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Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)

Roberto Pertici [*]

Roberto Pertici, «Mazzinianesimo, fascismo, comunismo: l'itinerario politico di Delio Cantimori (1919-1943)», Cromohs, 2 (1997): 1-128,
<URL: http://www.unifi.it/riviste/cromohs/2_97/pertici.html>.



 

Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.


Appendici

Appendice I: Dalla tesi di laura del 1928

Appendice II: Un articolo politico dell'inizio del 1929

Appendice III: La collaborazione a Pattuglia

Appendice IV: Una recensione del 1935 sui Nuovi studi di diritto, economia e politica

Appendice V: Tre quesiti bibliografici, una mezza risposta e un'agnizione di lettura

Appendice VI: Un articolo dimenticato di Giovanni Gentile


Appendice I

Dalla tesi di laurea del 1928

102. Cantimori si laureò in filosofia il 21 giugno 1928 con una tesi in storia della filosofia, relatore Giuseppe Saitta. Il titolo della tesi era «Ulrico di Hutten e le relazioni fra Rinascimento e Riforma. Saggio monografico». Se ne offre l'indice: Introduzione (p. 1); Vita, opere ed imprese (p. 25); Osservazioni sul carattere (p. 50); Regula vitae (p. 58); Fortuna (p. 68); Dio (p. 81); Il nazionalismo degli umanisti tedeschi (p. 90); Il concetto di Nazione in Hutten (p. 100); Nazione e libertà; fondazione del culto di Arminio (p. 115); La nazione e le concezioni politiche del medioevo (p. 125); Nazione e rivoluzione (p. 135); Le idee di Hutten e il manifesto di Lutero «Alla nobiltà tedesca» (p. 145); Humana et divina (p. 153); Poesie (p. 163); Conclusione – Rinascimento e Riforma (p. 170); Appendice [Osservazioni sulla fortuna di Hutten nel periodo Romantico della letteratura tedesca] (p. 184). Il lavoro subì una revisione piuttosto incisiva in vista della pubblicazione nel secondo fascicolo 1930 degli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa e in estratto autonomo, col titolo leggermente modificato: «Ulrico von Hutten e i Rapporti tra Rinascimento e Riforma». Come abbiamo già accennato (cfr. supra, III, 29) scomparve l'Introduzione, di cui riportiamo qui il secondo paragrafo (pp. 9-15), che fissa con nettezza le sue concezioni di allora sui rapporti fra individuo, nazione e Stato. Il testo della tesi è dattiloscritto, con qualche aggiunta manoscritta che abbiamo inserita senz'altro; gli errori di battitura sono stati tacitamente corretti. Abbiamo conservato anche nelle note lo stile dello scrivente, cambiando solo la loro numerazione, che nell'originale va dalla 18 alla 25. La tesi si conserva nella Biblioteca Universitaria di Pisa, Tesi di laurea, 3687.

Storia e nazionalità

103. La nostra vita è la nostra storia. E la nostra storia non è storia di un individuo astratto, ma di un uomo, nella nazione; sopra, fuori la nazione, ma ad ogni modo, in relazione positiva o negativa con la nazione. La nazionalità dell'individuo è ben chiara, sempre: per la lingua, per i costumi, per il carattere, che sono la concreta espressione d'una lunga e varia tradizione. Un individuo che non parla non esiste; e non parlerà certo in esperanto (o almeno in esperanto non penserà). La lingua non è un elemento naturalistico; e nel parlare e nel vivere, nel pensare, si rifletteranno tutti quegli elementi che si chiaman tradizione, la quale poi si riduce al dogmatizzarsi e schematizzarsi della storia: e neppur questi sono elementi naturalistici.[238]

Se la nostra spiritualità consiste in fondo nel nostro tendere e sforzarsi al bene, non così in generale, ma al bene attivo, concreto, che può essere a volta a volta sapere, conoscere, combattere, amare, cantare, e via dicendo, [239] se questa spiritualità non può essere distinta in empirica ed assoluta, ma è tutt'una nella personalità, [240] nella individualità storica, nella vita, e se l'individualità si svolge in realtà attraverso la nazionalità della lingua, del costume, del carattere, della tradizione, possiamo dire d'aver trovata la ragione e la significazione di quella boria delle nazioni che non è solo nella pretesa d'esser le più antiche e le prime del mondo nel tempo, ma anche nel merito, nelle qualità morali; di quelle che si chiaman missioni delle nazioni, e che poi a lor volta si mostran come espressioni di quella boria od orgoglio, e che cagionan l'odio, delle nazioni. [241]

La storia nazionale è il primo grado di allargamento e di universalizzarsi dell'individuo dalla sua storia personale, ch'egli se non vuol considerarsi chiuso nello spazio e nel tempo, cioè se non vuol cessare d'essere come spirito, morire, allarga ed innalza sempre più. Da essa l'uomo trae le ragioni della sua più profonda vita, respiro più largo, e chiare determinazioni al suo sforzo verso il bene, al suo amore. E come nella sua singolarità egli, nell'agire e nel compiere piuttosto l'una che l'altra azione, s'erge giudice delle altre azioni (si pensi al tipo classico del 'malvagio' che odia il 'buono' perché già il ben fare gli suona quasi condanna) così nell'acquistar coscienza di sé nella storia, come elemento dell'una o dell'altra nazione, vede, – per la tendenza all'infinito e all'universale che è il carattere distintivo della vera spiritualità, - la sua nazione come missione al bene, come bene. Infinita nel tempo e nello spazio, (boria, imperialismo, nelle considerazioni empiriche, astratte, che il Vico condannava, che ognuno condanna), universale, aspaziale e atemporale (miti nazionali, di nuovo borie): amore, moralità, eticità in concreto.

104. La filosofia, per solito, si è tenuta lontana, nei propositi, dalla nazionalità: e questa, lasciata ai letterati e ai politici empirici, tecnici, ha assunto sempre più caratteri naturalistici, empirici, così che si è acquistata la sensazione che la nazionalità sia un elemento naturalistico da superare per arrivare ad una considerazione filosofica: e si teme di por le mani nel guazzabuglio di pseudoconcetti sociologici, e perfin geografici che le si son formati attorno.

Infatti non si può pretendere, senza cadere nell'assurdo, che un pensiero o un'opera d'arte debbano essere italiani, o tedeschi o francesi. Ma non si può neppur negare che non ci sia nessun pensiero che non appaia come francese, tedesco, italiano. Le difficoltà, riconosciute insuperabili, del problema del tradurre [242] sono una riprova della esistenza e importanza storica, spirituale, vitale della nazionalità.

Il problema dunque non va posto nel senso che la nazionalità vada superata come naturalità, come astrattezza (come fanno più o meno tutte le filosofie spiritualistiche eredi del cosmopolitismo pagano e dell'universalismo medioevale), e neppure nel senso che la nazione sia un dato di fatto indipendente da noi, cui obbedire volenti o nolenti (come fanno le filosofie positivistiche e materialistiche, quando lo fanno). Queste due posizioni conducono ad una umanità astratta e vuota di significato, per cui il bene e la moralità si esauriscono e impiccioliscono nel particulare di Tizio, Caio, Sempronio, o si disperdono nel progresso umano, nella società, e via dicendo, con un salto brusco dal piccolo o quasi nulla al tutto, che ancora una volta si identificano e confondono.

La sopra ricordata boria o orgoglio deve essere intesa nel suo vero significato: dogmatizzamento della storia, tradizione, e la su ricordata missione deve essere ancora intesa nel vero significato di illecita proiezione nel futuro della storia, di desiderio d'universalità, - quando se ne veda al fondo: e si superano da sé stesse.

Di qui si vede come l'astrattezza del dogmatizzamento della storia e del desiderio di universalità (ricordiamo dunque che il Dio che onoriamo nei nostri tempii è pur un Dio nazionale che ha adempito questo desiderio, contro e malgrado la nazione che lo creò!) abbiano indotto ad una errata valutazione della nazione, come elemento naturale, come fatto. Si potebbe dire anche che la nazionalità è un fatto, come è un fatto la lingua: perché noi non sappiamo quel che diciamo prima d'averlo detto, e quando l'abbiam detto esso ci sta dinanzi; è un fatto che non possiam mutare e che opera su di noi e nella storia anche se noi non vogliamo. Eppure se non parliamo (se non ci esprimiamo: quel che s'è detto per la lingua vale per ogni espressione) non pensiamo, non viviamo, non siamo – come è noto. Onde anche è spiegata la nazionalità di ogni storia, e come anche nelle teorie universali le nationes o le nazioni, nel senso veramente naturalistico antico o nel senso moderno, [243] siano sempre come momenti o gradi ineliminabili dello svolgimento totale.

Dunque: la vita, e la storia personali diventano, attraverso la storia e la vita nazionali, storia e vita universali. Il momento della nazionalità è un momento ineliminabile della vita morale dello spirito. E non consiste nello spirito della razza, o nella missione della nazione, o in altri elementi, e neppur soltanto nella lingua: ma nell'amore (sforzo verso il bene), che spiritualizza la storia dogmatizzata (tradizione) e che si esprime per le azioni, per la vita, e attraverso di esse nella storia viva (e svolgentesi continuamente, sì da dare l'impressione del caos e del tumulto vano). Amore che non può esplicarsi (non può vivere, svilupparsi) astrattamente, superando d'un salto la storia, ma che per essere veramente umano – è prima nazionale: chi più 'italiano', e più universale di Dante?

105. Questo essenziale carattere di eticità ha cagionato la svalutazione notoria della poesia patriottica nelle estetiche romantico-illuministiche, con il preteso carattere contingente. [244]

Da questa riduzione della nazionalità a momento di moralità, discende pure ovviamente la spiegazione della eticità della guerra, e pare abbia un po' di luce anche la eticità della politica: eticità che significa anche spiritualità.

Se si dirà che qui si vuol rifare una fenomenologia dello spirito, si potrà anche osservare come si cerchi solo di ritrovare le distinzioni e la varietà – dal punto di vista morale – nella indifferenziata unità dello spirito. Questa nazionalità intesa come espressione di volontà morale è l'unica poi che si possa identificare veramente con lo stato della filosofia moderna, e che lo riempia di quel contenuto, che possa farlo non solo capire, non solo temere, ma anche amare e venerare. Cosicché questa dottrina si presenta non come propedeutica alla dottrina dello stato, né come completamento o integramento di essa: ma come collegamento, mediazione; fra la spiritualità come amore e la spiritualità come legge. [245] Con questo concetto si evita di cadere nel mitologismo della missione: non c'è una missione propria (perché?) di nessun popolo, oltre quella di far avanzare e continuare la propria storia, che è storia di nazione in quanto storia di uomini, e viceversa. Onde non c'è un passaggio dall'uno all'altro popolo o nazione nell'incarnazione dello spirito universale, (benché questo passaggio del dominio mondiale prima o poi avvenga sempre in realtà), ma bensì lo sforzo morale di tutti i popoli ad essere sé stessi, cioè veramente popoli, come gli uomini vogliono essere sempre e più veramente e profondamente uomini e superuomini. Così si può considerare inverato anche il pensiero di Hegel e Gioberti, a questo proposito. Il pensiero di Gioberti è stato a volte accettato senz'altro perché lusinga il nostro sentimento patriottico: l'idea d'una missione del popolo italiano può ben servire pedagogicamente, per svegliare e incitare: ma alla fine sembra insostenibile nella stessa filosofia che mostra su tutto la moralità e l'eticità dello spirito.


