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Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)

Roberto Pertici [*]

Roberto Pertici, «Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)», Cromohs, 2 (1997): 1-128,
<URL: http://www.unifi.it/riviste/cromohs/2_97/pertici.html>.



 

Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.


VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo

80. L'analisi fin qui compiuta delle componenti ideali del fascismo di Cantimori ci consente di affrontare con maggior precisione il problema della successiva evoluzione politica dello storico, delle sue scansioni e del suo sbocco. Non poteva trattarsi di una metànoia repentina, come sembra credere chi sostiene che egli si sia orientato verso il movimento comunista fin dal 1934 (Vivanti, Le approssimazioni, 896, 901 nota 28): il fascismo fu l'asse ideale attorno al quale si svolse, per oltre un decennio, la sua vita intellettuale e certi rapassi non avvengono in modo lineare e indolore, ma con dubbi e ripensamenti provocati da sollecitazioni contrastanti. E' anche da escludere ogni lettura teleologica, quasi che la crisi del fascismo - considerata da taluni come un disvelamento inevitabile per un intellettuale della sua statura - dovesse quasi necessariamente comportare un avvicinamento consapevole e poi un approdo al comunismo: di fronte alla domanda di Kaegi, «del come un intellettuale dei suoi gusti 'poteva arrivare' [...] al 'comunismo'», lo storico si sarebbe schermito: «tante volte uno non pensa che si possa essere 'condotti', nel senso di Martin Lutero» (Storici, 286). Actus, quindi, non agens: il fascismo di Cantimori si dissolse perché nel giro di alcuni anni (grosso modo dal 1934 al 1938) quelli che erano stati i suoi elementi di fondo (corporativismo, rifiuto del reazionarismo e dell'anticomunismo, critica del nazionalsocialismo, anti-razzismo, eticità immanentistica e non confessionale) furono messi in crisi dalla effettiva politica del regime. Possiamo, in prima approssimazione, affermare che allora avvertì la natura 'ideologica' delle sue precedenti posizioni, senza tuttavia acquietarsi in un atteggiamento meramente critico o agnostico o riscoprire costellazioni ideologiche che riteneva definitivamente superate: il comunismo gli parve un nuovo «sistema di verità», [193] non esposto a torbidi irrazionalismi, nel quale trovava soddisfatte, su d'un piano storicamente concreto, non poche delle esigenze a cui, per anni, aveva creduto che il fascismo rispondesse. Fu un lavorio intellettuale continuo, di cui abbiamo non molti indizi e che quindi possiamo scandire solo a grandi linee con l'aiuto degli scritti allora pubblicati e dei documenti ora messici a disposizione: se ne ricavano talora elementi contraddittorî, che forse derivano dall'incompletezza della nostra informazione, forse dalla situazione di incertezza e di ripensamento dello stesso Cantimori: Prosperi, che ha avuto la possibilità di leggere alcuni dei diari cantimoriani di quegli anni, avverte che «nemmeno alle carte più segrete viene affidato il segreto dei suoi pensieri e delle sue scelte» (Introduzione, XLII).

81. Gran parte degli studiosi che si sono occupati di Cantimori negli anni '30 ha avvertito nel 1934 un anno di svolta. Se pensiamo che la sua collaborazione col gruppo dei corporativisti pisani fu particolarmente intensa fra quell'anno e il successivo, tanto da far supporre un rapporto (come si sarebbe detto una volta) 'organico', se dunque lo si inserisce in questo mondo, quel riferimento cronologico diviene meno generico: il 5 febbraio 1934 fu, infatti, promulgata - dopo tanti dibattiti - la legge istitutiva delle corporazioni, che per Bottai (che dal luglio del '32 non era più ministro) e i suoi fu motivo di insoddisfazione e di delusione cocente. Da quel momento fra il corporativismo in atto e quello dell'ex ministro, di Spirito e degli altri 'pisani' si allargò sempre di più la distanza: «il corporativismo inteso come sistematica tendenza a un ordine qualificato dalla corporazione - scriverà Bottai nel '52 - era finito. S'ebbero le corporazioni senza corporativismo, senza, cioè, un'atmosfera politica nella quale potessero respirare e agire». [194] Se Bottai, con l'ennesima risurrezione politica, tornò al governo alla fine del 1936 come ministro dell'Educazione nazionale, allora si iniziò invece la diaspora o l'emarginazione di molti dei 'corporativisti': un interessante documento, una nota del Minculpop del 1938 pubblicata da De Felice, [195] dimostra il clima di sospetto in cui erano tenuti, nell'Italia dell'Asse e del patto anti-Comintern, i «bolscevizzanti» Spirito, Volpicelli, Spampanato, Nasti. Lo stesso Spirito, che poco dopo la promulgazione della legge, si presentava a Bottai, dicendogli: «Io non sono più fascista e non ho più intenzione di fare niente per il fascismo», [196] alla fine del 1935, sarebbe stato privato dal ministro De Vecchi della cattedra pisana di politica ed economia corporativa per essere trasferito al Magistero di Messina, a quella di filosofia e storia: contemporaneamente venivano repentinamente interrotti i Nuovi studi. Il frutto di questa crisi politica (che per un totus philosophus come Spirito non poteva non essere anche filosofica) fu - com'è ben noto - La vita come ricerca del 1937, che coincise, per l'autore, con «l'abbandono del fascismo e dell'attualismo»: [197] vedremo che il confronto con questo esito della crisi del corporativismo (diverso da quello verso il quale si stava avviando) sarà un momento nodale del percorso cantimoriano di allora.

E' in questo quadro che va collocato il momento iniziale della crisi del fascismo cantimoriano: anch'egli è, a suo modo, un 'corporativista deluso'. Fino ai primi di settembre del 1934 Cantimori è all'estero, per il suo viaggio di studio: a Londra, nella sala di lettura del British Museum, scrive, il 30 agosto, un appunto autobiografico reso noto da Prosperi (Introduzione, XXI-XXIII), che è la prima testimonianza a noi nota del suo disagio politico. Lo storico trentenne vi ripercorre impietosamente gli inizi della sua militanza fascista, con il tono di chi si sente giunto a un tornante della propria esistenza e avverte un distacco crescente da ambienti e posizioni, che gli sono stati propri per più di dieci anni:

    Ora sono nel British Museum; - scrive con movenze rilkiane - il continuo sfogliare delle grandi pagine del catalogo, col suo fruscio secco, la luce temperata, i sussurri che si sentono qualche volta fanno, insieme all'odore di acetosella del disinfettante o purificatore dell'aria, un'atmosfera che mi è diventata famigliare, e che mi piace più d'ogni altra di quelle che ho incontrato fin'ora nelle biblioteche e nei luoghi di studio. Qui si lavora bene, qui vorrei continuare a lavorare per anni, senza disturbi e senza perdite odiose di tempo.

82. La reazione è quella tipica dell'intellettuale, per molti anni fortemente impegnato in politica e che ne viene in qualche modo deluso o disgustato: il ritorno agli studi. E' di quell'estate la prima redazione, poi abbandonata, degli Eretici; nel 1935 la pubblicazione dei grandi saggi 'tedeschi' su Studi germanici e delle opere nelle collane della Scuola di scienze corporative di Pisa (in gran parte si tratta di lavori compiuti l'anno precedente) segna un po' la fine di questa fase 'militante'; sono sempre più frequenti i contributi più propriamente scientifici, attinenti al suo Fach. E' tornato a Roma, entrando in rapporti diretti con Gentile: la collaborazione al Giornale critico e la polemica di quell'autunno contro Carlini (cfr. supra nota 57) dànno il senso di questa nuova situazione. La recensione ai discorsi di Mussolini, pubblicata nel marzo 1935, così volutamente asettica eppur così acuta, è indicativa dell'approccio che terrà, negli anni successivi, verso i problemi della politica contemporanea.

Le prime perplessità politiche, la scelta di impegnarsi sempre più nel lavoro scientifico lo spingono anche a riannodare rapporti che si erano interrotti negli anni precedenti, in ambienti lontani e a lungo avvertiti come ostili. Significativo è - a questo riguardo - il tentativo di riaprire un contatto diretto con Croce, a cui torna a scrivere il 13 aprile del 1935:

    Roma, 13 aprile 1935

    Istituto Italiano di Studî
    Germanici, Villa Sciarra
    Wurtz sul Gianicolo

    Illustre Senatore,

    mi permetto di mandarLe in omaggio quello che ho fatto in questi ultimi anni, riprendendomi da uno sviamento durato a lungo. Il tentativo storiografico sul Concetto di Rinascimento è stato il primo passo; l'ultimo compiuto è per ora una «Rassegna» sui più recenti studî sulla Riforma in Italia e sui Riformatori italiani all'estero, che mi permetterò di inviarLe appena sarà uscita.

    I miei studî ora sono divisi fra la storia degli eretici italiani all'estero ('sociniani', antitrinitarî), che confido darà sostanza di dimostrazione alle affermazioni che fin'ora ho fatto al loro proposito - e alcune ricerche sulle idee del Proudhon e del Marx prequarantottesco.

    Voglia accettare benevolmente il mio omaggio, che Le verrà portato dal Prof. Bottari, e i miei ossequi rispettosi.

    Suo dev.mo

    Delio Cantimori [198]

83. Attraverso lo studioso d'arte Stefano Bottari, Cantimori riprendeva la consuetudine, interrotta da anni, di presentare a Croce i suoi lavori scientifici (abbiamo visto come il filosofo fosse rimasto ferito da quel lungo silenzio) e lo informava dei suoi studi e dei suoi progetti, come se il lavoro storiografico fosse ormai la sua vera strada: è infatti interessante che consideri «uno sviamento durato a lungo» il confuso ondeggiare fra interessi diversi (la Rettorica, la 'storia della cultura', l'europeismo, la cultura romagnola, la Germania giovane e la sua cultura politica, la Riforma in Italia) di cui ci sono tracce ancora nelle lettere al filosofo del 1928 e ponga nel «tentativo storiografico sul Concetto del Rinascimento» il primo avviamento per una ricerca più propriamente scientifica. Croce, rispondendo il 18 aprile, avvertiva Cantimori di avere scritto un annunzio della traduzione del Church sulla Critica (che verrà pubblicato un mese dopo, nel fascicolo del 20 maggio), «prendendomela anche con alcune sue affermazioni» contenute nella prefazione (Prosperi, Introduzione, XXXVIII, nota 55). Si tratta della polemica pungente su cui ci siamo già soffermati (cfr. supra, VI, 63 )e che dovette bloccare ogni altro suo tentativo di avances: Cantimori percepì che il filosofo continuava a non fidarsi. Come aveva promesso, un anno dopo, il 2 giugno 1936, gli mandava la sua rassegna sulla storia della Riforma in Italia comparsa sulla Rivista storica italiana di Volpe, vi ammetteva «diseguaglianze e incertezze», ma chiedeva con fermezza «che queste non venissero interpretate che come provenienti da uno sforzo di orientamento culturale e intellettuale, e che non mi si attribuissero altre intenzioni che di cercare spiegazioni e chiarimenti, attraverso le mie obiezioni ed osservazioni» (ibid., nota 57), chiedeva insomma di esser giudicato per i risultati dei suoi studi e non per le convinzioni politiche che gli potessero essere attribuite.

Il distacco dalla politica militante e il senso dell'autonomia degli studi si convertì - per Cantimori - in un'acquisizione duratura. Già Ciliberto [199] insistette molto su questo aspetto: fra il '34 e il '35 emergerebbe quella nettissima distinzione fra attività scientifica e politica in actu, fra «idee» e «pensiero» (critico e disinteressato) da una parte, e «dottrine», che resta una costante anche nel successivo itinerario politico di Cantimori. Il fastidio del Cantimori post-bellico per l'intellettuale militante, per ogni praticismo culturale, il carattere etico, tante volte ribadito, della disinteressata ricerca della 'verità' e la sua rilevanza anche politica, per un partito come quello a cui aveva poi aderito, che si presentava come il portatore del pensiero critico moderno, hanno la loro radice nella fine del suo engagement giovanile e negli insegnamenti duraturi che seppe trarne.

