 1925, da cui uscirà il manifesto gentiliano del 21 aprile, non firma ovviamente il manifesto Croce. In un documento che lo stesso Simoncelli ci fa conoscere (la lettera di Cantimori a Giovannino Gentile del 17 dicembre 1927) risulta che fra le Notabilitäten fasciste che il giovane normalista ha indicato a un gruppo giovanile berlinese per una serie di conferenze e di contatti, accanto a Giovanni e Federico Gentile, Saitta, Licitra, Spirito, Volpicelli, c'è anche Luigi Russo (Simoncelli, Cantimori, 19). In quegli anni Russo mantenne rapporti stretti anche con Croce e Omodeo e operò perché, fra le due anime dell'idealismo, potesse continuare un dialogo o per lo meno fosse possibile una lotta comune contro i comuni nemici, che poi eran quelli che - all'interno del fascismo - minacciavano le posizioni gentiliane. Fu probabilmente la pubblicazione della crociana Storia d'Italia, con le polemiche asperrime che ne seguirono, a rendere impossibile la continuazione di tale politica. La perdita della direzione del Leonardo, la fondazione della Nuova Italia, una rivista spostata nettamente su posizioni crociane e politicamente eterodosse, la fine traumatica della sua direzione nel luglio del 1931 segnarono, anche politicamente, l'esperienza di Russo. Ma è interessante rilevare come quelle polemiche fortissime, che interessarono intellettuali e giornali, passarono praticamente inosservate per le autorità di polizia, che si allertarono sul conto di Russo solo nel 1934, allorché una sua innocua lettera a Croce da Chamonix, dove villeggiava, fu - come cominciava ad avvenire regolarmente per la corrispondenza del filosofo, e qui si dovette avere l'aggravante che proveniva dall'estero - intercettata, aperta, letta dalla prefettura di Napoli e si chiesero informazioni sul mittente: il 14 novembre di quell'anno, il prefetto di Firenze ne dava di rassicuranti sul conto del professore, che nel frattempo era stato chiamato a Pisa e, probabilmente in vista di tale passaggio, aveva chiesto e ottenuto la tessera del N.F. nella nativa Delia, nel luglio 1933, visto che gli era stata rifiutata dal Fascio fiorentino (ibid., 45-51). È così significativo che, nonostante il carattere aperto e non ortodosso del suo insegnamento pisano, non abbia avuto più fastidi dalla polizia fino al 1942, quando, cioè, fu scoperta la rete liberalsocialista. [173] A. Omodeo, Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti (Bari: Laterza, 1934), 211. Ho insistito su questo aspetto in Pertici, «Preistoria di Adolfo Omodeo», 514, 572-584. [174] Si vedano i pareri editoriali degli anni 1934-1939 per Federico Gentile in PSC, 783-786 e Pedullà, Il mercato delle idee, passim. Nella collana inaugurata da Giovanni Gentile nel 1936 «La civiltà europea» Cantimori avrebbe dovuto curare il volume dedicato alla Riforma (ibid., 198 nota 13). [175] Ibid., 339 nota 113. [176] E. Sestan, «Cantimori e i giacobini» (1968), in Id., Storiografia dell'Otto e Novecento, a cura di G. Pinto, (Firenze: Le Lettere, 1991), 495-503, 497, 499. [177] Turi, Giovanni Gentile, 462. [178] Nel 1929 si presta un'attenzione assai critica verso il ruolo svolto dalla Societa delle Nazioni e verso le proposte europeiste di Coudenhove-Kalergi e di Briand: Il Doganiere [G. Casini], «Giorgio Sorel e la Società delle Nazioni»; Id., «Dante precursore di Pan-Europa»; U. Nani, «Paneuropa», in Critica fascista, 7 (1929): 55, 338, 355-357, che sembra trasformarsi nel 1930 nella proposta di utilizzare le istituzioni ginevrine come cassa di risonanza per le idee corporative italiane, soluzione della crisi mondiale: Critica fascista, «L'asse dell'Europa» (adesione