Appendice II

Un articolo politico dell'inizio del 1929

106. Nel febbraio 1929, nelle settimane dei Patti del Laterano, Cantimori pubblicava questo articoletto su Il Campano, la rivista mensile del G.U.F. di Pisa e dei sotto-gruppi di Lucca, Livorno e Carrara, sulla quale cfr. P. Nello, «Il Campano». Autobiografia politica del fascismo universitario pisano (1926-1944) (Pisa, Nistri-Lischi, 1983), che accenna anche a questo intervento cantimoriano (p. 39), senza rilevarne l'assenza dalla bibliografia Perini-Tedeschi. Lo studioso venticinquenne, laureatosi nel giugno precedente e ancora a Pisa per l'anno di perfezionamento, torna sul suo concetto di nazione e su quello che ritiene il modo migliore di servire la patria, con parole che riprendono quasi alla lettera quanto aveva scritto nel 1927: «lasciamo ai chiacchieroni, ai dannunziani ed ai futuristi l'amare la patria, ma lavoriamo per essa: che è il vero amare!» (PSC, 26). C'è anche un invito insistente ad approfondire la conoscenza della nazione italiana, per evitare che l'entusiasmo e la fede fascista diano per risolti problemi che forse non lo sono; col rischio che – qualora questi emergano – ne derivi un'inevitabile delusione, simile a quella che gli interventisti democratici avevano vissuta, «quando s'accorsero che non tutta l'Italia era dietro a loro con l'arme in pugno, che c'erano torbidi interessi e vili speculatori fra quegli italiani pei quali essi morivano». Si ha insomma l'impressione - per prendere a prestito il gergo di allora – che per Cantimori la 'vecchia Italia' non sia ancora morta e che quindi i giovani fascisti debbano compiere uno sforzo di approfondimento e di conoscenza per rendersi criticamente conto del cammino che resta da percorrere.

La vita nazionale e i giovani

Sulle nostre bocche, nei nostri canti risuonano ora sempre le grandi parole di nazione, di stato, di patria. L'Italia, diciamo, è grande realtà e ancor più grande ideale per noi.

Però non dobbiamo solo dire; dobbiamo anche sapere, sopratutto sapere cos'è questa nostra nazione, questo nostro Stato, questa nostra patria. Non dobbiamo accontentarci di vagheggiare in queste parole gli ideali di forza e di grandezza che ognuno di noi si fa mentre s'affaccia alla vita, e misura le vie da percorrere, le cime da salire per portarvi il nome italiano, la forza e la saggezza italiane.

Molti dei nostri fratelli maggiori e dei nostri padri andarono a dar la vita per gli ideali della loro giovinezza, e quando s'accorsero che la realtà mostrava un duro viso, lontano dalle immagini vagheggiate nei primi entusiasmi, sorrisero amaro, imprecarono alle loro fuggite illusioni, negarono con esse le grandi realtà che attraverso esse si erano affermate. Quanti andarono a combattere «per far guerra alla guerra» impersonata dal militarismo alemanno – e poi, visto sorgere dal loro sangue, al posto d'una rosea pace, l'orgoglio gallico, negarono fede a chi li aveva guidati? Quanti andarono a combattere in nome del liberalismo e del repubblicanesimo oggi tanto deprecati? Quanti giovani tornarono scettici e delusi dalla immane lotta, non avendo trovato, in quel popolo incolto che oggi tutti veneriamo nel Milite Ignoto, corrispondenza ai propri ideali formati nell'aria elevata delle scuole? Quanti avevano identificato la patria con i loro ideali più o meno vaghi, e fecero «Caporetto» quando s'accorsero che non tutta l'Italia era dietro a loro con l'arme in pugno, che c'erano torbidi interessi e vili speculatori fra quegli italiani pei quali essi morivano?

107. Oggi, i torbidi interessi strisciano nascosti e l'opera vigile del Duce li vien strappando sempre più dal terreno italiano, gli speculatori sono eliminati dalla nostra vita nazionale. Ma siamo sicuri noi giovani di non essere troppo spensierati nel nostro entusiasmo, e di non confondere, nel nostro amore, la nostra patria con qualche particolare ideale che ci nasca nel cuore?

Mi spiego: siamo tutti pronti a dare la nostra vita, senza discutere. Questi ormai sono presupposti; è una cosa naturale; non c'è bisogno di dirla o di ripeterla tanto, altrimenti diventa retorica. Ma dare la vita in uno slancio eroico è, per il giovane fascista, naturale. Forse è più difficile dare alla patria tutta la vita, giorno per giorno, ora per ora, col pensiero che nessun istante dev'essere perduto, perché il tempo stringe, grandi destini aleggiano pei cieli del mondo, ed ognuno, secondo le sue attitudini e secondo le sue capacità, deve lavorare silenziosamente e trovarsi, quando il dovere chiami, pronto a dire: darò la mia vita, ma ho già dato – e il fatto conta sempre più del da farsi – il mio lavoro, l'opera della mia intelligenza, del mio pensiero, della mia anima.

Per questo, per potere servire la Patria, l'Italia, non dobbiamo solo amarla di passione, ma dobbiamo essere coscienti e consapevoli di essa, dei suoi caratteri, della sua storia che ce ne indica i bisogni. Non dobbiamo credere ch'essa sia una dea al di sopra dei cieli per la quale come per una bella donna sia bello morire, o che si identifichi solo con l'una o l'altra delle grandi tradizioni che animano la nostra molteplice vita nazionale, con l'uno o l'altro dei nostri particolari ideali, o che sia questo paese, questa terra, questa città, queste case, questo cielo, questo mare – questo tutto che va dal nostro sole ai nostri capi. Noi amiamo il nostro sole e veneriamo i nostri capi: ma se vogliamo che la nostra vita sia veramente di giovani italiani consapevoli e attenti, dobbiamo sapere che cosa sia la nazione italiana, renderci conto di quali siano i doveri che abbiamo verso di essa, per potere dir sempre giorno per giorno, ora per ora: agisco per l'Italia, sono degno di essere italiano.

Delio Cantimori

della Scuola Normale Superiore di Pisa

[Il Campano, anno V, n. 1, Febbraio VII [1929], pp. 10-11]


Appendice III

La collaborazione a Pattuglia (1929)

108. Nella lettera a Francesco C. Rossi del giugno 1962, in cui – in seguito ad alcune affermazioni del suo vecchio alunno al liceo di Cagliari, Giuseppe Dessì – cercava di spiegare le ragioni e i contenuti del suo fascismo, ricordando anche gli anni cagliaritani e gli ambienti con cui era entrato in contatto, Cantimori affermava: «non dovevano creder molto alle mie convinzioni quegli amici e conoscenti nuovi che feci a Cagliari; essi tornavano sempre a discutere e a contestare questa o quella mia affermazione, uscita in qualcuno degli articoletti che scrissi sul giornale locale di studenti fascisti, proclamandomi europeista» (CS, 139). Di questi «articoletti» non si trova traccia nella prima redazione della bibliografia cantimoriana di Perini e Tedeschi, uscita – come già s'è detto – sulla Rivista storica italiana, nell'ultimo fascicolo del 1967. Quel cenno autobiografico non sfuggì invece a Garin, che - nel necrologio apparso in Belfagor, 22 (1967): 623-660 – cita il primo di quegli scritti, «Europa» (pubblicato il 5 ottobre 1929 sul settimanale degli universitari fascisti cagliaritani Pattuglia), che quindi venne accolto nella nuova edizione, «con correzioni e aggiunte», della bibliografia, in appendice al più volte citato volume di Miccoli del 1970. Ma quegli «articoletti» – come Cantimori aveva chiaramente indicato – sono più d'uno, più precisamente quattro.

Pattuglia, settimanale fascista degli universitari di Cagliari aveva iniziato le sue pubblicazioni l'11 maggio 1929 e tirò avanti - almeno secondo la collezione presente nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze – fino al marzo 1930. Ebbe una vita travagliata: in un articolo di fine 1929, si vantavano «33 numeri, 2 sequestri, molte censure, interminabili grane, cordialità timide, inimicizie palesi, indispensabili, corroboranti. Questo, all'incirca, il nostro bilancio senza scoperti». [246] Cantimori giunse nel capoluogo sardo nel settembre del '29, vincitore (terzo in graduatoria, secondo per l'abilitazione) del concorso a cattedre di storia, filosofia, economia, diritto corporativo nei licei e iniziò il suo insegnamento nel locale liceo ginnasio. Dovette prendere subito contatto col GUF locale e lo stesso giornaletto ci dà notizie della sua attività in quest'àmbito. [247] Iniziò presto la collaborazione a Pattuglia e gli scritti che vi apparvero restano la testimonianza più interessante e compiuta di quello che sopra abbiamo chiamato il suo 'europeismo' e 'societarismo' fascisti.

L'antefatto del primo articolo è un episodio delle interminabili trattative ginevrine sul disarmo che impegnarono i governi europei nel ventennio fra le due guerre: nel settembre 1929, il rappresentate inglese lord Cecil aveva proposto all'improvviso una revisione radicale dei principî già concordati nella Commisione preparatoria, operando uno stralcio dei problemi del disarmo navale, e il nuovo governo laburista inglese aveva preso a discuterne direttamente con una potenza estranea alla Società delle Nazioni come gli Stati Uniti. La ferma reazione di Francia, Italia e Giappone aveva bloccato questa iniziativa unilaterale che sembrava vanificare il lungo lavoro svolto su tali questioni in sede societaria. Il commento di molti autorevoli osservatori italiani (e quindi delle veline governative) poneva in luce come «ancora una volta [...] .gli stessi creatori e massimi protettori della Società delle Nazioni fossero in certi casi i primi a offendere e svalutare l'opera del consesso ginevrino, per il quale invece l'Italia, che vi aderì disinteressatamente e senza cercarvi egemonie né privilegi, conserva lealmente e dignitosamente tutta la sua deferenza». [248] Nello stesso mese di settembre, il 5, alla decima assemblea della Società delle Nazioni, Aristide Briand, in un intervento in qualche modo 'storico', aveva lanciato l'idea di una federazione europea, che avrebbe dovuto agire sul terreno politico ed economico; il 9, Stresemann, nel discorso che fu un po' il suo canto del cigno, definì attuabile l'idea di Briand, ma per ora solo sul piano economico. Di fronte a questi scenari, Cantimori intervenne col suo primo articolo (abbiamo corretto i refusi, le note sono tutte nostre):

EUROPA

109. L'«Europa» è una espressione geografica. Così si potrebbe adattare ai nostri tempi la celebre frase del Metternich, e su questo tono di politica realistica e scettica si potrebbe continuare a lungo.

Ma bisogna guardarsi dal fare del realismo una pregiudiziale: chi volesse essere realista ad ogni costo, potrebbe finire col non capir più nulla di politica. Tutti noi ricordiamo quanti sarcasmi siano stati usati verso la Società delle Nazioni, strumento di politica inglese, e via dicendo: chi avesse preso sul serio quei sarcasmi e quei lunghi articoli pieni di osservazioni scettiche, e avesse creduto ch'essi fossero qualcosa di più che mezzi di lotta e di polemica, sarebbe poi rimasto meravigliato e sconcertato. Ecco infatti che negli ultimi tempi la Società delle Nazioni s'è prestata ad una bella azione politica contro la prepotenza inglese: ed abbiamo potuto leggere che la S.d.N. ha una sua ragion d'essere. Del resto, se non l'avesse avuta, la partecipazione italiana sarebbe stata molto meno attiva di quel che non sia sempre stata. Questi fatti è opportuno ricordarli, perché lo scetticismo per la S.d.N. è troppo diffuso, e l'interesse per essa è troppo scarso: ma è dalle nostre file che dovranno esser scelti i rappresentanti dell'Italia di domani nelle lotte internazionali: e non si può ben agire se non si sa, e non si sa se non si è avuto interesse.

Torniamo all'Europa. Ora si parla molto degli stati uniti d'Europa, secondo il piano Coudenhove-Kalergi adottato dal Briand. Ideologie umanitarie, fantasie a sfondo confuso e torbido, d'accordo. Mascheratura d'interessi egemonici, ancora d'accordo.

