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Sommario | I.
Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II.
Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928)
| III. Il fascismo di Delio Cantimori
| IV. Bolscevismo e fascismo | V.
Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI.
Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII.
I punti di riferimento politico-culturali | VIII.
Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo
| Appendici I-VI.
Appendici
Appendice I: Dalla tesi di laura
del 1928
Appendice II: Un articolo politico
dell'inizio del 1929
Appendice III: La collaborazione
a Pattuglia
Appendice IV: Una recensione del
1935 sui Nuovi studi di diritto, economia e politica
Appendice V: Tre quesiti bibliografici,
una mezza risposta e un'agnizione di lettura
Appendice VI: Un articolo dimenticato
di Giovanni Gentile
Dalla tesi di laurea del 1928
102. Cantimori si laureò in filosofia il 21 giugno 1928 con una
tesi in storia della filosofia, relatore Giuseppe Saitta. Il titolo della
tesi era «Ulrico di Hutten e le relazioni fra Rinascimento e Riforma.
Saggio monografico». Se ne offre l'indice: Introduzione
(p. 1); Vita, opere ed imprese (p. 25); Osservazioni sul carattere
(p. 50); Regula vitae (p. 58); Fortuna (p. 68); Dio
(p. 81); Il nazionalismo degli umanisti tedeschi (p. 90); Il
concetto di Nazione in Hutten (p. 100); Nazione e libertà;
fondazione del culto di Arminio (p. 115); La nazione e le concezioni
politiche del medioevo (p. 125); Nazione e rivoluzione (p.
135); Le idee di Hutten e il manifesto di Lutero «Alla nobiltà
tedesca» (p. 145); Humana et divina (p. 153); Poesie
(p. 163); Conclusione – Rinascimento e Riforma (p. 170); Appendice
[Osservazioni sulla fortuna di Hutten nel periodo Romantico della letteratura
tedesca] (p. 184). Il lavoro subì una revisione piuttosto incisiva
in vista della pubblicazione nel secondo fascicolo 1930 degli Annali
della Scuola Normale Superiore di Pisa e in estratto autonomo, col
titolo leggermente modificato: «Ulrico von Hutten e i Rapporti tra
Rinascimento e Riforma». Come abbiamo già accennato (cfr.
supra, III, 29) scomparve l'Introduzione, di cui riportiamo
qui il secondo paragrafo (pp. 9-15), che fissa con nettezza le sue concezioni
di allora sui rapporti fra individuo, nazione e Stato. Il testo della
tesi è dattiloscritto, con qualche aggiunta manoscritta che abbiamo
inserita senz'altro; gli errori di battitura sono stati tacitamente corretti.
Abbiamo conservato anche nelle note lo stile dello scrivente, cambiando
solo la loro numerazione, che nell'originale va dalla 18 alla 25. La tesi
si conserva nella Biblioteca Universitaria di Pisa, Tesi di laurea,
3687.
Storia e nazionalità
103. La nostra vita è la nostra storia. E la nostra storia non
è storia di un individuo astratto, ma di un uomo, nella nazione;
sopra, fuori la nazione, ma ad ogni modo, in relazione positiva o negativa
con la nazione. La nazionalità dell'individuo è ben
chiara, sempre: per la lingua, per i costumi, per il carattere, che sono
la concreta espressione d'una lunga e varia tradizione. Un individuo che
non parla non esiste; e non parlerà certo in esperanto (o almeno
in esperanto non penserà). La lingua non è un elemento naturalistico;
e nel parlare e nel vivere, nel pensare, si rifletteranno tutti quegli
elementi che si chiaman tradizione, la quale poi si riduce al dogmatizzarsi
e schematizzarsi della storia: e neppur questi sono elementi naturalistici.[238]
Se la nostra spiritualità consiste in fondo nel nostro tendere
e sforzarsi al bene, non così in generale, ma al bene attivo, concreto,
che può essere a volta a volta sapere, conoscere, combattere, amare,
cantare, e via dicendo, [239]
se questa spiritualità non può essere distinta in empirica
ed assoluta, ma è tutt'una nella personalità, [240]
nella individualità storica, nella vita, e se l'individualità
si svolge in realtà attraverso la nazionalità della lingua,
del costume, del carattere, della tradizione, possiamo dire d'aver trovata
la ragione e la significazione di quella boria delle nazioni che non è
solo nella pretesa d'esser le più antiche e le prime del mondo
nel tempo, ma anche nel merito, nelle qualità morali; di quelle
che si chiaman missioni delle nazioni, e che poi a lor volta si
mostran come espressioni di quella boria od orgoglio, e che cagionan
l'odio, delle nazioni. [241]
La storia nazionale è il primo grado di allargamento e
di universalizzarsi dell'individuo dalla sua storia personale, ch'egli
se non vuol considerarsi chiuso nello spazio e nel tempo, cioè
se non vuol cessare d'essere come spirito, morire, allarga ed innalza
sempre più. Da essa l'uomo trae le ragioni della sua più
profonda vita, respiro più largo, e chiare determinazioni al suo
sforzo verso il bene, al suo amore. E come nella sua singolarità
egli, nell'agire e nel compiere piuttosto l'una che l'altra azione, s'erge
giudice delle altre azioni (si pensi al tipo classico del 'malvagio' che
odia il 'buono' perché già il ben fare gli suona quasi condanna)
così nell'acquistar coscienza di sé nella storia, come elemento
dell'una o dell'altra nazione, vede, – per la tendenza all'infinito e
all'universale che è il carattere distintivo della vera spiritualità,
- la sua nazione come missione al bene, come bene. Infinita
nel tempo e nello spazio, (boria, imperialismo, nelle considerazioni
empiriche, astratte, che il Vico condannava, che ognuno condanna), universale,
aspaziale e atemporale (miti nazionali, di nuovo borie): amore, moralità,
eticità in concreto.
104. La filosofia, per solito, si è tenuta lontana, nei propositi,
dalla nazionalità: e questa, lasciata ai letterati e ai politici
empirici, tecnici, ha assunto sempre più caratteri naturalistici,
empirici, così che si è acquistata la sensazione che la
nazionalità sia un elemento naturalistico da superare per arrivare
ad una considerazione filosofica: e si teme di por le mani nel guazzabuglio
di pseudoconcetti sociologici, e perfin geografici che le si son formati
attorno.
Infatti non si può pretendere, senza cadere nell'assurdo, che
un pensiero o un'opera d'arte debbano essere italiani, o tedeschi
o francesi. Ma non si può neppur negare che non ci sia nessun
pensiero che non appaia come francese, tedesco, italiano. Le difficoltà,
riconosciute insuperabili, del problema del tradurre [242]
sono una riprova della esistenza e importanza storica, spirituale, vitale
della nazionalità.
Il problema dunque non va posto nel senso che la nazionalità vada
superata come naturalità, come astrattezza (come fanno più
o meno tutte le filosofie spiritualistiche eredi del cosmopolitismo pagano
e dell'universalismo medioevale), e neppure nel senso che la nazione sia
un dato di fatto indipendente da noi, cui obbedire volenti o nolenti (come
fanno le filosofie positivistiche e materialistiche, quando lo fanno).
Queste due posizioni conducono ad una umanità astratta e
vuota di significato, per cui il bene e la moralità si esauriscono
e impiccioliscono nel particulare di Tizio, Caio, Sempronio, o
si disperdono nel progresso umano, nella società,
e via dicendo, con un salto brusco dal piccolo o quasi nulla al tutto,
che ancora una volta si identificano e confondono.
La sopra ricordata boria o orgoglio deve essere intesa
nel suo vero significato: dogmatizzamento della storia, tradizione, e
la su ricordata missione deve essere ancora intesa nel vero significato
di illecita proiezione nel futuro della storia, di desiderio d'universalità,
- quando se ne veda al fondo: e si superano da sé stesse.
Di qui si vede come l'astrattezza del dogmatizzamento della storia e
del desiderio di universalità (ricordiamo dunque che il Dio che
onoriamo nei nostri tempii è pur un Dio nazionale che ha adempito
questo desiderio, contro e malgrado la nazione che lo creò!) abbiano
indotto ad una errata valutazione della nazione, come elemento naturale,
come fatto. Si potebbe dire anche che la nazionalità è
un fatto, come è un fatto la lingua: perché noi non sappiamo
quel che diciamo prima d'averlo detto, e quando l'abbiam detto esso ci
sta dinanzi; è un fatto che non possiam mutare e che opera su di
noi e nella storia anche se noi non vogliamo. Eppure se non parliamo (se
non ci esprimiamo: quel che s'è detto per la lingua vale per ogni
espressione) non pensiamo, non viviamo, non siamo – come è noto.
Onde anche è spiegata la nazionalità di ogni storia, e come
anche nelle teorie universali le nationes o le nazioni,
nel senso veramente naturalistico antico o nel senso moderno,
[243] siano sempre come momenti
o gradi ineliminabili dello svolgimento totale.
Dunque: la vita, e la storia personali diventano, attraverso la
storia e la vita nazionali, storia e vita universali. Il momento
della nazionalità è un momento ineliminabile della vita
morale dello spirito. E non consiste nello spirito della razza,
o nella missione della nazione, o in altri elementi, e neppur soltanto
nella lingua: ma nell'amore (sforzo verso il bene), che spiritualizza
la storia dogmatizzata (tradizione) e che si esprime per le azioni, per
la vita, e attraverso di esse nella storia viva (e svolgentesi continuamente,
sì da dare l'impressione del caos e del tumulto vano). Amore che
non può esplicarsi (non può vivere, svilupparsi) astrattamente,
superando d'un salto la storia, ma che per essere veramente umano – è
prima nazionale: chi più 'italiano', e più universale di
Dante?
105. Questo essenziale carattere di eticità ha cagionato la svalutazione
notoria della poesia patriottica nelle estetiche romantico-illuministiche,
con il preteso carattere contingente. [244]
Da questa riduzione della nazionalità a momento di moralità,
discende pure ovviamente la spiegazione della eticità della guerra,
e pare abbia un po' di luce anche la eticità della politica: eticità
che significa anche spiritualità.
Se si dirà che qui si vuol rifare una fenomenologia dello spirito,
si potrà anche osservare come si cerchi solo di ritrovare le distinzioni
e la varietà – dal punto di vista morale – nella indifferenziata
unità dello spirito. Questa nazionalità intesa come espressione
di volontà morale è l'unica poi che si possa identificare
veramente con lo stato della filosofia moderna, e che lo riempia
di quel contenuto, che possa farlo non solo capire, non solo temere,
ma anche amare e venerare. Cosicché questa dottrina si presenta
non come propedeutica alla dottrina dello stato, né come
completamento o integramento di essa: ma come collegamento, mediazione;
fra la spiritualità come amore e la spiritualità come legge.
[245] Con questo concetto
si evita di cadere nel mitologismo della missione: non c'è
una missione propria (perché?) di nessun popolo, oltre quella di
far avanzare e continuare la propria storia, che è storia di nazione
in quanto storia di uomini, e viceversa. Onde non c'è un passaggio
dall'uno all'altro popolo o nazione nell'incarnazione dello spirito universale,
(benché questo passaggio del dominio mondiale prima o poi avvenga
sempre in realtà), ma bensì lo sforzo morale di tutti i
popoli ad essere sé stessi, cioè veramente popoli, come
gli uomini vogliono essere sempre e più veramente e profondamente
uomini e superuomini. Così si può considerare inverato anche
il pensiero di Hegel e Gioberti, a questo proposito. Il pensiero di Gioberti
è stato a volte accettato senz'altro perché lusinga il nostro
sentimento patriottico: l'idea d'una missione del popolo italiano può
ben servire pedagogicamente, per svegliare e incitare: ma alla fine sembra
insostenibile nella stessa filosofia che mostra su tutto la moralità
e l'eticità dello spirito.
