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Sommario | Storia
infida! I libri di testo e la storia americana | 1. La cronaca: i «National Standards for United States
History» | 2. Il contesto: il dibattito pubblico
sulla storia nazionale | 3. Il testo: alcune riflessioni sullo stato della storiografia
americana
3. Il testo: alcune riflessioni sullo stato della storiografia americana
Conflitti senza progresso
Frammentazione e sintesi agli inizi della storia
nazionale
La periodizzazione
Conflitti senza progresso
- I National Standards sono uno specchio fedele dello stato della
storiografia americana contemporanea, o, per meglio dire, della corrente
dominante nel pensiero storico accademico, dei suoi punti di forza e
di debolezza. Essi offrono una completa «check-list di ciò che
questa generazione di studiosi ritiene che questa generazione di studenti
dovrebbe imparare a proposito della storia americana» (69).
Confermano ciò sia gli estimatori delliniziativa, per difenderla,
sia i suoi critici, per innalzare il livello dellallarme, e, presumo,
per spaventare i genitori. I critici, non solo quelli conservatori,
sottolineano inoltre come il testo assuma, in certe sue parti, il linguaggio
delle propensioni politico-culturali, dei pregiudizi e dei tic della
sinistra; e anche questo è vero. I National Standards sono sicuramente
e, devo dire, un po stupidamente biased nel modo in cui
formulano alcuni esempi didattici per gli insegnanti, alcune domande
di controllo per gli studenti. Accade così che, a proposito del contatto
fra le culture nel periodo coloniale, si chieda di comparare le idee
europee sulla proprietà privata della terra con quelle dei Native
Americans, secondo le quali la terra sarebbe «affidata dal Creatore
a tutte le creature viventi per il loro comune godimento e comune uso».
Accade così che, per letà contemporanea, in alcuni casi si prendano
gli ideali per buoni e si chieda di spiegarli (gli ideali della affirmative
action), in altri si prendano invece per strumenti di realpolitik
e si chieda di discuterli criticamente (gli ideali della politica dei
diritti umani in politica estera). Accade così che, per ciò che riguarda
il secondo dopoguerra, la politica americana in Europa orientale sia
descritta come favorevole alla «auto-determinazione» dei popoli fra
virgolette (lo dice il governo degli Stati Uniti, chissà se è vero),
mentre quella sovietica è descritta come dettata dal «desiderio di sicurezza»
senza virgolette (una verità oggettiva). Accade infine che, nelle pagine
sulla guerra fredda interna, il nome di Joseph McCarthy e il termine
«maccartismo» ricorrano così spesso (18 volte in due pagine) da perdere
ogni utilità esplicativa e assumere il ritmo di unossessione
(70). Il Council for Basic Education, un
comitato indipendente di Washington che ha valutato la questione, ha
concluso che è proprio nei dettagli dei «teaching examples» che si annida
il diavolo del pregiudizio, del presentismo, del facile moralismo, e
ha consigliato di eliminarli. Detto questo, ha anche consigliato di
conservare la struttura portante del lavoro, poiché, a suo parere, i
criteri di base dei National Standards riflettono una «sound
historical scholarship» (71).