Ma, e per questo dobbiamo disinteressarcene e riderne soltanto? Se avessimo fatto così alla S.d.N., ora l'Italia non avrebbe potuto compiere, insieme con la Francia e con il Giappone, quell'azione che ha fermato Lord Cecil. Certo questi nuovi Stati Uniti minacciano d'essere ancor più accademici della S.d.N.: ma, cosa vuol dire accademici? Che la loro azione si ridurrà tutta a logomachie, a lotta di parole, di ideologie. Ma chi poi disprezzasse tanto le parole, le ideologie, commetterebbe un grave errore.

Ricordiamo, per esempio [***]. Nella maggiore collezione non ufficiale di libri sulla guerra che si pubblichi in Italia, quella Mondadori, è uscito un libro sulle origini appunto della guerra, del Lumbroso. [249] Questo storico, già accanito germanofobo, ora crede d'aver dimostrato che la responsabilità della guerra ricade sulla Gran Bretagna. Il che può anche dimostrare che la responsabilità ricade su entrambi. Ora, chi non ricorda quale enorme forza di propaganda e di coesione fu, presso i popoli dell'Intesa, l'accusa fatta al nemico: «tu hai voluto la guerra» ? Ed eran parole: opuscoli, libri, collezioni: parole terribili, che han fatto molto più di quel che non si creda.

Ed è noto quanto male faccia la propaganda antifascista e massonica: parole, parole in gran parte, sarcasmi, storielle, invettive, richiami a principii morali e via dicendo. Le questioni accademiche, guardate a questa luce, diventano abbastanza interessanti; si fa presto a passare da una questione accademica sullo stato a una ideologia politica, da una affermazione morale a una diffamazione.

110. Ora, noi italiani non dobbiamo lasciare questa potentissima arma nelle mani degli altri, che poi ci rifiuterebbero la parola, col dire: voi non ci credete, voi parlate per puro machiavellismo. Nell'accademia europea abbiamo anche noi la nostra parola – e un'alta parola! – da dire. Sia pure per affermare l'«antieuropa» [250] - quella di Cornelio di Marzio e di Roberto Suster -, noi [251] dobbiamo metterci dentro questa Europa. Ben vengano gli Stati Uniti d'Europa: noi ci metteremo al loro capo, se saremo preparati. Quindi la presente reazione italiana a questa ideologia, dev'essere intesa non come un rifiuto a priori, una pregiudiziale antieuropea, ma come una riserva, che ci permetta di agire liberamente domani. Le pregiudiziali, e soprattutto quelle che s'ammantano di realismo, sono pericolose: tutti lo sappiamo, ma spesso ce ne dimentichiamo.

Dov'è che si deve affermare l'antieuropa? In Asia o in Africa forse? No: in Europa. Non ci dimentichiamo di questo. E non ricadiamo nell'errore degli ideologi russi del secolo scorso. Essi furono i primi inventori del mito d'un'Europa staccata dalla Russia, asiatica, che Curzio Malaparte ci ha illustrato sulla «Stampa» di quest'estate [252] -, di una Europa in decadenza, che la Russia avrebbe dovuto rigenerare, immettendovi forze vergini. Intanto, credevano l'Europa finita, rovinata, esausta: e se la son trovata di fronte tanto resistente, e forte ancora!

Quegli ideologi parlavano dell'Italia come culla, con Roma latina e papale e col Rinascimento, della civiltà europea, ed essi volevano combattere appunto contro il razionalismo italiano, da essi accusato di ipocrisia e falsità. Così come ancora oggi i diplomatici russi accusano l'Europa di ipocrisia e falsità. Noi, non dobbiamo credere che tutte queste accuse alla civiltà creata da noi stessi siano poi completamente vere: l'Italia deve creare il suo impero spirituale in Europa, e non lo può fare se non ha fede nella materia che deve lavorare. Se l'Europa fosse così corrotta come ci dipingono, non ci sarebbe che prendere il vapore o l'aeroplano, e andarcene in America, per non lasciarci appestare da tale corruzione. Noi invece rimaniamo nel bel centro di questa Europa, e la ricondurremo alle sue origini, latine e italiane, perché crediamo – nonostante tutto – in essa. La stessa ideologia antieuropea, si volge più contro la Russia e l'Europa non europea, americanizzata, che contro la vera Europa, la nostra Europa.

Guardiamo con attenzione, ma senza quella diffidenza pregiudiziale che conduce all'incomprensione, alle nuove ideologie europee: e cerchiamo di farle nostre: di dar loro l'impronta italiana.

Delio Cantimori

[Pattuglia, I, 22, 5 ottobre 1929, 1]


111. L'articolo di Cantimori dovette sembrare subito piuttosto eterodosso ai fascisti di Pattuglia, tanto che gli veniva apposta in calce questa nota:

    Abbiamo pubblicato l'articolo del valoroso collega Cantimori pur non condividendo le sue belle idee sulla S.d.N. E' vero che la S.d.N. non deve essere ignorata, ma è, a nostro modesto modo di vedere, pur vero che non deve essere soverchiamente tenuta in considerazione. Ciò non ostante, apriamo in tal modo le nostre colonne a questo argomento, oggi, tra i più vitali ed interessanti che a penna di scrittore si possano presentare.

Nel numero successivo interveniva infatti Carlo Angioni, che poneva radicalmente in discussione le tesi di Cantimori: difendeva innanzitutto il «realismo» («Guai quando si prescinda in tema di politica dal realismo, e ci si lasci trasportare nel campo aereo delle sottili speculazioni teoriche. Noi siamo realisti, positivisti, assolutamente anti-ideologi»); su questa base rinnovava le critiche consuete alla Società delle Nazioni («L'areopago Ginevrino è senza dubbio una bella palestra oratoria, dove spesso ammiransi i più bei campioni della democrazia Europea cercare con i mezzi più attrezzati per la difesa, il modo di sembrare i meno guerrafondai, i più pacifisti possibili»); soprattutto esprimeva dubbi sul fine ultimo della Società espresso nell'art. 10 dello statuto, il mantenimento della pace:

    Idea mitica questa, tanto bella quanto affascinante e che ha riempito d'entusiasmo il cuore della cara sorella latina e della vecchia Albione. Arrestare d'un tratto la storia, potersi fermare a Versailles, in fondo non è una cosa tanto brutta, in ispecie poi quando, sazi fino alla nausea di bottino, stracarichi di mandati e di colonie, ci si mette al sicuro dagli attacchi dei popoli fratelli ricchi di uomini e di energia ma poveri, infinitamente più poveri, di ricchezze. [...] Concludendo dunque noi non riconosciamo la S. d. N. come organismo operante, ma guardiamo con occhio calmo ma vigile l'attuale politica Europea ed in ispecie quella dei Balcani, classica terra di bombe e fucilate, condurci inevitabilmente ad un nuovo attentato di Serajevo. [253]

Quella dell'Angioni era dunque una prospettiva tipicamente 'revisionistica', che faceva anche appello ad alcune affermazioni di Mussolini, nell'intervista a un giornalista americano dell'inizio di quel 1929: «Il nostro obiettivo non è la guerra, bensì l'esser pronti. Io credo che nel 1935 si verificheranno circostanze, le quali renderanno necessario un mutamento dell'attuale assetto Europeo [...]». A queste obiezioni, che dovevano essere tutt'altro che isolate, Cantimori rispose con un secondo articolo:

LETTERA SOCIETARIA

112. La serie interessante di osservazioni, di mise à point del camerata Angioni, a proposito del mio articolo Europa mi induce a chiedervi ancora una volta ospitalità, per chiarire il mio pensiero: la politica è negozio troppo delicato, perché si possa tacere ad un'accusa, anche implicita, di scarso realismo politico e di ideologismo: cioè di non vigile fascismo.

Chiariamo anzitutto l'argomento della questione: qui non si tratta di Europa e di Antieuropa, si tratta della S. d. N., che sono cose ben differenti, tanto che una delle maggiori preoccupazioni degli europeisti meno platonici è proprio quella delle relazioni fra l'ipotetica unione europea, e la S. d. N., così come l'altra, del modo di servirsi della Società stessa per gli scopi europei, come del resto ben si sa. Ora, in quell'articolo incriminato, io parlavo dell'Europa (proprio di quell'Europa che interessa tanto i realisti come Roberto Suster, di «Antieuropa», cfr. anno I, n. 5), e solo per incidente della S. d. N. E ricordavo un semplice ed incontrovertibile fatto, un fatto reale: la S. d. N. si è dimostrata utile all'azione combinata Italia-Francia-Giappone contro l'Inghilterra, ed ha così dimostrato di «esserci per qualche cosa» (Aldo Valori, Corriere d. Sera, 21 sett. c.a.) avviandosi così anche per la via più chiara e realistica, che a quell'acuto politico del De Marinis pare di poterle augurare per il suo prossimo avvenire (Corriere, 1 ott.). [254] Va bene?

Non dicevo affatto di credere allo statuto: non bisogna, se si vuole essere realisti per davvero, guardare ai regolamenti, ma agli scopi ai quali quei regolamenti possono servire; non bisogna guardare alle parole, ma a ciò che se ne può trarre per i nostri scopi. Se proprio dovessimo star lontani dalla S. d. N. perché nel suo statuto ci sono alcune espressioni poco realistiche, umanitarie, pacifiste, faremmo lo stesso errore di coloro (c'era anche Sonnino, in un primo momento) che avrebbero voluto la nostra entrata in guerra a fianco degli imperi centrali: in quel caso, intento nobilissimo di tenere alto il nome dell'Italia seguendo le parole del trattato e la interpretazione altrui, anche se contro i nostri interessi; nel nostro caso, preoccupazione di non accedere ad una concezione per noi dannosa, secondo le parole di uno statuto, e l'interpretazione datane dagli altri. E in entrambi i casi, una preoccupazione ed una pregiudiziale: cioè ciò che di meno realistico si possa dare.

Tornando alla S. d. N. , dunque, vedi che il mio atteggiamento ha, se non altro, l'intenzione ed il proposito, almeno teorici, di essere veramente realistico, e scettico sul serio, cioè criticamente, pronto a rivedere il suo stesso scetticismo al lume dei fatti, nudi e crudi, uno per uno, e senza tener conto troppo del passato, – quello della S. d. N. merita i suoi scherzi e le sue derisioni, ma questo ha a che fare con la storia, e non con la politica -, o dei regolamenti, degli statuti, o dei discorsi, che son da valutare come tali, fatti speciali fra gli altri fatti, ma non certo più probativi delle azioni.

113. Dunque? Dunque, mi pare che proprio l'A. si sia lasciato prendere dall'entusiasmo, ed abbia fatto della teoria vera e propria, ed anche di quella, più insidiosa: la teoria del realismo. Quando l'Angioni parla della palestra oratoria sul lago di Ginevra, intende parla- [***] sicuro. Forse perché essi vi fan sentire la nota giuridica, essenzialmente realistica già, appunto pronta a servirsi di quello statuto secondo l'interesse del loro paese. Questi son fatti e non parole: Scialoia, [255] e gli altri rappresentanti dell'Italia, hanno un atteggiamento scettico, sì, ma non di quello scetticismo negativo, – che non si appaga che nella critica sterile! – anzi, di uno scetticismo sempre più costruttivo. E poi, perché i nostri nuclei [256] dovrebbero desiderare la «quasi vivissima simpatia generale» di quella brava gente, se non avessero una certa stima della sua forza?

Ed ora guardiamo realisticamente, ma davvero, alle teorie sulla guerra e sulla pace. Crede davvero l'A. che se avessimo noi il bottino dell'Inghilterra o della Francia, noi saremmo proprio così umanitarii e supremamente buoni, da regalarlo alla sorella latina? E crede che i nostri lontani pronipoti, che godranno dell'impero italiano, desidereranno molto la guerra disturbatrice di quell'impero?