Un articolo politico dell'inizio del 1929
106. Nel febbraio 1929, nelle settimane dei Patti del Laterano, Cantimori
pubblicava questo articoletto su Il Campano, la rivista mensile
del G.U.F. di Pisa e dei sotto-gruppi di Lucca, Livorno e Carrara, sulla
quale cfr. P. Nello, «Il Campano». Autobiografia politica
del fascismo universitario pisano (1926-1944) (Pisa, Nistri-Lischi,
1983), che accenna anche a questo intervento cantimoriano (p. 39), senza
rilevarne l'assenza dalla bibliografia Perini-Tedeschi. Lo studioso venticinquenne,
laureatosi nel giugno precedente e ancora a Pisa per l'anno di perfezionamento,
torna sul suo concetto di nazione e su quello che ritiene il modo migliore
di servire la patria, con parole che riprendono quasi alla lettera quanto
aveva scritto nel 1927: «lasciamo ai chiacchieroni, ai dannunziani
ed ai futuristi l'amare la patria, ma lavoriamo per essa:
che è il vero amare!» (PSC, 26). C'è anche
un invito insistente ad approfondire la conoscenza della nazione italiana,
per evitare che l'entusiasmo e la fede fascista diano per risolti problemi
che forse non lo sono; col rischio che – qualora questi emergano – ne
derivi un'inevitabile delusione, simile a quella che gli interventisti
democratici avevano vissuta, «quando s'accorsero che non tutta l'Italia
era dietro a loro con l'arme in pugno, che c'erano torbidi interessi e
vili speculatori fra quegli italiani pei quali essi morivano». Si
ha insomma l'impressione - per prendere a prestito il gergo di allora
– che per Cantimori la 'vecchia Italia' non sia ancora morta e che quindi
i giovani fascisti debbano compiere uno sforzo di approfondimento e di
conoscenza per rendersi criticamente conto del cammino che resta da percorrere.
La vita nazionale e i giovani
Sulle nostre bocche, nei nostri canti risuonano ora sempre le grandi
parole di nazione, di stato, di patria. L'Italia, diciamo, è grande
realtà e ancor più grande ideale per noi.
Però non dobbiamo solo dire; dobbiamo anche sapere,
sopratutto sapere cos'è questa nostra nazione, questo nostro Stato,
questa nostra patria. Non dobbiamo accontentarci di vagheggiare in queste
parole gli ideali di forza e di grandezza che ognuno di noi si fa mentre
s'affaccia alla vita, e misura le vie da percorrere, le cime da salire
per portarvi il nome italiano, la forza e la saggezza italiane.
Molti dei nostri fratelli maggiori e dei nostri padri andarono a dar
la vita per gli ideali della loro giovinezza, e quando s'accorsero che
la realtà mostrava un duro viso, lontano dalle immagini vagheggiate
nei primi entusiasmi, sorrisero amaro, imprecarono alle loro fuggite illusioni,
negarono con esse le grandi realtà che attraverso esse si erano
affermate. Quanti andarono a combattere «per far guerra alla guerra»
impersonata dal militarismo alemanno – e poi, visto sorgere dal loro sangue,
al posto d'una rosea pace, l'orgoglio gallico, negarono fede a chi li
aveva guidati? Quanti andarono a combattere in nome del liberalismo e
del repubblicanesimo oggi tanto deprecati? Quanti giovani tornarono scettici
e delusi dalla immane lotta, non avendo trovato, in quel popolo incolto
che oggi tutti veneriamo nel Milite Ignoto, corrispondenza ai propri ideali
formati nell'aria elevata delle scuole? Quanti avevano identificato la
patria con i loro ideali più o meno vaghi, e fecero «Caporetto»
quando s'accorsero che non tutta l'Italia era dietro a loro con l'arme
in pugno, che c'erano torbidi interessi e vili speculatori fra quegli
italiani pei quali essi morivano?
107. Oggi, i torbidi interessi strisciano nascosti e l'opera vigile del
Duce li vien strappando sempre più dal terreno italiano, gli speculatori
sono eliminati dalla nostra vita nazionale. Ma siamo sicuri noi giovani
di non essere troppo spensierati nel nostro entusiasmo, e di non confondere,
nel nostro amore, la nostra patria con qualche particolare ideale che
ci nasca nel cuore?
Mi spiego: siamo tutti pronti a dare la nostra vita, senza discutere.
Questi ormai sono presupposti; è una cosa naturale; non
c'è bisogno di dirla o di ripeterla tanto, altrimenti diventa retorica.
Ma dare la vita in uno slancio eroico è, per il giovane fascista,
naturale. Forse è più difficile dare alla patria tutta la
vita, giorno per giorno, ora per ora, col pensiero che nessun istante
dev'essere perduto, perché il tempo stringe, grandi destini aleggiano
pei cieli del mondo, ed ognuno, secondo le sue attitudini e secondo le
sue capacità, deve lavorare silenziosamente e trovarsi, quando
il dovere chiami, pronto a dire: darò la mia vita, ma ho già
dato – e il fatto conta sempre più del da farsi – il mio lavoro,
l'opera della mia intelligenza, del mio pensiero, della mia anima.
Per questo, per potere servire la Patria, l'Italia, non dobbiamo
solo amarla di passione, ma dobbiamo essere coscienti e consapevoli
di essa, dei suoi caratteri, della sua storia che ce ne indica i bisogni.
Non dobbiamo credere ch'essa sia una dea al di sopra dei cieli per la
quale come per una bella donna sia bello morire, o che si identifichi
solo con l'una o l'altra delle grandi tradizioni che animano la nostra
molteplice vita nazionale, con l'uno o l'altro dei nostri particolari
ideali, o che sia questo paese, questa terra, questa città, queste
case, questo cielo, questo mare – questo tutto che va dal nostro sole
ai nostri capi. Noi amiamo il nostro sole e veneriamo i nostri capi: ma
se vogliamo che la nostra vita sia veramente di giovani italiani consapevoli
e attenti, dobbiamo sapere che cosa sia la nazione italiana, renderci
conto di quali siano i doveri che abbiamo verso di essa, per potere
dir sempre giorno per giorno, ora per ora: agisco per l'Italia, sono degno
di essere italiano.
Delio Cantimori
della Scuola Normale Superiore di Pisa
[Il Campano, anno V, n. 1, Febbraio VII [1929], pp. 10-11]
La collaborazione a Pattuglia (1929)
108. Nella lettera a Francesco C. Rossi del giugno 1962, in cui – in
seguito ad alcune affermazioni del suo vecchio alunno al liceo di Cagliari,
Giuseppe Dessì – cercava di spiegare le ragioni e i contenuti del
suo fascismo, ricordando anche gli anni cagliaritani e gli ambienti con
cui era entrato in contatto, Cantimori affermava: «non dovevano
creder molto alle mie convinzioni quegli amici e conoscenti nuovi che
feci a Cagliari; essi tornavano sempre a discutere e a contestare questa
o quella mia affermazione, uscita in qualcuno degli articoletti che scrissi
sul giornale locale di studenti fascisti, proclamandomi europeista»
(CS, 139). Di questi «articoletti» non si trova traccia
nella prima redazione della bibliografia cantimoriana di Perini e Tedeschi,
uscita – come già s'è detto – sulla Rivista storica italiana,
nell'ultimo fascicolo del 1967. Quel cenno autobiografico non sfuggì
invece a Garin, che - nel necrologio apparso in Belfagor, 22 (1967):
623-660 – cita il primo di quegli scritti, «Europa» (pubblicato
il 5 ottobre 1929 sul settimanale degli universitari fascisti cagliaritani
Pattuglia), che quindi venne accolto nella nuova edizione, «con
correzioni e aggiunte», della bibliografia, in appendice al più
volte citato volume di Miccoli del 1970. Ma quegli «articoletti»
– come Cantimori aveva chiaramente indicato – sono più d'uno, più
precisamente quattro.
Pattuglia, settimanale fascista degli universitari di Cagliari
aveva iniziato le sue pubblicazioni l'11 maggio 1929 e tirò avanti
- almeno secondo la collezione presente nella Biblioteca Nazionale Centrale
di Firenze – fino al marzo 1930. Ebbe una vita travagliata: in un articolo
di fine 1929, si vantavano «33 numeri, 2 sequestri, molte censure,
interminabili grane, cordialità timide, inimicizie palesi, indispensabili,
corroboranti. Questo, all'incirca, il nostro bilancio senza scoperti».
[246] Cantimori giunse
nel capoluogo sardo nel settembre del '29, vincitore (terzo in graduatoria,
secondo per l'abilitazione) del concorso a cattedre di storia, filosofia,
economia, diritto corporativo nei licei e iniziò il suo insegnamento
nel locale liceo ginnasio. Dovette prendere subito contatto col GUF locale
e lo stesso giornaletto ci dà notizie della sua attività
in quest'àmbito. [247]
Iniziò presto la collaborazione a Pattuglia e gli scritti
che vi apparvero restano la testimonianza più interessante e compiuta
di quello che sopra abbiamo chiamato il suo 'europeismo' e 'societarismo'
fascisti.
L'antefatto del primo articolo è un episodio delle interminabili
trattative ginevrine sul disarmo che impegnarono i governi europei nel
ventennio fra le due guerre: nel settembre 1929, il rappresentate inglese
lord Cecil aveva proposto all'improvviso una revisione radicale dei principî
già concordati nella Commisione preparatoria, operando uno stralcio
dei problemi del disarmo navale, e il nuovo governo laburista inglese
aveva preso a discuterne direttamente con una potenza estranea alla Società
delle Nazioni come gli Stati Uniti. La ferma reazione di Francia, Italia
e Giappone aveva bloccato questa iniziativa unilaterale che sembrava vanificare
il lungo lavoro svolto su tali questioni in sede societaria. Il commento
di molti autorevoli osservatori italiani (e quindi delle veline governative)
poneva in luce come «ancora una volta [...] .gli stessi creatori
e massimi protettori della Società delle Nazioni fossero in
certi casi i primi a offendere e svalutare l'opera del consesso ginevrino,
per il quale invece l'Italia, che vi aderì disinteressatamente
e senza cercarvi egemonie né privilegi, conserva lealmente e dignitosamente
tutta la sua deferenza». [248]
Nello stesso mese di settembre, il 5, alla decima assemblea della Società
delle Nazioni, Aristide Briand, in un intervento in qualche modo 'storico',
aveva lanciato l'idea di una federazione europea, che avrebbe dovuto agire
sul terreno politico ed economico; il 9, Stresemann, nel discorso che
fu un po' il suo canto del cigno, definì attuabile l'idea di Briand,
ma per ora solo sul piano economico. Di fronte a questi scenari, Cantimori
intervenne col suo primo articolo (abbiamo corretto i refusi, le note
sono tutte nostre):
EUROPA
109. L'«Europa» è una espressione geografica. Così
si potrebbe adattare ai nostri tempi la celebre frase del Metternich,
e su questo tono di politica realistica e scettica si potrebbe continuare
a lungo.
Ma bisogna guardarsi dal fare del realismo una pregiudiziale: chi volesse
essere realista ad ogni costo, potrebbe finire col non capir più
nulla di politica. Tutti noi ricordiamo quanti sarcasmi siano stati usati
verso la Società delle Nazioni, strumento di politica inglese,
e via dicendo: chi avesse preso sul serio quei sarcasmi e quei lunghi
articoli pieni di osservazioni scettiche, e avesse creduto ch'essi fossero
qualcosa di più che mezzi di lotta e di polemica, sarebbe poi rimasto
meravigliato e sconcertato. Ecco infatti che negli ultimi tempi la Società
delle Nazioni s'è prestata ad una bella azione politica contro
la prepotenza inglese: ed abbiamo potuto leggere che la S.d.N. ha una
sua ragion d'essere. Del resto, se non l'avesse avuta, la partecipazione
italiana sarebbe stata molto meno attiva di quel che non sia sempre stata.
Questi fatti è opportuno ricordarli, perché lo scetticismo
per la S.d.N. è troppo diffuso, e l'interesse per essa è
troppo scarso: ma è dalle nostre file che dovranno esser scelti
i rappresentanti dell'Italia di domani nelle lotte internazionali: e non
si può ben agire se non si sa, e non si sa se non si è avuto
interesse.
Torniamo all'Europa. Ora si parla molto degli stati uniti d'Europa, secondo
il piano Coudenhove-Kalergi adottato dal Briand. Ideologie umanitarie,
fantasie a sfondo confuso e torbido, d'accordo. Mascheratura d'interessi
egemonici, ancora d'accordo.