84. Ai primi del 1936 sposava la comunista trentina (in odore di trockismo) Emma Mezzomonti: secondo alcuni, quel matrimonio proverebbe che la 'conversione' di Cantimori era già giunta a termine, perché «il rapporto - affettivo e intellettuale - stretto con la moglie non consentiva la possibilità che fra i due coniugi esistesse una divergenza di opinioni politiche e morali, quale ci sarebbe stata fra una comunista e un fascista» (Vivanti, Politica, 783). In realtà, alcuni documenti pubblicati di recente indicherebbero una situazione molto più mossa: da una lettera di Cantimori ad un'allieva del 5 ottobre 1961, la situazione era descritta diversamente:

    Conosco una A comunista che tanti mai anni fa sposò un non comunista, B, antico fascista (non squadrista o altro), sinistrorsa umanitaria, piena di riserve antistaliniane ecc.; quando (si era in periodo 'cospirativo') A domandò consiglio a Emilio Sereni, questi rispose: purché non ti impedisca la tua attività, sapendo i rischi che comporta (Seidel Menchi, 781).

A quanto pare, non solo non c'era vicinanza politica fra i due fidanzati, ma la Mezzomonti ritenne opportuno l'avallo d'un autorevole dirigente del partito cui apparteneva, per il passo che stava per compiere. Questa tarda testimonianza sembra confortata da un documento coevo pubblicato da Prosperi (Introduzione, XXXIX nota 59), una cartolina-ricordo di una gita fatta da Delio a Caprarola e al lago di Vico il 22 settembre 1935, in cui si sottolineava l'assenza di Emma: «Un ripicco suo, da un mescolar cose umane con la vita pubblica, politica». Alla vigilia della guerra di Etiopia, dunque, fra Cantimori e la futura moglie non c'era ancora vicinanza politica. Questo, ovviamente, non esclude, anzi semmai conferma, che negli anni successivi l'aver a fianco una donna di non comune personalità come la Mezzomonti abbia fortemente pesato sulle scelte politiche dello storico. Claudio Varese ha, per esempio, ricordato che nella loro dimora romana era usuale la lettura dello Stato operaio [200] ed è plausibile che della politica comunista cominciasse ad avere una notizia diretta, oltre che dalla moglie, dalla stampa clandestina che passava per casa.

85. Non è facile, invece, fare ipotesi sull'atteggiamento di Cantimori di fronte alla guerra coloniale del 1935-36: sappiamo che precocemente intuì il nesso posto da Mussolini fra la politica corporativa, il tema della giustizia sociale, e i problemi di politica internazionale, della «giustizia per il popolo italiano» (cfr. supra, nota 171), ma il tono, al solito, 'oggettivo' di quelle pagine non ci consente di comprendere le vere posizioni dello scrivente. Si può notare come, in un clima di crescente mobilitazione nazionale, che coinvolse anche studiosi che per l'innanzi si erano tenuti a debita distanza dalla vita politica del tempo, [201] manchino negli scritti di Cantimori non solo adesioni esplicite, ma anche riferimenti precisi agli avvenimenti africani: ma è un argomento e silentio, che non può dirimere il problema. C'è tuttavia uno scritto che ci può dare qualche non trascurabile elemento: si tratta della recensione, uscita sul Leonardo nell'ottobre del 1935, di un libro del francese René Quinton di Massime sulla guerra, pubblicato da Mondadori come primo titolo della collana «Tempo nostro», in connessione evidente col clima bellico in cui il paese era entrato. Il Quinton, combattente della prima guerra mondiale, vi sviluppava tutta una serie di aforismi sulla «voluttà del rischio», sull'«abnegazione dell'animale», sulla lotta eterna fra maschi e femmine e altri analoghi stereotipi. Lo storicista Cantimori attacca con severità e durezza tutto questo campionario e soprattutto nega la sua attualità, che cioè possa essere considerato «come tipica [...] manifestazione di caratteristiche essenziali del periodo di tempo nel quale ci troviamo a vivere»:

    nella Germania nazional-socialista per esempio, come altrove, celebra i suoi trionfi proprio una pseudofilosofia naturalistica e irrazionalistica, esaltatrice degli istinti più incomposti e degenerati degli uomini, con un misticismo cupo del sangue e della terra. Ma il fracasso che fanno queste pseudoidee, le vittime degne e indegne sacrificate a questi idoli, non debbono, non possono ipnotizzare gli uomini di coscienza vigile e di occhio chiaro [...] non è in nome della natura biologicamente e astrattamente intesa, non è in nome del sangue, non è in nome d'una voluttà non virile se pur ammantata di frasi eroiche che si combatteranno le lotte future.

In esse serviranno solo «tenace freddezza» e «durezza inflessibile». Il timore di Cantimori è che si voglia circondare la nuova guerra di simili motivi ideologici, che essa possa segnare, anche in Italia, il diffondersi di atteggiamenti ispirati dal naturalismo nazista o barrésiano: «le ore gravi che viviamo non possono che venir disturbate da considerazioni come queste». E' significativo che ad esse Cantimori accosti il «peggior D'Annunzio» e «quella bassa letteratura del dopo guerra, che va dal Mariani al Marinetti» e che invece, le contrapponga alle «osservazioni e ragionamenti [...] che un letterato italiano ebbe occasione di elaborare una ventina d'anni or sono, e che ebbero fortuna nei nostri ambienti militari», dove è chiaro il riferimento a Vita e morale militare di Luigi Russo. Come antidoto, Cantimori esorta a leggere «le lettere dei nostri morti in guerra, di recente raccolte e commentate», [202] cioè i Momenti della vita di guerra di Omodeo, pubblicati in volume nel 1934. Si tratta, dunque, di un invito alla freddezza e alla sobrietà (che fu presente anche in interventi di poco successivi di Gentile) da parte di chi forse non è entusiasta della piega assunta dalla politica italiana, ma accetta tuttavia la guerra per spirito di servizio e dovere nazionale.

86. Altrettanto poco documentato è l'atteggiamento di Cantimori nei confronti della guerra civile spagnola, scoppiata - come ognun sa - nel luglio del 1936 e dell'intervento italiano e tedesco a fianco del generale Franco. Nel marzo-aprile del '37 recensisce tuttavia due testi di argomento spagnolo: una raccolta di scritti di Ortega y Gasset curata da Lorenzo Giusso (e il giudizio è quello severo su cui abbiamo già richiamato l'attenzione) e la traduzione italiana del programma del partito falangista spagnolo, sul quale si sofferma polemicamente:

    Se confrontiamo questo programma di un partito che è ai suoi inizi, con quello del movimento Fascista del 1919, e con le manifestazioni programmatiche dei primi anni del Fascismo, non possiamo non riscontrare nel programma spagnolo una grande genericità, un prevalere assoluto dell'elemento utopistico e polemico, di fronte alla concretezza politica e sociale di quei postulati fascisti (PSC, 637).

Sia che - come sostiene Ciliberto [203] - questo richiamarsi al programma del 1919 derivasse dalla lettura sullo Stato operaio della risoluzione del comitato centrale del partito comunista del settembre 1936, che - com'è noto - nell'appello ai «fratelli in camicia nera», metteva in evidenza gli elementi di libertà presenti in quel programma; sia che fosse un modo per continuare una polemica 'interna' al fascismo da parte di chi, anni prima, aveva negato ogni contiguità ideologica fra Mussolini e Primo de Rivera padre e ora sottolineava le distanze fra il fascismo e il partito di Primo de Rivera figlio, è evidente una presa di distanza dal mondo del falangismo spagnolo, allora impegnato, con i suoi alleati, nella guerra civile. Se pensiamo ai contenuti, su cui ci siamo soffermati, del fascismo di Cantimori, è da ritenere che proprio nella seconda metà del 1936 la sua crisi subisse un'accelerazione: il progressivo avvicinarsi alla Germania nazista culminato nella visita di Ciano a Hitler del 24 ottobre e nel discorso mussoliniano del 1° novembre a Milano, che sanciva la creazione dell'«asse» Berlino-Roma (Cantimori aveva sempre sottolineato le differenze ideologiche fra fascismo e nazismo) e la virata antibolscevica del regime; l'impegno comune nella guerra spagnola in chiave - almeno ufficialmente e propagandisticamente - anti-comunista (il fascismo italiano diventava baluardo dell'anticomunismo europeo, legandosi alle destre cattolico-reazionarie, una scelta di campo contro la cui eventualità il giovane fascista aveva polemizzato nel 1930-31) fino all'adesione al patto anti-Comintern il 6 novembre 1937; la progressiva prevalenza che il reazionarismo cattolico veniva acquistando nella cultura ufficiale del regime e nei contenuti della propaganda ideologica antibolscevica e antisovietica che allora cominciò ad essere organizzata e sviluppata (il 19 marzo 1937 Pio XI pubblica l'enciclica Divini Redemptoris, contro il comunismo ateo e il materialismo disgregatore); la diffusione, anche in Italia, di quella cultura naturalistica del «sangue» sul modello tedesco, contro cui Cantimori si scagliava ancora alla fine del '35, e quindi l'emergere sempre più netto di tematiche razzistiche e antisemite; insomma il clima ideologico che si viene affermando dalla seconda metà del '36, [204] la direttiva filo-tedesca della politica estera fascista, la guerra spagnola in cui anche l'Italia si va impegnando, sono totalmente estranei a quelle che erano state le prospettive del fascismo cantimoriano, per cui è più che probabile che l'antico fascista stentasse a riconoscersi nella nuova situazione. Quando, nell'aprile del 1957, dopo l'invasione sovietica dell'Ungheria e il suo distacco dal Pci, scriveva a Gastone Manacorda: «Le roi est mort, vive le roi: comincia un' altra epoca; ma quella cominciata con la guerra di Spagna è finita. Una lacrima, una prece, e peggio per noi: per il resto vedremo», [205] esprimeva un giudizio storico di notevole acume sulla storia dell'engagement intellettuale in questo secolo, ma faceva anche un'allusione autobiografica degna di nota relativa al tempo in cui la sua attenzione aveva cominciato a volgersi al comunismo.

87. Creatura tipica del clima di crociata ideologica anticomunista fu il Centro di studi anticomunisti, creato da Mussolini nell'aprile del 1937, un'agenzia - di cui fu magna pars Tommaso Napolitano, giurista e studioso della realtà sovietica - che aveva un duplice scopo: di fornire materiali per l'attività di propaganda e di informazione alle organizzazioni culturali fasciste e soprattutto di funzionare da strumento di studio della Russia sovietica per il gruppo dirigente del partito fascista. [206] Fra il gennaio e il febbraio del 1937, Cantimori ricevette da Gabetti, il direttore dell'Istituto di studi germanici, presso cui lavorava, la proposta di far parte del Centro, che era allora in formazione, col compito di esaminare le modalità e i temi della propaganda anticomunista in Germania: una tale proposta significa evidentemente che il suo più immediato superiore non aveva alcun dubbio sulla sua completa affidabilità politica e che niente era trapelato o poteva essere intuìto della sua crisi ideologica. Cantimori diede un'adesione di massima (tanto che il suo nome figura nell'organigramma contenuto in un documento del febbraio '37), ma sostanzialmente si defilò, soprattutto facendo presente di non essere adatto «per conferenze, esposizioni, insomma attività pratico-organizzativa» (Prosperi, Introduzione, XLI-XLII). Temette, per un istante, l'eventualità di ricadere in un'attività 'militante', da cui si era liberato negli anni precedenti? questo timore di essere distolto dagli studi celava in realtà qualcosa di più, un distacco interiore dal suo mondo precedente? aveva ormai per il comunismo e la lotta anticomunista un interesse di natura diversa da quella che era all'origine del Centro? Son tutte domande a cui non è possibile rispondere con precisione: non ci resta che registrare quella scelta.

