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Sommario | Storia
infida! I libri di testo e la storia americana | 1. La cronaca: i «National Standards for United States History»
| 2. Il contesto: il dibattito pubblico sulla storia
nazionale | 3. Il testo: alcune riflessioni sullo stato della storiografia
americana
Storia infida! I libri di testo e la storia americana
1. La cronaca: i «National Standards for United States History»
Un testo ambizioso
Una vicenda paradossale
Un testo controverso
Storia infida! I libri di testo e la
storia americana
- Nel 1979, nellintroduzione a America Revised, unestesa
inchiesta sui manuali di storia degli Stati Uniti in uso nelle scuole
americane, la giornalista Frances Fitzgerald faceva alcune considerazioni
sui cambiamenti intervenuti nei trentanni precedenti. «Quelli
di noi che sono cresciuti negli anni cinquanta credevano nella permanenza
dei nostri manuali di storia americana», scriveva Fitzgerald. «Per noi
bambini, quei testi erano lessenza della verità: erano la storia
americana. [
] Erano essi, ben più di altri libri, a possedere
laura e lapparenza dellautorità. Erano tomi voluminosi.
Parlavano con misurate cadenze: imperturbabili, seri, distanti come
imperatori cinesi. I nostri insegnanti li trattavano con rispetto, e
noi mostravamo tutto il nostro umile ossequio imparandone a memoria
un capitolo la settimana». «Ora», continuava Fitzgerald, «le storie
manualistiche sono cambiate, e alcune così profondamente che un adulto
le troverebbe irriconoscibili». Nelle storie di allora «lAmerica
era perfetta: la più grande nazione del mondo, e lincarnazione
della democrazia, della libertà e del progresso tecnologico»; le storie
degli anni settanta, al contrario, cominciavano ad «accennare a un certo
livello di spiacevolezza» nelle vicende nazionali. Inoltre, queste storie
continuavano a cambiare, erano in continuo mutamento, con un ritmo sempre
più veloce. «Storia infida! Il contenuto dei libri di storia americana
per i nostri figli cambia sensibilmente non ogni generazione bensì ogni
pochi anni. [
] Per tenere il passo con i cicli di adozione nei
distretti scolastici, gli editori revisionano i vecchi testi o ne producono
di nuovi ogni tre o quattro anni. [
] I libri di storia per la
scuola sono così più legati alla contemporaneità di qualunque altra
forma di storia. Potrebbe essere altrimenti? Forse che gli studenti
dovrebbero leggere storie scritte dieci, quindici, trenta anni fa? In
teoria il sistema è ragionevole, tranne che per una cosa: ciascuna generazione
di studenti legge solo i libri di testo della propria generazione. Quella
storia provvisoria diventa la loro storia per sempre la loro
particolare versione dellAmerica» (1).
- Queste pagine sono state più volte ricordate nel dibattito pubblico
nazionale che, dalla fine del 1994, si è acceso negli Stati Uniti intorno
allinsegnamento della storia americana nei sistemi scolastici
del paese. Qualcuno le ha usate per spiegare la vivace e talvolta violenta
reazione della quasi totalità del ceto politico alle proposte contenute
nel testo che si è trovato al centro di questo dibattito, i National
Standards for United States History: non un manuale, come si vedrà,
ma comunque una guida a ciò che, secondo le proposte di un autorevole
istituto specializzato, dovrebbe essere inserito nei curricula delle
scuole medie e medio-superiori affinché gli studenti acquisiscano una
conoscenza problematica e, si dice, storiograficamente aggiornata della
storia del paese. Molti critici dei National Standards avrebbero dunque
subìto una sorta di shock culturale, con crisi di rigetto; formatisi
sui libri di testo di una fanciullezza e adolescenza pre-anni sessanta,
sarebbero incapaci di accettare e persino, appunto, di riconoscere una
storia ben diversa da quella da loro assimilata come lunica storia
possibile. Mi sembra uninterpretazione, a dir poco, generosa.
Le ragioni della disputa vanno al di là di, pur comprensibili, salti
generazionali. Sono ragioni più radicali; investono i paradigmi interpretativi
dellesperienza storica, il significato della storia nazionale,
lidentità nazionale, e infine la politica. «Una volta», hanno
scritto Joyce Appleby, Lynn Hunt e Margaret Jacob, riassumendo il punto
di vista di una parte significativa della professione storica, «cera
una unica narrazione della storia nazionale che la maggioranza degli
americani accettava come parte del proprio patrimonio culturale. Ora
cè un accento sempre maggiore sulla diversità delle esperienze
etniche, razziali e di genere e un profondo scetticismo sul fatto che
la narrazione delle gesta dellAmerica sia qualcosa di più di una
forma di autocelebrazione che maschera il potere delle élites. La storia
è stata sconvolta fino alle sue fondamenta scientifiche e culturali
proprio nel momento in cui quelle stesse fondamenta sono messe in discussione»
(2) . Credo che la controversia sui
National Standards, che, a loro modo, hanno cercato di introdurre questi
punti di vista nellinsegnamento scolastico, sia unoccasione
interessante per gettare luce su alcune di queste questioni.