entusiastica alla politica estera di Grandi); Id., «Verso l'Europa»; C. E. Ferri, «L'unità dell'Europa»; Critica fascista, «Occhio a Ginevra!», ibid., 8 (1930): 181-182, 301-302, 343-344, 421-422. La polemica contro le forze reazionarie europee, la difesa della natura rivoluzionaria del fascismo, l'attenzione per il bolscevismo sono motivi ricorrenti: Il Doganiere [G. Casini],«Attenti alle contraffazioni!» («è lecito far paragoni fra i vari movimenti reazionari d'Europa e il Fascismo? [...] chi istituisce paralleli simili dimostra di non aver capito nulla del Fascismo [...] Tutte le somiglianze, le coincidenze, le aspirazioni sono puramente esteriori, ma la sostanza più intima è grandemente, profondamente diversa, e si riassume in quel semplice contrasto di parole che può essere rivoluzione-reazione»), ibid., 7 (1929): 438-439; Il Doganiere [G. Casini], «Loro, reazionari»; B. Spampanato, «Equazione rivoluzionaria: dal bolscevismo al fascismo»; A. Nasti, «A proposito di fascismo europeo», ibid., 8 (1930): 111, 152-154, 205-206; A. Mario, «Parole chiare sul 'Primoriverismo'» (rappresenta «una semplice e transitoria manifestazione reazionaria, a base militaristica, delle classi borghesi spagnole»), ibid., 9 (1931): 172-174. La polemica contro Evola: Il Doganiere [G. Casini], «Un profeta in mutande»; Id., «Il profeta senza mutande»; contro Fanelli: S. M. Cutelli, «La monarchia fascista», ibid., 8 (1930): 70-71, 111, 173-176. Su Gentile: A. Bertelé, «La dottrina fascista di Giovanni Gentile» (sostiene che l'attualismo non può considerarsi l'unica interpretazione ideale del fascismo); A. Nasti, «Giovanni Gentile» (adesione entusiastica), ibid., 134-135, 159; Id., «Gentile e il fascismo», ibid., 9 (1931): 404-405. Un' interessante summa di questi contenuti ideologici si trova in G. Bottai, Vent'anni e un giorno (Milano: Garzanti, 1949, 19772 da cui si cita), specie nei capitoli dedicati al corporativismo, ai rapporti col fascismo internazionale e alla «abdicazione ideologica» del fascismo «nelle mani del Nazismo» (45-72). Alcune pagine di questo libro (60-62), in cui Bottai rievoca il suo tentativo, condotto con «un metodo rigorosamente scientifico», di individuare «nell'essenza d'orientamenti sociali ed economici degli Stati moderni [...] quello che fu chiamato il 'fascismo involontario' [...] mettendo in luce connessioni e rapporti dottrinari e giuridici, dimostranti a piacere o la democraticità del Fascismo o la fascisticità delle democrazie» possono risultare utili nell'intendere meglio alcune delle pagine più discusse (probabilmente perché sovraccaricate di significato) di Cantimori nel 1937-38, quelle concernenti R. Bonnard, Le droit et l'État dans la doctrine Nationale-Socialiste (Paris, 1936), ora in PSC, 353-354, 389-390, che individuava nelle tendenze anti-individualistiche e potenzialmente autoritarie delle democrazie rappresentative moderne (Stati Uniti, Francia) un trait d'union con le esperienze nazista e fascista: le differenze che intercorrono fra esse sarebbero più di grado, di quantità, che di qualità. Nel '37 Cantimori afferma che tale conclusione «potrà sembrare paradossale, e non lo è» (PSC, 354) e sembrerebbe dunque in linea anche con le suddette posizioni di Bottai; nel '38 corregge il tiro e dichiara che questo accostamento pecca di «astrattezza dottrinaria, in quanto trascura le differenze storiche fra la Germania post-bellica e i paesi a ordinamento 'democratico'» (PSC, 390). Tornando sul medesimo volume nel 1947 (Studi, 625-626), sviluppa questa osservazione e associa la tesi di Bonnard alla critica liberale-conservatrice alla democrazia, mostrando quindi di