Anche Napolitano era stato fra i 'bolscevizzanti' dei primi anni '30, collaboratore di Critica fascista: in effetti l'anticomunismo a cui era allora approdato non era assimilabile a quello cattolico o nazista, essendovi sottesa la speranza che la 'sfida' al bolscevismo significasse l'inizio di una nuova politica sociale del regime. [207] La sua era comunque una delle tante parabole, che si ebbero in quegli anni. Ancora una volta, Cantimori si confrontò da vicino con quella di Ugo Spirito, descritta e motivata nel volume del 1937 La vita come ricerca, recensito in un saggio impegnativo apparso sul Giornale critico alla fine di quell'anno. Scrivendo a Guido Calogero il 20 settembre 1937, Gentile lo aveva informato che «sul libro di Spirito piovono al Giornale critico lunghe e appassionate discussioni. Ne pubblicherò una del Cantimori, che mi pare equilibrata». [208] Sembrerebbe quindi che Cantimori non fosse stato richiesto della recensione da Gentile, ma si fosse spontaneamente misurato con il libro, e che la sua analisi fosse scelta fra le tante che erano pervenute al direttore del Giornale critico per il suo «equilibrio», cioè per i riconoscimenti che vi venivano compiuti e per la stima evidente per il recensito che, pur nel dissenso, vi si manifestava. [209] Gentile poneva così di fronte due studiosi (questo potrebbe essere un altro movente della sua scelta) accomunati da non poche esperienze filosofiche e politiche, a cui però stavano dando esiti diversi: l'antico teorico del corporativismo, con quel libro, voltava le spalle all'attualismo e (almeno per il momento) all'impegno politico, in nome di una 'ricerca' che rischiava di non acquietarsi mai in un risultato definitivo; il più giovane recensore, pur esprimendo comprensione per le sue posizioni, sembrava riaffermare le ragioni di fondo dell'idealismo filosofico e soprattutto di un impegno mondano, a cui l'ipercritica di Spirito si chiudeva.

88. Nel suo saggio, Cantimori, dopo una lunga esposizione del libro, svolgeva fondamentalmente tre punti. Innanzitutto storicizzava (e quindi relativizzava) la vicenda di Spirito e del gruppo di intellettuali che si erano riconosciuti nelle sue idee. La crisi, di cui il libro di Spirito era testimonianza, non aveva quella rilevanza complessiva, universale, ch'egli le attribuiva: esso

    è sì il documento (impressionante di sincerità e di onestà) di uno stato d'animo diffuso: ma diffuso insomma in Italia, e fra gli intellettuali italiani di preparazione idealistica e di interessi prevalentemente logico-speculativi e filosofico-politici. [...] La perplessità filosofica e morale di un gruppo di intellettuali, in una particolare situazione sociale e politica, non può essere scambiata con una situazione generale, di 'tutti' [...] la dottrina della ricerca [...] riassume in sé i problemi di un gruppo di intellettuali italiani che lavorano nel campo filosofico, storico, economico, giuridico, alla luce delle idee dell'idealismo filosofico, polemizzando spesso aspramente fra loro, ma chiusi nell'ambito di quelle idee (PSC, 623, 626).

Criticava poi il concetto di 'ricerca': ricorrendo al proprio, tipico impianto categoriale, Cantimori gli riconosceva un grande «valore culturale» (come sintomo di un'insoddisfazione e dell'esigenza di affrontare i nuovi problemi e con nuova mente i vecchi), ma scarso rilievo «filosofico» (per tale suo carattere psicologico e sentimentale) e una fondamentale carenza etica, per l'immobilismo etico-politico che ne poteva derivare:

    la dottrina della ricerca è la dottrina dell''intellettuale tipo' e non si può rimanere in essa eternamente, se si vuole giungere alla 'vita', alla 'verità', alla 'gioia' o soltanto mettersi sulla strada o su una delle strade per giungervi: a meno di 'intellettualizzare' la vita, cosa brutta quanto la parola qui usata [...] essa condurrebbe all'inattività e all'inoperosità e al disorientamento mentale (PSC, 626-627).

In tutta la sua ipercritica, tuttavia, Spirito non poteva rinunciare al «mito», l'elemento positivo che l'antinomia e la critica superano continuamente e che pure ritorna, per essere poi ulteriormente negato; ma - scrive il recensore - la convinzione che ne deriva è fredda, l'esaltazione, retorica, insomma quel mito così inteso è intimamente arido. Con una nota quasi pragmatistica, Cantimori rovescia la tematica della 'ricerca': anche nella consapevolezza del suo carattere mitico, limitato, razionalmente poco formulabile, bisogna lottare per una 'verità', che non avrà certo carattere assoluto, ma che diventerà fattore di storia e quindi troverà una sua collocazione e un suo valore nella dialettica della storia. La scelta di tale verità è compiuta essenzialmente per fini morali:

    se il mito non è eliminabile ci si trova di fronte all'alternativa: o accettare tutti i miti o lottare per uno solo, pur consapevoli dei suoi limiti; o spandere incensi in un Pantheon, o seguire un piccolo Iddio, con tutti i suoi troppo umani vizi e peccati. O desiderare l'assoluto o impeciarsi nel particolare. Le metafore non contano: per il primo corno del dilemma stanno tutte le argomentazioni di Spirito in questo libro; per il secondo la considerazione, derivata dalla concezione dialettica della storia, che la verità e la gioia derivano dalla lotta e che l'assoluto è la storia stessa, cioè che il sentimento dell'insufficienza dei principî e dei miti e l'aspirazione all'universalità debbono trasformarsi, per aver reale valore, nella scelta per un principio o per un mito e nella lotta per esso [...] qui basta un appello alla coscienza e un richiamo al sentimento; che cioè per prender parte basta una convinzione morale, un impulso morale, anche se non esplicitamente e razionalmente formulabile [...] non ci si può accontentare di un superamento fondato sulla proiezione all'infinito di uno dei termini della antitesi invece che su una nuova sintesi (PSC, 629).

89. Come molti dei testi cantimoriani di questi anni, questo si può prestare a una duplice lettura: poteva sembrare la reazione dell'attualista (e del fascista) che non si nasconde la crisi di un sistema di pensiero (e di un certo tipo di impegno politico), anzi in qualche modo ne partecipa, ma ribadisce la validità di fondo di certe scelte e quindi la necessità di uscire da tale disagio con un approfondimento e un rinnovamento, ma in una sostanziale continuità (non si dimentichi che Cantimori difendeva l'idealismo dall'accusa di essere in sé conservatore e l'ideale umanistico di educazione dalle critiche 'modernizzanti' di Spirito). Sembra che lo stesso Spirito abbia allora inteso questo scritto «come un richiamo all'impegno e alla lotta intellettuale da condursi nell'ambito della filosofia idealistica»: [210] di questo tipo fu anche la reazione di alcuni recensori di parte fascista e, nell'ambito di un discorso più complesso, dello stesso Gentile. Oggi, chi conosca la situazione complessiva del Cantimori di quegli anni, può anche ritrovarvi altri propositi: può leggervi la presa d'atto della crisi di una generazione di giovani attualisti e fascisti, che avevano partecipato al clima culturale dei primi anni '30 e che poi, dopo il '35, avevano taciuto, crisi culturale ma in primis politica; la convinzione del carattere intimamente conservatore e immobilistico di una soluzione ipercritica e semi-scettica, propria dello spettatore disincantato che non prende più posizione, perché scopre il carattere mitico di ogni nuova soluzione come delle antiche; la necessità, quindi, di contrapporre alla Weltanschauung tramontata una nuova, capace di essere una «nuova sintesi» attraverso cui inserirsi nella storia e operare nel mondo, pur essendo consapevoli dei suoi limiti e degli elementi mitici in essa insiti.

Già Manacorda aveva datato «intorno al 1938» l'emergere del nuovo orientamento politico di Cantimori. [211] A questo riguardo, è sfuggita un po' a tutti una testimonianza di notevole rilievo fornitaci da Sergio Bertelli: «Attento studioso del mondo germanico - egli scrive - quando si era costituito il Comitato Anti-Kòmintern Cantimori aveva compiuto un lungo e periglioso viaggio (per dirla con Zangrandi), interessandosi al comunismo da un'opposta sponda. Solo l'antifascismo della moglie Emma e un lungo incontro a Parigi con Donini erano riusciti a distaccarlo da quel mondo di barbarie». [212] Non mancano, qui come in tutto quel libro, imprecisioni e qualche lapsus, ma l'importante da rilevare è questo: un decisivo ruolo maieutico nel determinare il distacco di Cantimori dai suoi precedenti orizzonti politici e quindi nell'avvicinarlo al comunismo svolse un incontro con Ambrogio Donini a Parigi (e Bertelli cita una testimonianza a lui fornita dallo stesso Donini in data 1° marzo 1978). In effetti Cantimori fu a Parigi nell'agosto-settembre 1938 [213] e dovette avvenire in quell'occasione il colloquio con l'antico discepolo di Ernesto Buonaiuti, diventato rivoluzionario professionale, da anni intento a intessere rapporti fra il suo partito, il mondo intellettuale [214] e quello cattolico. Poco prima del viaggio parigino era apparsa sul Leonardo del maggio 1938 la lunga rassegna a cui si riferisce Bertelli, quando ricorda l'interesse di Cantimori per il comunismo «da un'opposta sponda». Essa potrebbe essere un esempio di ciò che i promotori del Centro di studi anticomunisti gli avevano chiesto l'anno avanti: il suo oggetto è infatti «il metodo della polemica, della critica e della propaganda politica» seguito dalla pubblicistica cattolica contro il comunismo nel periodo immediatamente precedente e successivo alla Divini Redemptoris (19 marzo 1937). Non mancano cenni (in genere non positivi) anche ad altre iniziative extra-cattoliche, nell'ambito di quella «vasta fioritura» di scritti anti-comunisti che si ebbe nella seconda metà del 1937: La vita italiana di Preziosi, i quaderni dei Comitati d'azione per l'universalità di Roma (CAUR), che sembravano ispirarsi ai modelli dell'anti-bolscevismo nazista e del suo mensile Contrakomintern (ma avevano ospitato anche la traduzione dell'enciclica, curata da quel padre Cordovani di cui Cantimori parla poi a lungo); ma, come s'è detto, è soprattutto alla polemica cattolica che rivolge la sua attenzione.

90. Cantimori sapeva bene che il Russicum, l'istituto per il clero russo creato nel 1928, era diventato un notevolissimo centro di studi e di propaganda antibolscevica, anche attraverso il periodico Lettres de Rome del gesuita padre Giuseppe Ledit e che non poca della polemica anti-sovietica fascista, da Guido Manacorda a Tommaso Napolitano, attingeva largamente alla sua documentazione; [215] anzi comincia ora ad emergere in lui la convinzione che la chiesa cattolica abbia in qualche modo vinto la partita ideologica col fascismo iniziatasi all'indomani dei Patti del Laterano e che i temi dell'anticomunismo siano fra quelli in cui tale egemonia si viene affermando. E' proprio all'opera di Ledit che Cantimori offre maggiore considerazione per il suo «rigoroso realismo di interpretazione»: essa costituisce un modello di come debba essere condotta una critica «fondata su una conoscenza precisa dei fatti, delle cose, degli uomini [...], raggiungibile solo se fondata sulla coscienza di essere al polo opposto, quindi libera da necessità polemiche o propagandistiche immediate». Lo studioso la ricollega alla tradizione gesuitica degli inizi, nel suo comprendere e studiare l'avversario, «superandone i metodi, corrispondendo e soddisfacendo alle esigenze e ai motivi profondi ai quali esso vuole corrispondere, essendo sorto per soddisfarle» (PSC, 717). Propone perciò questo modello di «critica superiore», [216] anche ai polemisti fascisti, che devono porre l'accento non solo sugli aspetti immediatamente negativi dell'avversario, «ma su quelli positivi del Fascismo dai quali dedurre la polemica, che diventa quindi critica e chiarimento, in quanto fa centro su di noi [fascisti], e non semplicemente propaganda (che fa centro sull'avversario e finisce per aver valore solo in funzione di esso); da noi - conclude Cantimori - i più vicini a questa posizione sono gli scrittori di 'Critica Fascista'» (PSC, 716) e, fra questi, poco prima aveva indicato Agostino Nasti (PSC, 712). C'è da chiedersi se Cantimori, in quei primi mesi del 1938, ritenesse il fascismo italiano, non singoli suoi esponenti, capace di una critica siffatta, fondata, non sulla ritorsione polemica con argomentazioni magari mutuate dalla coeva pubblicistica nazionalsocialista o cattolica, ma sulla positiva elaborazione di contenuti propri da contrapporre, in una sfida continua, a quelli dell'avversario. Come al solito, il testo è ambiguo: si afferma che «il fascista e il nazionalsocialista hanno da opporre al comunista il loro Stato e le loro dottrine, che non coincidono certo sempre con quelli cattolici», ma nel contempo si avverte che «attualmente la tendenza politica» punta più sul «motivo fervidamente religioso» e sull'«attivismo conducente all'attacco [...] ma non si parla di istituzioni contro istituzioni» e si aggiunge: «ma qui si rende conto dei libri e non di altro, che spetta ad altro luogo» (PSC, 717).