1. La cronaca: i «National Standards for United States
History»
Un testo ambizioso
- I National Standards for United States History sono una raccolta
di problemi, idee, concetti, ragionamenti e fatti relativi alla storia
degli Stati Uniti che dovrebbero far parte del bagaglio culturale di
ogni studente di high school di età compresa fra i 10 e i 18
anni, ovvero che frequenti le classi comprese fra la quinta e la dodicesima
(3). Il titolo implica lintenzione
di proporre norme, modelli ma anche livelli di eccellenza nazionali,
standards appunto, per linsegnamento della storia americana.
Il testo è costruito come una guida a questi criteri generali, e si
rivolge non agli studenti, bensì agli insegnanti ed eventualmente agli
autori di manuali e sussidi didattici. Uscito nellautunno del
1994 a cura del National Center for History in the Schools della University
of California a Los Angeles (UCLA), con il coordinamento di Gary B.
Nash, uno storico americanista che nellanno 1994-1995 era presidente
della Organization of American Historians (OAH), e di Charlotte Crabtree,
Professor of Education Emeritus alla UCLA, questo è uno di tre volumi
di un progetto più ampio. Gli altri due volumi, pubblicati negli stessi
giorni e curati dagli stessi coordinatori, riguardano uno linsegnamento
della storia mondiale per le medesime classi di età (National Standards
for World History), e laltro lintroduzione di base alla
conoscenza storica negli asili e nelle prime quattro classi della scuola
elementare (4). Non discuto
questi due ultimi volumi, che non ho visto, anche se vale la pena di
ricordare che i National Standards for World History hanno provocato
un dibattito per molti versi analogo a quello che sto per riferire,
anche se, mi sembra, meno veemente. Dopo tutto, è la storia nazionale
che continua a essere più importante, delicata, controversa.
- I National Standards for United States History non sono dunque
un libro di testo, non aspirano alla completezza istituzionale. Non
si pongono il problema di identificare George Washington come primo
presidente degli Stati Uniti, di fornire la lista di tutti i presidenti,
di menzionare o meno il generale Robert E. Lee o il generale Custer.
Insisto su questa affermazione perché una delle polemiche più facili
e fuorvianti, seppure inevitabili, si è scatenata proprio sul gioco
del chi è dentro e chi è fuori la storia nazionale; e naturalmente,
se alla conta dei nomi risulta che Martin Luther King, o Sitting Bull,
sono citati più volte di Washington, la questione diventa politica.
Gli scopi del testo sono altri. Lo scopo generale è quello di definire
e promuovere le abilità intellettuali da sviluppare negli studenti per
uno studio proficuo della materia. Queste abilità sono definite come
«historical understanding», ovvero che cosa conoscere della storia in
cinque sfere di attività cruciali (sociale, politica, scientifico-tecnologica,
economica, filosofico-estetico-religiosa); e «historical thinking»,
ovvero come pensare la storia, come valutare dati, come impostare ragionamenti
storici, analisi causali e comparative, prospettive multiple. Entrando
nel cuore del problema, i National Standards propongono una griglia
di questioni storiche specifiche che gli studenti, con laiuto
degli insegnanti e di appropriati strumenti didattici, dovrebbero essere
in grado di discutere, integrando conoscenza fattuale e ragionamento
storico. Gran parte del volume è in effetti dedicata a una dettagliata
costruzione di questa griglia. La storia nazionale è divisa in dieci
grandi «ere» o capitoli periodizzanti (che sollevano il problema della
periodizzazione, sul quale tornerò nella parte conclusiva di questo
saggio), ciascuno dei capitoli in suddivisioni interne, e così via,
fino ad arrivare a domande molto specifiche a, come dire, vere
e proprie domande da esame.
- Un esempio di questa struttura può essere offerto dallanalisi
del terzo capitolo, dedicato a Revolution and the New Nation, 1754-1820s.
Dopo una rapida introduzione di una pagina, sono indicati i tre temi
centrali del periodo. Gli studenti dovrebbero comprendere (e qui, per
brevità, semplifico i testi originali): le cause della rivoluzione e
della vittoria americana, le idee e gli interessi coinvolti (Standard
1); la complessa natura sociale del movimento rivoluzionario, i molti
soggetti che vi parteciparono (Standard 2); il funzionamento delle nuove
istituzioni nazionali e il loro sviluppo fino agli inizi dellOttocento
(Standard 3). Ciascuno di questi temi si fraziona in altri più specifici.
Nellambito dello Standard 1, si chiede che gli studenti siano
messi in grado di dimostrare comprensione delle cause della rivoluzione
(Standard 1A) tramite la discussione di cinque questioni che implicano
vari approcci analitici: le conseguenze della Guerra dei Sette Anni
(rapporto fra eventi «antecedenti» e «conseguenze»), le ragioni dei
difensori e degli oppositori della politica imperiale inglese (prospettive
multiple sullo stesso evento), lesplosione del conflitto armato
(cronologia di eventi critici), la connessione fra idee politiche e
religiose e interessi economici nello sviluppo della crisi (prospettive
multiple sullo stesso evento), il dibattito fra lealisti filo-inglesi
e patrioti rivoluzionari (prospettive multiple). Per controllare lacquisizione
di queste conoscenze da parte degli studenti, si forniscono esempi di
domande alle quali rispondere: «Costruite una narrazione storica analizzando
i fattori che spiegano perché una persona sceglieva di essere un lealista
o un patriota. Perché circa un terzo dei coloni rimase neutrale? Giocarono
un ruolo in queste scelte di parte le differenze economiche e sociali?».