Ma, e per questo dobbiamo disinteressarcene e riderne soltanto? Se avessimo
fatto così alla S.d.N., ora l'Italia non avrebbe potuto compiere,
insieme con la Francia e con il Giappone, quell'azione che ha fermato
Lord Cecil. Certo questi nuovi Stati Uniti minacciano d'essere ancor più
accademici della S.d.N.: ma, cosa vuol dire accademici? Che la loro azione
si ridurrà tutta a logomachie, a lotta di parole, di ideologie.
Ma chi poi disprezzasse tanto le parole, le ideologie, commetterebbe un
grave errore.
Ricordiamo, per esempio [***]. Nella maggiore collezione non ufficiale
di libri sulla guerra che si pubblichi in Italia, quella Mondadori, è
uscito un libro sulle origini appunto della guerra, del Lumbroso. [249]
Questo storico, già accanito germanofobo, ora crede d'aver dimostrato
che la responsabilità della guerra ricade sulla Gran Bretagna.
Il che può anche dimostrare che la responsabilità ricade
su entrambi. Ora, chi non ricorda quale enorme forza di propaganda e di
coesione fu, presso i popoli dell'Intesa, l'accusa fatta al nemico: «tu
hai voluto la guerra» ? Ed eran parole: opuscoli, libri, collezioni:
parole terribili, che han fatto molto più di quel che non si creda.
Ed è noto quanto male faccia la propaganda antifascista e massonica:
parole, parole in gran parte, sarcasmi, storielle, invettive, richiami
a principii morali e via dicendo. Le questioni accademiche, guardate a
questa luce, diventano abbastanza interessanti; si fa presto a passare
da una questione accademica sullo stato a una ideologia politica, da una
affermazione morale a una diffamazione.
110. Ora, noi italiani non dobbiamo lasciare questa potentissima arma
nelle mani degli altri, che poi ci rifiuterebbero la parola, col dire:
voi non ci credete, voi parlate per puro machiavellismo. Nell'accademia
europea abbiamo anche noi la nostra parola – e un'alta parola! – da dire.
Sia pure per affermare l'«antieuropa»
[250] - quella di Cornelio di Marzio e di Roberto Suster -,
noi [251] dobbiamo metterci
dentro questa Europa. Ben vengano gli Stati Uniti d'Europa: noi ci metteremo
al loro capo, se saremo preparati. Quindi la presente reazione italiana
a questa ideologia, dev'essere intesa non come un rifiuto a priori, una
pregiudiziale antieuropea, ma come una riserva, che ci permetta di agire
liberamente domani. Le pregiudiziali, e soprattutto quelle che s'ammantano
di realismo, sono pericolose: tutti lo sappiamo, ma spesso ce ne dimentichiamo.
Dov'è che si deve affermare l'antieuropa? In Asia o in Africa
forse? No: in Europa. Non ci dimentichiamo di questo. E non ricadiamo
nell'errore degli ideologi russi del secolo scorso. Essi furono i primi
inventori del mito d'un'Europa staccata dalla Russia, asiatica, che Curzio
Malaparte ci ha illustrato sulla «Stampa» di quest'estate
[252] -, di una Europa in
decadenza, che la Russia avrebbe dovuto rigenerare, immettendovi forze
vergini. Intanto, credevano l'Europa finita, rovinata, esausta: e se la
son trovata di fronte tanto resistente, e forte ancora!
Quegli ideologi parlavano dell'Italia come culla, con Roma latina e papale
e col Rinascimento, della civiltà europea, ed essi volevano combattere
appunto contro il razionalismo italiano, da essi accusato di ipocrisia
e falsità. Così come ancora oggi i diplomatici russi accusano
l'Europa di ipocrisia e falsità. Noi, non dobbiamo credere che
tutte queste accuse alla civiltà creata da noi stessi siano poi
completamente vere: l'Italia deve creare il suo impero spirituale in Europa,
e non lo può fare se non ha fede nella materia che deve lavorare.
Se l'Europa fosse così corrotta come ci dipingono, non ci sarebbe
che prendere il vapore o l'aeroplano, e andarcene in America, per non
lasciarci appestare da tale corruzione. Noi invece rimaniamo nel bel centro
di questa Europa, e la ricondurremo alle sue origini, latine e italiane,
perché crediamo – nonostante tutto – in essa. La stessa ideologia
antieuropea, si volge più contro la Russia e l'Europa non europea,
americanizzata, che contro la vera Europa, la nostra Europa.
Guardiamo con attenzione, ma senza quella diffidenza pregiudiziale che
conduce all'incomprensione, alle nuove ideologie europee: e cerchiamo
di farle nostre: di dar loro l'impronta italiana.
Delio Cantimori
[Pattuglia, I, 22, 5 ottobre 1929, 1]
111. L'articolo di Cantimori dovette sembrare subito piuttosto eterodosso
ai fascisti di Pattuglia, tanto che gli veniva apposta in calce
questa nota:
Abbiamo pubblicato l'articolo del valoroso collega Cantimori pur non
condividendo le sue belle idee sulla S.d.N. E' vero che la S.d.N. non
deve essere ignorata, ma è, a nostro modesto modo di vedere,
pur vero che non deve essere soverchiamente tenuta in considerazione.
Ciò non ostante, apriamo in tal modo le nostre colonne a questo
argomento, oggi, tra i più vitali ed interessanti che a penna
di scrittore si possano presentare.
Nel numero successivo interveniva infatti Carlo Angioni, che poneva radicalmente
in discussione le tesi di Cantimori: difendeva innanzitutto il «realismo»
(«Guai quando si prescinda in tema di politica dal realismo, e ci
si lasci trasportare nel campo aereo delle sottili speculazioni teoriche.
Noi siamo realisti, positivisti, assolutamente anti-ideologi»);
su questa base rinnovava le critiche consuete alla Società delle
Nazioni («L'areopago Ginevrino è senza dubbio una bella palestra
oratoria, dove spesso ammiransi i più bei campioni della democrazia
Europea cercare con i mezzi più attrezzati per la difesa, il modo
di sembrare i meno guerrafondai, i più pacifisti possibili»);
soprattutto esprimeva dubbi sul fine ultimo della Società espresso
nell'art. 10 dello statuto, il mantenimento della pace:
Idea mitica questa, tanto bella quanto affascinante e che ha riempito
d'entusiasmo il cuore della cara sorella latina e della vecchia Albione.
Arrestare d'un tratto la storia, potersi fermare a Versailles, in fondo
non è una cosa tanto brutta, in ispecie poi quando, sazi fino
alla nausea di bottino, stracarichi di mandati e di colonie, ci si mette
al sicuro dagli attacchi dei popoli fratelli ricchi di uomini e di energia
ma poveri, infinitamente più poveri, di ricchezze. [...] Concludendo
dunque noi non riconosciamo la S. d. N. come organismo operante, ma
guardiamo con occhio calmo ma vigile l'attuale politica Europea ed in
ispecie quella dei Balcani, classica terra di bombe e fucilate, condurci
inevitabilmente ad un nuovo attentato di Serajevo. [253]
Quella dell'Angioni era dunque una prospettiva tipicamente 'revisionistica',
che faceva anche appello ad alcune affermazioni di Mussolini, nell'intervista
a un giornalista americano dell'inizio di quel 1929: «Il nostro
obiettivo non è la guerra, bensì l'esser pronti. Io credo
che nel 1935 si verificheranno circostanze, le quali renderanno necessario
un mutamento dell'attuale assetto Europeo [...]». A queste obiezioni,
che dovevano essere tutt'altro che isolate, Cantimori rispose con un secondo
articolo:
LETTERA SOCIETARIA
112. La serie interessante di osservazioni, di mise à point
del camerata Angioni, a proposito del mio articolo Europa mi
induce a chiedervi ancora una volta ospitalità, per chiarire il
mio pensiero: la politica è negozio troppo delicato, perché
si possa tacere ad un'accusa, anche implicita, di scarso realismo politico
e di ideologismo: cioè di non vigile fascismo.
Chiariamo anzitutto l'argomento della questione: qui non si tratta di
Europa e di Antieuropa, si tratta della S. d. N., che sono cose ben differenti,
tanto che una delle maggiori preoccupazioni degli europeisti meno platonici
è proprio quella delle relazioni fra l'ipotetica unione europea,
e la S. d. N., così come l'altra, del modo di servirsi della Società
stessa per gli scopi europei, come del resto ben si sa. Ora, in quell'articolo
incriminato, io parlavo dell'Europa (proprio di quell'Europa che interessa
tanto i realisti come Roberto Suster, di «Antieuropa», cfr.
anno I, n. 5), e solo per incidente della S. d. N. E ricordavo un semplice
ed incontrovertibile fatto, un fatto reale: la S. d. N. si è dimostrata
utile all'azione combinata Italia-Francia-Giappone contro l'Inghilterra,
ed ha così dimostrato di «esserci per qualche cosa»
(Aldo Valori, Corriere d. Sera, 21 sett. c.a.) avviandosi così
anche per la via più chiara e realistica, che a quell'acuto politico
del De Marinis pare di poterle augurare per il suo prossimo avvenire (Corriere,
1 ott.). [254] Va bene?
Non dicevo affatto di credere allo statuto: non bisogna, se si vuole
essere realisti per davvero, guardare ai regolamenti, ma agli scopi ai
quali quei regolamenti possono servire; non bisogna guardare alle parole,
ma a ciò che se ne può trarre per i nostri scopi. Se proprio
dovessimo star lontani dalla S. d. N. perché nel suo statuto ci
sono alcune espressioni poco realistiche, umanitarie, pacifiste, faremmo
lo stesso errore di coloro (c'era anche Sonnino, in un primo momento)
che avrebbero voluto la nostra entrata in guerra a fianco degli imperi
centrali: in quel caso, intento nobilissimo di tenere alto il nome dell'Italia
seguendo le parole del trattato e la interpretazione altrui, anche se
contro i nostri interessi; nel nostro caso, preoccupazione di non accedere
ad una concezione per noi dannosa, secondo le parole di uno statuto, e
l'interpretazione datane dagli altri. E in entrambi i casi, una preoccupazione
ed una pregiudiziale: cioè ciò che di meno realistico si
possa dare.
Tornando alla S. d. N. , dunque, vedi che il mio atteggiamento ha, se
non altro, l'intenzione ed il proposito, almeno teorici, di essere veramente
realistico, e scettico sul serio, cioè criticamente, pronto a rivedere
il suo stesso scetticismo al lume dei fatti, nudi e crudi, uno per uno,
e senza tener conto troppo del passato, – quello della S. d. N. merita
i suoi scherzi e le sue derisioni, ma questo ha a che fare con la storia,
e non con la politica -, o dei regolamenti, degli statuti, o dei discorsi,
che son da valutare come tali, fatti speciali fra gli altri fatti, ma
non certo più probativi delle azioni.
113. Dunque? Dunque, mi pare che proprio l'A. si sia lasciato prendere
dall'entusiasmo, ed abbia fatto della teoria vera e propria, ed anche
di quella, più insidiosa: la teoria del realismo. Quando l'Angioni
parla della palestra oratoria sul lago di Ginevra, intende parla- [***]
sicuro. Forse perché essi vi fan sentire la nota giuridica, essenzialmente
realistica già, appunto pronta a servirsi di quello statuto secondo
l'interesse del loro paese. Questi son fatti e non parole: Scialoia, [255]
e gli altri rappresentanti dell'Italia, hanno un atteggiamento scettico,
sì, ma non di quello scetticismo negativo, – che non si appaga
che nella critica sterile! – anzi, di uno scetticismo sempre più
costruttivo. E poi, perché i nostri nuclei [256]
dovrebbero desiderare la «quasi vivissima simpatia generale»
di quella brava gente, se non avessero una certa stima della sua forza?
Ed ora guardiamo realisticamente, ma davvero, alle teorie sulla guerra
e sulla pace. Crede davvero l'A. che se avessimo noi il bottino dell'Inghilterra
o della Francia, noi saremmo proprio così umanitarii e supremamente
buoni, da regalarlo alla sorella latina? E crede che i nostri lontani
pronipoti, che godranno dell'impero italiano, desidereranno molto la guerra
disturbatrice di quell'impero?