91. Ma - da questo punto di vista - c'è un passo particolarmente interessante, anche per quanto attiene la biografia politica di Cantimori, che dimostra il distacco che sembra avesse ormai maturato nei confronti dell'esperienza corporativa:

    Questa linea di polemica - scrive - è analoga a quella che fino a qualche anno fa ha condotto il battagliero corporativismo dello Spirito e dei suoi seguaci, in nome di un soddisfacimento più completo e radicale delle esigenze che si postulavano presso gli avversari [i comunisti, come si intuirà subito dopo, N.d.A.], riducendole a un comune denominatore generale, e spogliandole della loro reale concretezza storica. In questo tipo di polemica la parte più interessante è in genere quella negativa, critica, che non è volta direttamente contro l'avversario, ma contro un 'falso scopo' (capitalismo, ingiustizia sociale), col quale si dimostra identificarsi alla fine l'avversario che si combatte (ad es. comunismo eguale capitalismo di Stato, o eguale ingiustizia sociale). Sono tutte argomentazioni efficaci, e giuste: ma rimangono nell'astratto e nell'affermazione generale e programmatica quanto al positivo, poiché si tratta solo d'un gioco di concetti e di definizioni; quanto al negativo, esse ripetono in generale le critiche, ormai comuni, alla società contemporanea. Ma la violenza della negazione non implica sempre perentoriamente quella forza affermativa della quale vorrebbe essere indizio (PSC, 710).

Dunque il vero avversario del corporativismo, anche del migliore, quello di Ugo Spirito, era stato il comunismo, e il capitalismo, l'ingiustizia sociale erano stati diversivi polemici, utili essenzialmente a stabilire equazioni polemiche col comunismo. Anche il corporativismo più combattivo - afferma, nel suo stile intricato, Cantimori - non era andato al di là di una critica negativa del comunismo (con argomentazioni non originali, ma prese in prestito dalle comuni lamentele sulle caratteristiche della società contemporanea, il suo materialismo, il suo meccanicismo, il suo carattere di massa, il dispregio dei valori spirituali); la critica positiva era stata essenzialmente un gioco concettuale (il superamento del socialismo e del liberalismo, il corporativismo come liberalismo assoluto e socialismo assoluto). Quindi la critica negativa era stata perentoria, ma nascondeva in realtà una debolezza propositiva. Se questa era la conclusione cui era arrivato sul 'gran momento del corporativismo', c'è da credere che fosse ancora più perplesso per il presente: che cioè il comunismo gli sembrasse un modello di stato e di organizzazione sociale a cui il fascismo non sapesse contrapporre valori propri, ma solo una propaganda coi temi classici dell'anticomunismo cattolico o nazionalsocialista.

92. Se accettiamo la testimonianza di Donini, si può dunque affermare che Cantimori, nelle settimane di Monaco, fece un passo decisivo verso il comunismo, senza - si badi bene - aderire al partito a cui si iscriverà dieci anni dopo, al principio del 1948. Sembra che abbia poi accettato senza traumi anche le svolte più clamorose della politica dell'URSS, come il patto russo-tedesco dell'agosto 1939. Ancora Varese ha ricordato la «comprensione» del realista Cantimori per quel revirement della politica estera sovietica e della linea del Comintern: ma, a ben leggere, essa risulta con sufficiente evidenza da un suo scritto apparso sul Leonardo del settembre-ottobre 1940, la recensione ai Documenti intorno alla rivoluzione russa, pubblicati nel maggio del '40 in una collana dell'Ispi diretta da Volpe, da Wolf Giusti, un ex-comunista, allora fortemente impegnato nel nascente movimento liberalsocialista. [217] L'atteggiamento largamente difensivo nei confronti della realtà sovietica da sempre tipico di Cantimori non è mutato: al Giusti, che, riprendendo posizioni condivise un tempo dal Cantimori lettore di Rosenberg, vede nella rivoluzione russa un «fatto nazionale russo», rimprovera di porsi così «sul piano della storiografia più propriamente politica, nel senso tradizionale, che su quello della storiografia dei movimenti politico-sociali a carattere sopranazionale» (PSC, 675), ribadendo così il nesso fra gli interessi sovietici e quelli del movimento comunista internazionale; avverte nella larghezza con cui il curatore ha riportato «gli aspetti della retorica politica russa, o se vogliamo, i tipi dell'eloquenza e della propaganda interna dell'U.R.S.S.» un intento sottilmente polemico, «un'eco delle polemiche condotte dai quotidiani degli altri paesi» (PSC, 675-676). Molto abile è il modo con cui poi tratta dei processi del 1938: critica Giusti per non aver rilevato a sufficienza la loro importanza politica e - a tal proposito - si fa schermo di una fonte insospettabile, la rivista di Alfred Rosenberg Nationalsozialistische Monatshefte, che aveva visto in quel processo un episodio clamoroso della lotta di movimenti a carattere nazionalistico-etnico entro l'URSS, contro il centralismo «ebraico-bolscevico» (PSC, 676-677). Con questo diversivo, il recensore finiva dunque per accettare la versione ufficiale che vedeva uno degli obiettivi dei processi nel 'nazionalismo borghese' e nel 'nazionalismo asiatico', come si espressero gli accusatori. [218] Giusti aveva infine pubblicato molti trattati conclusi dall'URSS, fra cui anche il recente patto tedesco-sovietico, forse con lo scopo di «rilevare, attraverso anche le contraddizioni fra un trattato e l'altro, o fra qualche discorso programmatico e qualche recente trattato, i movimenti della politica sovietica». Allora - aggiunge Cantimori - sarebbe stato opportuno anche «riportare il trattato di Brest-Litowski (il Giusti pubblica solo due scritti polemici in proposito), al quale è ovvio pensare ci si debba rifare per la storia diplomatica dell'U.R.S.S., e alla 'revisione' del quale sembra ovvio sia diretta almeno in parte la politica dello stato russo, almeno nella sua nuova tendenza [...] del 'patriottismo socialista'» (PSC, 676): il patto di non aggressione del 1939 - sembra dire Cantimori - non può essere inteso senza la pace coatta di ventun anni prima, con esso l'Unione sovietica non solo ricupera territori allora perduti, ma si sottrae alla possibilità di dover soccombere ancora una volta da sola alla potenza tedesca.

93. Di una sua reale attività all'interno dell'organizzazione comunista abbiamo notizie dirette solo nel 1943-44, nella elaborazione del catalogo della «Nuova biblioteca editrice», che porta la data del 7 giugno 1944, tre giorni dopo la liberazione di Roma, e che nell'Avvertenza si dice frutto di un lavoro iniziato nel febbraio 1943. [219] Per gli anni precedenti solo testimonianze indirette: Varese ricorda che egli avrebbe partecipato attivamente alla raccolta di fondi in aiuto della Spagna repubblicana; Velio Spano viene ospitato nella casa romana dei Cantimori durante uno o più viaggi clandestini in Italia; Giorgio Amendola, anticipando i tempi, riferisce che

    a Roma, per un certo periodo, attorno al 1936-1937, il professor Paolo Milano, poi il professore Delio Cantimori, la professoressa Emma Mezzomonti Cantimori e lo slavista Wolfango Giusti, furono considerati da altri gruppi antifascisti come esponenti del PCd'I. Si andava infatti, da parte di antifascisti di altre correnti, alla ricerca dei comunisti, non tanto per elaborare programmi di azione comune, quanto per affrontare tesi ideali e politiche, in un periodo che ancora si considerava, malgrado la drammaticità degli eventi, come di preparazione intellettuale. [220]

Vivanti, infine, riporta un ricordo dello stesso Cantimori, che narrava «di una sua avventura, nei giorni dell'Anschluss austriaco, come 'fenicottero' (così venivano chiamati dal partito comunista coloro che, appunto perché 'candidi' agli occhi della polizia e insospettabili, erano incaricati di introdurre clandestinamente in Italia materiale di propaganda 'rosso')» (Vivanti, Politica, 783): l'Anschluss è del marzo 1938 e non si hanno notizie di viaggi all'estero di Cantimori in quel periodo; il fatto potrebbe essere posticipato all'agosto-settembre, dopo il colloquio con Donini. Si ha comunque l'impressione che il motore della maggior parte di queste iniziative sia stata la moglie, antica militante del Soccorso Rosso, e che complessivamente l'azione cospirativa di Delio, se vi è stata, sia stata in quegli anni del tutto marginale.

94. Un discorso analogo va fatto per la sua attività alla Scuola Normale dal 1940 al 1943: sia che lo imponessero le dure regole cospirative del partito a cui era vicino, sia che pesasse anche un sentimento di lealtà verso chi lo aveva richiamato a Pisa, sia che avvertisse una certa qual ritrosia a mostrare sentimenti politici così lontani da quelli sostenuti in tanti scritti fino a pochi anni prima e in tanti ambienti che ancora frequentava, sia che entrassero in gioco elementi di temperamento personale, sembra tuttavia che nel gran fermento politico in cui visse la Scuola pisana in quei primi anni di guerra egli abbia svolto un ruolo tutto sommato secondario. I documenti pubblicati da Simoncelli dimostrano un'estraneità di fondo rispetto a quella turbolenza (a parte una lettera del 7 luglio 1940 in cui si annunzia a Gentile la morte di Claudio Baglietto - siamo nell'estate precedente la chiamata in Normale, - si ha notizia solo di un'attività di mediazione fra Gentile e l'alunno Giorgio Piovano, che Cantimori svolge nel febbraio 1942, subito dopo il fermo di Calogero: Simoncelli, Cantimori, 123, 127). Fra le testimonianze successive, forse l'unica che esplicitamente nega «ogni giudizio che si riferisca a un disimpegno politico di Cantimori in quegli anni» è quella di Franco Ferri, normalista dal '41 al '43, e poi nel dopoguerra, il quale però fa poi riferimento essenzialmente ai seminari cantimoriani come «momento di maturazione culturale e di maturazione politica», non tanto per il loro argomento (anche se Ferri ricorda il corso del 1941-42 sul Socialismo utopistico da Babeuf al 1848) o per un chiaro discorso da parte del docente, quanto per il «richiamo costante a rifuggire dalla discettazione astratta, [...] il richiamo a un impegno sistematico nella ricerca filologica, anche erudita», che veniva sentito dagli allievi «come una risposta a quella esigenza di rinnovamento della cultura, della politica e degli ideali, avvertita da tanti giovani». L'impegno di Cantimori era, quindi, essenzialmente di insegnante e si esplicitava nella vocazione a un diverso costume di lavoro: col Ferri sembra che il legame sia divenuto anche politico, «pur sempre cauto», e non diminuì il senso di rispetto e di timore verso il professore «tanto rigoroso nel richiamare costantemente alla serietà dell'impegno di studio più severo, senza tuttavia scoraggiare altre attività di carattere politico delle quali non si parlava, ma che erano sottintese». [221]

Il problema che qui ci siamo posti mi sembra impostato in modo più convincente in una recente testimonianza di Alessandro Natta, normalista dal 1936 al 1940, che - per lumeggiare la funzione svolta da Cantimori in quegli anni - ritiene utile compiere una sorta di parallelo con l'insegnamento e l'azione dell'altro discepolo di Gentile operante in Normale, Guido Calogero:

    Quando alla Scuola Normale è tornato Cantimori, la sua è stata una presenza di valore straordinario, per il campo di interessi e di ricerche in cui egli era ormai un maestro affermato. E' il momento in cui passa, nella sua attività di storico, dagli eretici del Cinquecento al filone dell'illuminismo, del giacobinismo, che deve essere inteso come uno dei terreni della rivoluzione culturale contro il fascismo. I richiami alla Rivoluzione francese e al Risorgimento azionista sono degli elementi importanti per capire le basi culturali dell'antifascismo di tipo liberalsocialista. Cantimori, un grande maestro, un grande studioso, era il più legato ai comunisti, ma aveva una cautela estrema. Non era uomo di impegno attivo, era un grande studioso e aveva i modi tipici dello studioso. Calogero, invece, è stato il più vicino e il più stimolante per noi, per la sua professione esplicita di antifascismo. Io sono stato legatissimo a Cantimori, sono stato vicino a lui per un anno, ma non sono mai riuscito a farmi dire che non solo era antifascista ma anche comunista. Invece Calogero è sceso in campo chiaramente e quindi ci ha aiutato di più, per stimoli culturali. [...] Calogero elabora i programmi, i progetti, le idee, i manifesti del '40 e del '41, ma viene anche a fare le scritte sui muri con noi, nel '40, al momento della guerra. Questo per sottolineare la differenza fra Russo (al quale non avremmo mai chiesto di fare una cosa del genere) e Calogero. [...] Ma anche Calogero ha avuto delle difficoltà. Per esempio, Gentile - pur nella sua liberalità - non gli ha mai permesso di pernottare alla Scuola Normale, mentre Pasquali, che veniva da Firenze, lo faceva sempre. Ma Pasquali non era pericoloso [...] mentre Calogero era un agitatore. Cioè, era sceso nel campo della politica vera e propria. Infatti nel '42 è stato arrestato, mentre nessuno di questi altri grandi intellettuali ha avuto questa sorte. [222]

95. Insomma si può concludere che, in Normale, dal 1940 al 1943, la funzione di Cantimori fu di straordinaria importanza su un piano più propriamente culturale, sia per i temi nuovi che propose nei suoi corsi e nei suoi studi, sia per il metodo rigorosamente filologico e critico che impose; tutto ciò può avere avuto, sia pure indirettamente, una ricaduta politica, ma da un'azione politica di qualunque tipo Cantimori si tenne, in quell'ambito, rigorosamente lontano.