Lo Standard 1B riguarda i principi della Dichiarazione di Indipendenza,
con la discussione di quattro questioni distinte, e domande di controllo
del tipo: «Comparate le idee della Dichiarazione di Indipendenza con
quelle di John Locke nei Two Treatises on Governement. In che
cosa sono diverse? Simili? Perché Jefferson usa la frase la ricerca
della felicità invece di proprietà? Che cosa intendeva
Jefferson con la ricerca della felicità ?» (5).
E così via.
- Due osservazioni sono subito opportune. La prima riguarda le pretese
contenutistiche di questo testo. Le domande che ho scelto sono pensate
per gli studenti delle ultime tre classi di high school, dalla
nona alla dodicesima; il testo ne fornisce sempre altre, meno sofisticate,
per le classi inferiori (quinta-sesta e settima-ottava). E tuttavia
i National Standards sono ambiziosi, mirano molto in alto, dichiarano
esplicitamente di voler «essere intellettualmente esigenti, riflettere
la miglior ricerca storiografica, e promuovere la discussione e la conoscenza
attiva piuttosto che lassorbimento passivo di fatti, date e nomi»
(6). Sono forse troppo esigenti.
Per alcuni esperti di didattica, il materiale è troppo difficile e astratto
per la maggioranza degli studenti medi. «Se i nostri diplomati [
]
sapessero assimilare metà delle informazioni contenute nel volume sugli
Stati Uniti», ha dichiarato Arthur M. Schlesinger, Jr., «ne saremmo
tutti deliziati e stupiti». Per alcuni docenti universitari,
questo materiale è troppo difficile per la maggioranza degli studenti
di college, e si presenta in effetti come una ottima guida per
gli esami di dottorato. Per altri commentatori, infine, a essere messi
in difficoltà sarebbero gli insegnanti stessi, che non hanno tempo e
risorse per tenersi aggiornati sulla «miglior ricerca storiografica»
(7). Una seconda osservazione
riguarda le pretese istituzionali di questo testo, che aspira a formulare
proposte e suggerimenti, a presentarsi come un esempio da seguire
oppure no. Non impone un curriculum nazionale obbligatorio per tutte
le scuole della repubblica. Non intende farlo né, soprattutto, potrebbe
farlo. I curricula scolastici sono di competenza dei singoli stati dellunione,
con ulteriori forme di autonomia dei distretti scolastici locali, e
non del governo nazionale. Ricordo questo perché persino nel dibattito
pubblico americano ci sono state alcune incomprensioni in proposito.
Queste incomprensioni erano in parte strumentali, e hanno consentito
ai critici più arrabbiati di accusare i National Standards di
essere una versione stalinista-orwelliana di storia ufficiale certificata
e imposta dal governo; in parte, tuttavia, nascevano da una ambiguità
reale. In effetti, lintero progetto è stato sostenuto da enti
federali, e finanziato da fondi pubblici.
Una vicenda paradossale
- La storia del progetto dei National Standards contiene alcuni
paradossi politico-culturali piuttosto curiosi. Le origini risalgono
allallarme per lo stato dellistruzione che si diffuse negli
anni ottanta, un allarme che ricorda quello della fine degli anni cinquanta,
dopo il lancio dello Sputnik sovietico. Allora la reazione fu la canalizzazione
di grandi risorse nellindustria della conoscenza superiore con
il National Defense Education Act (1958), che portò alla crescita delluniversità
di massa nel decennio successivo e, in più di un senso, allesplosione
dei campus. A differenza di allora, tuttavia, negli anni ottanta non
cerano soldi e non cera la volontà di spenderli; in effetti,
fra il 1980 e il 1989 il finanziamento pubblico sia federale che statale
alle università diminuì del 24 per cento in dollari reali. Questo spiega,
fra laltro, la perdita di prestigio delle università e la competizione
esasperata per le poche risorse disponibili (anche in termini di borse
di studio, di posti di insegnamento), tutti elementi che hanno contribuito
a rendere cattivi molti dibattiti culturali nellaccademia
(8). Negli anni ottanta, inoltre,
la preoccupazione principale riguardava il deteriorarsi, più che dei
colleges, delle scuole pubbliche, e quindi dellistruzione
di base, delleducazione civica, della memoria storica. Era di
queste cose che si parlava in una serie di documenti ufficiali: da A
Nation at Risk (1983), uninchiesta condotta per il presidente
Ronald Reagan, a American Memory: A Report on the Humanities in the
Nations Public Schools (1987), di Lynne Cheney, presidente
del National Endowment for the Humanities (NEH), una fondazione pubblica
che finanzia musei, biblioteche e ricerche accademiche; da National
Education Goals (1989), un documento della Conferenza dei Governatori,
al rapporto Raising Standards for American Education, preparato
per il Congresso nel 1992. In tutti questi documenti linsegnamento
della storia nelle scuole medie era indicato come uno dei cinque-sei
settori a rischio, e quindi come uno dei campi privilegiati di intervento
e riforma. Fu in questo clima che, nella primavera del 1992, sotto la
presidenza di George Bush, nacque il National History Standards Project
per «sviluppare un ampio consenso nazionale su ciò che costituisce eccellenza
nellinsegnamento e nellapprendimento della storia nelle
scuole della nazione» (9). I
finanziamenti vennero da enti del governo federale, e cioè il NEH e
lOffice of Educational Research and Improvement del U. S. Department
of Education.