La guerra perpetua è altrettanto poco reale quanto la pace perpetua,
se concepiamo, come mi pare che l'A. faccia, la teoria della guerra in
contrapposto a quella della pace [. La guerra e la pace] sono[257]
dati di fatto da riconoscere (come nella celebre frase del Capo del
Governo, che tu citi) e non teorie, scettiche o meno, da bandire. Io non
concepisco la S. d. N. come il suo statuto pretenderebbe, cioè
come una società d'assicurazione per la pace, ma piuttosto come
essa veramente è, come un terreno di lotta nel quale ci son molte
battaglie da combattere, alle quali noi ci dobbiamo preparare.
L'A. parla di conflitto fra idea (teoria) e realtà (pratica):
ma questo conflitto è una pura apparenza. Ci sono invece tante
ideologie (non idee), che servono a mascherare gli interessi: è
così; e non bisogna prendersela – chi si scandalizzasse di questo,
mostrerebbe di avere in fondo all'animo tenere, magari inconsapevoli,
nostalgie per un mondo tutto di persone oneste, che dicessero sempre la
verità, che facessero il bottino per gli altri, e così via
dicendo: idealità quanto mai utopistica e democratica! – E se non
si sta attenti si perde proprio la calma, e si impreca contro gli altri
popoli, che non sanno [258]
pensare ai più poveri. L'Italia fascista non impreca, come per
un'elemosina rifiutata, o per rosee speranze deluse, contro la ipocrisia
altrui – non è che ce ne accorgiamo adesso soltanto! – ma guarda,
preparandosi, non all'Europa soltanto, ma al mondo intero. Italiani ce
n'è per tutto il mondo, ricordiamocelo bene! E focolai di guerra
non ce n'è solo in Europa, ma in tutto il mondo, ed una nuova guerra
non potrà essere che mondiale, teniamo presente anche questo.
Ecco dunque che alla luce dei fatti, l'accusa dell'A. – per me era una
vera e propria accusa – mi è sembrata ingiustificata, in quanto
a realismo: io parlavo di fatti, e non facevo teorie, né esaltatrici,
né denigratrici: constatavo, come soltanto, a mio parere, bisogna
fare in politica. Ho voluto rispondere così a lungo, anche perché
dagli sviluppi dell'articolo dell'A. poteva parere che io nutrissi ideologie
pacifiste: il che è lontanissimo dalle mie idee; come è
lontanissimo da me l'utopismo, di tutti i generi, mistici o meno.
L'A. scusi che l'ho intrattenuto a lungo; ma spero di avergli dimostrato
che, almeno nelle intenzioni – e sono quelle che contano – andiamo d'accordo,
come è dovere di buoni colleghi e camerati. Spero che potremo continuare
a discutere fra noi, senz'annoiare oltre i lettori di «Pattuglia»,
perché andando avanti finiremo in un campo tecnico, di ristretto
interesse per gli altri.
Delio Cantimori
[Pattuglia, I, 24, 19 ottobre 1929, 1]
Cantimori svolgeva alcune di queste idee anche in un successivo articolo:
PASSAPORTO PER L'IMPERO
114. «Ogni cittadino senza passaporto corre il rischio di essere
una pedina inutile nel giuoco dell'imperialismo fascista». Così
Camillo Pellizzi in un articolo di fondo sul «Popolo d'Italia»
del 6 agosto di quest'anno, articolo poi riportato da varii giornali,
fra i quali notevole l'«Assalto» di Bologna. L'amico che me
lo mostrava sorrideva, un po' amaramente, un po' ironicamente, di quella
frase: ed infatti non le si può negare un certo aspetto paradossale
ed urtante a prima vista. Come? non si potrà essere buoni cittadini
d'Italia, dell'Italia imperiale, se non si sarà usciti dai suoi
confini, per andare a prender diretto contatto con le varie degenerazioni
europee, a guastar la nostra salute paesana nelle «metropoli tentacolari»?
Non si sarà buoni fascisti se non si sarà passato qualche
tempo nei focolai dell'umanitarismo, della democrazia, dell'internazionalismo?
Sarebbe certo una cosa molto strana. Ma il geniale sostenitore della
«concezione aristocratica del fascismo» non la pensava certamente
a questo modo. Egli scriveva anche: «Tutto può giovare fuorché
una cosa sola: l'isolamento; tutto giova fuorché il rinchiudersi
nei propri confini e là ripetere ogni giorno l'affermazione, vana
perché inutile ed unilaterale, della propria superiorità,
della virtù propria al cospetto degli errori degli altri».
Parole molto sagge e degne d'esser meditate. E particolarmente da noi,
che dobbiamo essere i pionieri della grandezza italiana, se non vogliamo
tradire il sacrificio dei nostri padri e dei nostri fratelli maggiori.
Noi [ci] dobbiamo ormai liberare, come dallo sterile scetticismo, anche
dallo sterile e rettorico nazionalismo, che ci porterebbe, o al positivismo
mascherato dell'«Action Française», o alla torbida
esaltazione della razza eletta tipo pangermanistico. Per non essere frainteso,
dirò che la grande funzione compiuta dal movimento nazionalistico
italiano non deve ora essere guastata e condotta alla degenerazione da
noi, per i quali non è più che troppo facile affermare la
nostra italianità, e la grandezza futura della nostra nazione.
La nostra futura azione deve essere imperiale, non più nazionale;
noi presupponiamo il nazionalismo, ne siamo figli, ma è noto che
il figlio degno del padre è quello che ne prosegue l'opera e quindi
lo supera. La nostra azione, l'azione della futura classe dirigente italiana
deve essere internazionale, o, se la parola fa paura, supernazionale,
per essere veramente imperiale. E' un antichissimo detto di saggezza universalmente
riconosciuta, che colui che vuol vincere gli altri deve prima aver vinto
se stesso. Noi dobbiam vincere il nostro amore per la madre comune, per
la facile vita in patria, per la grandezza della nostra cultura e della
nostra civiltà, ed allargare i nostri polmoni alla fredda aria
della vita mondiale, dove non troveremo il viso amico, od il calore di
un entusiasmo comune, ma visi duri, ed anche diffidenze da vincere.
115. E non sempre con il nostro coraggio, e con la nostra prontezza e
senso politico, potremo vincere quei nemici: occorrerà esser preparati
alle loro lotte, alla loro mentalità, conoscer le vie del loro
cuore, come quelle delle loro ambizioni e dei loro orgogli, da non urtare,
come noi non vogliamo che si urti il nostro, e da conoscere in ogni modo,
per poterli efficacemente rintuzzare, al caso. Dobbiamo prepararci a pensare
ed a decidere, a prender le iniziative per conto degli altri, se è
vero che gli altri han perso la via e noi invece abbiamo trovato quella
giusta.
Ma questo gigantesco compito che i giovani italiani si assumono, non
può esser soddisfatto se essi non cominciano a pensare universalmente,
in modo valido non solo per la politica italiana interna, ma per la politica
mondiale. Ha detto il Capo del Governo: «a mio avviso non ha diritto
a governare una nazione chi non sia capace di guardare almeno a 50 anni
di distanza» (prefazione a «Regresso delle nascite, morte
dei popoli», p. 11). [259]
Questo monito altissimo vale non solo per il tempo, ma anche per lo spazio:
e se il realismo italiano rifugge dai programmi a lunga scadenza, è
però capace di fissare molto lontano il suo sguardo, e di dominare
orizzonti molto vasti.
Bisogna che noi ci assuefacciamo a questi orizzonti, e che ci consideriamo,
appunto perché ed in quanto italiani e fascisti, banditori di un'idea
universale, cittadini dell'Europa e del mondo.
Per poter far questo dobbiamo però imparare a pensare tanto a
cinquanta anni di distanza, se non altro per poter capire i nostri futuri
governanti, quanto in modo da poterci rendere conto delle varie mentalità
e delle varie tradizioni storiche che si urtano e cercano di affermarsi
nel mondo, e specialmente in Europa, attorno a noi. Occorre aver chiara
coscienza che se ci presenteremo agli altri popoli portando all'ombra
delle nostre baionette soltanto la nostra passione nazionale desteremo
contro di noi le altre pur legittime passioni nazionali. Anche in questo,
del resto, non abbiamo altro da fare che rivolgerci all'esempio del nostro
Capo del Governo: è ancor fresco il ricordo del suo articolo, pubblicato
sulla stampa internazionale, riguardo al problema dei rapporti economici
fra Europa ed America. [260]
Sempre a scanso di equivoci, è bene avvertire che solo guardando
a questi esempi noi parliamo e possiamo parlare di forma di pensiero al
di là del nostro sentimento nazionale. Anzi, si potrebbe dire che
si tratta soltanto di un approfondimento e di una dilatazione di esso
stesso.
116. Ancora durante l'estate ormai scorsa, Gino Olivetti ha pubblicato
sulla «Stampa» di Torino una interessante serie di articoli,
per indurre giovani delle classi borghesi italiane a viaggiare di più,
a rendersi conto «de visu» dei vari mercati, ad avere più
intraprendenza, a non guardare come a più alta meta all'impiego,
al posticino sicuro, nella città o nella regione natìa.
Il nostro governo favorisce con tutti i mezzi l'emigrazione temporanea
per ragioni di studio: noi, che dobbiamo formare l'aristocrazia culturale
di domani, dobbiamo sopratutto andare incontro a queste volontà
del nostro governo, ed entrare risolutamente per le strade che esso ci
offre. Roberto Suster lamentava sull'«Educazione Fascista»
di luglio alcune deficienze della organizzazione informativa estera dei
nostri anche massimi giornali: [261]
a noi fornire gli uomini per tale impresa, procurandoci anzitutto, ancora
qui in patria, le conoscenze e le capacità tecniche necessarie,
per poter poi rappresentare con dignità la nostra cultura, la nostra
civiltà. Ricordiamo l'importanza del giornale nella vita odierna.
E sopratutto liberararci dalla bardatura mentale dell'ultima guerra.
Uno studente di Torino, morto in guerra scriveva: noi non vogliamo la
guerra per Trento e Trieste, noi vogliamo la guerra per la grandezza e
la dignità d'Italia. Molti puri eroi morirono invece proprio per
Trento e Trieste, molti andarono a combattere per la sorella latina, che
difendeva la democrazia, la libertà, la umanità. Ora ci
potremo avvicinare, se sarà interesse comune, alla Francia, ma
quelle illusioni dei nostri padri non torneranno più.
Così noi dobbiamo esser consci delle tante ideologie che la guerra
ha lasciato, ed assumere rispetto ad esse lo stesso atteggiamento guardingo
che abbiamo di fronte alle loro conseguenze: alla S. d. N., a Versailles,
alla politica pacifista anglo-sassone, che è pur la stessa che
ha creato l'ideologia della colpa della guerra e via dicendo, mentre d'altra
parte si ignora la nostra vittoria, e si confonde il nostro sentimento
nazionale con il pangermanismo tedesco, ed il nostro rigido atteggiamento
di difesa dello stato con la politica austriaca d'anteguerra (vedi commenti
alla condanna di Gortan). [262]
Sono questi tutti aspetti e lati in apparenza soltanto lontani, di un
medesimo atteggiamento mentale, che noi dobbiamo assolutamente evitare
di conservare nella nostra azione. Per esempio: se volessimo fare dell'irredentismo
invece che un'attività una teoria politica, basata
sul famoso diritto d'autodecisione, dovremmo rinunciare agli imprescindibili
diritti dello stato italiano sugli allogeni. La teoria dell'irredentismo
è quel famoso diritto delle minoranze inventato ora dalla Germania!
Così, se il nostro governo avesse voluto restar fedele a certe
nobili passioni, che tutti noi abbiamo sentito, e che ci potranno sempre
ancora agitare, non avrebbe, come fra i primi ha fatto, riconosciuto la
U.R.S.S., con la quale è stato recentissimo uno scambio di nette
cordialità militari, a proposito della crociera aviatoria dell'estate
passata. [263]
117. Tale è la mentalità che noi ci dobbiamo creare, libera
da preconcetti e da schiavitù anche alle più nobili passioni.