credere che i parallelismi svolti fra democrazie e stati autoritari fossero stati compiuti ad deterrendum. [179] Barbera- Campioni, «Dalla filosofia alla storiografia», 81. [180] Il secolo fascista, la rivista diretta da Giuseppe Attilio Fanelli, uscì dal 15 maggio 1931 al giugno 1935, sosteneva un fascismo di 'destra', tradizionalista e monarchico: su Fanelli, il suo gruppo e le loro tesi corporative, cfr. De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, ad nomen e soprattutto F. Perfetti, «Ugo Spirito e la concezione della 'corporazione proprietaria' al convegno di studi sindacali e corporativi di Ferrara», in Critica storica, 25 (1988): 202-243, 214, 222-223. Contro Alberto Pirelli, Cantimori poteva aver letto l'articolo polemico «Il corporativismo di Pirelli», in Critica fascista, 13 (1934-35): 8, in cui si dichiarava che la sintesi fra iniziativa privata e intervento disciplinatore dello Stato era da lui concepito «come l'eclettismo della vecchia politica liberale, alla quale il Pirelli la riporta, nonostante l'asserita genialità e originalità del Fascismo»: «Queste brevi considerazioni - continuava la rivista di Bottai - vogliono avere il solo scopo di chiarire, alla luce d'un documento fondamentale, l'attuale forma mentis dei vecchi ceti industriali italiani. Accanto a una adesione formale, o puramente sentimentale, bisogna riconoscere una sostanziale incomprensione. Nonostante l'ingegno e l'esperienza di grande industriale, oggi il Pirelli è in fondo un ingenuo: un ingenuo che plaude di cuore senza accorgersi di quello che avviene. Il regime capitalistico crolla ed egli entusiasticamente guarda al lavoro come a futuro soggetto dell'economia, ma poi, alla resa dei conti, tutto fila nella sua mente come se il domani dovesse ripetere l'ieri.[...] non possiamo più fare assegnamento su uomini che, per quanto benemeriti e tuttora utili in specifici campi d'azione, non possono trovar posto nelle supreme gerarchie, cui è commesso il compito di guidare il cammino della Rivoluzione. [...] per costituire le nuove gerarchie [il fascismo] deve puntare sugli uomini nuovi, intimamente persuasi che il corporativismo segna il trapasso da una fase di civiltà ad un'altra fase». [181] A. M. Ratti a U. Spirito, 19 novembre 1936 (Fondazione Ugo Spirito, Roma: Carteggio Ugo Spirito, n° 01205). [182] Gli articoli di Spirito comparvero soprattutto su i Nuovi studi e su Critica fascista, che rimase aperta alla sua collaborazione, nonostante il dissenso nei suoi confronti espresso da Bottai a Ferrara, e sono raccolti nel già cit. Corporativismo e capitalismo. La nota gentiliana «Individuo e Stato», contro la 'corporazione proprietaria' teorizzata dal discepolo, comparve nel Giornale critico della filosofia italiana, 13 (1932): 313-315, e nel numero d'agosto di Educazione fascista. La si può leggere in U. Spirito, Giovanni Gentile (Firenze: Sansoni, 1969), 293-297. Su tutto questo dibattito cfr. Perfetti, «Ugo Spirito e la concezione della 'corporazione proprietaria'», 217-227. [183] Rigola sostenne che il vero trionfatore del convegno ferrarese era stato Gino Olivetti quando aveva affermato che il fondamento del corporativismo andava rintracciato nei due principi cardinali della proprietà individuale e dell'iniziativa privata (cfr. Perfetti, «Ugo Spirito», 222-223), ma aveva anche aggiunto: «la relazione Spirito ha provocato una chiara rivelazione dei diversi orientamenti dei convenuti; tanto che tuttora continuano gli echi di quel dibattito. Fra la interpretazione finalistica del prof. Spirito che conduceva alla 'corporazione proprietaria' e la interpretazione statica di taluni suoi