La guerra perpetua è altrettanto poco reale quanto la pace perpetua, se concepiamo, come mi pare che l'A. faccia, la teoria della guerra in contrapposto a quella della pace [. La guerra e la pace] sono[257] dati di fatto da riconoscere (come nella celebre frase del Capo del Governo, che tu citi) e non teorie, scettiche o meno, da bandire. Io non concepisco la S. d. N. come il suo statuto pretenderebbe, cioè come una società d'assicurazione per la pace, ma piuttosto come essa veramente è, come un terreno di lotta nel quale ci son molte battaglie da combattere, alle quali noi ci dobbiamo preparare.

L'A. parla di conflitto fra idea (teoria) e realtà (pratica): ma questo conflitto è una pura apparenza. Ci sono invece tante ideologie (non idee), che servono a mascherare gli interessi: è così; e non bisogna prendersela – chi si scandalizzasse di questo, mostrerebbe di avere in fondo all'animo tenere, magari inconsapevoli, nostalgie per un mondo tutto di persone oneste, che dicessero sempre la verità, che facessero il bottino per gli altri, e così via dicendo: idealità quanto mai utopistica e democratica! – E se non si sta attenti si perde proprio la calma, e si impreca contro gli altri popoli, che non sanno [258] pensare ai più poveri. L'Italia fascista non impreca, come per un'elemosina rifiutata, o per rosee speranze deluse, contro la ipocrisia altrui – non è che ce ne accorgiamo adesso soltanto! – ma guarda, preparandosi, non all'Europa soltanto, ma al mondo intero. Italiani ce n'è per tutto il mondo, ricordiamocelo bene! E focolai di guerra non ce n'è solo in Europa, ma in tutto il mondo, ed una nuova guerra non potrà essere che mondiale, teniamo presente anche questo.

Ecco dunque che alla luce dei fatti, l'accusa dell'A. – per me era una vera e propria accusa – mi è sembrata ingiustificata, in quanto a realismo: io parlavo di fatti, e non facevo teorie, né esaltatrici, né denigratrici: constatavo, come soltanto, a mio parere, bisogna fare in politica. Ho voluto rispondere così a lungo, anche perché dagli sviluppi dell'articolo dell'A. poteva parere che io nutrissi ideologie pacifiste: il che è lontanissimo dalle mie idee; come è lontanissimo da me l'utopismo, di tutti i generi, mistici o meno.

L'A. scusi che l'ho intrattenuto a lungo; ma spero di avergli dimostrato che, almeno nelle intenzioni – e sono quelle che contano – andiamo d'accordo, come è dovere di buoni colleghi e camerati. Spero che potremo continuare a discutere fra noi, senz'annoiare oltre i lettori di «Pattuglia», perché andando avanti finiremo in un campo tecnico, di ristretto interesse per gli altri.

Delio Cantimori

[Pattuglia, I, 24, 19 ottobre 1929, 1]

Cantimori svolgeva alcune di queste idee anche in un successivo articolo:

PASSAPORTO PER L'IMPERO

114. «Ogni cittadino senza passaporto corre il rischio di essere una pedina inutile nel giuoco dell'imperialismo fascista». Così Camillo Pellizzi in un articolo di fondo sul «Popolo d'Italia» del 6 agosto di quest'anno, articolo poi riportato da varii giornali, fra i quali notevole l'«Assalto» di Bologna. L'amico che me lo mostrava sorrideva, un po' amaramente, un po' ironicamente, di quella frase: ed infatti non le si può negare un certo aspetto paradossale ed urtante a prima vista. Come? non si potrà essere buoni cittadini d'Italia, dell'Italia imperiale, se non si sarà usciti dai suoi confini, per andare a prender diretto contatto con le varie degenerazioni europee, a guastar la nostra salute paesana nelle «metropoli tentacolari»? Non si sarà buoni fascisti se non si sarà passato qualche tempo nei focolai dell'umanitarismo, della democrazia, dell'internazionalismo?

Sarebbe certo una cosa molto strana. Ma il geniale sostenitore della «concezione aristocratica del fascismo» non la pensava certamente a questo modo. Egli scriveva anche: «Tutto può giovare fuorché una cosa sola: l'isolamento; tutto giova fuorché il rinchiudersi nei propri confini e là ripetere ogni giorno l'affermazione, vana perché inutile ed unilaterale, della propria superiorità, della virtù propria al cospetto degli errori degli altri». Parole molto sagge e degne d'esser meditate. E particolarmente da noi, che dobbiamo essere i pionieri della grandezza italiana, se non vogliamo tradire il sacrificio dei nostri padri e dei nostri fratelli maggiori.

Noi [ci] dobbiamo ormai liberare, come dallo sterile scetticismo, anche dallo sterile e rettorico nazionalismo, che ci porterebbe, o al positivismo mascherato dell'«Action Française», o alla torbida esaltazione della razza eletta tipo pangermanistico. Per non essere frainteso, dirò che la grande funzione compiuta dal movimento nazionalistico italiano non deve ora essere guastata e condotta alla degenerazione da noi, per i quali non è più che troppo facile affermare la nostra italianità, e la grandezza futura della nostra nazione. La nostra futura azione deve essere imperiale, non più nazionale; noi presupponiamo il nazionalismo, ne siamo figli, ma è noto che il figlio degno del padre è quello che ne prosegue l'opera e quindi lo supera. La nostra azione, l'azione della futura classe dirigente italiana deve essere internazionale, o, se la parola fa paura, supernazionale, per essere veramente imperiale. E' un antichissimo detto di saggezza universalmente riconosciuta, che colui che vuol vincere gli altri deve prima aver vinto se stesso. Noi dobbiam vincere il nostro amore per la madre comune, per la facile vita in patria, per la grandezza della nostra cultura e della nostra civiltà, ed allargare i nostri polmoni alla fredda aria della vita mondiale, dove non troveremo il viso amico, od il calore di un entusiasmo comune, ma visi duri, ed anche diffidenze da vincere.

115. E non sempre con il nostro coraggio, e con la nostra prontezza e senso politico, potremo vincere quei nemici: occorrerà esser preparati alle loro lotte, alla loro mentalità, conoscer le vie del loro cuore, come quelle delle loro ambizioni e dei loro orgogli, da non urtare, come noi non vogliamo che si urti il nostro, e da conoscere in ogni modo, per poterli efficacemente rintuzzare, al caso. Dobbiamo prepararci a pensare ed a decidere, a prender le iniziative per conto degli altri, se è vero che gli altri han perso la via e noi invece abbiamo trovato quella giusta.

Ma questo gigantesco compito che i giovani italiani si assumono, non può esser soddisfatto se essi non cominciano a pensare universalmente, in modo valido non solo per la politica italiana interna, ma per la politica mondiale. Ha detto il Capo del Governo: «a mio avviso non ha diritto a governare una nazione chi non sia capace di guardare almeno a 50 anni di distanza» (prefazione a «Regresso delle nascite, morte dei popoli», p. 11). [259] Questo monito altissimo vale non solo per il tempo, ma anche per lo spazio: e se il realismo italiano rifugge dai programmi a lunga scadenza, è però capace di fissare molto lontano il suo sguardo, e di dominare orizzonti molto vasti.

Bisogna che noi ci assuefacciamo a questi orizzonti, e che ci consideriamo, appunto perché ed in quanto italiani e fascisti, banditori di un'idea universale, cittadini dell'Europa e del mondo.

Per poter far questo dobbiamo però imparare a pensare tanto a cinquanta anni di distanza, se non altro per poter capire i nostri futuri governanti, quanto in modo da poterci rendere conto delle varie mentalità e delle varie tradizioni storiche che si urtano e cercano di affermarsi nel mondo, e specialmente in Europa, attorno a noi. Occorre aver chiara coscienza che se ci presenteremo agli altri popoli portando all'ombra delle nostre baionette soltanto la nostra passione nazionale desteremo contro di noi le altre pur legittime passioni nazionali. Anche in questo, del resto, non abbiamo altro da fare che rivolgerci all'esempio del nostro Capo del Governo: è ancor fresco il ricordo del suo articolo, pubblicato sulla stampa internazionale, riguardo al problema dei rapporti economici fra Europa ed America. [260] Sempre a scanso di equivoci, è bene avvertire che solo guardando a questi esempi noi parliamo e possiamo parlare di forma di pensiero al di là del nostro sentimento nazionale. Anzi, si potrebbe dire che si tratta soltanto di un approfondimento e di una dilatazione di esso stesso.

116. Ancora durante l'estate ormai scorsa, Gino Olivetti ha pubblicato sulla «Stampa» di Torino una interessante serie di articoli, per indurre giovani delle classi borghesi italiane a viaggiare di più, a rendersi conto «de visu» dei vari mercati, ad avere più intraprendenza, a non guardare come a più alta meta all'impiego, al posticino sicuro, nella città o nella regione natìa. Il nostro governo favorisce con tutti i mezzi l'emigrazione temporanea per ragioni di studio: noi, che dobbiamo formare l'aristocrazia culturale di domani, dobbiamo sopratutto andare incontro a queste volontà del nostro governo, ed entrare risolutamente per le strade che esso ci offre. Roberto Suster lamentava sull'«Educazione Fascista» di luglio alcune deficienze della organizzazione informativa estera dei nostri anche massimi giornali: [261] a noi fornire gli uomini per tale impresa, procurandoci anzitutto, ancora qui in patria, le conoscenze e le capacità tecniche necessarie, per poter poi rappresentare con dignità la nostra cultura, la nostra civiltà. Ricordiamo l'importanza del giornale nella vita odierna.

E sopratutto liberararci dalla bardatura mentale dell'ultima guerra. Uno studente di Torino, morto in guerra scriveva: noi non vogliamo la guerra per Trento e Trieste, noi vogliamo la guerra per la grandezza e la dignità d'Italia. Molti puri eroi morirono invece proprio per Trento e Trieste, molti andarono a combattere per la sorella latina, che difendeva la democrazia, la libertà, la umanità. Ora ci potremo avvicinare, se sarà interesse comune, alla Francia, ma quelle illusioni dei nostri padri non torneranno più.

Così noi dobbiamo esser consci delle tante ideologie che la guerra ha lasciato, ed assumere rispetto ad esse lo stesso atteggiamento guardingo che abbiamo di fronte alle loro conseguenze: alla S. d. N., a Versailles, alla politica pacifista anglo-sassone, che è pur la stessa che ha creato l'ideologia della colpa della guerra e via dicendo, mentre d'altra parte si ignora la nostra vittoria, e si confonde il nostro sentimento nazionale con il pangermanismo tedesco, ed il nostro rigido atteggiamento di difesa dello stato con la politica austriaca d'anteguerra (vedi commenti alla condanna di Gortan). [262] Sono questi tutti aspetti e lati in apparenza soltanto lontani, di un medesimo atteggiamento mentale, che noi dobbiamo assolutamente evitare di conservare nella nostra azione. Per esempio: se volessimo fare dell'irredentismo invece che un'attività una teoria politica, basata sul famoso diritto d'autodecisione, dovremmo rinunciare agli imprescindibili diritti dello stato italiano sugli allogeni. La teoria dell'irredentismo è quel famoso diritto delle minoranze inventato ora dalla Germania! Così, se il nostro governo avesse voluto restar fedele a certe nobili passioni, che tutti noi abbiamo sentito, e che ci potranno sempre ancora agitare, non avrebbe, come fra i primi ha fatto, riconosciuto la U.R.S.S., con la quale è stato recentissimo uno scambio di nette cordialità militari, a proposito della crociera aviatoria dell'estate passata. [263]

117. Tale è la mentalità che noi ci dobbiamo creare, libera da preconcetti e da schiavitù anche alle più nobili passioni. Dobbiamo cercare cioè di imparare a dominare le passioni, ed i sentimenti, per poterli formare ed educare secondo la saggezza della nostra civiltà: dobbiamo essere freddi politici, cogli occhi aperti prima di tutto su noi stessi, pronti a trattenere il fuoco della nostra anima, qualora esso possa farci compiere mosse precipitose ed arrischiate. L'amore per la nostra patria deve indurci sopratutto a lavorare per lei, più che a cantarle la nostra passione. Dobbiamo esserne poi figli degni, e non rimanerle appiccicati alle gonnelle; allora veramente saremo italiani quando ci sentiremo universali, senza pur mai dimenticare la nostra italianità. Dobbiamo assimilarci i frutti delle altre civiltà, poiché ormai il fascismo ci fa sicuri che non ce ne potremo più fare servi, come altra volta accadde; dobbiamo cercare di capire gli altri, ora che sappiamo ben rispondere alle loro incomprensioni e mostrarci anche in questo a loro superiori; dobbiamo entrare in relazione con questo mondo che vogliamo far nostro, e quindi imparare a parlarne la lingua, a conoscerne le idee.