Dobbiamo cercare cioè di imparare a dominare le passioni, ed i
sentimenti, per poterli formare ed educare secondo la saggezza della nostra
civiltà: dobbiamo essere freddi politici, cogli occhi aperti prima
di tutto su noi stessi, pronti a trattenere il fuoco della nostra anima,
qualora esso possa farci compiere mosse precipitose ed arrischiate. L'amore
per la nostra patria deve indurci sopratutto a lavorare per lei, più
che a cantarle la nostra passione. Dobbiamo esserne poi figli degni, e
non rimanerle appiccicati alle gonnelle; allora veramente saremo italiani
quando ci sentiremo universali, senza pur mai dimenticare la nostra italianità.
Dobbiamo assimilarci i frutti delle altre civiltà, poiché
ormai il fascismo ci fa sicuri che non ce ne potremo più fare servi,
come altra volta accadde; dobbiamo cercare di capire gli altri, ora che
sappiamo ben rispondere alle loro incomprensioni e mostrarci anche in
questo a loro superiori; dobbiamo entrare in relazione con questo mondo
che vogliamo far nostro, e quindi imparare a parlarne la lingua, a conoscerne
le idee.
Allora potremo dire di esserci creata veramente una mentalità
imperiale, che è il minimo presupposto, in questa epoca di imperi
mondiali, per l'affermazione della nostra potenza.
Delio Cantimori
[Pattuglia, I, 25, 2 novembre 1929, 1]
Abbiamo presentato di seguito questi articoli che sviluppano una medesima
argomentazione, ma fra il primo e il secondo, nel numero del 12 ottobre,
Cantimori aveva pubblicato un breve corsivo in terza pagina, che prendeva
spunto dalla nuova denominazione (Ministero dell'Educazione Nazionale)
che aveva assunto allora (r.d. 12 settembre 1929, n. 1661) il vecchio
dicastero della Pubblica Istruzione. E' utile confrontare lo scritto di
Cantimori con G. Maggiore, «Dall''istruzione pubblica' all''educazione
nazionale'», in Critica fascista, 7 (1929): 373-374. Si noti
nell'ultimo capoverso un accenno polemico contro la scuola religiosa (siamo
a pochi mesi dai Patti lateranensi).
EDUCAZIONE NAZIONALE
118. Scuole medie, scuole elementari, Università, non sono ormai
più istituti d'istruzione, ma di educazione. Qual è il significato
di questo cambiamento, che è un'altra prova dell'importanza che
hanno le parole?
Pubblica istruzione: scienza come abilità tecnica, come massa
di cognizioni, impartita alla maggior quantità di persone. Il pane
della scienza spezzettato in tante briciole, pronto per tutti: divulgato,
dato al volgo, al pubblico. Democrazia: la massa anonima dei padri di
famiglia, irresponsabile degli errori e della ignoranza dei figli gravava
in nome dei suoi interessi e dei suoi sentimenti sulla scuola, che del
resto non aveva alcuna autorità morale che la facesse rispettare,
in quanto voleva soltanto rilasciare attestati di cognizioni apprese.
L'intransigenza non ha a che fare con la tecnica. Bisognava servire il
pubblico, e basta.
Educazione nazionale: formazione morale dell'italiano. Preparazione alla
vita di cittadino: scelta dei migliori. Le cognizioni e il loro apprendimento
posti ancora alla base, come imprescindibili materialmente; ma non più
sufficienti: punto di partenza, strumento di elevazione e di forza. Ma
sopra di esse la chiara coscienza dei doveri del cittadino, che impara
a riconoscere, attraverso il vario mondo delle cognizioni, la vita superiore
dello stato. Aristocrazia: intransigenza morale che premia il capace e
forma il senso della responsabilità. La scuola nella vita: così
scompare il vecchio dualismo, tanto abusato dai pietosi raccomandatori.
Aperta a tutti: ma a tutti coloro che sanno, possono e vogliono; non
ai pigri dunque e ai disgraziati: i quali si devono elevare alla sua dignità
e non devono pretendere che essa si abbassi fino a loro. E sopratutto
libera da istituzioni [264]
estranee, da interessi che non siano i suoi propri e da sentimentalismi
fuori di luogo nella vita moderna. Per una persona poco istruita si poteva
anche avere qualche riguardo; per una persona poco educata, nessuno; tanto
più che, data la nazionalità dell'educazione impartita nella
scuola, la mancanza di essa verrà anche a significare mancanza
di italianità.
Come significa mancanza di coscienza nazionale il ricorrere a fonti di
educazione differenti da quelle offerte dallo Stato.
Delio Cantimori
[Pattuglia, I, 23, 12 ottobre 1929, 3]
Ricordiamo ancora, a dimostrazione del legame di Cantimori con Pattuglia,
la recensione firmata dallo pseudonimo ciorì (che potrebbe
nascondere lo stesso C[antim]ori), del romanzo del padre La strada
mia corta [265] e la
collaborazione su temi prevalentemente letterari di Claudio Varese, normalista
dal 1928 al 1930, di cui si segnala l'articolo «Scuola di Diritto
Corporativo nella Università di Pisa» (Pattuglia,
II, 5, 1° marzo 1930).
Una recensione del 1935 sui Nuovi studi di diritto, economia e politica
119. Sull'ultimo numero della rivista di Spirito e Volpicelli, prima
della forzata interruzione, uscì questa dimenticata recensione
di Cantimori al volume di Giuseppe Santonastaso su Proudhon, ulteriore
conferma del legame che intratteneva con Spirito e il suo gruppo:
G. SANTONASTASO, Proudhon, Bari, Laterza, 1935 (Bibl. di cultura
moderna, n. 264), p. 200, L. 12.
Questo nuovo libro del Santonastaso potrebbe esser definito «introduzione
allo studio del Proudhon»: ottima, se pure più di carattere
riassuntivo ed espositivo che critico. Il Santonastaso s'è fatto
tutt'uno col Pr., forse per una certa congenialità della sua mente
fervida e dai larghi interessi con questo scrittore appassionato, di vaste
letture, dai molteplici interessi, ricco di formule suggestive ed eloquenti,
- oltre che di profondità e acutezza di pensiero, e di vigore politico.
Ne è venuto un libro un po' rapsodico, che offre però un
ottimo strumento per un primo contatto con il mare magno delle opere proudhoniane:
è un panorama molto chiaro, nel quale ci si può orientare
per iniziare lo studio del Pr., e che allo stesso tempo offre un sommario
efficace e vivido delle idee di lui per chi voglia esserne informato.
L'elaborazione critica e la valutazione storica del Pr. rimangono però
solo implicite, e il filo di esse si perde un po' attraverso la grande
quantità di argomenti che il S. ha dovuto toccare e comprendere
nel suo libro.
Pare che il S. abbia tenuto d'occhio più le soluzioni di singoli,
se pure importantissimi problemi, offerteci dal Pr., che la ispirazione
etica fondamentale di questi.
Infatti alla fine il S. sente il bisogno di affermare il primato della
categoria etico-politica su quella economica, che secondo lui sarebbe
la categoria fondamentale del pensiero proudhoniano (p. 180). Invece tutto
il pensiero del Pr. è accentrato sulla esigenza della eticità
politica e della moralità individuale. I «fondamenti del
progresso» (è il cap. II del Santonastaso), sono la libertà
e la giustizia: sono esse che fanno la storia, sono esse l'elemento attivo
della vita degli uomini, secondo il Pr. L'una, intesa come «spontaneità
collettiva e individuale», l'altra, come rapporto fra uomini liberi,
come «rispetto spontaneamente provocato e reciprocamente garantito
dalla dignità umana, in qualsiasi persona e in qualunque circostanza
essa si trovi compromessa e a qualsiasi rischio ci esponga la sua difesa»
(p. 32, nota in fine). Il S. sembra qui aver visto chiaro come l'esigenza
etica, della dignità dell'uomo, sia alla base di tutto il sistema,
e venga idealmente prima di libertà e di giustizia, e d'ogni altra
cosa. Questi uomini non c'interessano ormai molto per tentativi come quello
delle banche a credito gratuito, e neppur molto per le loro specifiche
formulazioni di programmi e soluzioni di problemi del loro tempo – se
non in sede storica. Quel che ci affascina nel Pr. è il vigore
e la lucidità della sua consapevolezza del problema etico, per
la fermezza e l'intransigenza ideale insita nel suo fervore pei principî
etici, base e fondamento primi d'ogni convivenza veramente umana, d'ogni
storia. Ad essi ogni azione di reale importanza innovatrice, di valore
veramente universale, deve prima di tutto informarsi, ad essi deve tener
fermo su ogni altra cosa, al di sopra delle situazioni politiche, al di
sopra della tecnica, al di sopra dell'economia. Non che il S. abbia trascurato
questo punto, ma avrebbe dovuto dargli, ci pare, rilievo molto maggiore,
come al filo conduttore del pensiero proudhoniano. Egli invece si preoccupa
di mostrare come nella realtà politica quei due fondamenti del
progresso si presentano come esigenze del federalismo e delle autonomie
locali, di contro allo statalismo accentratore: il sindacato sostituirà
il governo, dice il Gurvitch, interprete giuridico del pensiero proudhoniano,
seguito a ragione dal S. (p. 33 n. 2). Peccato che il S. non abbia svolto
di più i pensieri di questo capitolo, che sono i più organici.
Così il S., che è pur consapevole della importanza del problema
religioso per il Pr., e ne ricorda la affermazione caratteristica: «L'esercizio
del senso morale, della funzione giuridica è lento a stabilirsi
nell'umanità: la religiosità, sorta di supplemento della
giustizia, non è altra cosa, in fondo, che la prima forma ideale
obiettiva simbolica della giustizia, forma che deve diminuire, atrofizzarsi
attraverso il progresso della giustizia», non s'è fermato
con coerenza su questo punto. Il cap. VIII («Critica religiosa»)
rileva soprattutto il carattere negativo della polemica antiecclesiastica
proudhoniana, lasciandone in ombra il presupposto positivo, l'esigenza
della eticità umana; alla stessa maniera, il cap. VII («Moralismo
proudhoniano») si ferma su problemi particolari, della famiglia,
della donna, dell'arte.
120. Anche per i problemi economici, che paiono interessargli di più,
il S. si tiene piuttosto ad una esposizione riassuntiva, con qualche accenno
di interpretazione. In fondo qui il S. fa propria la sostanza degli argomenti
di Carlo Marx contro il Pr. affermando: «La nuova trasformazione
della società può avverarsi solo a condizione che si eliminino
tutte le istituzioni, mercè le quali alcuni individui possono sfruttare
la massa»; e si è sempre su quel piano etico, che sopra abbiamo
accennato.
Dopo aver indugiato sulla teoria del possesso, che il Pr. vuole
sostituire alla proprietà nella prima fase del suo pensiero,
il S. segue poi l'evoluzione di questo pensiero verso la giustificazione
della proprietà, come salvaguardia contro l'assolutismo statale:
«servire di contrappeso alla potenza pubblica, bilanciare lo Stato,
tale dev'essere la funzione principale della proprietà» (p.
77), e ne illustra convenientemente il sostrato etico-politico, l'esigenza
della libertà individuale come presupposto della eticità.
Qualche volta il pensiero del Pr. è trasportato con forse troppo
grande arditezza in termini, diremmo, marxistici: «La guerra è
il prodotto della civiltà capitalistica. L'anarchia economica che
circola nel capitalismo, si conclude nella guerra; questa, essendo incompetente
a risolvere i problemi economici, dovrà finire nell'avvenire»
(p. 117). Non si nega che questo sia il pensiero del Pr.: ma non è
certo il suo tono.
A proposito del problema del «federalismo europeo» e del
giudizio negativo del Pr. sul moto unitario e nazionale del Risorgimento
italiano, avremmo amato vedere approfondito, o per lo meno meglio precisato,
il rapporto fra il Ferrari e il Pr.: il S., accedendo alla tradizionale
interpretazione storica del Risorgimento, come moto di volontà
unitaria e nazionalistica, è portato a riflettere questa opinione
sul Pr., che secondo lui avversò il Risorgimento soprattutto come
patriota francese.