contradditori per i quali 'proprietà ed iniziativa privata' sono colonne d'Ercole insuperabili (alle quali anzi l'ordinamento corporativo dovrebbe fare buona guardia), il discorso conclusivo dell'on. Bottai ha segnato una interpretazione progressiva che non chiude nessuna porta sull'avvenire. Nel suo discorso sono apparsi sereni riconoscimenti sul 'valore storico del socialismo' e sulla 'realtà della lotta di classe'', che non si sentono di frequente in assemblee di studiosi fascisti; e che debbono aver prodotto un senso di stupore in certo ambiente imprenditorio, agrario e industriale [...]. I dirigenti sindacali presenti al convegno non si sono distinti come propugnatori di tendenze molto dinamiche, e neppure gli esponenti delle confederazioni sindacali lavoratori. Dal che si dovrebbe dedurre che i milioni di lavoratori da essi rappresentati negli organi dell'ordinamento corporativo e dello Stato corporativo, sono perfettamente rassegnati alla perpetuazione del salariato e sono paghi di quel tanto che in regime capitalistico, corporativisticamente vigilato, può loro essere dato come migliore trattamento contrattuale ed assistenziale. Proprio queste sono le aspirazioni delle masse lavoratrici italiane?» («Gli studi sindacali corporativi al convegno di Ferrara», in I Problemi del Lavoro, 1° giugno 1932, 20). [184] G. Gentile, «La politica sociale del Regime», in Politica sociale, 4 (1932): 533-538, 537. Si deve tuttavia aggiungere che, se questo passo del '55 ci dà questo elemento prezioso, è tuttavia anche alquanto confuso (cosa non rarissima nei ricordi cantimoriani): non so se Politica sociale possa definirsi «rivista degli industriali» (era anch'essa una pubblicazione di ambito bottaiano, diretta da uno studioso di diritto del lavoro, membro del Consiglio nazionale delle Corporazioni, che aveva ricoperto incarichi sindacali ed espresso su Gerarchia le sue riserve sulle tesi di Spirito: Perfetti, «Ugo Spirito», 219-220), non si tratta di una nota brevissima ma di un brevissimo riferimento in un articolo dedicato ad altro argomento; soprattutto c'è un evidente scambio di contenuto fra lo scritto di Politica sociale e la nota Individuo e stato, questo sì teso a negare ogni nesso diretto fra l'attualismo e la teoria della 'corporazione proprietaria' e quindi a difendere gli attualisti dalle accuse che - pretestuosamente, a detta di Gentile - da ogni parte venivano loro scagliate. Su tali accuse di 'bolscevismo' rivolte ad alcuni ambienti gentiliani, cfr. Turi, Giovanni Gentile, 467, 470. [185] A. Aquarone, L'organizzazione dello Stato totalitario (Torino: Einaudi, 1965), 201. Per la storiografia successiva, cfr. Perfetti, «Ugo Spirito», 242 nota 59, e Parlato, «Ugo Spirito e il sindacalismo fascista», 118-120: entrambi insistono sul carattere 'tecnocratico', più che 'sociale' o 'collettivistico', del pensiero di Spirito di questi anni. [186] Cantimori, «Prefazione» a De Felice, Storia degli ebrei italiani, XXVIII. Sull'atteggiamento del partito comunista, cfr. Spriano, Storia del Partito comunista italiano - III. I fronti popolari, Stalin, la guerra (Torino: Einaudi, 1970), 95-112. [187] U. Spirito, Memorie di un incosciente (Milano: Rusconi, 1977), 69. [188] Si vedano le voci «Capitalismo. La crisi del capitalismo» ed «Economia programmatica» dell'Appendice del 1938 dell'Enciclopedia italiana (355-356, 536-538), sintesi particolarmente efficaci delle posizioni di Spirito degli anni precedenti. [189] Pedullà, Il mercato delle idee, 78-82. Le collane erano: la Biblioteca dell'«Archivio di studi corporativi», cinque volumi dal 1934 al 1936; i Classici del liberalismo e del