- Concordo con questo giudizio. Che si tratti di sound historical
scholarship non vuol dire, comè ovvio, che non sia controversa,
discussa, e discutibile. Un primo problema deriva dal fatto che presenta
la storia del paese come una serie di conflitti di gruppi e «popoli»
diversi (72). Lapproccio
conflittuale non è, di per sé, particolarmente nuovo. Anche la storiografia
progressista che ha dominato la prima metà del Novecento, quella fondata
dai Beard e dai Turner, vedeva il corso della storia nazionale come
determinato da grandiose lotte politico-sociali fra città e campagna,
centro e periferia, Est e Ovest, imprenditori e operai, oligarchia e
democrazia. Queste lotte, tuttavia, implicavano uno scontro fra una
pluralità di «interessi speciali» e «un popolo» (anzi, «il popolo»)
unito nella difesa dellinteresse generale; erano inoltre collocate
in una narrazione di progresso di lungo periodo. Nel celebre libro di
Charles e Mary Beard, The Rise of American Civilization (1927),
sotto il ribollire dei conflitti era possibile percepire lesistenza
di un progetto di democrazia nazionale che si realizzava con fatica,
con pena, ma, appunto, progressivamente nel tempo. La nuova storiografia
sembra accentuare i conflitti senza progresso, e la mancanza di direzione
della storia. In coerenza con questo approccio, secondo alcuni commentatori,
i National Standards presentano il paese come «una lunga lista
di problemi, di controversie, di pregiudizi», una «rumorosa cacofonia
di culture in collisione e competizione perpetua», un «amaro distillato
di problemi eternamente intrattabili» (73).
Il titolo stesso del testo beardiano sarebbe oggi improponibile; lidea
che esista una American civilization e che questa possa rise,
ascendere, avanzare, non è affatto data per scontata; lidea che
esista un progresso storico è stata occultata dalluso di un termine
più neutro come change, cambiamento. Daltra parte, pur
senza entrare in questioni di filosofia della storia, bisogna essere
onesti: se si ammettono fra i protagonisti e gli eventi del dramma nazionale
i Native Americans e gli afro-americani, la schiavitù e «il genocidio
da cui nacque la nostra nazione» (per usare le parole di Leslie Fiedler),
diventa forse difficile a anche imbarazzante parlare di progresso e
immaginare happy endings (74).
- Il confronto con un epigono della tradizione progressista come Schlesinger
suggerisce un secondo problema, connesso al primo. Schlesinger sostiene
che lunità della storia americana è data dalla coesione politica
che ha legato gli individui e la nazione sulla base di valori comuni
come libertà, democrazia e diritti umani. E aggiunge che, nellambito
di questa coesione politica, e in subordine a essa, le diversità culturali
sono state un contributo positivo allesperienza nazionale. Per
essere più chiari, secondo Schlesinger le diversità culturali hanno
costituito un arricchimento solo perché è esistita quella coesione,
altrimenti avrebbero portato, e forse stanno portando, al caos: alla
frammentazione dellesperienza storica e alla «balcanizzazione»
della vita pubblica del paese (75). E proprio di questi
valori comuni, che hanno consentito la convivenza degli americani malgrado
tutto, che, si dice, i National Standards hanno difficoltà a
rendere conto; offrono limmagine di una democrazia rissosa, di
cui alla fine si sa tutto a proposito delle ragioni e dello svolgersi
delle risse, ma molto poco a proposito degli interessi e degli ideali
che hanno reso possibile la democrazia. Questa analisi si basa su una
prospettiva storiografica che afferma la centralità e la supremazia
non solo della politica sulla società e la cultura, ma anche della storia
politica sulle altre possibili storie. Ora, negli ultimi trentanni
la storiografia politica è stata la grande malata, e il suo primato
esplicativo è stato messo in discussione. Per alcuni ciò ha messo in
discussione anche la possibilità e la desiderabilità di una narrazione
coerente della storia nazionale. Altri storici, e credo che siano la
stragrande maggioranza nella professione, pensano invece che la storia
nazionale sia ancora necessaria, anzi, che sia «un imperativo culturale»
per gli Stati Uniti contemporanei. «I frammenti non esistono indipendentemente
dal tutto che li rende frammenti», scrivono per esempio Appleby, Hunt
e Jacob; e tuttavia, per loro, la sfida consiste nel prendere sul serio
e mettere in gioco i risultati della nuova storiografia, e quindi di
trovare, per elaborare una nuova sintesi, un aggancio intellettuale
altrettanto solido di quello offerto nel passato dalla storia politica
(76). Impresa ardua e non risolta,
certo non risolta nei National Standards che, data la loro natura,
tendono a fotografare la situazione esistente più che a esibirsi in
esercizi di immaginazione storiografica.