Sorprende poi che il S., il quale ha riconosciuto l'importanza eccezionale
del Carteggio del Pr., e gli ha anzi dedicato un capitolo apposito,
non se ne sia servito ancor di più nel suo lavoro, ma gli abbia
dedicato un saggio a parte, dove si parla più della psicologia
e di lati secondari della persona del Pr., che delle sue idee, le quali
sopratutto ci interessano. Ad ogni modo, così come sta, l'esposto
che il S. ci offre del pensiero proudhoniano è utilissimo, perché
serio, completo, assennato. C'è un'ottima bibliografia, preceduta
da un breve saggio conclusivo sui principali giudizî dati sul Pr.
D. Cantimori
[Nuovi studi di diritto, economia e politica, 8 (1935): 305-306]
Tre quesiti bibliografici, una mezza risposta e un'agnizione di lettura
121. Nel suo saggio cantimoriano, Silvana Seidel Menchi riporta un brano
di una lettera di Cantimori a lei diretta (24-25 ottobre 1961), in cui
egli rievoca in questi termini una sua recensione degli anni '30 a un
saggio di Salvatore Valitutti:
Cantimori [...] recensendo una volta uno scritto del Valitutti si congratulava
perché Valitutti aveva riconosciuto che il socialismo aveva avuto
una funzione educativa portando il popolo dal ribellismo e dall'estraniazione
alla politica alla coscienza dei problemi politici. Tipiche deformazioni
idealistiche della realtà: [...] erano le goffaggini, errori
ed ingenuità dello studioso idealista che si avvicinava incespicando
all'interesse per il socialismo e per il movimento operaio.
La Menchi identifica il saggio di Valitutti in un suo contributo, «Il
socialismo e la Carta del lavoro», a un volumetto dell'Istituto
nazionale di cultura fascista dedicato a La Carta del lavoro e il pensiero
politico moderno pubblicato nel 1937, in cui veniva dato sul socialismo
un giudizio simile a quello ricordato da Cantimori; ma non è riuscita
a rintracciare la recensione in questione, che sarebbe rimasta sin qui
sconosciuta. Ritiene che una sua identificazione «ci permetterebbe
di datare con più precisione e definire meglio il primo, incerto
approccio di Cantimori» ai valori del socialismo e del movimento
operaio (Seidel Menchi, 782).
Ma nella bibliografia di Cantimori è compresa (e ristampata in
PSC, 642) una sua segnalazione, comparsa sul Leonardo dell'ottobre-novembre
1937, a un lavoro di Valitutti: si tratta del commento scolastico (Firenze:
Sansoni, 1936) alla Dottrina del Fascismo di Mussolini, che pare
al recensore il migliore di quelli finora apparsi, «chiaro, preciso,
bene informato, può essere utile anche fuori della scuola».
Nell'Introduzione, fra l'altro, Valitutti scriveva:
Il movimento politico che effettivamente cominciò a vincere
l'assenteismo del popolo fu il movimento socialista nell'ultimo decennio
del secolo XIX e soprattutto nel primo decennio del secolo XX. Per quello
che riguarda l'estensione quantitativa di questo iniziale risveglio
politico popolare, operato dal socialismo non bisogna, però,
esagerare come molti hanno fatto e continuano a fare; basti pensare
al fatto che il socialismo, tranne che in alcune zone relativamente
progredite, non penetrò nel popolo rurale. Ma sia pure in proporzioni
minori di quelle vantate, questo incipiente risveglio fu reale, e fu
il socialismo a produrlo. Certamente questo primo albore politico in
alcune frazioni del popolo fu, all'inizio, un fattore positivo nell'immobilità
corrosiva della vita italiana; e sempre più positivo sarebbe
potuto diventare se la classe dirigente del socialismo fosse stata capace
di interpretare le effettive esigenze del popolo che pur diceva di voler
dirigere e guidare. La positività, a cui abbiamo accennato e
che rimase, nacque dal fatto che per la prima volta larghi strati popolari
cominciarono ad avere un sentimento, sia pure vago, di compiti sociali
da adempiere, al di là del loro particolarismo, e si riunirono,
al di fuori dei loro confini municipali e regionali, in questo sentimento.
Furono questi i primi germi gettati in un terreno vergine e fino allora
sterile e chiuso, germi che se fruttificarono male ebbero, tuttavia,
il vantaggio di preparare la terra a nuove, più propizie e feconde
seminagioni.
122. Seguiva il quadro consueto della trasformazione del socialismo da
«elemento propulsore» a fattore retrivo e controrivoluzionario
per il prevalere, nelle sue file, della filosofia evoluzionistica, positivistica
e materialistica e del sentimento antinazionale; della originalità
a principio del socialismo di Mussolini rispetto a quello degli
altri dirigenti del partito e del ruolo svolto dal fascismo – in continuazione
e in completamento di quello svolto dal socialismo – nella 'nazionalizzazione'
delle masse italiane. [266]
Come si vede, anche questa Introduzione presenta i temi ricordati
da Cantimori nel 1961 e quindi la recensione sul Leonardo potrebbe
esser quella cui Cantimori faceva riferimento. Ma se la leggiamo, non
troviamo, se non in termini molto criptici, le «congratulazioni»
cui lo storico avrebbe alluso molti anni dopo:
Il Valitutti è uno dei pochi studiosi che sanno vedere la storia
del Fascismo entro la storia sociale d'Italia, e che cercano di sollevarsi
a una considerazione politica superiore. Non è il caso di stare
a soppesare minutamente la maggiore o minore utilità che avrebbe
avuto l'aggiungere una trattazione storica più precisa alla trattazione
prevalentemente dottrinale che il Valitutti ci offre; né è
il caso di discutere la maggiore o minore opportunità di ricordare
il nazionalismo e personalità come l'Oriani, nell'Introduzione.
Rileveremo invece la nota biografica, che pur nella sua estrema brevità,
è suggestiva per citazioni ben scelte degli scritti di B. Mussolini,
da ogni periodo della sua vita.
Dunque si sottolinea la capacità di Valitutti di calare il fascismo
«entro la storia sociale d'Italia» e gli si rimprovera il
credito accordato a Oriani e al nazionalismo fra le fonti della dottrina
fascista. Resta quindi il dubbio se sia veramente questa la recensione
cui Cantimori si riferiva nel 1961. In caso affermativo, c'è da
chiedersi se sia esistita magari una prima redazione in cui il suo apprezzamento
fosse più esplicito, o se il Cantimori 1961 ricordasse le riflessioni
che la lettura di quel testo avevano prodotto in lui, ma che poi non registrò
nella breve nota, o che semplicemente volesse fare un esempio, con generici
riferimenti testuali, di come uno studioso idealista potesse avvicinarsi,«incespicando»,
all'interesse per il socialismo e il movimento operaio: comunque siamo
alla fine del 1937.
123. Belardelli ha richiamato l'attenzione degli studiosi di Cantimori
sul volume Ricordi di Giovannino (Verona: dai torchi della Officina
Bodoni, 1942), la pubblicazione in morte di Giovanni Gentile jr., voluta
dal padre: vi sono infatti pubblicate alcune sue lettere a un C., che
- per lo meno in alcune – deve essere identificato senz'altro in Cantimori
(Belardelli, 402-403 nota 69). In particolare ne viene riportata una datata:
Milano, 17 maggio 1940-A. XVIII, in cui si discute di un articolo di C.
sull'Università, in cui egli lamenterebbe «che, in genere,
nella Università manchi affatto quella che si può dire l'educazione
formativa del carattere degli studenti». Nella bibliografia cantimoriana
di Perini-Tedeschi, all'anno 1940, un tale articolo non compare, né
ve ne sono nel decennio precedente. Come avrà fatto Belardelli,
abbiamo esaminato anche noi le riviste dove Cantimori scriveva in quegli
anni, alla ricerca di tale scritto, ma senza risultato. E' anche possibile
che la data sia imprecisa, soprattutto l'indicazione dell'anno, che potrebbe
essere stato aggiunto dal curatore del volume: ove si ricordi che l'anno
seguente vide svolgersi su Primato l'inchiesta sull'università,
che il 15 maggio comparve sulla rivista di Bottai la risposta de Il
Campano di Pisa [267]
e che tale risposta, nello stile e negli argomenti, potrebbe anche essere
cantimoriana, si potrebbe anche ipotizzare che la lettera di Giovannino
fosse del 17 maggio 1941, che i giovani del G.U.F. di Pisa avessero chiesto
al giovane docente della Normale di scrivere quella risposta e che Giovannino
lo sapesse. Ma poi non c'è una piena corrispondenza fra quello
scritto e le osservazioni contenute nella lettera e soprattutto l'ipotesi
ora avanzata è troppo elaborata e basata su ulteriori ipotesi:
e queste – come si sa – non sunt multiplicandae. Ve n'è
un'altra più semplice: che dietro quel C. si celino corrispondenti
diversi.
E' noto che Cantimori scrisse al «caro Rossi» per la rivista
Itinerarî la lettera del giugno 1962, più sopra, a
varie riprese, utilizzata, prendendo spunto da un articolo di Giuseppe
Dessì sul quotidiano romano Paese sera del 1° giugno
1962, nel quale lo scrittore sardo ricordava il suo insegnamento al liceo
Dettori di Cagliari e – fra l'altro – affermava che il professore «scriveva
in quel periodo su 'Critica fascista'» (CS, 143). Cantimori
annotava:
Il Dessì parla del professore come collaboratore di «Critica
fascista»: è un errore, nel senso che quegli anni 1929-30,
1930-31, il professore era abbonato alla rivista e ne parlava e la faceva
leggere (e la reprimenda l'ebbe proprio per questo, dalle autorità
politiche del tempo!): ma non ne era collaboratore. Vi scrisse una volta
sola, molti anni dopo, quando il professore era sempre ancora professore
liceale e l'antico studente era stato nominato o stava per esere nominato
provveditore agli studi (CS, 141).
Cantimori ammette dunque una sua isolata collaborazione alla rivista
di Bottai, molti anni dopo il 1929-30, ma prima del 1939, anno in cui
diventò professore universitario. La bibliografia Perini-Tedeschi
non la comprende; uno spoglio piuttosto accurato del quindicinale ha dato
esiti negativi. Si tratta di un lapsus? Cantimori si confonde con
un'altra pubblicazione di Bottai, che potrebbe essere l'Archivio di
studi corporativi, in cui nel 1934 pubblicò le «Note
sul nazionalsocialismo»? Se comparso su Critica fascista,
l'articolo potrebbe essere rimasto anonimo o firmato con uno pseudonimo.
Anche in questo caso le ipotesi possibili sono troppe e quindi vane. L'identificazione
di quell'articolo sarebbe tuttavia di notevole interesse per la biografia
politica del Cantimori degli anni '30.
124. Giovanni Nencioni ha chiamato «agnizioni di lettura»
quei riconoscimenti di rapporti di lingua e di stile, anche nell'uso di
singole espressioni, fra autori diversi e spesso lontani, che càpita
talora di compiere in sede di lettura critica. [268]
Vorremmo segnalarne una riguardante Cantimori, che ci pare di un certo
interesse. Negli «Appunti sullo 'storicismo'» del 1945,
egli rileva come «le tipizzazioni sociologiche [...] appiattiscono,
schiacciano sullo stesso piano dell'infinito, la concreta, rugosa e rilevata
realtà storica» (Studi, 17): questo della «rugosa»
realtà, a cui lo storico deve restare aderente nel suo lavoro,
è diventato poi uno dei topoi cantimoriani più celebrati
e più spesso citati da biografi ed esegeti. Esso ha tuttavia un'origine
letteraria piuttosto nota: nell'Adieu della Saison en enfer,
Rimbaud scriveva:
Moi! moi qui me suis dit mage ou ange, dispensé de toute morale,
je suis rendu au sol, avec un devoir à chercher, et la réalité
rugueuse à étreindre! Paysan! [269]
Cantimori, bibliofilo appassionato e lettore onnivoro, possedeva, nella
sua biblioteca, libri di Rimbaud e quindi non è impossibile che
abbia mutuato quella «rugosa realtà» del 1945 da una
lettura diretta del poeta francese o, comunque, da una citazione esplicita
(il passo, per esempio, era stato riportato e ampiamente commentato da
Croce nelle sue polemiche rimbaudiane durante la prima guerra mondiale);
[270] ma può anche
darsi che quell'espressione sia giunta a lui in maniera tralatizia e inconsapevole.