Allora potremo dire di esserci creata veramente una mentalità imperiale, che è il minimo presupposto, in questa epoca di imperi mondiali, per l'affermazione della nostra potenza.

Delio Cantimori

[Pattuglia, I, 25, 2 novembre 1929, 1]

Abbiamo presentato di seguito questi articoli che sviluppano una medesima argomentazione, ma fra il primo e il secondo, nel numero del 12 ottobre, Cantimori aveva pubblicato un breve corsivo in terza pagina, che prendeva spunto dalla nuova denominazione (Ministero dell'Educazione Nazionale) che aveva assunto allora (r.d. 12 settembre 1929, n. 1661) il vecchio dicastero della Pubblica Istruzione. E' utile confrontare lo scritto di Cantimori con G. Maggiore, «Dall''istruzione pubblica' all''educazione nazionale'», in Critica fascista, 7 (1929): 373-374. Si noti nell'ultimo capoverso un accenno polemico contro la scuola religiosa (siamo a pochi mesi dai Patti lateranensi).

EDUCAZIONE NAZIONALE

118. Scuole medie, scuole elementari, Università, non sono ormai più istituti d'istruzione, ma di educazione. Qual è il significato di questo cambiamento, che è un'altra prova dell'importanza che hanno le parole?

Pubblica istruzione: scienza come abilità tecnica, come massa di cognizioni, impartita alla maggior quantità di persone. Il pane della scienza spezzettato in tante briciole, pronto per tutti: divulgato, dato al volgo, al pubblico. Democrazia: la massa anonima dei padri di famiglia, irresponsabile degli errori e della ignoranza dei figli gravava in nome dei suoi interessi e dei suoi sentimenti sulla scuola, che del resto non aveva alcuna autorità morale che la facesse rispettare, in quanto voleva soltanto rilasciare attestati di cognizioni apprese. L'intransigenza non ha a che fare con la tecnica. Bisognava servire il pubblico, e basta.

Educazione nazionale: formazione morale dell'italiano. Preparazione alla vita di cittadino: scelta dei migliori. Le cognizioni e il loro apprendimento posti ancora alla base, come imprescindibili materialmente; ma non più sufficienti: punto di partenza, strumento di elevazione e di forza. Ma sopra di esse la chiara coscienza dei doveri del cittadino, che impara a riconoscere, attraverso il vario mondo delle cognizioni, la vita superiore dello stato. Aristocrazia: intransigenza morale che premia il capace e forma il senso della responsabilità. La scuola nella vita: così scompare il vecchio dualismo, tanto abusato dai pietosi raccomandatori.

Aperta a tutti: ma a tutti coloro che sanno, possono e vogliono; non ai pigri dunque e ai disgraziati: i quali si devono elevare alla sua dignità e non devono pretendere che essa si abbassi fino a loro. E sopratutto libera da istituzioni [264] estranee, da interessi che non siano i suoi propri e da sentimentalismi fuori di luogo nella vita moderna. Per una persona poco istruita si poteva anche avere qualche riguardo; per una persona poco educata, nessuno; tanto più che, data la nazionalità dell'educazione impartita nella scuola, la mancanza di essa verrà anche a significare mancanza di italianità.

Come significa mancanza di coscienza nazionale il ricorrere a fonti di educazione differenti da quelle offerte dallo Stato.

Delio Cantimori

[Pattuglia, I, 23, 12 ottobre 1929, 3]

Ricordiamo ancora, a dimostrazione del legame di Cantimori con Pattuglia, la recensione firmata dallo pseudonimo ciorì (che potrebbe nascondere lo stesso C[antim]ori), del romanzo del padre La strada mia corta [265] e la collaborazione su temi prevalentemente letterari di Claudio Varese, normalista dal 1928 al 1930, di cui si segnala l'articolo «Scuola di Diritto Corporativo nella Università di Pisa» (Pattuglia, II, 5, 1° marzo 1930).


Appendice IV

Una recensione del 1935 sui Nuovi studi di diritto, economia e politica

119. Sull'ultimo numero della rivista di Spirito e Volpicelli, prima della forzata interruzione, uscì questa dimenticata recensione di Cantimori al volume di Giuseppe Santonastaso su Proudhon, ulteriore conferma del legame che intratteneva con Spirito e il suo gruppo:

G. SANTONASTASO, Proudhon, Bari, Laterza, 1935 (Bibl. di cultura moderna, n. 264), p. 200, L. 12.

Questo nuovo libro del Santonastaso potrebbe esser definito «introduzione allo studio del Proudhon»: ottima, se pure più di carattere riassuntivo ed espositivo che critico. Il Santonastaso s'è fatto tutt'uno col Pr., forse per una certa congenialità della sua mente fervida e dai larghi interessi con questo scrittore appassionato, di vaste letture, dai molteplici interessi, ricco di formule suggestive ed eloquenti, - oltre che di profondità e acutezza di pensiero, e di vigore politico. Ne è venuto un libro un po' rapsodico, che offre però un ottimo strumento per un primo contatto con il mare magno delle opere proudhoniane: è un panorama molto chiaro, nel quale ci si può orientare per iniziare lo studio del Pr., e che allo stesso tempo offre un sommario efficace e vivido delle idee di lui per chi voglia esserne informato.

L'elaborazione critica e la valutazione storica del Pr. rimangono però solo implicite, e il filo di esse si perde un po' attraverso la grande quantità di argomenti che il S. ha dovuto toccare e comprendere nel suo libro.

Pare che il S. abbia tenuto d'occhio più le soluzioni di singoli, se pure importantissimi problemi, offerteci dal Pr., che la ispirazione etica fondamentale di questi.

Infatti alla fine il S. sente il bisogno di affermare il primato della categoria etico-politica su quella economica, che secondo lui sarebbe la categoria fondamentale del pensiero proudhoniano (p. 180). Invece tutto il pensiero del Pr. è accentrato sulla esigenza della eticità politica e della moralità individuale. I «fondamenti del progresso» (è il cap. II del Santonastaso), sono la libertà e la giustizia: sono esse che fanno la storia, sono esse l'elemento attivo della vita degli uomini, secondo il Pr. L'una, intesa come «spontaneità collettiva e individuale», l'altra, come rapporto fra uomini liberi, come «rispetto spontaneamente provocato e reciprocamente garantito dalla dignità umana, in qualsiasi persona e in qualunque circostanza essa si trovi compromessa e a qualsiasi rischio ci esponga la sua difesa» (p. 32, nota in fine). Il S. sembra qui aver visto chiaro come l'esigenza etica, della dignità dell'uomo, sia alla base di tutto il sistema, e venga idealmente prima di libertà e di giustizia, e d'ogni altra cosa. Questi uomini non c'interessano ormai molto per tentativi come quello delle banche a credito gratuito, e neppur molto per le loro specifiche formulazioni di programmi e soluzioni di problemi del loro tempo – se non in sede storica. Quel che ci affascina nel Pr. è il vigore e la lucidità della sua consapevolezza del problema etico, per la fermezza e l'intransigenza ideale insita nel suo fervore pei principî etici, base e fondamento primi d'ogni convivenza veramente umana, d'ogni storia. Ad essi ogni azione di reale importanza innovatrice, di valore veramente universale, deve prima di tutto informarsi, ad essi deve tener fermo su ogni altra cosa, al di sopra delle situazioni politiche, al di sopra della tecnica, al di sopra dell'economia. Non che il S. abbia trascurato questo punto, ma avrebbe dovuto dargli, ci pare, rilievo molto maggiore, come al filo conduttore del pensiero proudhoniano. Egli invece si preoccupa di mostrare come nella realtà politica quei due fondamenti del progresso si presentano come esigenze del federalismo e delle autonomie locali, di contro allo statalismo accentratore: il sindacato sostituirà il governo, dice il Gurvitch, interprete giuridico del pensiero proudhoniano, seguito a ragione dal S. (p. 33 n. 2). Peccato che il S. non abbia svolto di più i pensieri di questo capitolo, che sono i più organici. Così il S., che è pur consapevole della importanza del problema religioso per il Pr., e ne ricorda la affermazione caratteristica: «L'esercizio del senso morale, della funzione giuridica è lento a stabilirsi nell'umanità: la religiosità, sorta di supplemento della giustizia, non è altra cosa, in fondo, che la prima forma ideale obiettiva simbolica della giustizia, forma che deve diminuire, atrofizzarsi attraverso il progresso della giustizia», non s'è fermato con coerenza su questo punto. Il cap. VIII («Critica religiosa») rileva soprattutto il carattere negativo della polemica antiecclesiastica proudhoniana, lasciandone in ombra il presupposto positivo, l'esigenza della eticità umana; alla stessa maniera, il cap. VII («Moralismo proudhoniano») si ferma su problemi particolari, della famiglia, della donna, dell'arte.

120. Anche per i problemi economici, che paiono interessargli di più, il S. si tiene piuttosto ad una esposizione riassuntiva, con qualche accenno di interpretazione. In fondo qui il S. fa propria la sostanza degli argomenti di Carlo Marx contro il Pr. affermando: «La nuova trasformazione della società può avverarsi solo a condizione che si eliminino tutte le istituzioni, mercè le quali alcuni individui possono sfruttare la massa»; e si è sempre su quel piano etico, che sopra abbiamo accennato.

Dopo aver indugiato sulla teoria del possesso, che il Pr. vuole sostituire alla proprietà nella prima fase del suo pensiero, il S. segue poi l'evoluzione di questo pensiero verso la giustificazione della proprietà, come salvaguardia contro l'assolutismo statale: «servire di contrappeso alla potenza pubblica, bilanciare lo Stato, tale dev'essere la funzione principale della proprietà» (p. 77), e ne illustra convenientemente il sostrato etico-politico, l'esigenza della libertà individuale come presupposto della eticità.

Qualche volta il pensiero del Pr. è trasportato con forse troppo grande arditezza in termini, diremmo, marxistici: «La guerra è il prodotto della civiltà capitalistica. L'anarchia economica che circola nel capitalismo, si conclude nella guerra; questa, essendo incompetente a risolvere i problemi economici, dovrà finire nell'avvenire» (p. 117). Non si nega che questo sia il pensiero del Pr.: ma non è certo il suo tono.

A proposito del problema del «federalismo europeo» e del giudizio negativo del Pr. sul moto unitario e nazionale del Risorgimento italiano, avremmo amato vedere approfondito, o per lo meno meglio precisato, il rapporto fra il Ferrari e il Pr.: il S., accedendo alla tradizionale interpretazione storica del Risorgimento, come moto di volontà unitaria e nazionalistica, è portato a riflettere questa opinione sul Pr., che secondo lui avversò il Risorgimento soprattutto come patriota francese.