Dopo il 1938 e fino al 1942, sia pure con ritmi più blandi, Cantimori continuò ancora a scrivere di argomenti storico-politici di attualità e a collaborare con le istituzioni culturali del regime: scrisse - al pari di altri storici accademici come Chabod, Maturi, Morandi, Sestan - non poche voci per il Dizionario di politica del PNF, e sono testi in cui, nel tono volutamente scientifico, si insinuano significativi giudizi politici (abbiamo accennato a quelli sulle democrazie occidentali e sugli esiti politici delle varie correnti della Riforma); porta avanti la sua rubrica Politica sul Leonardo di Federico Gentile; si impegna per la collana «Documenti di storia e di pensiero politico» diretta per l'Ispi da Gioacchino Volpe, per un volume sul Partito nazionalsocialista dal 1919 al 1932-33; gli è affidato l'allestimento della sezione dedicata all'Umanesimo nella «Mostra della civiltà italiana» che si sarebbe dovuta svolgere in occasione dell'Esposizione universale del 1942; [223] soprattutto si è sottolineata (Belardelli, 401-403) l'importanza di una nuova collaborazione iniziatasi nel marzo 1940 e protrattasi fino al febbraio 1941 (con un'appendice nel 1942), quella a Civiltà fascista, organo dell'Istituto nazionale di cultura fascista, del quale diveniva allora presidente Camillo Pellizzi, [224] che cercò di dare alla rivista «un indirizzo di maggiore attualità e agilità, anche polemica» diretto «all'approfondimento ed alla divulgazione degli aspetti e dei problemi, caratteristici di questa nostra guerra di liberazione»: «tutto sommato, - commentava Critica fascista nell'ottobre 1940 - si deve segnalare con soddisfazione come la guerra guerreggiata non rallenti il ritmo della nostra guerra ideale, nella quale tanta parte e tanta responsabilità competono al Partito e specie ai suoi organi culturali». [225] Insomma Pellizzi tentava un ricupero di vaste cerchie intellettuali, in parte estraniatesi dalla politica del regime, per dare un contenuto ideale alla guerra verso cui l'Italia si stava avviando, che avesse toni e finalità autonome rispetto a quelle dell'alleato tedesco. In questa situazione quali margini di manovra aveva Cantimori come commentatore politico? margini, intendiamo dire, che non lo portassero a smentire i suoi nuovi orientamenti, ma che al tempo stesso gli consentissero di comparire su quella rivista o più in generale di collaborare a quelle iniziative. Lo storico curò sulla rivista di Pellizzi per tutto il 1940 una rubrica di Cronache di politica religiosa, in cui sottopose ad analisi i nuovi orientamenti della curia romana e del cattolicesimo italiano all'alba del nuovo pontificato e di fronte alla guerra europea: dall'analisi del primo e più importante di quegli scritti potremo ricavare elementi per una risposta al quesito che ci siamo posti.

96. Si tratta di una Lettura dell'enciclica «Summi pontificatus», la prima di Pio XII, pubblicata il 20 ottobre 1939, dopo poco più di sette mesi dall'elezione: l'articolo risulta scritto nei primi mesi del 1940, prima dell'entrata in guerra dell'Italia e dopo che il patto Molotov-Ribbentrop ha permesso la spartizione della Polonia e dell'est europeo. L'enciclica è stata letta, soprattutto per i passi di condanna della finis Poloniae, come favorevole alle «grandi democrazie» belligeranti e agli Stati Uniti:

    I sostenitori delle idee democratiche hanno certo trovato nell'Enciclica larghissimi passi che confortano le loro dottrine [...] E siccome la loro propaganda è impostata precipuamente su queste dottrine [si noti il ricorso ai termini 'propaganda' e 'dottrine', che hanno significati specifici nel lessico cantimoriano, N.d.A.], esse han potuto accentuare senza riserve e con proprio vantaggio la loro devozione e il loro consenso a questa parte dottrinale dell'Enciclica pontificia (PSC, 748).

Di fronte a questa appropriazione, la risposta di Cantimori è cauta, ma percepibile: mette subito in chiaro che la condanna della Chiesa è ben più globale, è per il mondo uscito dalla Riforma, dalla rottura dell'unità cattolica, «dalla quale [...] hanno avuto origine tutti i mali del mondo moderno, e alla quale bisogna rifarsi per comprenderli, eliminarli, condannarli». La Chiesa è quindi altrettanto polemica col liberalismo, di cui sono paladine proprio le democrazie occidentali (PSC, 734, 735 nota 9). Queste non debbono farsi illusioni: la libertà che essa difende non è quella liberale, ma quella cristiana. Chi non lo capisce, trascura «la distinzione fra liberalismo storico e dottrine fondate su un concetto di libertà religiosa» (PSC, 749 nota 25). Da qui la polemica tipicamente cattolica contro la 'statolatria', cioè contro tutti gli Stati moderni, «nei quali non sia esplicitamente riconosciuto e sostenuto dalle autorità politiche il principio dell'educazione religiosa riserbata alla Chiesa. La condanna investe dunque, al di là delle differenze delle ideologie politiche, larga parte della società contemporanea, in nome di un principio strettamente ecclesiastico e religioso che si pone però anche come rivendicazione di diritti individuali e familiari» (PSC, 740). Così a quelle stesse democrazie che «più insistentemente hanno invocato i principii del diritto internazionale» (PSC, 741) non dovrebbe sfuggire «la diffidenza radicale [di Pio XII] verso le possibilità di azione dei politici in vista di una riorganizzazione europea e di una pace duratura» (PSC, 742): non ci sarà pace senza il magistero della Chiesa, il modello che il papa propone è ancora quello novalisiano della Christenheit oder Europa (PSC, 734, 737-738).

La lettura ingenua o interessata dell'enciclica l'ha vista diretta contro «nazionalismo e razzismo», ma «la riprovazione delle dottrine razzistiche appare, ad una considerazione attenta, molto limitata» e non così intransigente «come suol farsi da altre istanze politiche e culturali» (PSC, 737). Il suo vero bersaglio è il comunismo (PSC, 736, 743-744), non il nazionalsocialismo, come invece appare nella propaganda dei paesi democratici (PSC, 750): «da un punto di vista più strettamente politico, la condanna recisa, benché anch'essa non esplicitamente pronunciata, è ancora solo quella contro la negazione della religione, contro le dottrine comunistiche». Su questo terreno, «di fronte alla realtà dei fatti politici e dei movimenti anticristiani» (il comunismo e forse anche il nazismo), Cantimori prevede una convergenza fra l'assolutismo ecclesiastico e le democrazie, ma queste dovranno passare «attraverso l'obliterazione dell'anticlericalesimo e delle loro idee sullo Stato laico e sull'autonomia dello Stato» e operare un ritorno nel seno della Chiesa (PSC, 751-752). E' notevole il ruolo che attribuiva, in questo «fenomeno della rinascita di vita cattolica che si può constatare in larghi settori della società europea ed extraeuropea» (PSC, 752) alle organizzazioni laicali, all'Azione cattolica in particolare, cui dedicherà ben due articoli successivi, e il valore paradigmatico che - a suo modo di vedere - rivestivano, nella prospettiva del pontefice, i Patti del Laterano, soprattutto il Concordato, come modello di instaurazione in una società moderna della pax Christi (PSC, 732).

97. In questo modo Cantimori poteva polemizzare contro il cant, l'ipocrisia, l'umanitarismo delle democrazie liberali e contro i sempre più decisi tentativi di riscossa cattolica (abbiamo visto che anche Spirito, in quei mesi, indicava nel cattolicismo e nel liberalismo le «posizioni più tradizionali» in cui si era ritirata la classe intellettuale italiana, «sempre più antirivoluzionaria»: cfr. supra nota 197; e Galvano Della Volpe, citando il saggio di Cantimori nella rubrica che teneva su Primato, poteva rilevare come la realtà politica di quell'estate 1940 desse concretezza storica alla «polemica una e duplice contro la democrazia e il cristianesimo» di Nietzsche «il maggior profeta forse di quest'epoca»), non scoprirsi sul fascismo e sul nazismo e sostanzialmente indicare nel comunismo sovietico il vero antagonista dell'oltranzismo ecclesiastico e degli stati capitalistico-parlamentari: sono questi i temi dei suoi interventi politici degli anni che vanno dal 1939 al 1941. Per la polemica anti-liberale è stata ricordata da Turi e poi da Belardelli la recensione assai critica alla traduzione di un testo così significativo come La rivoluzione inglese del 1688-89 di G. M. Trevelyan; [226] più sopra abbiamo illustrato nelle voci del Dizionario di politica la critica degli esiti politici delle varie correnti della Riforma e della «identificazione della propria causa con quella della moralità e della giustizia» su cui si fondava «anche questa volta» [cioè nel 1939-41, N.d.A.] la propaganda anglo-francese (PSC, 750-751) Ma si deve richiamare anche la nota introduttiva ai Discorsi parlamentari di Cavour curati per l'editore Einaudi nel 1942, dove sostanzialmente si nega ogni vero respiro ideale all'opera cavouriana e al suo liberalismo, di cui si sottolineano i risvolti conservatori e anti-socialisti, e in una prospettiva - non sembri strano - ancora sostanzialmente gentiliana, si insiste sul suo realismo realizzatore, la sua spregiudicatezza tattica, l'abilità manovriera. [227]

Il guardingo sviluppo di queste tematiche fu possibile in quello 'strano interludio', in quella sorta di coesistenza ideologico-politica fra il comunismo sovietico e le potenze dell'Asse che si ebbe fra il patto Molotov-Ribbentrop e i primi mesi del 1941: ancora una volta, non è possibile sapere se e fino a che punto Cantimori veramente giudicò le democrazie occidentali le responsabili prime del conflitto, o la guerra come una lotta interimperialistica, in cui i paesi capitalistici più poveri (Germania e Italia) potevano svolgere 'oggettivamente' una funzione di indebolimento del capitalismo internazionale, come affermava la propaganda sovietica prontamente ripresa dai partiti vassalli; [228] se quindi ebbe una qualche fiducia in elaborazioni come quella di Ugo Spirito, che, dopo anni di isolamento, riprese una funzione di consigliere di Bottai e scrisse del conflitto in corso come di una 'guerra rivoluzionaria'; [229] o se si limitò a sfruttare gli spazi di manovra che quella situazione poteva offrire a un comunista latomico qual egli ormai era, per poi tacere quando l'aggressione tedesca all'Unione sovietica troncò ogni possibilità di equivoco.