Colpisce la sua presenza nelle pagine di Riccardo Bacchelli: all'inizio
del suo romanzo Mal d'Africa, uscito nel 1934, troviamo: «Del
resto, sotto ogni riguardo, le cose in Italia volgevano non prospere né
liete, e, compiuta l'unità, gli entusiasmi avevan ceduto il luogo
al rugoso sembiante della realtà; l'inquietudine e lo scontento
eran perfino esagerati». [271]
In un altro romanzo bacchelliano Il fiore della mirabilis, del
1942, leggiamo ancora: «Dunque, non più miraggi! E costernato
riconosceva la nuda e scabra, la rugosa realtà; e la costernazione
era l'aspro scotto da pagare per riconoscerla, foss'anche povera, meschina,
sciatta, risibile». [272]
Darei per certo che ulteriori sondaggi nell'opera fluviale dello scrittore
bolognese ci darebbero altre «rugose realtà».
Che Cantimori sia stato lettore attento della narrativa bacchelliana
è confermato da un cenno dell'aprile 1962, in una delle lettere
al «caro Rossi», in cui – pur nella brevità – il giudizio
è acuto:
Caro Rossi, volevo parlarLe questa volta dei romanzi storici di Riccardo
Bacchelli e in particolare di Non ti chiamerò più padre,
che si presta a varie considerazioni. Ma non è cosa facile; i
libri di Bacchelli sono, come si suol dire, «pensati», e
mi occorre riflettere ancora prima di scriverne senza temere di dire
cose insensate. Così questa volta mi soffermerò su una
questione più tecnica e limitata, anche se in certo modo attuale
e bruciante [...] (CS, 112).
Purtroppo quell'intenzione rimase tale e lo storico non tornò
più sui romanzi del suo collega linceo. Quanto detto non comporta
ovviamente un'adesione piena al modello letterario e all''ideologia' di
Bacchelli: a Chabod che in una nota delle sue Premesse (p. 362
nota 4) citava il Diavolo al Pontelungo e il Mulino del Po
a proposito dell'«indifferenza [...] delle masse per l'ideale politico
del Risorgimento - libertà, indipendenza, unità»,
Cantimori obiettava - in una glossa posta a margine – che avrebbe dovuto
citare Gramsci (il volume si trova nella biblioteca della Scuola Normale
Superiore di Pisa: devo la segnalazione al collega Mauro Moretti). Questa
piccola (a qualcuno potrà sembrare anche frivola) 'agnizione' indica,
fra gli altri, un problema che richiederebbe approfondimento: quello della
cultura 'letteraria' di Cantimori e del suo riverberarsi nella sua varia
operosità di storico. Prosperi ha accennato alla costante presenza
carducciana e l'ha messa giustamente in relazione con gli ambienti di
repubblicanesimo romagnolo in cui Cantimori si formò (Introduzione,
XVIII e nota 12), ma altri scavi meriterebbero di essere fatti.
Un articolo dimenticato di Giovanni Gentile
125. Siamo risaliti a questo articolo – lo si è già mostrato
(cfr. supra, VII, 77) – da un cenno di Cantimori contenuto nella
recensione alle Cronache di filosofia di Garin, del 1955. Gentile
aveva preso a collaborare a Politica sociale, rivista diretta da
Renato Trevisani, nel 1929, anno della sua fondazione. Nella bibliografia
gentiliana di Vito A. Bellezza vengono segnalati tutti i precedenti saggi,
ma non questo, che non è stato ricuperato nemmeno nel secondo dei
due recenti volumi di Politica e cultura (Firenze, Le Lettere,
1991), nel quale sono stati raccolti gli interventi, anche secondari,
del filosofo nel dibattito politico-culturale degli anni del fascismo.
Le note al testo sono nostre.
LA POLITICA SOCIALE DEL REGIME
La politica sociale del vecchio regime era di provvidenze, per dir così,
paterne: assistenza ai vecchi, ai fanciulli, alle donne lavoratrici, agl'invalidi:
assistenze di carattere legislativo, che sottraevano perciò questa
difesa della società, specialmente negli strati più vasti
della Nazione che sono quelli delle classi operaie, all'arbitrio e all'alea
della semplice filantropia; ed erano certamente un indizio e un effetto
del nuovo concetto, che si faceva strada, dello Stato, non più
forma agnostica di un contenuto autonomo nelle sue forze sociali ed economiche,
ma attività organizzatrice della vita del popolo, e quindi aderente,
anzi intrinseca alle stesse forze sociali della Nazione. Erano una prima
forma d'interessamento e d'intervento dello Stato nella economia nazionale,
e quindi un primo passo del superamento del concetto liberale dello Stato
stesso. L'azione del socialismo corrodeva già il carattere puramente
liberale, o più propriamente liberalistico, dello Stato.
Il Regime fascista non ha abbandonato questa forma di politica sociale.
Anzi la ha accentuata con leggi e istituti organici, che sistematicamente
disciplinassero l'azione assistenziale dello Stato agl'individui alla
cui conservazione e al cui normale sviluppo è legata la forza e
la vita dell'intera Nazione; e gl'interessi dei quali cessano perciò
di essere interessi privati per diventare pubblici e di Stato. Basti ricordare,
per questo riguardo, la grande Opera per la Maternità e Infanzia,
che organizzata come un'opera parastatale, tende, al pari dell'Opera Nazionale
Balilla, ad essere assorbita nel circolo dell'attività dello Stato,
poiché infatti risponde a una funzione analoga dell'Opera Balilla,
che è per rientrare di pieno diritto nella competenza del Ministero
della Educazione Nazionale. Un identico interesse nazionale e sociale
è alla base della Maternità e Infanzia, poiché l'allevamento
come l'educazione fisica è l'inizio necessario ed essenziale di
ogni educazione spirituale e spetta a quel medesimo ordine di attività
onde lo Stato provvede alle sue finalità etiche promovendo la formazione
e sviluppo delle forze intellettuali e morali della Nazione.
126. Ma la politica sociale del Regime fascista da questa funzione paterna
e indirizzata bensì alla soddisfazione di bisogni nazionali, ma
direttamente rivolta alla formazione dell'individuo sociale, è
passata a un più vasto campo dal giorno che ha cominciato a realizzare
il suo concetto dello Stato come forma concreta della effettiva organizzazione
sociale derivante dai mutui rapporti del capitale e del lavoro in tutte
le loro determinazioni: conseguenza così del concetto etico dello
Stato, come realtà ideale che gl'individui recano in atto superando
i loro limiti naturali, proponendosi scopi superiori ai loro interessi
e alla loro stessa esistenza – che è l'affermazione più
rigorosa ed assoluta del valore dello Stato; come delle estreme forme
sindacaliste del movimento socialista, che lo Stato negavano perché
non aderente alla realtà economica e spirituale delle masse sotto
la spinta dei loro naturali rapporti tendenti a ordinarsi nei sindacati.
Punto di convergenza e superamento storico del liberalismo, che, attraverso
la critica interna del concetto di libertà, era pervenuto all'idea
dello Stato come sostanza morale, e del socialismo che, attraverso la
lotta di classe disgregatrice e annullatrice dell'unità statale,
era sboccato nella concezione sindacalista che il potere politico risolve
e immedesima nella stessa struttura economica della società. Il
Fascismo, pertanto, è antiliberale (e si dovrebbe dire, antiliberalista)
quanto è antisindacalista. Beninteso però, che l'opposizione
in entrambi i casi non è pura negazione, ma correzione e integramento
di quel che di astratto e unilaterale era così nel liberalismo
come nel sindacalismo. Giacché bisognerebbe una volta cominciare
ad intendersi circa il valore di quella polemica fascista contro gl'immortali
principii, di cui si fanno forti i liberali nel campo astrattamente teorico
rappresentando il fascismo come semplice autoritarismo e anacronistico
reazionarismo. Mussolini ha molte volte protestato contro queste stolte
accuse, e fieramente affermato che egli va avanti e non torma indietro.
In verità, non è in giuoco la libertà, bensì
soltanto il concetto angusto di essa. Il vecchio liberale ha un concetto
falso della libertà, perché, concependola come un diritto
naturale ossia come un attributo proprio dello spirito nella sua stessa
immediata individualità idealmente anteriore allo Stato – nella
cui storica universalità l'individuo propriamente realizza e conquista
i suoi valori – ne fa qualche cosa di contradittorio e di assurdo. Contradittorio,
perché chi dice libertà dice non natura, anzi negazione
della natura, ossia di tutto ciò che si può presumere originariamente
esistente e bello e formato. Dice non una dote, ma una conquista, come
il sapere, la virtù e tutto ciò che dice vita e valore spirituale.
Il fascista si oppone al liberale perché vuole la libertà
sul serio: la sola libertà che sia logicamente concepibile ed effettivamente
realizzabile; cioé la concreta libertà che un cittadino
può raggiungere mediante l'organizzazione, la disciplina, lo sviluppo
e la potenza della sua nazione vivente nella forma essenziale di Stato.
Libertà, non astrattamente infinita, ossia indeterminata, ma quella
libertà che si ottiene attraverso il movimento storico estremamente
vario e circostanziato della vita sociale nella sola forma in cui questa
vita esiste in concreto, cioè nello Stato. Che perciò rimane
sempre la base e il principio di ogni libertà.
D'altra parte, il Fascismo è anticomunismo e anche antisocialismo.
Ma, anche qui, bisogna intendersi. Non meno del socialismo il Fascismo
si oppone alla concezione dell'economia liberale, negando lo stesso soggetto
che quell'economia poneva a fondamento dell'attività economica,
e, coerentemente alla sua dottrina politica, mettendo la società
alla stessa base dell'individuo agente come forza economica, e mostrando
perciò l'inseparabilità dell'interesse individuale da quello
nazionale. L'errore del socialismo è doppio: 1) non vede l'interdipendenza
delle categorie economiche sociali, e vede il contrasto dove non è
possibile che solidarietà; 2) si lascia anche sfuggire che la vita
umana e quindi la vita sociale non si esaurisce nella economia; e che
perciò lo Stato, concreta forma di questa vita sociale, trascende
la sfera della semplice economia; e lungi pertanto dal risolversi nella
frammentaria e anarchica struttura dei diversi sindacati indipendenti,
li contiene – come tutte le formazioni e strutture in cui si articola
l'economia sociale - come materia, che la forma statale può organizzare,
animare, spiritualizzare appunto con la sua superiore, autonoma, originaria
attività etico-politica.
127. Il socialismo, negatore dello Stato anche quando comunisticamente
ne fa l'unico o unitario agente economico, riducendo la politica ad economia,
spoglia la materia dello Stato, ossia della concreta vita spirituale della
Nazione, della sua forma ideale e d'ogni suo valore morale, e ne fa una
massa inerte e morta. Ma ha ben ragione di affermare l'esistenza innegabile
del contenuto; di tutta la massa degli interessi, che sono naturalmente
alla base della vita morale dell'uomo; di tutto il ricchissimo humus
da cui germoglia l'umana individualità con le sue istintive tendenze,
con i suoi bisogni e interessi elementari, con quella indistruttibile
e inesauribile natura che si agita nel fondo di ogni animo umano; dove
non è tutta la vita dell'uomo, ma è certo una sua parte
essenziale.
Gettare questo contenuto nella vecchia forma, stringere insieme e fondere
i due principii nell'unità vivente dello Stato che è interesse
e ideale, che è economia e missione, che è individuo particolare
e coscienza e volontà universale, che è libertà e
autorità, questa è la potente e storica originalità,
la creazione del Fascismo. Il quale perciò è una rivoluzione
e inizia una nuova epoca.