Sorprende poi che il S., il quale ha riconosciuto l'importanza eccezionale del Carteggio del Pr., e gli ha anzi dedicato un capitolo apposito, non se ne sia servito ancor di più nel suo lavoro, ma gli abbia dedicato un saggio a parte, dove si parla più della psicologia e di lati secondari della persona del Pr., che delle sue idee, le quali sopratutto ci interessano. Ad ogni modo, così come sta, l'esposto che il S. ci offre del pensiero proudhoniano è utilissimo, perché serio, completo, assennato. C'è un'ottima bibliografia, preceduta da un breve saggio conclusivo sui principali giudizî dati sul Pr.

D. Cantimori

[Nuovi studi di diritto, economia e politica, 8 (1935): 305-306]



Appendice V

Tre quesiti bibliografici, una mezza risposta e un'agnizione di lettura

121. Nel suo saggio cantimoriano, Silvana Seidel Menchi riporta un brano di una lettera di Cantimori a lei diretta (24-25 ottobre 1961), in cui egli rievoca in questi termini una sua recensione degli anni '30 a un saggio di Salvatore Valitutti:

    Cantimori [...] recensendo una volta uno scritto del Valitutti si congratulava perché Valitutti aveva riconosciuto che il socialismo aveva avuto una funzione educativa portando il popolo dal ribellismo e dall'estraniazione alla politica alla coscienza dei problemi politici. Tipiche deformazioni idealistiche della realtà: [...] erano le goffaggini, errori ed ingenuità dello studioso idealista che si avvicinava incespicando all'interesse per il socialismo e per il movimento operaio.

La Menchi identifica il saggio di Valitutti in un suo contributo, «Il socialismo e la Carta del lavoro», a un volumetto dell'Istituto nazionale di cultura fascista dedicato a La Carta del lavoro e il pensiero politico moderno pubblicato nel 1937, in cui veniva dato sul socialismo un giudizio simile a quello ricordato da Cantimori; ma non è riuscita a rintracciare la recensione in questione, che sarebbe rimasta sin qui sconosciuta. Ritiene che una sua identificazione «ci permetterebbe di datare con più precisione e definire meglio il primo, incerto approccio di Cantimori» ai valori del socialismo e del movimento operaio (Seidel Menchi, 782).

Ma nella bibliografia di Cantimori è compresa (e ristampata in PSC, 642) una sua segnalazione, comparsa sul Leonardo dell'ottobre-novembre 1937, a un lavoro di Valitutti: si tratta del commento scolastico (Firenze: Sansoni, 1936) alla Dottrina del Fascismo di Mussolini, che pare al recensore il migliore di quelli finora apparsi, «chiaro, preciso, bene informato, può essere utile anche fuori della scuola». Nell'Introduzione, fra l'altro, Valitutti scriveva:

    Il movimento politico che effettivamente cominciò a vincere l'assenteismo del popolo fu il movimento socialista nell'ultimo decennio del secolo XIX e soprattutto nel primo decennio del secolo XX. Per quello che riguarda l'estensione quantitativa di questo iniziale risveglio politico popolare, operato dal socialismo non bisogna, però, esagerare come molti hanno fatto e continuano a fare; basti pensare al fatto che il socialismo, tranne che in alcune zone relativamente progredite, non penetrò nel popolo rurale. Ma sia pure in proporzioni minori di quelle vantate, questo incipiente risveglio fu reale, e fu il socialismo a produrlo. Certamente questo primo albore politico in alcune frazioni del popolo fu, all'inizio, un fattore positivo nell'immobilità corrosiva della vita italiana; e sempre più positivo sarebbe potuto diventare se la classe dirigente del socialismo fosse stata capace di interpretare le effettive esigenze del popolo che pur diceva di voler dirigere e guidare. La positività, a cui abbiamo accennato e che rimase, nacque dal fatto che per la prima volta larghi strati popolari cominciarono ad avere un sentimento, sia pure vago, di compiti sociali da adempiere, al di là del loro particolarismo, e si riunirono, al di fuori dei loro confini municipali e regionali, in questo sentimento. Furono questi i primi germi gettati in un terreno vergine e fino allora sterile e chiuso, germi che se fruttificarono male ebbero, tuttavia, il vantaggio di preparare la terra a nuove, più propizie e feconde seminagioni.

122. Seguiva il quadro consueto della trasformazione del socialismo da «elemento propulsore» a fattore retrivo e controrivoluzionario per il prevalere, nelle sue file, della filosofia evoluzionistica, positivistica e materialistica e del sentimento antinazionale; della originalità a principio del socialismo di Mussolini rispetto a quello degli altri dirigenti del partito e del ruolo svolto dal fascismo – in continuazione e in completamento di quello svolto dal socialismo – nella 'nazionalizzazione' delle masse italiane. [266]

Come si vede, anche questa Introduzione presenta i temi ricordati da Cantimori nel 1961 e quindi la recensione sul Leonardo potrebbe esser quella cui Cantimori faceva riferimento. Ma se la leggiamo, non troviamo, se non in termini molto criptici, le «congratulazioni» cui lo storico avrebbe alluso molti anni dopo:

    Il Valitutti è uno dei pochi studiosi che sanno vedere la storia del Fascismo entro la storia sociale d'Italia, e che cercano di sollevarsi a una considerazione politica superiore. Non è il caso di stare a soppesare minutamente la maggiore o minore utilità che avrebbe avuto l'aggiungere una trattazione storica più precisa alla trattazione prevalentemente dottrinale che il Valitutti ci offre; né è il caso di discutere la maggiore o minore opportunità di ricordare il nazionalismo e personalità come l'Oriani, nell'Introduzione. Rileveremo invece la nota biografica, che pur nella sua estrema brevità, è suggestiva per citazioni ben scelte degli scritti di B. Mussolini, da ogni periodo della sua vita.

Dunque si sottolinea la capacità di Valitutti di calare il fascismo «entro la storia sociale d'Italia» e gli si rimprovera il credito accordato a Oriani e al nazionalismo fra le fonti della dottrina fascista. Resta quindi il dubbio se sia veramente questa la recensione cui Cantimori si riferiva nel 1961. In caso affermativo, c'è da chiedersi se sia esistita magari una prima redazione in cui il suo apprezzamento fosse più esplicito, o se il Cantimori 1961 ricordasse le riflessioni che la lettura di quel testo avevano prodotto in lui, ma che poi non registrò nella breve nota, o che semplicemente volesse fare un esempio, con generici riferimenti testuali, di come uno studioso idealista potesse avvicinarsi,«incespicando», all'interesse per il socialismo e il movimento operaio: comunque siamo alla fine del 1937.

123. Belardelli ha richiamato l'attenzione degli studiosi di Cantimori sul volume Ricordi di Giovannino (Verona: dai torchi della Officina Bodoni, 1942), la pubblicazione in morte di Giovanni Gentile jr., voluta dal padre: vi sono infatti pubblicate alcune sue lettere a un C., che - per lo meno in alcune – deve essere identificato senz'altro in Cantimori (Belardelli, 402-403 nota 69). In particolare ne viene riportata una datata: Milano, 17 maggio 1940-A. XVIII, in cui si discute di un articolo di C. sull'Università, in cui egli lamenterebbe «che, in genere, nella Università manchi affatto quella che si può dire l'educazione formativa del carattere degli studenti». Nella bibliografia cantimoriana di Perini-Tedeschi, all'anno 1940, un tale articolo non compare, né ve ne sono nel decennio precedente. Come avrà fatto Belardelli, abbiamo esaminato anche noi le riviste dove Cantimori scriveva in quegli anni, alla ricerca di tale scritto, ma senza risultato. E' anche possibile che la data sia imprecisa, soprattutto l'indicazione dell'anno, che potrebbe essere stato aggiunto dal curatore del volume: ove si ricordi che l'anno seguente vide svolgersi su Primato l'inchiesta sull'università, che il 15 maggio comparve sulla rivista di Bottai la risposta de Il Campano di Pisa [267] e che tale risposta, nello stile e negli argomenti, potrebbe anche essere cantimoriana, si potrebbe anche ipotizzare che la lettera di Giovannino fosse del 17 maggio 1941, che i giovani del G.U.F. di Pisa avessero chiesto al giovane docente della Normale di scrivere quella risposta e che Giovannino lo sapesse. Ma poi non c'è una piena corrispondenza fra quello scritto e le osservazioni contenute nella lettera e soprattutto l'ipotesi ora avanzata è troppo elaborata e basata su ulteriori ipotesi: e queste – come si sa – non sunt multiplicandae. Ve n'è un'altra più semplice: che dietro quel C. si celino corrispondenti diversi.

E' noto che Cantimori scrisse al «caro Rossi» per la rivista Itinerarî la lettera del giugno 1962, più sopra, a varie riprese, utilizzata, prendendo spunto da un articolo di Giuseppe Dessì sul quotidiano romano Paese sera del 1° giugno 1962, nel quale lo scrittore sardo ricordava il suo insegnamento al liceo Dettori di Cagliari e – fra l'altro – affermava che il professore «scriveva in quel periodo su 'Critica fascista'» (CS, 143). Cantimori annotava:

    Il Dessì parla del professore come collaboratore di «Critica fascista»: è un errore, nel senso che quegli anni 1929-30, 1930-31, il professore era abbonato alla rivista e ne parlava e la faceva leggere (e la reprimenda l'ebbe proprio per questo, dalle autorità politiche del tempo!): ma non ne era collaboratore. Vi scrisse una volta sola, molti anni dopo, quando il professore era sempre ancora professore liceale e l'antico studente era stato nominato o stava per esere nominato provveditore agli studi (CS, 141).

Cantimori ammette dunque una sua isolata collaborazione alla rivista di Bottai, molti anni dopo il 1929-30, ma prima del 1939, anno in cui diventò professore universitario. La bibliografia Perini-Tedeschi non la comprende; uno spoglio piuttosto accurato del quindicinale ha dato esiti negativi. Si tratta di un lapsus? Cantimori si confonde con un'altra pubblicazione di Bottai, che potrebbe essere l'Archivio di studi corporativi, in cui nel 1934 pubblicò le «Note sul nazionalsocialismo»? Se comparso su Critica fascista, l'articolo potrebbe essere rimasto anonimo o firmato con uno pseudonimo. Anche in questo caso le ipotesi possibili sono troppe e quindi vane. L'identificazione di quell'articolo sarebbe tuttavia di notevole interesse per la biografia politica del Cantimori degli anni '30.