- Operativamente, il progetto fu affidato al National Center for History
in the Schools (NCHS) di Nash e Crabtree. La sua elaborazione coinvolse
molti individui e gruppi. Parteciparono, per esempio, le organizzazioni
professionali degli insegnanti di storia e social studies, dei
funzionari statali incaricati di elaborare i curricula scolastici, e
quelle degli storici accademici: la American Historical Association
(AHA), che raccoglie tutti gli storici, e la OAH, che raccoglie gli
storici americanisti. I presidenti di queste organizzazioni e altri
dirigenti ed esperti autorevoli entrarono nel National Council for History
Standards, con compiti generali di indirizzo, e nei focus groups
con compiti di lettura, valutazione, e controllo del prodotto. Parteciparono
inoltre, a vario titolo, esponenti di associazioni educative non-professionali
cattoliche e protestanti, afro-americane e latino-americane, dei cittadini
di origine asiatica o Native American (10).
I risultati di questo impegno collettivo furono resi noti nellautunno
1994; per la precisione, i National Standards for United States History
uscirono il 25 ottobre e i National Standards for World History
il 4 novembre 1994 (11).
Attenzione alle date, perché è qui che si nascondono alcuni dei paradossi
dei quali dicevo. Il progetto era stato dunque evocato, concepito e
avviato dalle amministrazioni Repubblicane di Reagan e Bush, ma era
venuto alla luce sotto lamministrazione Democratica di Bill Clinton;
e tuttavia lapproccio storico-politico che lo ispirava sembrava
essere, come si vedrà, molto più in sintonia con la cultura liberal
dei clintoniani che non con quella conservatrice dei reaganiani. Accadde
così che i conservatori poterono attaccare i National Standards
non come figli loro, bensì come figli della sinistra, di quei progressisti
che, dissero, avevano prima occupato laccademia e ora anche la
Casa Bianca. Attenzione ancora alle date, in questo caso ai mesi, ai
giorni. Il dibattito esplose a cavallo delle midterm elections
dell8 novembre 1994, che portarono alla conquista Repubblicana
del Congresso, in particolare insediando alla Camera dei rappresentanti
la maggioranza ultra-conservatrice guidata da Newt Gingrich (uno storico
di professione, per quanto, pare, di scarsa professionalità (12).
Queste coincidenze temporali contribuiscono a spiegare la virulenza
dello scontro politico intorno ai National Standards.
- Va detto che, anche al di là dei contenuti storiografico-culturali
del testo, la materia del contendere è genuinamente e inevitabilmente
politica, per alcuni versi nonpartisan, per altri no. E i National
Standards esprimono un impulso politico riformatore chiarissimo.
In primo luogo, propongono una riforma strutturale dei curricula delle
high schools, e cioè lespansione del tempo dedicato alla
storia, che dovrebbe essere insegnata ovunque per almeno tre anni degli
otto considerati; oggi ciò è vero solo in 17 stati su 50, negli altri
il tempo è inferiore, spesso un solo anno. Sostengono inoltre che la
qualità dellinsegnamento, della storia come delle altre materie,
dovrebbe essere omogenea in tutte le scuole del paese, mettendo fine
alle «evidenti disparità» nei finanziamenti, nelle risorse didattiche,
e nel valore degli insegnanti che caratterizza il sistema scolastico
americano con il suo decentramento fiscale. «La migliore istruzione
per i migliori dovrebbe essere la migliore istruzione per tutti», affermano.
«Niente di meno è accettabile in una società democratica» (13).
I National Standards accennano dunque allaspetto meno attraente
del decentramento, e al suo problema più grave: i distretti scolastici
abitati dai poveri hanno una base imponibile più ridotta di quelli abitati
da ceti benestanti, e quindi risorse più limitate; i contributi statali
non coprono mai la differenza, e il risultato è un sistema a due velocità
che produce, o meglio certifica «diseguaglianze feroci» (14). Fra laltro, è proprio
nei distretti più poveri che sono state riscontrate le drammatiche insufficienze
denunciate dalle indagini degli ultimi quindici anni, quelle che hanno
creato lallarme sociale dal quale sono nati i National Standards.
E qui che si concentra quel 13 per cento di insegnanti di storia
che non ha mai sostenuto un esame in questa materia a livello universitario,
o quel 12 per cento che ha i titoli per insegnare ginnastica. E
qui che si concentrano i docenti e gli studenti «storicamente analfabeti»
di cui parlava American Memory, il già citato studio del 1987
del NEH (15).
- In secondo luogo, i National Standards sono animati da una
forte tensione a considerare la storia come una disciplina di formazione
civica. Affermano che la conoscenza storica è una risorsa strategica
in una società democratica, «la precondizione dellintelligenza
politica». «Senza storia, una società non condivide memorie comuni[
].