98. Si pone infine un ultimo problema: quello di chiarire il rapporto fra il nuovo orientamento politico e l'approfondimento ideologico del marxismo e dei classici del pensiero socialista. Più o meno tutti gli studiosi hanno opportunamente accettato l'impostazione data a suo tempo da Ciliberto, per cui «è il comunismo che trae dietro di sé il marxismo; è la politica che produce una riconsiderazione della teoria; è la scoperta del comunismo che determina una rielaborazione complessiva del 'socialismo scientifico'». [230] Carlo Ludovico Ragghianti, entrato in Normale alla fine del 1928 imbevuto di idee marxistiche, ricordava gli aspri attacchi che Cantimori, «dall'alto delle sue hegeliane e gentiliane certezze di superamento ed onnivore riduzioni dialettiche che unificavano i fenomeni», aveva portati, nelle discussioni del 1929, al suo materialismo e marxismo e socialismo «non solo mentale, ma appassionatamente militante»; aggiungeva poi di aver passato all'amico la «piccola biblioteca proibita di testi di 'socialismo scientifico'» raccolta durante quel suo giovanile appassionamento per il marxismo, presto superato, e accettata da Cantimori «forse [...] per la mania di bibliofilo che già l'occupava, ma - aggiunge - doveva tornarvi anni dopo, tra il '38 e il 40 [...]»: [231] anche questa testimonianza conferma che lo studio sistematico del marxismo deve essere stato iniziato da Cantimori dopo il 1938. Questo non significa assolutamente che Cantimori non avesse un interesse spiccato per Marx già da molti anni ed è noto che egli conobbe i termini del dibattito marxistico in Europa, forse come nessuno in Italia. Ci sono semmai da chiarire i caratteri di questa sua attenzione e soprattutto le caratteristiche della cultura marxistica che in un primo momento più lo attirò.

Notizie interessanti si apprendono dal saggio della Seidel Menchi, che pubblica diversi stralci delle lettere inviatele da Cantimori nel 1961, mentre la giovane studiosa si trovava a Basilea. Fu proprio nella città svizzera, dove Cantimori aveva studiato dal dicembre 1931 al luglio del 1932, che lo storico ricorda di aver scoperto Marx, soprattutto il giovane Marx, quello degli Ökonomisch-philosophische Manuskripte allora pubblicati. La Menchi conclude che «Cantimori originariamente lesse Marx in chiave individualistica, privatizzandolo e trasformandolo in un maestro di saggezza di vita»; è giustamente molto prudente nel cercare di determinare cronologicamente il passaggio a un diverso approccio, cioè al Marx «chiave di interpretazione della società e della storia» e lo pone non prima del 1937 (Seidel Menchi, 779-781). Che per molti anni il Marx di Cantimori sia piuttosto il discepolo di Hegel (dello Hegel della Fenomenologia, non della Filosofia del diritto), un discepolo che si distingue per «vigore dialettico» e «afflato idealistico» (PSC, 152); un Marx, quindi, lontano dal materialismo dialettico della vulgata terzinternazionalista, ma anche dagli schemi economicistici, meccanicistici, evoluzionistici del marxismo tardo ottocentesco, autore di una Kulturkritik nella quale ritrova alcuni motivi del suo idealismo rivoluzionario, è confermato dal fatto che i suoi autori marxisti di allora sono alcuni eterodossi ed eretici come Rosenberg, Korsch e Lukàcs, probabilmente anche Trockij.

99. Per Lukács non si trovano riferimenti espliciti negli scritti degli anni '30; abbiamo invece diversi spunti autobiografici in lettere a Felice Balbo e a Giulio Einaudi del 1949 e del 1956 (PSC, 793-794), che confermerebbero una lettura particolarmente attenta con glosse, appunti, sottolineature, di Geschichte und Klassbewußtsein fin dal 1933 (ma il giudizio negli anni '50 non è univoco e non mancano giudizi severi: PSC, 793 nota 16). Un interesse per Trockij è ipotizzato da Ciliberto sulla base di riferimenti testuali non molto sicuri, [232] ma comunque non è in contrasto col quadro generale della cultura marxista del Cantimori dei primi anni '30. Abbiamo già accennato all'attenzione per Arthur Rosenberg, connesso a quello per Korsch, il cui nome ricorre invece nelle pagine cantimoriane di quegli anni: mi pare importante - per mostrare la circolarità di certi interessi - il riferimento del 1933 alla collaborazione di Korsch a Der Gegner, la rivista di area 'nazional-bolscevica' diretta da Harro Schulze-Boysen, nipote dell'ammiraglio von Tirpitz, in stretto rapporto con Ernst von Salomon e quindi, indirettamente, con Jünger (svolgerà un ruolo di primo piano nella Rote Kapelle e verrà impiccato, dopo atroci torture, nel dicembre del 1942). [233] La collaborazione di Korsch, che si affiancava a quelle di Salomon e di Otto Strasser, non significava contiguità ideologica, ma per il giovane Cantimori anche queste riviste erano un tramite per conoscere autori marxisti e le loro idee, ovviamente quegli autori e quelle idee che, nel loro radicalismo e nella loro eterodossia, potevano trovarvi ospitalità. Chi allora lo conobbe, è ricorso, per definire la sua posizione, a curiosi ossimori ideologici: per Cordié, il Cantimori dei primi anni '30 era un «fascista di sinistra, ma filospartachista», per Aldo Garosci, egli «aveva fama di essere un fascista-trotzkista». [234]

Fu dopo il 1934-35 che cominciò a pensare a uno studio più approfondito e 'scientifico' del giovane Marx: nella già ricordata lettera a Croce del 13 aprile 1935, gli annunziava, accanto ai suoi studi ereticali, anche «alcune ricerche sulle idee del Proudhon e del Marx prequarantottesco». Di questi studi l'unico frutto, per allora, sembra essere una recensione al Proudhon di Giuseppe Santonastaso, comparsa, alla fine del 1935, sull'ultimo numero, prima dell'interruzione, dei Nuovi studi di Spirito e Volpicelli: anche questo scritto non è stato annoverato nella bibliografia Perini-Tedeschi e quindi è rimasto sconosciuto (lo pubblichiamo in Appendice IV). E' soprattutto interessante per noi perché indica il nucleo del suo interesse per Proudhon:

    Questi uomini non c'interessano ormai molto per tentativi come quello delle banche a credito gratuito, e neppur molto per le loro specifiche formulazioni di programmi e soluzioni di problemi del loro tempo - se non in sede storica. Quel che ci affascina nel Pr. è il vigore e la lucidità della sua consapevolezza del problema etico, per la fermezza e l'intransigenza ideale insita nel suo fervore pei principî etici, base e fondamento primi d'ogni convivenza veramente umana, d'ogni storia. Ad essi ogni azione di reale importanza innovatrice, di valore veramente universale, deve prima di tutto informarsi, ad essi deve tener fermo su ogni altra cosa, al di sopra delle situazioni politiche, al di sopra della tecnica, al di sopra dell'economia. Non che il S. abbia trascurato questo punto, ma avrebbe dovuto dargli, ci pare, rilievo molto maggiore, come al filo conduttore del pensiero proudhoniano. [235]

100. Era un approccio evidentemente simpatetico a un autore spesso considerato 'alternativo' a Marx per il suo antimaterialismo, il suo anticollettivismo, il suo patriottismo (da qui una sua fortuna anche in ambienti lontani da ogni ispirazione socialista): Cantimori sembrerebbe qui ancora l'idealista etico che abbiamo conosciuto (anche se altre sue riflessioni dello stesso anno - si pensi all'allusione alla teoria del valore-lavoro e al grande progresso che essa ha comportato nella comprensione del problema sociale (cfr. supra, I, 11) - dànno un'altra impressione) e c'è da chiedersi quale sarà stata, allora, 1935, la sua lettura di Marx: è - come si vede - un quadro contraddittorio, a cui tuttavia dobbiamo far riferimento per valutare (non vogliamo dire ridimensionare) il suo «semimarxismo» del 1936, rammentato nel 1962 (Storici, 351).

E' dopo la criptica adesione al comunismo e la pubblicazione degli Eretici che Cantimori inizia uno studio sistematico di Marx e del marxismo che lo occuperà circa fino al 1949. Direi che tutti gli studiosi più recenti ammettono che egli fu più studioso di storia e di problemi del marxismo, che storico marxista; che l'interesse per l'opera di Marx è profondo, ma non si traduce nell'accoglimento di canoni marxistici nel suo concreto lavoro storiografico (Vivanti, Le approssimazioni, 893, 916). Frequentatore di biblioteche, ma non di archivi, gli mancò la familiarità con la documentazione che poteva precisare meglio, non solo lo sfondo culturale, ma anche quello sociale dei suoi eretici, il cui legame con le classi subalterne era affermato, ma non dettagliatamente analizzato (Firpo, [236] 740-743; Rotondò, 772). Vivanti ha rilevato che un tentativo (da neofita, potrebbe dirsi) di applicare i canoni del materialismo storico alla storia religiosa e della cultura, in termini che non si ripeteranno in seguito più tanto evidenti, si trova in alcune voci del Dizionario di politica del '40, in particolare Controriforma, Riforma e Rinascimento, ma con molta finezza aggiunge che certe formulazioni che in esse si rinvengono (per esempio, l'Umanesimo come rappresentante delle classi cittadine italiane, della 'borghesia' italiana che si era venuta lentamente affermando e consolidando contro il ceto feudale e contro l'organizzazione ecclesiastica della società cristiana) sembrano ritornare piuttosto a certi schemi marxisti che erano stati adottati dalla scuola economico-giuridica italiana (Intorno, 794-795). Turi e Santomassimo hanno, per parte loro, messo a confronto le «Note sul nazionalsocialismo» del 1934 e le 'voci' sul medesimo tema del Dizionario di politica, ponendo in rilievo l'accentuazione degli elementi di critica e di definizione in termini classisti presente in queste ultime. [237] Ci sembra quindi legittimo concludere che il marxismo fu per Cantimori essenzialmente un approfondimento (senza nessuna vera 'scissione') in senso realistico e critico delle ragioni del suo precedente storicismo, un nuovo metodo di storicizzazione, di relativizzazione e di critica delle varie forme di cultura connessa con l'individuazione della loro base materiale e dello loro radici di classe.

Chi tornerà ad analizzare la sua produzione 'marxistica' del quinquennio 1945-1949, dovrà confrontarsi col milieu degli anni '30 sopra sommariamente descritto, per stabilire se quelle radici eterodosse sopravvivano in qualche modo e per verificare se e fino a qual punto (al di là delle dichiarazioni ufficiali) essa si inserisca nel marxismo-leninismo della vulgata staliniana, e quanto invece conservi una sua peculiarità, connotando così il marxismo cantimoriano rispetto alla coeva produzione italiana.

101. Quando, vent'anni or sono, uscì il libro di Ciliberto su Cantimori, molto si discusse sul carattere più o meno paradigmatico dell'esperienza politica cantimoriana fra fascismo e comunismo, se cioè essa potesse essere indicata come esemplare della vicenda di un'intera generazione di intellettuali italiani o avesse una sua insormontabile unicità. Per definire correttamente il problema, bisogna procedere - sulle orme del vecchio Aristotele - individuando il genere prossimo e la differenza specifica. Anche senza considerare, per un istante, i frutti del suo lavoro di storico, tanto nuovi per tematiche e metodi, può ben dirsi che nessun intellettuale italiano di allora intrattenne un così assiduo contatto con certi aspetti della 'nuova' cultura europea, affisò lo sguardo sui movimenti che mettevano a soqquadro il vecchio continente, cercò di indagarne i paradigmi mentali e i miti; lesse con tanta partecipazione critica Jünger e Schmitt, Korsch e Lukács alla luce della lezione di uno storicismo idealistico originalmente ripensato. Non c'è dubbio che, da questo punto di vista, la figura di Cantimori sia un unicum nella cultura italiana degli anni '30. Pensiamo che questa nostra ricerca possa aver dato, in tale prospettiva, un qualche contributo a chiarire meglio e le origini e gli sviluppi di quella che egli avrebbe volentieri chiamata (con un termine mutuato dagli ambienti della konservative Revolution tedesca) la sua Weltanschauung e la ricaduta che essa ebbe sulla sua storiografia.