socialismo diretti da Spirito e Volpicelli, di cui uscirono solo Le carte dei diritti. Dalla «Magna Charta» alla «Carta del Lavoro», a cura di Felice Battaglia e I liberali italiani dopo il 1860, curatore Francesco Piccolo, entrambi nel 1934; le Pubblicazioni della Scuola di scienze corporative dell'Università di Pisa, nelle due serie di Studi (otto volumi, 1933-1940) e Documenti (tre volumi, 1934-1936). [190] Nell'interesse simpatetico per il Plan di De Man, Cantimori si differenziava dai corporativisti pisani e da Critica fascista, che invece ne dettero un giudizio assai critico: oltre al saggio di Spirito che precedeva la traduzione cantimoriana, cfr. almeno G. De Luca, «Vero e falso corporativismo europeo», in Critica fascista, 12 (1934): 36 e, più moderato nella critica, A. Anselmi, «Il 'piano' di Enrico De Man», ibid., 127-129. L'interesse per il socialista belga doveva essere di lunga data e legato anche a motivi non esclusivamente politici: in una lettera a Capitini della fine del 1932, Cantimori scriveva: «A rifletterci penso di essere nettamente storicista, come dice Baglietto. Mi è difficile pensare, per es., ad un modo di pregare diverso dall'elevazione della mente alla considerazione della maestà del mondo - o della provvidenzialità della storia, o all'amore per gli umili e per i diversi da noi - o al senso delle nostre responsabilità di fronte al tutto dell'universo. Tu ricorderai che per un certo tempo [...] pregavo oralmente tutte le mattine e tutte le sere, con il Pater e l'Ave. Ti ricordi forse anche che a Perugia [...], riflettendo sui risultati dei miei pensieri e della lettura del De Man, abbandonai quella forma di religiosità. Ti confesso che la sentii sempre estranea al mio modo di essere e di pensare» (Ciliberto, «Cantimori e gli eretici», 179). Sembra, dunque, che la lettura di De Man (forse di Au-delà du marxisme del 1927) - molto probabilmente nel 1929, durante l'insegnamento perugino di Cantimori - lo abbia liberato da forme non autentiche di religiosità e lo abbia confermato in un atteggiamento immanentistico, non per questo meno venato di elementi religiosi: è dunque il primato dello spirituale, il valore attribuito dal socialista belga ai valori etici e religiosi che attira primamente Cantimori. Il 19 agosto 1930 egli trovava «bellissimo e importantissimo» il saggio di De Man, «Arbeiterbewegung und bürgerliche Kultur», in Europäische Revue, 6 (1930): 553-567, da cui traeva quella concezione del socialismo come prosecuzione e inveramento della 'civiltà borghese' (dai comuni in lotta contro il feudalesimo, dal Rinascimento, etc.) che poi fermentò in Cantimori fino alla polemica post-bellica con Della Volpe (il fascicolo della rivista è nella biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa). Nel settembre del 1933 recensiva Die sozialistische Idee, ribadendo il suo interesse per uno scrittore che si dichiarava pur sempre fiero avversario del fascismo: il recensore attribuisce questa avversione a «scarsa informazione» e a «pregiudizi di parte» e a un'assimilazione impropria del fascismo col razzismo, col nazismo e col nazionalismo francese. Per questi vale la critica di De Man, ma non per il fascismo italiano e per il suo stato etico corporativo, che non possono esser compresi negli schemi del nazionalismo reazionario. Cantimori vede invece molte affinità fra il «vero Fascismo» e le posizioni di De Man: pone una presso che completa identitità fra esse e il solidarismo mazziniano, quel solidarismo «che il Bottai ha riconosciuto come uno dei principali precedenti della sua opera di costruzione etico-corporativa»: «Nella interpretazione filosofica