Senza storia, non possiamo condurre alcuna indagine sensata sulle questioni
politiche, sociali o morali della società. E senza conoscenza e indagine
storica, non possiamo ottenere la cittadinanza critica e informata che
è essenziale alla partecipazione efficace nei processi democratici del
governo e alla piena realizzazione per tutti i cittadini degli ideali
democratici della nazione». Al di là del linguaggio contorto, non molto
peggiorato dalla mia traduzione, questa retorica delinea un vero terreno
minato, al quale gli autori del testo si avvicinano con cautela ma determinazione.
Fra i criteri storiografici generali che informano il loro lavoro, indicano
infatti lesigenza di «riflettere sia le diversità della nazione
secondo razza, etnìa, status sociale ed economico, genere, regione,
idee politiche e religiose, sia i suoi elementi comuni». E ripetono
che la sfida è quella di trovare un «consenso nazionale» su ciò che
gli studenti dovrebbero imparare «sulla storia della loro nazione e
dei popoli di ogni background razziale, religioso, etnico e nazionale
che sono stati parte di quella storia». Giocando sul contrasto drammatico
fra diversità ed elementi comuni, fra la nazione al singolare e i popoli
al plurale, i National Standards introducono alcune delle questioni
contenutistiche più controverse, sulle quali tornerò in seguito. Qui
mi preme sottolineare il risvolto non meno controverso, e politico,
che tutto ciò ha sulla definizione della cittadinanza e sul valore educativo
della storia. I National Standards, si dice infatti, «dovrebbero
contribuire alleducazione alla cittadinanza sviluppando la comprensione
della nostra comune identità civica e dei comuni valori civici» ma anche
«il rispetto reciproco fra i molti popoli [della nazione]» (16).
Un testo controverso
- I National Standards furono accolti da una salva di insulti
da parte dei conservatori. Lattacco fu preventivo, guidato da
un articolo dal titolo fatale, The End of History, apparso sul
«Wall Street Journal» qualche giorno prima luscita ufficiale dei
testi. Lautrice era Lynne Cheney, un personaggio-chiave di questa
vicenda: esponente dei vertici Repubblicani, per sei anni (1986-1992)
presidente del NEH, nominata da Reagan e confermata da Bush, era stata
lei ad aver avviato lintero progetto. Ormai sostituita da Clinton
nel prestigioso incarico politico-culturale, poté criticare la sua creatura
affermando che i risultati erano lontanissimi dalle intenzioni originarie
(17). Cheney accusò gli estensori
dei National Standards di essere storici «revisionisti» che odiano
la storia «tradizionale», danno spazio a tutte le minoranze razziali,
etniche, sessuali e ignorano Washington, Thomas Edison, e la Costituzione.
Per questi storici, le élites maschili, bianche, europee sono protagoniste
solo dei lati oscuri della storia nazionale, il maccartismo, il Ku Klux
Klan; al contrario, la storia degli afro-americani e dei Native Americans
sembra non avere alcuna macchia. Gli autori mostrano dunque di ammirare
«persone, luoghi ed eventi che sono politicamente corretti». Cheney
sostenne inoltre che alcuni partecipanti al progetto, prendendo le distanze
dai risultati, le avrebbero confidato che «le forze della political
correctness» si erano scatenate dopo le elezioni presidenziali del
1992. In particolare, la AHA sarebbe stata «particolarmente aggressiva»
nel limitare lo spazio destinato alla cultura occidentale nel volume
sulla storia mondiale. La AHA aveva «hijacked», sequestrato, dirottato
lintera operazione (18). Cheney concludeva ammonendo
che opporsi a questa «storia politicizzata» non è facile, perché significa
prendere di petto lintera accademia. E lestablishment
accademico a essere così, non una sua frangia lunatica, e questo è il
vero problema: è la storiografia prevalente nelle università a dipingere
gli americani come brutti, sporchi e cattivi. «Siamo un popolo migliore
di quanto i National Standards indichino, e i nostri figli meritano
di saperlo».
- Nel suo pezzo sul «Wall Street Journal» Cheney impostò molti dei temi,
e dei toni, della polemica dei conservatori nelle settimane successive.
Le sue argomentazioni furono riprese, talvolta verbatim, da altri commentatori,
fra i quali cito due fra i più autorevoli e pacati. Sul «Washington
Post» del 4 novembre, lopinionista Charles Krauthammer scrisse,
sotto il titolo History Hijacked, che i National Standards
erano stati «sequestrati dallestablishment accademico e trasformati
in un classico di political correctness». Era questa, a suo parere,
una storia ideologizzata, che non sa distinguere fra fatti e opinioni,
che è dominata dalla «triade deterministica» di razza, classe e genere;
una «nuova storia» che propone agli studenti una «contro-narrazione»
della storia nazionale, intenta solo ad attaccare le élites. Dopo un
drammatico punto e a capo, Krauthammer concludeva: «Sta per diventare
la storia ufficiale dei vostri figli». Sul «New York Times» di un paio
di settimane dopo fu lo storico John Patrick Diggins, sotto il titolo
Historical Blindness, a criticare i National Standards
per il loro «culto» del multiculturalismo e della storia sociale, che
ignora il primato della civiltà occidentale e il ruolo delle grandi
personalità nella storia. Concludeva Diggins: «Le generazione degli
anni sessanta può aver perso molte delle sue battaglie politiche ma
ora, insediatasi al sicuro nellaccademia, ha vinto la guerra per
legemonia culturale» (19).