Eppure la vicenda cantimoriana mostra anche una sua paradigmaticità, che non è tanto nella sua (peraltro effimera) confluenza post-bellica nel PCI, nel suo incontro col 'partito della classe operaia', come, con un teleologismo che già allora fu severamente giudicato, Ciliberto indicava nel suo libro, ma di una più generale vicenda: quella di gruppi intellettuali (se non vogliamo usare il termine ambiguo di 'generazioni') cresciuti fra le due guerre che fecero il loro noviziato culturale e politico nella certezza che tutto un mondo fosse finito irrevocabilmente nel 1914, quello dell'Europa liberale e 'borghese' ottocentesca e dei suoi valori, della democrazia e del socialismo riformista; che una vasta rivoluzione politica stesse scuotendo il vecchio continente, che nuove forme di organizzazione sociale si stessero sperimentando in diversi paesi. Parteciparono criticamente a molti aspetti di quella 'cultura della crisi', che spesso i più nobili esponenti della residua tradizione culturale di ascendenza liberale deprecavano o cercavano di esorcizzare, più che di comprendere ab intus (e questa partecipazione critica dà ai loro scritti una capacità di analizzare il nuovo che sta germinando nella cultura europea, che invece spesso manca a questi ultimi). Se in costoro non riuscivano più a identificarsi, neanche lo potevano nei pensatori reazionari, loro tradizionali nemici, ma in una serie di forze nuove che sembravano loro in sintonia con la rivoluzione in corso: per Cantimori, e per molti della sua generazione in Italia, questa forza nuova fu il fascismo, un fascismo certo peculiarmente interpretato, che egli considerò per più di un decennio la risposta più alta alla crisi europea allora elaborata. Col fallimento della proposta corporativa, evidente intorno alla metà degli anni '30, molti di questi giovani intellettuali ripresero la loro strada e non pochi di loro aderirono, dopo un travaglio più o meno lungo, alcuni dopo un breve 'transito' liberale o liberaldemocratico che invece Cantimori non conobbe, al comunismo. Certo cominciò allora per loro una vita nova, ma essi ritrovarono nel nuovo àmbito ideologico non solo una conferma delle proprie idiosincrasie culturali e politiche e di non poche delle precedenti convinzioni, ma anche una risposta a molte delle esigenze che in precedenza avevano credute soddisfatte nel fascismo. Crediamo che il presente lavoro abbia indicato le une come le altre: esso può quindi portare un contributo alla storia di questi gruppi di intellettuali italiani e del loro periplo ideologico e politico.


Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.

 


 

[193] Ricorro qui a un'espressione di C. L. Ragghianti, in una sua finissima descrizione della personalità di Cantimori, dove si accenna al «permanente contrasto anche psichico e sentimentale tra il bisogno di un sistema di verità anche terapeutiche contro il dissolvente istinto ipercritico e analitico e la paura della solitudine, e dall'altra parte l'esperienza anche morale che aveva compiuto risuscitando tante figure di eretici, nonconformisti, immanentisti sino al martirio per la ragione contro ogni proclamato 'senso della storia' che tuttavia sentiva oscuramente come un'accettazione inevitabile, residuo di un istinto di protezione religioso ed eteroindividuale» (C. L. Ragghianti, «Tempo su tempo», I, in Critica d'arte, n.s., 17 [1970], fasc. III: 3-18, 12). Questo brano non era sfuggito a Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 197, nota 1.

[194] Cit. in G. B. Guerri, Giuseppe Bottai un fascista critico, pref. di U. Alfassio Grimaldi (Milano: Feltrinelli, 1976), 127, ma cfr. ibid., 126-132, per la reazione di Bottai e del suo ambiente alla nuova legislazione corporativa: si veda soprattutto l'art. «Lo Stato nello Stato corporativo», pubblicato su Critica fascista del 15 marzo 1934 e qui ampiamente citato. Ma cfr. anche De Felice, Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 288-291.

[195] R. De Felice, Mussolini il duce. II- Lo Stato totalitario 1936-1940, (Torino: Einaudi, 1981), 207 nota 96.

[196] Guerri, Giuseppe Bottai, 128.

[197] U. Spirito, Memorie di un incosciente, 84. A questo libro (174-186) si rinvia per gli episodi accennati nel testo, la cui portata viene, tuttavia, ampiamente ridimensionata in Parlato, «Ugo Spirito e il sindacalismo fascista», 106 nota 84, che pure non nega «l'isolamento del filosofo [dopo il 1935] in un ambito, quello politico ed economico, nel quale soltanto qualche anno prima era considerato un punto di riferimento insostituibile, anche se scomodo». Di notevole interesse è la lettera-relazione per Mussolini del 20 luglio 1940, firmata da Bottai, ma scritta quasi integralmente da Spirito, in cui si cerca di delineare i rapporti fra fascismo e cultura e la loro evoluzione: «il periodo più fecondo della collaborazione» è individuato nella fase corporativa («quella frazione della cultura italiana che vi ha partecipato è riuscita a porsi davvero su un piano rivoluzionario e a costringere la più grande frazione conservatrice a scendere sul terreno della polemica e a collaborare anch'essa indirettamente. Gli anni che vanno dal 1932 al 1935 sono da questo punto di vista i più ricchi di risultati e la nostra ideologia rivoluzionaria ha avuto allora un'influenza notevole anche all'estero, in primo luogo sul nazionalsocialismo, che, giunto al potere nel 1933, si rivolgeva al Fascismo per seguirne l'esempio. Ma, sopravvenuta la guerra d'Etiopia, la cultura italiana ha taciuto rinunciando a ogni ulteriore collaborazione.[...] Messa a tacere la minoranza rivoluzionaria, la vecchia cultura conservatrice si è trovata senza avversarî e si è rafforzata nelle sue posizioni, mascherandosi in gran parte con un ossequio estrinseco e adulatorio nei confronti del Regime [...]. Quattro anni di silenzio ostile della cultura non potevano non influire sulla coscienza della Nazione. Sempre più antirivoluzionaria, la classe intellettuale si ritirava nelle posizioni più tradizionali: liberalismo e cattolicismo. D'altra parte le esigenze della rivoluzione sul piano politico, non secondate dal movimento culturale, erano costrette a far leva sulle ideologie del nazionalsocialismo, che procedeva rapidamente nel suo cammino. Questa necessità di fatto accentuava a sua volta l'ostilità della cultura e alimentava un movimento di reazione che si estendeva fino alle classi popolari. Nulla di strano quindi, se, scoppiata la guerra, pressoché tutta l'Italia si è trovata anglofila e francofila, antitedesca e antirivoluzionaria». Questa lettera-relazione è parzialmente riportata in Bottai, Vent'anni e un giorno, 63-65; integralmente in De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, 923-928 (il brano cit. è a 924) e qui attribuita a Bottai; la successiva attribuzione a Spirito è fatta in Id., «Gli storici italiani nel periodo fascista», in Federico Chabod e la «nuova storiografia» italiana dal primo al secondo dopoguerra (1919-1950), a cura di B. Vigezzi (Milano: Jaca Book, 1984), 559-607, 596 nota 102.

[198] Archivio della Fondazione «Biblioteca Benedetto Croce», Napoli, Carteggio di B. Croce. Il penultimo capoverso della lettera («I miei studi [...]») è citato in Prosperi, Introduzione, XXXVII, nota 54. Va segnalato che dopo questo scambio (epistolare e di polemiche pubbliche) del 1935-36, si dovette riaprire, fra i due, una fase di silenzio, se a Croce che probabilmente gli sollecitava, nel marzo 1939, l'invio della raccolta Per la storia degli eretici italiani del secolo XVI in Europa curata da Cantimori ed Elisabeth Feist e uscita nel 1937 in una collana dell'Accademia d'Italia, Cantimori rispondeva con una lettera piuttosto imbarazzata del 5 marzo 1939, in cui dichiarava di averne avute a sua disposizione poche copie, «mentre gli invii in omaggio sono ancora in corso, per colpa mia, a vero dire» (Archivio della Fondazione «Biblioteca di Benedetto Croce», Napoli, Carteggio di B. Croce).

[199] Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 45-49, 225-256 e passim.

[200] Ibid., 161 nota 14.

[201] Per Chabod, Sestan e Maturi di fronte alla proclamazione dell'Impero, cfr. la notissima testimonianaza di G. Volpe, Storici e maestri, nuova edizione accresciuta (Firenze: Sansoni, 1967), 471-473, ma anche la conferenza celebrativa di Chabod su Carlo Emanuele II del 7 ottobre 1935 cit. in M. Moretti, «La nozione di 'Stato moderno' nell'opera storiografica di Federico Chabod: note e osservazioni», in Società e storia, n. 22, 1983, 869-908, 895 nota 68.

[202] D. Cantimori, rec. a R. Quinton, Massime sulla guerra (Milano, s.a. ma 1935), in Leonardo, 6 (1935): 439-441. Poco più sotto alludo alla conferenza fiorentina di Gentile su La tradizione italiana (15 aprile 1936), in cui fu netta la polemica contro la vuota esaltazione retorica della romanità che aveva raggiunto il suo culmine in occasione della guerra d'Africa: cfr. Turi, Giovanni Gentile, 472.

[203] Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 160-161 e nota 14.

[204] Cfr. De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, 301-330.

[205] G. Manacorda, «Lo storico e la politica. Delio Cantimori e il partito comunista», in Storia e storiografia. Studi su Delio Cantimori, 61-109, 103.

[206] Molte notizie sul Centro e la sua attività in Petracchi, «'Il colosso dai piedi d'argilla'», 154-160.

[207] De Felice, Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, 304 e nota 115.

[208] Gentile a Calogero, Forte dei Marmi , 20 settembre 1937, in G. Sasso, «Una 'Lettera aperta' di Guido Calogero a Ugo Spirito (1937)», in La Cultura, 33 (1995): 267-281, 270.

[209] Spirito accolse questa recensione con un fin de non-recevoir, e impegnò una discussione col solo Gentile e con la sua breve presentazione dell'articolo cantimoriano: in essa La vita come ricerca era giudicato «un libro fondamentalmente sbagliato; ma [...] altresì assai importante come documento schiettissimo e veramente significativo d'uno stato d'animo diffuso tra i più intelligenti studiosi italiani di filosofia, giovani e non più giovani» (Giornale critico della filosofia italiana, 18 [1937]: 356). Spirito rispose nel secondo fascicolo del 1938 («La vita come ricerca. Lettera a Giovanni Gentile», ibid., 19 [1938]: 147-148), e Gentile controbatté nel successivo (ibid., 240-243). Questi testi ora possono leggersi in Spirito, Giovanni Gentile, 299-307.

[210] Caccamo, «Il problema degli 'eretici' del Cinquecento», 118. «Noi vogliamo rendere omaggio alla sincerità, alla nobiltà, alla serietà morale del suo temperamento. - scriveva il bottaiano Agostino Nasti - Spirito è un caso tipico: la sua concezione della vita come ricerca, come pura ricerca intellettuale, è la fotografia della sua personalità, con tutto il sincero affanno e il nobile tormento che la posizione comporta. Ma abbiamo l'obbligo, di fronte a noi stessi, a lui - cui ci lega fraterna amicizia, - e a quei tre o quattro camerati che ci leggono, di precisare che già da qualche tempo è finito il tratto di cammino comune. Per noi, gli studi amati della prima giovinezza e certo naturale bisogno di sistemazioni teoriche ci spingevano a collegarci a concezioni che ci affiancavano a Spirito; per lui, il suo storicismo o forse una naturale disposizione a osservare la vita che si svolge intorno a lui, lo hanno portato a interessarsi dei problemi che ci affannano. Ma c'è una diversità incolmabile, che non poteva essere colmata: egli è, per insuperabile temperamento, uno studioso, un teorico, noi, per la stessa ragione, politici. Noi siamo appassionatamente aggrappati ai 'miti', a quei miti che egli con spietata logica cerca vanamente di isolare e polverizzare nello spirito umano, e ci siamo in un certo momento esplicitamente riferiti a una filosofia che eravamo sicuri di vivere e realizzare concretamente. Egli si è avvicinato al nostro mito perché gli è parso di poter così attuare storicamente la sua filosofia. Ma come era fatale, restiamo per sempre attaccati, noi al nostro mito, lui alle sue elaborazioni razionali. Per noi la verità incrollabile è questo 'mito' storico e politico, cui dedichiamo la nostra vita; e confessiamo che preferiamo lavorare storicamente per l'attuazione di quel mito (e del mondo morale che esso presuppone) piuttosto che attardarsi negli eterni dubbi e nelle eterne incertezze del freddo pensiero raziocinante» (A. Nasti, «La vita come ricerca», in Critica fascista, 15 [1936-37]: 236, nel numero del 1° maggio 1937, quindi assai prima della rec. cantimoriana). Per la rec. di L. Volpicelli, cfr. supra nota 142.

[211] Manacorda, «Lo storico e la politica», 62.

[212] S. Bertelli, Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI 1936-1948 (Milano: Rizzoli, 1980), 316.

[213] Miccoli, Delio Cantimori, 105.