124. Giovanni Nencioni ha chiamato «agnizioni di lettura» quei riconoscimenti di rapporti di lingua e di stile, anche nell'uso di singole espressioni, fra autori diversi e spesso lontani, che càpita talora di compiere in sede di lettura critica. [268] Vorremmo segnalarne una riguardante Cantimori, che ci pare di un certo interesse. Negli «Appunti sullo 'storicismo'» del 1945, egli rileva come «le tipizzazioni sociologiche [...] appiattiscono, schiacciano sullo stesso piano dell'infinito, la concreta, rugosa e rilevata realtà storica» (Studi, 17): questo della «rugosa» realtà, a cui lo storico deve restare aderente nel suo lavoro, è diventato poi uno dei topoi cantimoriani più celebrati e più spesso citati da biografi ed esegeti. Esso ha tuttavia un'origine letteraria piuttosto nota: nell'Adieu della Saison en enfer, Rimbaud scriveva:

    Moi! moi qui me suis dit mage ou ange, dispensé de toute morale, je suis rendu au sol, avec un devoir à chercher, et la réalité rugueuse à étreindre! Paysan! [269]

Cantimori, bibliofilo appassionato e lettore onnivoro, possedeva, nella sua biblioteca, libri di Rimbaud e quindi non è impossibile che abbia mutuato quella «rugosa realtà» del 1945 da una lettura diretta del poeta francese o, comunque, da una citazione esplicita (il passo, per esempio, era stato riportato e ampiamente commentato da Croce nelle sue polemiche rimbaudiane durante la prima guerra mondiale); [270] ma può anche darsi che quell'espressione sia giunta a lui in maniera tralatizia e inconsapevole. Colpisce la sua presenza nelle pagine di Riccardo Bacchelli: all'inizio del suo romanzo Mal d'Africa, uscito nel 1934, troviamo: «Del resto, sotto ogni riguardo, le cose in Italia volgevano non prospere né liete, e, compiuta l'unità, gli entusiasmi avevan ceduto il luogo al rugoso sembiante della realtà; l'inquietudine e lo scontento eran perfino esagerati». [271] In un altro romanzo bacchelliano Il fiore della mirabilis, del 1942, leggiamo ancora: «Dunque, non più miraggi! E costernato riconosceva la nuda e scabra, la rugosa realtà; e la costernazione era l'aspro scotto da pagare per riconoscerla, foss'anche povera, meschina, sciatta, risibile». [272] Darei per certo che ulteriori sondaggi nell'opera fluviale dello scrittore bolognese ci darebbero altre «rugose realtà».

Che Cantimori sia stato lettore attento della narrativa bacchelliana è confermato da un cenno dell'aprile 1962, in una delle lettere al «caro Rossi», in cui – pur nella brevità – il giudizio è acuto:

    Caro Rossi, volevo parlarLe questa volta dei romanzi storici di Riccardo Bacchelli e in particolare di Non ti chiamerò più padre, che si presta a varie considerazioni. Ma non è cosa facile; i libri di Bacchelli sono, come si suol dire, «pensati», e mi occorre riflettere ancora prima di scriverne senza temere di dire cose insensate. Così questa volta mi soffermerò su una questione più tecnica e limitata, anche se in certo modo attuale e bruciante [...] (CS, 112).

Purtroppo quell'intenzione rimase tale e lo storico non tornò più sui romanzi del suo collega linceo. Quanto detto non comporta ovviamente un'adesione piena al modello letterario e all''ideologia' di Bacchelli: a Chabod che in una nota delle sue Premesse (p. 362 nota 4) citava il Diavolo al Pontelungo e il Mulino del Po a proposito dell'«indifferenza [...] delle masse per l'ideale politico del Risorgimento - libertà, indipendenza, unità», Cantimori obiettava - in una glossa posta a margine – che avrebbe dovuto citare Gramsci (il volume si trova nella biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa: devo la segnalazione al collega Mauro Moretti). Questa piccola (a qualcuno potrà sembrare anche frivola) 'agnizione' indica, fra gli altri, un problema che richiederebbe approfondimento: quello della cultura 'letteraria' di Cantimori e del suo riverberarsi nella sua varia operosità di storico. Prosperi ha accennato alla costante presenza carducciana e l'ha messa giustamente in relazione con gli ambienti di repubblicanesimo romagnolo in cui Cantimori si formò (Introduzione, XVIII e nota 12), ma altri scavi meriterebbero di essere fatti.


Appendice VI

Un articolo dimenticato di Giovanni Gentile

125. Siamo risaliti a questo articolo – lo si è già mostrato (cfr. supra, VII, 77) – da un cenno di Cantimori contenuto nella recensione alle Cronache di filosofia di Garin, del 1955. Gentile aveva preso a collaborare a Politica sociale, rivista diretta da Renato Trevisani, nel 1929, anno della sua fondazione. Nella bibliografia gentiliana di Vito A. Bellezza vengono segnalati tutti i precedenti saggi, ma non questo, che non è stato ricuperato nemmeno nel secondo dei due recenti volumi di Politica e cultura (Firenze, Le Lettere, 1991), nel quale sono stati raccolti gli interventi, anche secondari, del filosofo nel dibattito politico-culturale degli anni del fascismo. Le note al testo sono nostre.

LA POLITICA SOCIALE DEL REGIME

La politica sociale del vecchio regime era di provvidenze, per dir così, paterne: assistenza ai vecchi, ai fanciulli, alle donne lavoratrici, agl'invalidi: assistenze di carattere legislativo, che sottraevano perciò questa difesa della società, specialmente negli strati più vasti della Nazione che sono quelli delle classi operaie, all'arbitrio e all'alea della semplice filantropia; ed erano certamente un indizio e un effetto del nuovo concetto, che si faceva strada, dello Stato, non più forma agnostica di un contenuto autonomo nelle sue forze sociali ed economiche, ma attività organizzatrice della vita del popolo, e quindi aderente, anzi intrinseca alle stesse forze sociali della Nazione. Erano una prima forma d'interessamento e d'intervento dello Stato nella economia nazionale, e quindi un primo passo del superamento del concetto liberale dello Stato stesso. L'azione del socialismo corrodeva già il carattere puramente liberale, o più propriamente liberalistico, dello Stato.

Il Regime fascista non ha abbandonato questa forma di politica sociale. Anzi la ha accentuata con leggi e istituti organici, che sistematicamente disciplinassero l'azione assistenziale dello Stato agl'individui alla cui conservazione e al cui normale sviluppo è legata la forza e la vita dell'intera Nazione; e gl'interessi dei quali cessano perciò di essere interessi privati per diventare pubblici e di Stato. Basti ricordare, per questo riguardo, la grande Opera per la Maternità e Infanzia, che organizzata come un'opera parastatale, tende, al pari dell'Opera Nazionale Balilla, ad essere assorbita nel circolo dell'attività dello Stato, poiché infatti risponde a una funzione analoga dell'Opera Balilla, che è per rientrare di pieno diritto nella competenza del Ministero della Educazione Nazionale. Un identico interesse nazionale e sociale è alla base della Maternità e Infanzia, poiché l'allevamento come l'educazione fisica è l'inizio necessario ed essenziale di ogni educazione spirituale e spetta a quel medesimo ordine di attività onde lo Stato provvede alle sue finalità etiche promovendo la formazione e sviluppo delle forze intellettuali e morali della Nazione.

126. Ma la politica sociale del Regime fascista da questa funzione paterna e indirizzata bensì alla soddisfazione di bisogni nazionali, ma direttamente rivolta alla formazione dell'individuo sociale, è passata a un più vasto campo dal giorno che ha cominciato a realizzare il suo concetto dello Stato come forma concreta della effettiva organizzazione sociale derivante dai mutui rapporti del capitale e del lavoro in tutte le loro determinazioni: conseguenza così del concetto etico dello Stato, come realtà ideale che gl'individui recano in atto superando i loro limiti naturali, proponendosi scopi superiori ai loro interessi e alla loro stessa esistenza – che è l'affermazione più rigorosa ed assoluta del valore dello Stato; come delle estreme forme sindacaliste del movimento socialista, che lo Stato negavano perché non aderente alla realtà economica e spirituale delle masse sotto la spinta dei loro naturali rapporti tendenti a ordinarsi nei sindacati. Punto di convergenza e superamento storico del liberalismo, che, attraverso la critica interna del concetto di libertà, era pervenuto all'idea dello Stato come sostanza morale, e del socialismo che, attraverso la lotta di classe disgregatrice e annullatrice dell'unità statale, era sboccato nella concezione sindacalista che il potere politico risolve e immedesima nella stessa struttura economica della società. Il Fascismo, pertanto, è antiliberale (e si dovrebbe dire, antiliberalista) quanto è antisindacalista. Beninteso però, che l'opposizione in entrambi i casi non è pura negazione, ma correzione e integramento di quel che di astratto e unilaterale era così nel liberalismo come nel sindacalismo. Giacché bisognerebbe una volta cominciare ad intendersi circa il valore di quella polemica fascista contro gl'immortali principii, di cui si fanno forti i liberali nel campo astrattamente teorico rappresentando il fascismo come semplice autoritarismo e anacronistico reazionarismo. Mussolini ha molte volte protestato contro queste stolte accuse, e fieramente affermato che egli va avanti e non torma indietro. In verità, non è in giuoco la libertà, bensì soltanto il concetto angusto di essa. Il vecchio liberale ha un concetto falso della libertà, perché, concependola come un diritto naturale ossia come un attributo proprio dello spirito nella sua stessa immediata individualità idealmente anteriore allo Stato – nella cui storica universalità l'individuo propriamente realizza e conquista i suoi valori – ne fa qualche cosa di contradittorio e di assurdo. Contradittorio, perché chi dice libertà dice non natura, anzi negazione della natura, ossia di tutto ciò che si può presumere originariamente esistente e bello e formato. Dice non una dote, ma una conquista, come il sapere, la virtù e tutto ciò che dice vita e valore spirituale. Il fascista si oppone al liberale perché vuole la libertà sul serio: la sola libertà che sia logicamente concepibile ed effettivamente realizzabile; cioé la concreta libertà che un cittadino può raggiungere mediante l'organizzazione, la disciplina, lo sviluppo e la potenza della sua nazione vivente nella forma essenziale di Stato. Libertà, non astrattamente infinita, ossia indeterminata, ma quella libertà che si ottiene attraverso il movimento storico estremamente vario e circostanziato della vita sociale nella sola forma in cui questa vita esiste in concreto, cioè nello Stato. Che perciò rimane sempre la base e il principio di ogni libertà.

D'altra parte, il Fascismo è anticomunismo e anche antisocialismo. Ma, anche qui, bisogna intendersi. Non meno del socialismo il Fascismo si oppone alla concezione dell'economia liberale, negando lo stesso soggetto che quell'economia poneva a fondamento dell'attività economica, e, coerentemente alla sua dottrina politica, mettendo la società alla stessa base dell'individuo agente come forza economica, e mostrando perciò l'inseparabilità dell'interesse individuale da quello nazionale. L'errore del socialismo è doppio: 1) non vede l'interdipendenza delle categorie economiche sociali, e vede il contrasto dove non è possibile che solidarietà; 2) si lascia anche sfuggire che la vita umana e quindi la vita sociale non si esaurisce nella economia; e che perciò lo Stato, concreta forma di questa vita sociale, trascende la sfera della semplice economia; e lungi pertanto dal risolversi nella frammentaria e anarchica struttura dei diversi sindacati indipendenti, li contiene – come tutte le formazioni e strutture in cui si articola l'economia sociale - come materia, che la forma statale può organizzare, animare, spiritualizzare appunto con la sua superiore, autonoma, originaria attività etico-politica.

127. Il socialismo, negatore dello Stato anche quando comunisticamente ne fa l'unico o unitario agente economico, riducendo la politica ad economia, spoglia la materia dello Stato, ossia della concreta vita spirituale della Nazione, della sua forma ideale e d'ogni suo valore morale, e ne fa una massa inerte e morta. Ma ha ben ragione di affermare l'esistenza innegabile del contenuto; di tutta la massa degli interessi, che sono naturalmente alla base della vita morale dell'uomo; di tutto il ricchissimo humus da cui germoglia l'umana individualità con le sue istintive tendenze, con i suoi bisogni e interessi elementari, con quella indistruttibile e inesauribile natura che si agita nel fondo di ogni animo umano; dove non è tutta la vita dell'uomo, ma è certo una sua parte essenziale.

Gettare questo contenuto nella vecchia forma, stringere insieme e fondere i due principii nell'unità vivente dello Stato che è interesse e ideale, che è economia e missione, che è individuo particolare e coscienza e volontà universale, che è libertà e autorità, questa è la potente e storica originalità, la creazione del Fascismo. Il quale perciò è una rivoluzione e inizia una nuova epoca.