Per coprire lintera gamma delle reazioni negative, citerò anche
il critico più sguaiato e, chissà, forse anche il più influente: il
commentatore radiofonico di estrema destra Rush Limbaugh che, secondo
lagenzia Reuther, avrebbe definito i National Standards
lopera di un gruppo segreto che merivata solo di essere «gettata
nel gabinetto» (20).
- Dal punto di vista più strettamente politico-istituzionale, le reazioni
non furono migliori. Alti funzionari dellamministrazione Clinton
come il Secretary of Education, Richard Riley, e il successore di Lynne
Cheney a capo del NEH, Sheldon Hackney, cercarono di defilarsi. Hackney
sostenne che non era compito della sua organizzazione intervenire sui
meriti degli elaborati, e che comunque la decisione finale sulla loro
adeguatezza spettava alle autorità scolastiche statali e locali; deplorò
inoltre la politicizzazione della discussione, che ormai assogliava
a un «drive-by debate», a un conflitto a fuoco fra gangs di strada,
dove si spara dal finestrino dellauto in corsa a chiunque capiti
a tiro. Il Senato degli Stati Uniti, invece, una posizione la prese.
Il 19 gennaio 1995 censurò i National Standards con la travolgente
maggioranza di 99 contro 1, una quasi unanimità che richiede una spiegazione.
Fu infatti il risultato di un compromesso che impedì il passaggio di
una misura molto più drastica (sottoscritta, fra gli altri, dal capo
della maggioranza Repubblicana, Robert Dole), diretta a tagliare i finanziamenti
al progetto; la misura adottata si limitava a raccomandare ad alcuni
organi consultivi istituiti dallamministrazione Clinton di disapprovarne
limpostazione e chiederne una revisione. Si trattava dunque di
una risoluzione abbastanza innocua, e lunico voto contrario era
quello di un duro che non accettava il compromesso. Sul
piano contenutistico, tuttavia, lopinione del Senato era chiara,
e suonava così: se il Department of Education, il National Endowment
for the Humanities, o qualsiasi altra agenzia federale fornisce finanziamenti
per la elaborazione degli Standards [
] il destinatario
di tali finanziamenti dovrebbe avere un minimo di rispetto per gli apporti
della civiltà occidentale, e delle istituzioni, delle idee e della storia
degli Stati Uniti, allincremento della libertà e della prosperità
in tutto il mondo». Il columnist del settimanale conservatore
«U.S. News & World Report», John Leo, era giustamente estasiato.
Cosa dovete fare per farvi ripudiare da tutto il Senato?, si chiese.
Semplice, fate come quegli storici californiani [...] (21).
- Naturalmente si fecero sentire anche le parti a difesa, ma, mi sembra,
abbastanza in sordina, in tono minore. I sostenitori dei National
Standards ebbero la loro quota di citazioni nei servizi giornalistici
che, su quotidiani e settimanali, accompagnarono la disputa (22). Furono anchessi ospitati
sulle pagine dei commenti, per esempio Carol Gluck (storica del Giappone
della Columbia University, membro del National Council for History Standards)
sul «New York Times» del 19 novembre 1994, e Eric Foner (ex-presidente
della OAH) sul «Newsday» dello stesso giorno. Sul «Wall Street Journal»,
Nash e Crabtree replicarono alle accuse di Cheney, ma nella sezione
delle lettere al direttore (23). Si mossero inoltre le associazioni
degli insegnanti di storia, quelle degli storici accademici, i loro
periodici professionali, i presidenti ed ex-presidenti della OAH e della
AHA (24). Su alcuni di questi interventi,
che investono il merito scientifico della questione, tornerò in seguito;
ora, credo che sia sufficiente sottolinearne un limite evidente, e cioè
il loro carattere interno, diretto agli addetti ai lavori, e per molti
versi ai già convertiti. Le buone ragioni dei National Standards
che arrivarono al largo pubblico possono essere così riassunte. Innanzitutto,
non si tratta di un manuale, non ha senso fare la conta dei nomi. Comunque,
i nomi con più ricorrenze sono, al primo posto quello di Richard Nixon,
al secondo quello di Reagan, certo non eroi della sinistra (ma questa
affermazione, direi, può essere auto-incriminante, perché la sinistra
ama anche indulgere nella citazione ossessiva dei suoi nemici). Non
è vero che ci sia un pregiudizio a favore della storia sociale, della
storia delle donne, delle minoranze. Qui si parla di tutti gli eventi,
aspetti, problemi della storia nazionale, compresa, checché ne dica
Cheney, la Costituzione; in effetti, «ci sono maschi bianchi in ogni
pagina» (25). Non è vero che
vi sia una visione criminalizzante della cultura occidentale e una edulcorata
di quella dei popoli non occidentali. Piuttosto, si dice, i National
Standards riflettono la migliore e più informata ricerca storica,
che affronta il rapporto fra storia sociale e storia politica, fra gruppi
diversi e storia nazionale, fra Occidente e altre culture, come un problema
non risolto: senza intenti celebrativi. Infine, si conclude, non si
può usare un doppio criterio di giudizio nel discorso pubblico. «I gruppi
di pressione della destra cercano di imporre una loro political correcteness»,
dichiarò Foner a «Time Magazine», «ma chissà perché il termine c. non
viene mai applicato a loro. [
] Di loro si dice che reagiscono
al revisionismo» (26).