[214] Su tale attività, cfr. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, III - I fronti popolari, 14 nota 2. La successiva politica della «Commissione intellettuali» guidata da Sereni fu - com'è noto - sottoposta a durissima critica da Giuseppe Berti, al termine d'un'inchiesta conclusasi nel settembre 1938, quindi nei mesi della permanenza parigina di Cantimori. L'allora implacabile stalinista metteva in luce che «salvo tre o quattro eccezioni, gli intellettuali con cui la commissione è collegata sono dei tipi che dànno scarso affidamento e tra essi vi sono molti tipi sospetti» (ibid., 285). Ciliberto informa (sulla base di una testimonianza di Sestan) che Sereni fu uno dei tramiti principali fra Cantimori e il Pci «in quel giro d'anni» (Intellettuali e fascismo, 210 e nota 19); dei suoi contatti con Emma Mezzomonti abbiamo già parlato.

[215] Per tutto questo, cfr. ancora Petracchi, «'Il colosso dai piedi d'argilla'», 156.

[216] Non erano dissimili le motivazioni che lo spingeranno a proporre, nel 1945-46, a Giulio Einaudi la traduzione del vol. del gesuita G. A. Wetter, Il materialismo dialettico sovietico (PSC, 787-788), nato da una serie di lezioni tenute al Russicum, uscito poi nei Saggi einaudiani nel 1948, da cui nacque la durissima reazione critica ancora di Berti. Sull'affaire Wetter cfr. Manacorda, «Lo storico e il partito», 78-81; Bertelli, Il gruppo, 334-336, 339-341.

[217] Giorgio Amendola (Storia del Partito comunista italiano 1921-1943 [Roma: Editori Riuniti, 1978], 434) ricorda Giusti come componente di quel gruppo di comunisti romani di cui facevano parte, intorno al 1936-37 Emma Cantimori e Paolo Milano, ma il 21 aprile del 1940 egli partecipa all'adunanza sulla costa laziale, verso Pratica di Mare, da cui venne fuori il primo manifesto del liberalsocialismo (G. Calogero, Difesa del liberalsocialismo [Roma: Atlantica, 1945], 197) e poi è comunemente annoverato fra i militanti di quel movimento. Non son riuscito a sapere per quali motivi lasciò il partito comunista, ma non è improbabile che fosse proprio il patto russo-tedesco a precipitare la rottura. Paolo Bufalini ci ha parlato dell'aspra polemica che divise allora i giovani intellettuali romani che erano in contatto col partito comunista: Bufalini, per esempio, si schierò decisamente contro il patto (Bufalini, L'opera di Mario Alicata per la libertà dell'Italia per il rinnovamento della cultura e per il socialismo [Roma: Tipografia Salemi, 1976], 20) e lui pure troviamo poi alla riunione di Pratica di Mare dell'aprile successivo. Se così fosse, la recensione di Cantimori, nella sua polemica inevitabilmente rattenuta ma chiara, sarebbe un curioso documento della critica 'ortodossa' di un neofita a un ex-compagno già appartenente al suo gruppo. Per la cit. testimonianza di Varese, cfr. Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 213 nota 26.

[218] R. Conquest, Il grande terrore. Le 'purghe' di Stalin negli anni Trenta (trad. it., Milano: Mondadori, 1970), 516, 534-539. Che i processi di Mosca, più che insinuare dubbi, irrigidissero il comunismo di molti 'neofiti' sembra confermato, fra gli altri, da Lucio Lombardo Radice, che ricordava «gli articoli della stampa fascista [...] pieni di sacro sdegno liberale quando non esaltavano alla maniera trotzkista, le figure dei traditori e degli agenti dello straniero che venivano processati» (L. Lombardo Radice, «Il nostro incontro col Partito comunista», in Trenta anni di vita e lotte del C.I.. Quaderno di «Rinascita», s. d. [1952]: 134-136, 135).

[219] Manacorda, «Lo storico e il partito», 67, con la bibliografia precedente, ma si ricordino anche le riserve di Garin: «Chi abbia familiarità con lo stile di Cantimori avrà l'impressione che il testo del programma sopra citato non sia del tutto uscito dalla sua penna: ma alcuni orientamenti sono certamente suoi; questo senza dubbio» (Garin, «Delio Cantimori», 211 nota 69).

[220] Si vedano rispettivamente: Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 189 e nota 14 (per la testimonianza di Varese); Spriano, Storia [...] I fronti popolari, 196 (per Spano); Amendola, Storia del Partito comunista italiano, 434.

[221] F. Ferri, [Relazione] in Il contributo dell'università di Pisa, 221-229, 224-227. Ferri, fra i gesti di Cantimori che sottolineerebbero una compromissione politica antifascista aperta, ricorda: «non poche volte, nel corso della frequentazione a Roma di varie biblioteche, vidi Cantimori, come nell'atto di compiere una monelleria, depositare furtivamente nelle bacheche dell'Alessandrina e della Nazionale numeri di 'Stato operaio', la rivista del PCI pubblicata a Parigi [ dopo lo scoppio della guerra la redazione della rivista - in pratica Donini e Berti - si era spostata a New York, N.d.A.], o opuscoli in carta riso pure prodotti nell'emigrazione» (ibid., 226-227). Ferri si riferisce quindi a episodi svoltisi a Roma, verosimilmente nel 1942-43, ma non in Normale o a Pisa.

[222] A. Natta, «Da Imperia alla Normale di Pisa. Un percorso antifascista», testimonianza raccolta da M. Del Lungo e M. Doria a Imperia il 29 giugno 1995, in Storia e Memoria, rivista semestrale dell'Istituto Storico della Resistenza in Liguria, 4 (1995): 113-137, 131-132.

[223] De Felice, «Gli storici italiani nel periodo fascista», 605-606, 612-616.

[224] Longo, «La presidenza di Camillo Pellizzi all'Istituto nazionale di cultura fascista (1940-1943)» : 901-948, da cui si apprende che Cantimori (con Carlo Morandi) doveva collaborare fra l'altro a un Consiglio centrale per l'alta cultura, ideato da Ugo Spirito nel novembre 1940 (920 nota 52).

[225] **, «Civiltà fascista», in Critica fascista, 18 (1939-40): 382. Sviluppando un'intuizione di Ragionieri, Turi ha recentemente ribadito che anche in questi anni di incipiente crisi del fascismo si ebbe un coinvolgimento massiccio di intellettuali nelle strutture culturali del regime: G. Turi, «Intellettuali e istituzioni culturali nell'Italia in guerra 1940-1943», in L'Italia in guerra 1940-43, a cura di B. Micheletti e Poggio, Annali della Fondazione 'Luigi Micheletti', 5 (1990-91): 801-826.

[226] D. Cantimori, rec. a G. M. Trevelyan, La rivoluzione inglese del 1688-89 (trad. di C. Pavese, Torino: Einaudi, 1940), in Leonardo, 11 (1940): 321-323. Per il significato di questo volume einaudiano e della recensione di Cantimori, cfr. Turi, «Le origini della casa editrice Einaudi», 302-303; Belardelli, 403. Per l'art. di Della Volpe sopra ricordato, cfr. «L'azione e il pensiero» , in Primato, 15 (1 ottobre 1940), 6.

[227] D. Cantimori, Nota introduttiva a C. Benso di Cavour, Discorsi parlamentari (Torino: Einaudi, 1942), VII-XVII. Cantimori definiva subito la sua proposta interpretativa: non è possibile considerare «le manifestazioni programmatiche parlamentari esclusivamente come affermazioni d'idee etico-politiche» (la polemica, tacita ma evidente, è contro la lettura di Omodeo nell'Opera politica del conte di Cavour uscito nel 1940). I discorsi sono dunque azioni politiche, aventi «scopi ben determinati, a seconda delle situazioni nelle quali [...] venivano pronunciati: all'inizio o a conclusione di azioni, o durante di esse, per promuoverne, sostenerne o difenderne l'effettuazione». In linguaggio cantimoriano, ciò significa che essi appartengono alla sfera della pratica: sono i «programmi politici» di crociana memoria, 'propaganda' per Cantimori: per cui Cavour è un grande realista, un tattico spregiudicato, che gioca nel contempo reazionari e mazziniani. È mosso da «ottimismo liberistico», da quei «principî liberistici che allora si identificavano con il liberalismo»; agita abilmente il «pericolo del socialismo», la sua politica è «diretta a raggiungere l'egemonia [del Piemonte] in Italia e a convogliare sotto la sua guida il movimento per l'indipendenza dall'egemonia austriaca». In lui «l'uomo di parte e l'uomo di governo fanno tutt'uno in questo momento decisivo»: Cantimori pone in luce «la sua sostanziale avversione alla politica in base a principî generali» e porta come esempio (analogamente a quanto aveva fatto Gentile nel 1925) l'atteggiamento sulla limitazione della libertà di stampa. L'unico problema in cui gli riconosce un respiro ideale è quello dei rapporti fra Stato e Chiesa, perché «nello svolgimento di esso quel liberalismo fu più fedele ai suoi principi, e si poté mettere in posizione non di difesa, ma di attacco (non conservatrice, ma progressiva, come allora si diceva)». Lo scritto gentiliano cui faccio riferimento è l'introduzione alla raccolta di Scritti politici cavouriani curata dal filosofo nel 1925 (Roma: An. Soc. Editoriale), subito ristampata col titolo Il liberalismo di Cavour in Che cosa è il fascismo, 179-96. Non sfuggiva a Romano [Alatri], che il Cavour di Cantimori era soprattutto «l'amministratore, l'uomo di governo e l'uomo di partito» e parlava di «limitato angolo visuale», nonostante il quale «la personalità del Cavour appare intera nelle sue alte e insuperate qualità di uomo politico, di grande coscienza» (Leonardo, 14 [1943]: 248). Il 28 aprile 1943, Ragghianti, che conosceva Cantimori di vecchia data, protestava con l'editore per le sue analisi cavouriane «tendenziose, con un profumino di 'marxismo' aggiornato, che dà noia» (Turi, «Le origini», 318 nota 315): nel corso della guerra di Liberazione, Ragghianti avrebbe posto proprio il liberalismo cavouriano a fondamento del rinato 'azionismo' (A. Varni, «Il secondo Risorgimento», in Il Risorgimento, 47 [1995]: 535-543, 537-538).

[228] Spriano, Storia [...] , I fronti popolari, 309-335.

[229] U. Spirito, Guerra rivoluzionaria (Roma: Fondazione Ugo Spirito, 1989), scritto del 1941, rimasto per allora inedito; cfr. anche De Felice, «Il fascismo e gli storici», 596.

[230] Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 198.

[231] C. L. Ragghianti,«Tempo su tempo», 12.

[232] Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 106-107.

[233] «Notevole che il Korsch è stato per un momento vicino all'ala estrema del partito nazionalsocialista, quella del 'Gegner', ispirata allo Strasser, antico capo del nazionalismo prussiano» (Cantimori, rec. a Rosenberg, Storia del bolscevismo, 355). Sul rapporto Cantimori-Korsch cfr. le pagine un po' datate di Ciliberto, Intellettuali e fascismo, 96-105. Buone osservazioni anche in Bongiovanni, Cantimori, 41-42. Su Der Gegner, il suo ambiente (e la collaborazione di Korsch) molte notizie in Dupeux, «National-bolchevisme», 480-492. Cantimori ancora ricordava questa rivista nel 1960 (Storici, 381).

[234] Cordiè, «L'alunno perfezionando» ,III, 76; A. Garosci, «Correlazione» [sul tema Il fascismo e gli storici], in Federico Chabod e la «nuova storiografia», 619-628, 625.

[235] D. Cantimori, rec. a G. Santonastaso, Proudhon (Bari, 1935), in Nuovi studi di diritto, economia e politica, 8 (1935): 305-306.

[236] Fra le molte notevoli osservazioni, il saggio di Firpo è interessante per il confronto che vi viene tracciato fra le indagini rinascimentale ed ereticali di Cantimori e quelle di Chabod e fra le personalità dei due storici (749-754), un confronto non di maniera come quelli che si sono letti in molti dei saggi su Cantimori degli ultimi tre decenni.

[237] G. Santomassimo, «Gli storici italiani negli anni della guerra. Il caso Morandi e 'Primato'», in L'Italia in guerra 1940-43, 827-844, 829; Turi, «Intellettuali e istituzioni culturali nell'Italia in guerra», 815.


Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.

 

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