E la prova più evidente è appunto in quell'aspetto bifronte che esso ha agli occhi di molti, che non sanno rendersi conto di questo fatto, che ora il Fascismo pare conservazione e ora rivoluzione, e che esso è certo il più fiero avversario del comunismo ma è anche innegabile che, limitando e osteggiando la libertà economica e facendo intervenire l'azione dello Stato come corporazione nel regolamento dei rapporti economici, esso pur socializza la proprietà, e ha potuto far pensare a taluno che tenda anch'esso al limite del bolscevismo.

E la verità è, anche questa volta, che le due tesi opposte nell'interpretazione del Fascismo sono entrambe vere ed entrambe false, come può facilmente vedere da se stesso chi si sia reso conto delle precedenti considerazioni. Dalle quali risulta infatti, che ognuna delle due interpretazioni è falsa in quanto è unilaterale. E ne risulta altresì la complessità e lo storico significato del Fascismo. Del quale la fisionomia essenziale si scorge nella struttura corporativa dello Stato: forma caratteristica, come tutti più o meno chiaramente riconoscono, dello Stato fascista.

Ho detto altrove [273] perché sia da ritenere erronea la deduzione logica della corporazione proprietaria (socializzazione della proprietà) dal concetto fascistico della identità di individuo e Stato. Certo, lo Stato corporativo reca in sé la negazione di tutto ciò che nell'individuo, economicamente e moralmente, rappresenta un limite di fronte allo Stato: qualche cosa di particolare che sfugge e si sottrae all'energia comunitativa dello Stato. Ma questa negazione è quel medesimo processo spirituale e storico (immanente alla vita umana sociale) in cui consiste il processo eterno e infinito dello Stato. Il cui carattere spirituale importa appunto l'infinità inesauribile della sua attuazione, e quindi la indistruttibile presenza del punto di partenza da cui esso prende le mosse per attuarsi: punto di partenza sempre diverso ma sempre identico, ossia sempre relativamente universale (statale) e perciò sempre relativamente particolare (individuale): e, secondo la terminologia sopra adoperata, sempre 'contenuto' che deve organizzarsi nella 'forma' storicamente determinata di Stato.

128. In questa logica, che mi sono studiato di rendere più evidente che ho potuto, è il principio della politica sociale del Regime: di quella che il Duce, nel suo discorso di Torino, [274] ha definito come sistema di solidarietà sociale, non più intesa come un semplice fatto morale, ma come il carattere essenziale, concreto e attuale, della vita sociale politicamente disciplinata. Dove l'assistenza è l'eccezione; e la regola è l'individuo che di assistenza non ha bisogno, perché lavora e del suo lavoro vive in un sistema di garenzie immancabili, che sono le garenzie della corporazione. Dove l'interesse dello Stato coincide con quello dell'individuo, e la fortuna e benessere di questo è la fortuna e benessere di quello. Il quale, a sua volta, curando l'interesse dell'individuo cura il suo proprio interesse; e non per un atto di semplice buona volontà, come era quello delle provvidenze della vecchia politica sociale, ma per una necessità immanente alla sua stessa natura di Stato eticamente concepito, ossia di persona che è in quanto si attua, ed ha coscienza di sé in quanto si vuole. Sicché può mancare a se stesso; ma dove si riscuota, e abbia il senso esatto della propria dignità, non può non volere la sua propria potenza nella sua propria prosperità che si attua nella prosperità del corpo sociale, in cui tutti gl'interessi particolari sono incorporati.

GIOVANNI GENTILE

[Politica sociale, 4 (1932): 533-538]


Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.

 


 

[238] (18) cf. SAITTA, La Storia del pensiero come storia nazionale in Filosofia italiana e umanesimo. Venezia 1928 31 sgg.

[239] (19)SAITTA, Lo spirito etc. [come eticità, Bologna, 1921] 80.

[240] (20) SAITTA – o.c. 66.

[241] (21) VICO – La Scienza nuova. Dello stabilimento dei principi. Libro I. Degnità II, III.

[242] (22) G. GENTILE, Il torto e il diritto delle traduzioni, in Frammenti di estetica e di letteratura. Lanciano 1920 XI 367.

[243] (23) cfr. qui, 97 sgg. Certo, bisogna star molto attenti nell'indagine, e s'incorre nel pericolo di travedere, o veder troppo: son concetti ancora molto poco determinati (le indagini giuridiche partono da altri punti di vista). Ma non si vede altra via che queste ricerche per determinarli.

[244] (24) Riprova di questo son per esempio le critiche e le difese di CROCE per il Berchet. Cfr. Poesia e non Poesia.

[245] (25) La teoria gentiliana dello stato pare uccidere in realtà la libertà, la individuale, la personale (ch'egli chiama empirica, atomistica, e anarchica) libertà; uccide il diritto per il dovere: per considerazione unilaterale – derivante dalla generale tradizione filosofica – della vita etica, dalla quale ogni elemento di originalità (di spontaneità piena) è sbandito come anarchico, atomistico e via dicendo: onde, identificati morale e diritto la vera libertà si trova solo nella legge, in modo che dunque il diritto ha mangiato la morale, e di questa ha distrutto il principio fondamentale, senza assimilarne molto.

[246] «Anno nuovo», in Pattuglia, I, 33 (28 dicembre 1929): 1.

[247] «A cura di questo stesso Ufficio [Culturale del GUF] è stato istituito un corso di lingue inglese-tedesco, affidandone l'insegnamento al camerata prof. Delio Cantimori, il quale inizierà al più presto tale corso» («Notiziario del G.U.F.», ibid., I, 27, 16 novembre 1929, 2); «Presso il Nucleo Cagliaritano per la S.D.N. (G.U.F.) sono aperte le iscrizioni al corso pratico di lingua tedesca [...] Detto corso sarà tenuto dal dott. D. Cantimori, incaricato del Nucleo, già incaricato di lingua italiana per la Sezione tedesca presso la R. Università di Perugia» (ibid., I, 32, 21 dicembre 1929, 2): nel 1929, Cantimori aveva in effetti tenuto il corso medio di lingua, letteratura, storia civile e storia dell'arte d'Italia per gli iscritti di parlata tedesca presso l'Università per stranieri di Perugia (cfr. Regia Università per stranieri. Annuario, a. a. 1929-VII-VIII E.F., s. n. t., 34).

[248] a.v. [A. Valori], «Un gioco pericoloso», in Corriere della sera, 21 settembre 1929.

[249] A. Lumbroso, Le origini economiche e diplomatiche della guerra mondiale, dal trattato di Francoforte a quello di Versailles, vol. I, La vittoria dell'imperialismo anglo-sassone, vol. II, L'imperialismo britannico dagli albori dell'Ottocento allo scoppio della guerra (Milano: Mondadori, 1926-1928), nella collana «Collezione italiana di diari, memorie, studi e documenti per servire alla storia della guerra nel mondo».

[250] La rivista «Antieuropa» era stata fondata da Asvero Gravelli nell'aprile del 1929: il titolo alludeva alla contrapposizione della nuova Europa fascista a quella vecchia, liberale e democratica. Cornelio Di Marzio e Roberto Suster ne erano collaboratori.

[251] Nel testo: non.

[252] Malaparte andò in Russia come direttore della Stampa: cercò di dimostrare che il bolscevismo non era un «enigma asiatico», ma un fenomeno pienamente europeo e occidentale. Gli articoli furono poi raccolti nel vol. Intelligenza di Lenin (Milano: Treves, 1930). Cfr. Petracchi, «'Il colosso'», 151 nota 3.

[253] C. Angioni, «Europa-Antieuropa», in Pattuglia, I, 23 (12 ottobre 1929): 1.

[254] A. De Marinis, «Apparenze e realtà della Società delle Nazioni», in Corriere della sera, 1° ottobre 1929.

[255] Vittorio Scialoja fu delegato italiano alla Società delle Nazioni dal 1921 al 1932.

[256] I Nuclei per la Società delle Nazioni, attivi all'interno dei G.U.F., in cui sembra che Cantimori allora s'impegnasse.

[257] Nel testo sono cadute alcune parole.

[258] Nel testo: fanno.

[259] Cfr. supra nota 91.

[260] Nell'Opera omnia di Mussolini non s'è trovato tale articolo.

[261] R. Suster, «Stampa italiana all'estero», in Educazione fascista, 7 (1929): 417-422, in realtà nel fascicolo di giugno.

[262] Il 17 ottobre 1929 Vladimir Gortan, un irredentista slavo riconosciuto colpevole dal Tribunale speciale di aver condotto il giorno del plebiscito (24 marzo 1929) due aggressioni contro gruppi di slavi che partecipavano alle votazioni, è fucilato nelle vicinanze di Pola. I suoi compagni furono condannati a trent'anni.

[263] Italo Balbo aveva guidato nel 1929 due crociere aviatorie nel Mediterraneo orientale.

[264] Nel testo: istruzioni.

[265] Pattuglia, I, 24 (19 ottobre 1929): 3, riportata in gran parte supra, nota 25.

[266] S. Valitutti, «Introduzione» a B. Mussolini, La dottrina del fascismo (Firenze: Sansoni, 1936), XII-XVII.

[267] Ora la si può leggere anche in «Primato»1940-1943, antologia a cura di L. Mangoni (Bari: De Donato, 1977), 178-179.

[268] G. Nencioni, «Agnizioni di lettura», in Id., Tra grammatica e retorica. Da Dante a Pirandello (Torino: Einaudi, 1983), 132-140.

[269] A. Rimbaud, Oeuvres/Opere, a cura di I. Margoni (Milano: Feltrinelli, 19785), 240.

[270] B. Croce, L'Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra (Bari: Laterza, 19654), 205.

[271] R. Bacchelli, Mal d'Africa. Romanzo storico, introduzione di L. Goglia (Milano: Rizzoli, 19903), 10, il corsivo è nostro: il luogo è indicato s.v. Rugoso, 6, nel Grande dizionario della lingua italiana del Battaglia (vol. XVII, 230). Il romanzo apparve per la prima volta a puntate sulla Nuova Antologia nel 1934 e in volume l'anno successivo presso l'editore Treves: ne è protagonista l'esploratore italiano Gaetano Casati (1834-1902). A quanto ebbe a dichiarare l'autore a Luigi Goglia l'11 ottobre 1979 (ibid., XXXIII-XXXIV), nonostante la coincidenza di date, non esiste nessun rapporto fra la pubblicazione del libro e la guerra d'Etiopia.

[272] Id., Il fiore della mirabilis (Milano: Rizzoli, 19563), 283: anche qui il corsivo è nostro. Il luogo non è segnalato dal Grande Dizionario del Battaglia. Anche questo romanzo fu anticipato sulla Nuova Antologia nel 1942. Com'è noto, esso delinea la Bildung di un artista, Ruben Brederus, che da un intellettualismo sterile e tetro approda appunto alla «rugosa» realtà.

[273] Cfr. supra nota 182.

[274] Il discorso Al popolo di Torino, pronunciato in Piazza Castello il 22 ottobre 1932 (Opera omnia, XXV, 141-144): «Ci siamo già sganciati – aveva affermato tra l'altro Mussolini – dal concetto troppo limitato di filantropia, per arrivare al concetto più vasto e più profondo di assistenza. Dobbiamo fare ancora un passo innanzi: dall'assistenza dobbiamo arrivare all'attuazione piena della solidarietà nazionale» (144).


Sommario | I. Carlo Cantimori e la tradizione mazziniana | II. Da Ravenna a Pisa: le prime esperienze culturali e politiche (1919- 1928) | III. Il fascismo di Delio Cantimori | IV. Bolscevismo e fascismo | V. Il giudizio politico sul nazionalsocialismo | VI. Il 'mondo di ieri': il liberalismo e Benedetto Croce | VII. I punti di riferimento politico-culturali | VIII. Verso un nuovo 'sistema di verità': Cantimori dal fascismo al comunismo | Appendici I-VI.

 

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