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infida! I libri di testo e la storia americana | 1. La cronaca: i «National Standards for United States History»
| 2. Il contesto: il dibattito pubblico sulla storia
nazionale | 3. Il testo: alcune riflessioni sullo stato della storiografia
americana
(1) F. Fitzgerald, America Revised.
History Schoolbooks in the Twentieth Century (Boston: Little Brown,
1979), 7, 16-17.
(2) J. Appleby, L. Hunt e M. Jacob, Telling
the Truth about History (New York: Holt, 1994), 1.
(3) National Standards for United States
History: Exploring the American Experience Grades 5-12, Expanded Edition,
National Center for History in the Schools (Los Angeles: University of
California, 1994), coord. G. B. Nash e C. Crabtree. Una versione elettronica
di questo testo (priva di fotografie, mappe e di alcune appendici) si
trova nel sito World-Wide Web del NCHS, <URL: http://www.sscnet.ucla.edu/nchs/us-toc.htm>.
(4) National Standards for World History:
Exploring Paths to the Present, Grades 5-12, Expanded Edition, National
Center for History in the Schools (Los Angeles: University of California,
1994), coord. G. B. Nash e C. Crabtree; National Standards for History
for Grades K-4: Expanding Childrens World in Time and Space,
National Center for History in the Schools (Los Angeles: University of
California, 1994), coord. G. B. Nash e C. Crabtree.
(5) National Standards for United States
History, , 73, 75.
(6) Ibid., 3.
(7) C. W. Keller, A Methods Instructors
Review of the National Standards for History, in «The History Teacher»,
28 (maggio 1995): 398; D. M. Meadows, Constructing Standards: Bridging
Gaps, in «The History Teacher», 28 (maggio 1995): 411; W. A. McDougall,
Whose History? Whose Standards?, in «Commentary», 99 (maggio 1995):
32, 43; A. M. Schlesinger, Jr., citato da F. Rich, Cheney Dumbs Down.
The End of Standards, in «The New York Times», 26 febbraio 1995, E15.
(8) T. Gitlin, The Demonization of
Political Correctness, in «Dissent», autunno 1995, 496.
(9) National Standards for United States
History, iii.
(10) Fra gli storici accademici membri
del National Council for History Standards, ricordo Joyce Appleby (UCLA),
Elisabeth Fox-Genovese (Emory), Carol Gluck (Columbia), Akira Iriye (Harvard),
Kenneth Jackson (Columbia), Morton Keller (Brandeis), Bernard Lewis (Princeton),
William McNeill (Chicago), Theodore K. Rabb (Princeton). Fra le associazioni
non-professionali: National Catholic Educational Association, Lutheran
Schools, Council for American Private Education, Association for the Study
of Afro-American Life and History, Native American Heritage Commission,
League fo United Latin American Citizens, National Association for Asian
and Pacific American Education. Lelenco completo dei partecipanti
al progetto è in appendice a National Standards for United States History,
263-271.
(11) Nel frattempo, nel marzo 1994, il
Congresso aveva approvato il Goals 2000 Educate America Act, una legge
che offriva incentivi finanziari a quegli stati che avessero sviluppato
nuovi e migliori parametri educativi, anche nellarea dellinsegnamento
della storia, entro lanno 2000.
(12) A. J. Lichtman, History According
to Newt, in «Washington Monthly», 27 (maggio 1995): 48-49.
(13) National Standards for United
States History, 14-15, 13-14.
(14) I distretti scolastici si finanziano
con imposte sulle proprietà immobiliari e sulle imprese nel distretto.
Le entrate sono sufficienti a sostenere il costo delle scuole solo nei
distretti che comprendono quartieri benestanti. Le entrate dei distretti
più poveri dovrebbero essere integrate dagli stati, per portarle allo
stesso livello degli altri. In genere, tuttavia, gli stati si impegnano
a portare le entrate non al livello dei distretti più ricchi, bensì a
un livello considerato minimo o sufficiente. Inoltre,
una quota dei fondi statali disponibili viene spesso divisa equamente
fra tutti i distretti, favorendo i già favoriti. Vedi J. Kozol, Savage
Inequalities. Children in Americas Schools (New York: Crown,
1991), 207-209.
(15) Studenti che, per due terzi, non
sanno indicare il mezzo secolo in cui avvenne la Guerra civile americana,
o che, secondo una aneddotica universale, dicono Malcolm Decimo invece
di Malcolm X, o citano il noto rivoluzionario Vladimir I. Lennon. Vedi
L. Hancock, Red, White--and Blue. New Controversial Guidebook, National
Standards for United States History, in «Newsweek», 10 luglio 1995,
cover story.