E la prova più evidente è appunto in quell'aspetto bifronte
che esso ha agli occhi di molti, che non sanno rendersi conto di questo
fatto, che ora il Fascismo pare conservazione e ora rivoluzione, e che
esso è certo il più fiero avversario del comunismo ma è
anche innegabile che, limitando e osteggiando la libertà economica
e facendo intervenire l'azione dello Stato come corporazione nel regolamento
dei rapporti economici, esso pur socializza la proprietà, e ha
potuto far pensare a taluno che tenda anch'esso al limite del bolscevismo.
E la verità è, anche questa volta, che le due tesi opposte
nell'interpretazione del Fascismo sono entrambe vere ed entrambe false,
come può facilmente vedere da se stesso chi si sia reso conto delle
precedenti considerazioni. Dalle quali risulta infatti, che ognuna delle
due interpretazioni è falsa in quanto è unilaterale. E ne
risulta altresì la complessità e lo storico significato
del Fascismo. Del quale la fisionomia essenziale si scorge nella struttura
corporativa dello Stato: forma caratteristica, come tutti più o
meno chiaramente riconoscono, dello Stato fascista.
Ho detto altrove [273] perché
sia da ritenere erronea la deduzione logica della corporazione proprietaria
(socializzazione della proprietà) dal concetto fascistico della
identità di individuo e Stato. Certo, lo Stato corporativo reca
in sé la negazione di tutto ciò che nell'individuo, economicamente
e moralmente, rappresenta un limite di fronte allo Stato: qualche cosa
di particolare che sfugge e si sottrae all'energia comunitativa dello
Stato. Ma questa negazione è quel medesimo processo spirituale
e storico (immanente alla vita umana sociale) in cui consiste il processo
eterno e infinito dello Stato. Il cui carattere spirituale importa appunto
l'infinità inesauribile della sua attuazione, e quindi la indistruttibile
presenza del punto di partenza da cui esso prende le mosse per attuarsi:
punto di partenza sempre diverso ma sempre identico, ossia sempre relativamente
universale (statale) e perciò sempre relativamente particolare
(individuale): e, secondo la terminologia sopra adoperata, sempre 'contenuto'
che deve organizzarsi nella 'forma' storicamente determinata di Stato.
128. In questa logica, che mi sono studiato di rendere più evidente
che ho potuto, è il principio della politica sociale del Regime:
di quella che il Duce, nel suo discorso di Torino, [274]
ha definito come sistema di solidarietà sociale, non più
intesa come un semplice fatto morale, ma come il carattere essenziale,
concreto e attuale, della vita sociale politicamente disciplinata. Dove
l'assistenza è l'eccezione; e la regola è l'individuo che
di assistenza non ha bisogno, perché lavora e del suo lavoro vive
in un sistema di garenzie immancabili, che sono le garenzie della corporazione.
Dove l'interesse dello Stato coincide con quello dell'individuo, e la
fortuna e benessere di questo è la fortuna e benessere di quello.
Il quale, a sua volta, curando l'interesse dell'individuo cura il suo
proprio interesse; e non per un atto di semplice buona volontà,
come era quello delle provvidenze della vecchia politica sociale, ma per
una necessità immanente alla sua stessa natura di Stato eticamente
concepito, ossia di persona che è in quanto si attua, ed ha coscienza
di sé in quanto si vuole. Sicché può mancare a se
stesso; ma dove si riscuota, e abbia il senso esatto della propria dignità,
non può non volere la sua propria potenza nella sua propria prosperità
che si attua nella prosperità del corpo sociale, in cui tutti gl'interessi
particolari sono incorporati.
GIOVANNI GENTILE
[Politica sociale, 4 (1932): 533-538]
Sommario | I.
Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II.
Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928)
| III. Il fascismo di Delio Cantimori
| IV. Bolscevismo e fascismo | V.
Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI.
Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII.
I punti di riferimento politico-culturali | VIII.
Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo
| Appendici I-VI.
[238] (18) cf. SAITTA, La Storia
del pensiero come storia nazionale in Filosofia italiana e umanesimo.
Venezia 1928 31 sgg.
[239] (19)SAITTA, Lo spirito
etc. [come eticità, Bologna, 1921] 80.
[240] (20) SAITTA – o.c. 66.
[241] (21) VICO – La Scienza nuova.
Dello stabilimento dei principi. Libro I. Degnità II, III.
[242] (22) G. GENTILE, Il torto
e il diritto delle traduzioni, in Frammenti di estetica e di letteratura.
Lanciano 1920 XI 367.
[243] (23) cfr. qui, 97 sgg. Certo,
bisogna star molto attenti nell'indagine, e s'incorre nel pericolo di
travedere, o veder troppo: son concetti ancora molto poco determinati
(le indagini giuridiche partono da altri punti di vista). Ma non si vede
altra via che queste ricerche per determinarli.
[244] (24) Riprova di questo son
per esempio le critiche e le difese di CROCE per il Berchet. Cfr. Poesia
e non Poesia.
[245] (25) La teoria gentiliana
dello stato pare uccidere in realtà la libertà, la individuale,
la personale (ch'egli chiama empirica, atomistica, e anarchica) libertà;
uccide il diritto per il dovere: per considerazione unilaterale – derivante
dalla generale tradizione filosofica – della vita etica, dalla quale ogni
elemento di originalità (di spontaneità piena) è
sbandito come anarchico, atomistico e via dicendo: onde, identificati
morale e diritto la vera libertà si trova solo nella
legge, in modo che dunque il diritto ha mangiato la morale,
e di questa ha distrutto il principio fondamentale, senza assimilarne
molto.
[246] «Anno nuovo»,
in Pattuglia, I, 33 (28 dicembre 1929): 1.
[247] «A cura di questo stesso
Ufficio [Culturale del GUF] è stato istituito un corso di lingue
inglese-tedesco, affidandone l'insegnamento al camerata prof. Delio Cantimori,
il quale inizierà al più presto tale corso» («Notiziario
del G.U.F.», ibid., I, 27, 16 novembre 1929, 2); «Presso
il Nucleo Cagliaritano per la S.D.N. (G.U.F.) sono aperte le iscrizioni
al corso pratico di lingua tedesca [...] Detto corso sarà tenuto
dal dott. D. Cantimori, incaricato del Nucleo, già incaricato di
lingua italiana per la Sezione tedesca presso la R. Università
di Perugia» (ibid., I, 32, 21 dicembre 1929, 2): nel 1929,
Cantimori aveva in effetti tenuto il corso medio di lingua, letteratura,
storia civile e storia dell'arte d'Italia per gli iscritti di parlata
tedesca presso l'Università per stranieri di Perugia (cfr. Regia
Università per stranieri. Annuario, a. a. 1929-VII-VIII E.F.,
s. n. t., 34).
[248] a.v. [A. Valori], «Un
gioco pericoloso», in Corriere della sera, 21 settembre 1929.
[249] A. Lumbroso, Le origini
economiche e diplomatiche della guerra mondiale, dal trattato di
Francoforte a quello di Versailles, vol. I, La vittoria dell'imperialismo
anglo-sassone, vol. II, L'imperialismo britannico dagli albori
dell'Ottocento allo scoppio della guerra (Milano: Mondadori, 1926-1928),
nella collana «Collezione italiana di diari, memorie, studi e documenti
per servire alla storia della guerra nel mondo».
[250] La rivista «Antieuropa»
era stata fondata da Asvero Gravelli nell'aprile del 1929: il titolo alludeva
alla contrapposizione della nuova Europa fascista a quella vecchia, liberale
e democratica. Cornelio Di Marzio e Roberto Suster ne erano collaboratori.
[251] Nel testo: non.
[252] Malaparte andò in
Russia come direttore della Stampa: cercò di dimostrare
che il bolscevismo non era un «enigma asiatico», ma un fenomeno
pienamente europeo e occidentale. Gli articoli furono poi raccolti nel
vol. Intelligenza di Lenin (Milano: Treves, 1930). Cfr. Petracchi,
«'Il colosso'», 151 nota 3.
[253] C. Angioni, «Europa-Antieuropa»,
in Pattuglia, I, 23 (12 ottobre 1929): 1.
[254] A. De Marinis, «Apparenze
e realtà della Società delle Nazioni», in Corriere
della sera, 1° ottobre 1929.
[255] Vittorio Scialoja fu delegato
italiano alla Società delle Nazioni dal 1921 al 1932.
[256] I Nuclei per la Società
delle Nazioni, attivi all'interno dei G.U.F., in cui sembra che Cantimori
allora s'impegnasse.
[257] Nel testo sono cadute alcune
parole.
[258] Nel testo: fanno.
[259] Cfr. supra nota 91.
[260] Nell'Opera omnia di
Mussolini non s'è trovato tale articolo.
[261] R. Suster, «Stampa
italiana all'estero», in Educazione fascista, 7 (1929): 417-422,
in realtà nel fascicolo di giugno.
[262] Il 17 ottobre 1929 Vladimir
Gortan, un irredentista slavo riconosciuto colpevole dal Tribunale speciale
di aver condotto il giorno del plebiscito (24 marzo 1929) due aggressioni
contro gruppi di slavi che partecipavano alle votazioni, è fucilato
nelle vicinanze di Pola. I suoi compagni furono condannati a trent'anni.
[263] Italo Balbo aveva guidato
nel 1929 due crociere aviatorie nel Mediterraneo orientale.
[264] Nel testo: istruzioni.
[265] Pattuglia, I, 24 (19
ottobre 1929): 3, riportata in gran parte supra, nota 25.
[266] S. Valitutti, «Introduzione»
a B. Mussolini, La dottrina del fascismo (Firenze: Sansoni, 1936),
XII-XVII.
[267] Ora la si può leggere
anche in «Primato»1940-1943, antologia a cura di L.
Mangoni (Bari: De Donato, 1977), 178-179.
[268] G. Nencioni, «Agnizioni
di lettura», in Id., Tra grammatica e retorica. Da Dante
a Pirandello (Torino: Einaudi, 1983), 132-140.
[269] A. Rimbaud, Oeuvres/Opere,
a cura di I. Margoni (Milano: Feltrinelli, 19785), 240.
[270] B. Croce, L'Italia dal
1914 al 1918. Pagine sulla guerra (Bari: Laterza, 19654),
205.
[271] R. Bacchelli, Mal d'Africa.
Romanzo storico, introduzione di L. Goglia (Milano: Rizzoli, 19903),
10, il corsivo è nostro: il luogo è indicato s.v. Rugoso,
6, nel Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia (vol.
XVII, 230). Il romanzo apparve per la prima volta a puntate sulla Nuova
Antologia nel 1934 e in volume l'anno successivo presso l'editore
Treves: ne è protagonista l'esploratore italiano Gaetano Casati
(1834-1902). A quanto ebbe a dichiarare l'autore a Luigi Goglia l'11 ottobre
1979 (ibid., XXXIII-XXXIV), nonostante la coincidenza di date,
non esiste nessun rapporto fra la pubblicazione del libro e la guerra
d'Etiopia.
[272] Id., Il fiore della mirabilis
(Milano: Rizzoli, 19563), 283: anche qui il corsivo è
nostro. Il luogo non è segnalato dal Grande Dizionario del
Battaglia. Anche questo romanzo fu anticipato sulla Nuova Antologia
nel 1942. Com'è noto, esso delinea la Bildung di un artista,
Ruben Brederus, che da un intellettualismo sterile e tetro approda appunto
alla «rugosa» realtà.
[273] Cfr. supra nota 182.
[274] Il discorso Al popolo
di Torino, pronunciato in Piazza Castello il 22 ottobre 1932 (Opera
omnia, XXV, 141-144): «Ci siamo già sganciati – aveva
affermato tra l'altro Mussolini – dal concetto troppo limitato di filantropia,
per arrivare al concetto più vasto e più profondo di assistenza.
Dobbiamo fare ancora un passo innanzi: dall'assistenza dobbiamo arrivare
all'attuazione piena della solidarietà nazionale» (144).
Sommario | I.
Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II.
Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928)
| III. Il fascismo di Delio Cantimori
| IV. Bolscevismo e fascismo | V.
Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI.
Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII.
I punti di riferimento politico-culturali | VIII.
Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo
| Appendici I-VI.
|