del Fascismo, e nella concezione dello Stato etico [De Man] avrebbe trovato la soluzione perentoria e chiara di quelle esigenze di libertà nella legge, di giustizia realizzantesi in un ordine superiore, di affermazione dell'intima eticità umana, che fanno la bellezza di certe sue pagine» (PSC, 161-162). Nella Nota del 1935, posta in calce alla traduzione del Plan du travail, la valutazione di Cantimori toccava altri temi: il Plan e gli altri scritti di de Man gli sembrano una proposta assai interessante, nei paesi lontani dall'ordinamento corporativo, perché «additano il punto principale da riformare nel predominio monopolistico del capitale finanziario: [...] non sconfinano nel campo teorico o in quello degli estremismi radicali e inconcludenti, e non scambiano la necessaria profondità e strutturalità delle riforme con una astratta generalità o totalità di sovvertimento dell'ordinamento sociale-economico vigente nei paesi capitalistici; [...] rappresentano lo sforzo più serio per sintetizzare l'esigenza della libertà politica, civile, intellettuale con quella della giustizia sociale, distaccandosi nettamente dal socialismo e dal comunismo; e [...] di conseguenza si sono mostrati atti a riunire gli elementi più arditi del movimento sociale cattolico con quelli del socialismo così rinnovato», aspetto essenziale in un paese come il Belgio. Di tale interesse aveva dato testimonianza la «rivista Esprit, una delle riviste francesi di giovani più aperte alle nuove esigenze sociali e spirituali europeee» (D. Cantimori, «Nota», in U. Spirito, Il piano De Man e l'economia mista, [Firenze: Sansoni, 1935], 40-41): questo giudizio su Esprit è confermato da Cantimori nel 1940 (PSC, 778). Per le prime posizioni politiche della rivista di Mounier (anticapitalismo, antimaterialismo, antibolscevismo, il suo interesse per De Man e per il corporativismo italiano, la partecipazione al Convegno italo-francese di studi corporativi a villa Aldobrandini nel maggio 1935, etc.) cfr. Z. Sternhell, Né destra né sinistra. La nascita dell'ideologia fascista (Firenze: Akropolis, 1984), 205-209 che indica la precedente bibliografia, a cui si devono aggiungere M. Nacci, «Intellettuali francesi e corporativismo fascista», in Dimensioni, 40-41, 1986: 6-29, e la raccolta di documenti su Mounier in Italia, a cura di G. Campanini (Bari: Ecumenica Editrice, 1986), 9-16 e 41-78; al discusso volume di Sternhell si può utilmente ricorrere anche per la figura e l'opera di De Man negli anni Trenta (119-139). Il mutamento delle posizioni politiche di Cantimori e il senso di fastidio, di vera e propria avversione per il suo passato di intellettuale fascista che ne derivò (Vivanti, Politica, 797), oltre che naturalmente il comportamento di De Man durante l'occupazione nazista del Belgio spiegano i giudizi durissimi su di lui dati dallo storico nella lettera all'einaudiano U. Scassellati del 7 marzo 1951 (PSC, 797-800). [191] Il volume fu inizialmente sequestrato dalle autorità governative, ma poi rimesso in circolazione: Pedullà cita una lettera del prefetto di Firenze a Mussolini del 23 luglio 1934 (Pedullà, Il mercato delle idee, 80 e nota 42). Sulla sua fortuna, una testimonianza ravvicinata in L. Lombardo Radice, Fascismo e anticomunismo. Appunti e ricordi 1935-1945 (Torino: Einaudi, 1946), 64. [192] Minuta di lettera di U. Spirito a G. Bottai, 5 agosto 1940, cit. in Perfetti, «Ugo Spirito», 229 e in Parlato, «Ugo Spirito e il sindacalismo fascista», 113-114, con qualche piccola differenza nella trascrizione. Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.
|
|
|
© 1997 - Cromohs | Web Design: Mirko Delcaldo |