(16) National Standards for United
States History, 1, 3, v, 3.
(17) L. V. Cheney, The End of History,
in «The Wall Street Journal», 20 ottobre 1994, ristampato in «The Historian»,
57 (inverno 1995): 455-457. Lynne Cheney era definita dagli ammiratori
«Secretary of Domestic Defense» i cui nemici (si diceva) erano peggiori
di quelli di marito, Richard Cheney, il segretario alla Difesa della guerra
del Golfo.
(18) Il fatto che il progetto fosse stato
«tremendamente politicizzato dalle associazioni professionali» è riferito
anche da Elisabeth Fox-Genovese, membro del National Council for History
Standards, in una intervista a «Time Magazine». Vedi J. Elson, History,
the Sequel, in «Time», 7 novembre 1994, 64.
(19) C. Krauthammer, History Hijacked,
in «The Washington Post», 4 novembre 1994, A25; J. Diggins, Historical
Blindness, in «The New York Times», 19 novembre 1994, A23.
(20) G. Gugliotta, Up in Arms About the
«American Experience», in «The Washington Post», 28 ottobre 1994,
A3. Con il suo talk show quotidiano trasmesso da 650 stazioni radio, Limbaugh
raggiunge con le sue invettive populiste un pubblico valutato in 20 milioni
di ascoltatori la settimana. Vedi T. B. Edsall, Americas Sweetheart,
in «The New York Review of Books», 6 ottobre 1994, 6.
(21) S. Hackney e U. S. Senate citati in An
Update on National History Standards, in «OAH Newsletter», vol. 23,
febbraio 1995, 3; J. Leo, History Standards Are Bunk, in «U.S.
News & World Report», 6 febbraio 1995, 23. In quegli stessi giorni,
L. Cheney era impegnata in una crociata, condivisa da molti conservatori,
per abolire la NEH; una delle colpe: aver prodotto i National Standards.
Vedi F. Rich, Eating Her Offspring. Lynne Cheney Rips the N.E.H.,
in «The New York Times», 26 gennaio 1995, A21; F. Rich, Cheney Dumbs
Down, E15. Gli attacchi del Sen. Dole ai National Standards
continuarono anche nei mesi successivi; alla convenzione annuale dellAmerican
Legion a Indianapolis, nel settembre 1995, li definì più pericolosi «di
nemici esterni». Vedi Review Panels Find History Standards Worth Revising,
in «OAH Newsletter», vol. 23, novembre 1995, 5.
(22) Di questi servizi ho consultato
G. Gugliotta, Up in Arms About the «American Experience», A3; G.
Gugliotta, World History Teaching Standards Draw Critics, in «The
Washington Post», 11 novembre 1994, A4; J. Thomas, A New Guideline
on History Looks Beyond Old Europe, in «The New York Times», 11 novembre
1994, A1, A22; J. Elson, History, the Sequel, 64; L. Hancock, History
Lessons, in «Newsweek», 7 novembre 1994, 54. E poi linchiesta
e cover story di «Newsweek» dellestate successiva, L. Hancock,
Red, White--and Blue.
(23) Ho letto C. Gluck, History
According to Whom? Let the debate Continue, in «The New York Times»,
19 novembre 1994, A23; G. B. Nash e C. Crabtree, A History of All the
People Isnt PC. History Education Standards Defended, in «The
Wall Street Journal», 21 novembre 1994, A17, lettera al direttore.
(24) An Update on National
History Standards, in «OAH Newsletter», 23 (febbraio 1995): 3. Vedi
G. B. Nash, National Standards in U. S. History: A Note from the President,
in «OAH Newsletter», 22 (novembre 1994): 1, 16; G. B. Nash e R. E. Dunn,
History Standards and Culture Wars, in «Social Education», 59 (gennaio
1995): 5-7; G. B. Nash, On U. S. History Standards, in «The Historian»,
57 (inverno 1995): 457-459; R. E. Dunn, On World History Standards,
in «The Historian», 57 (inverno 1995): 459-464; G. B. Nash [Ex-presidente
OAH], Creating History Standards in United States and World History,
in «OAH Magazine of History», 9 (primavera 1995): 3; J. Appleby [Ex-presidente
OAH], Controversy over the National History Standards, in «OAH
Magazine of History», 9 (primavera 1995): 4; A. A. Jones [Direttore esecutivo
OAH], Our Stakes in the History Standards, in «OAH Magazine of
History», 9 (primavera 1995): 5-6; Exploring the National Standards
for United States History and World History, fasc. spec. di «The History
Teacher», 28 (maggio 1995); G. B. Nash, The History Children Should
Study, in «Journal of American History», 82 (dicembre 1995): 962-964.
(25) G. B. Nash citato da J. Wiener,
History Lesson, in «The New Republic», 2 gennaio 1995, 10.
(26) E. Foner citato da J. Elson,
History, the Sequel, 64.
Sommario | Storia
infida! I libri di testo e la storia americana | 1. La cronaca: i «National Standards for United States History»
| 2. Il contesto: il dibattito pubblico sulla storia
nazionale | 3. Il testo: alcune riflessioni sullo stato della storiografia
americana
|