Frammentazione e sintesi agli inizi della storia
nazionale
- Fotografando la situazione esistente della storiografia, i National
Standards ne riflettono anche lo sviluppo diseguale nelle varie
aree di ricerca e i modi (e gradi) diversi in cui hanno elaborato il
problema della frammentazione e della sintesi. Credo che unanalisi
dei primi capitoli del volume, fino alla formazione degli Stati Uniti
dAmerica, permetta di verificare questa affermazione, e di discuterne
alcune implicazioni. Le due sezioni iniziali dei National Standards,
che coprono la scoperta europea del Nuovo Mondo e la
bisecolare esperienza coloniale, sono senza dubbio le più interessanti
per ciò che riguarda il discorso multiculturale, e le più compiute,
anche perché trattano di uno dei più massicci incontri di popoli e culture
diverse nella storia dellumanità. Vi furono probabilmente coinvolti
tre milioni di europei in movimento prima del 1820, fra 8 e 10 milioni
di africani deportati nello stesso periodo, e parecchie decine di milioni
di Native Americans (77).
nellambito di processi storici di dimensioni transcontinentali,
per molti versi appartenenti a una fase pre-nazionale anche della storia
occidentale. Seguendo la lezione di una generazione di economisti, geografi
e storici, fra i quali uno dei coordinatori del testo, lo stesso Nash,
il quadro in cui sono collocati questi eventi è quindi molto ampio,
affinché sia possibile apprezzare limpatto della creazione dei
moderni imperi europei, e la formazione di un sistema globale di scambi
e relazioni fra quattro continenti, tre razze, e una grande diversità
di aree regionali nellambito di un vasto circuito atlantico (78). Anche quando il fuoco si
restringe alle colonie inglesi nel Nordamerica, lapproccio continua
a essere sia transatlantico che continentale, con costanti richiami
comparativi agli sviluppi degli altri sistemi coloniali europei e di
quello inglese nei Caraibi. «Questo ampio contesto della storia americana»,
si afferma «evita il provincialismo e sottolinea come gli inglesi, in
quanto late comers nelle Americhe, fossero profondamente influenzati
da ciò che già era accaduto nelle vaste regioni dellemisfero»
(79). Devo dire che questa
griglia transnazionale di grande respiro resta operativa, sullo sfondo,
anche nelle pagine sulla Rivoluzione, ma poi mi pare che si perda per
strada, soprattutto nellOttocento, quando sarebbe altrettanto
utile e produttiva. Ma nel secolo dei nazionalismi, con tutta evidenza,
la auto-contemplazione miope della storia nazionale sembra inevitabile.
- Il punto di vista da cui si guarda a tutto ciò non è solo quello europeo,
anzi è quello della convergenza, della collisione e dello scontro dei
«tre mondi», europeo, amerindiano e africano. La storia sociale, culturale
e politica di ciascuno di questi mondi ha attenzione generosa, spazio
adeguato, e totale rispetto della loro autonomia; altrettanta attenzione
hanno le interazioni reciproche, e i rapporti di potere che si instaurano
fra di essi. «Necessariamente», dicono i National Standards,
quasi giustificandosi, «qui si devono affrontare due dei più tragici
aspetti della storia americana: primo, i violenti conflitti fra i bianchi
e i popoli indigeni, la diffusione con effetti devastanti delle malattie
europee fra i Native Americans, e il graduale esproprio delle
terre indiane; secondo, la tratta degli schiavi africani e lo sviluppo
di un sistema schiavista in molte delle colonie». E aggiungono: «Pur
facendo i conti con questi tragici eventi, gli studenti dovrebbero acquisire
la consapevolezza che africani e Native Americans non furono
solo delle vittime, ma furono coinvolti in vari modi nella creazione
della società coloniale e di una nuova, ibrida cultura americana» (80). In affermazioni come questultima
cè qualche traccia di ipocrisia, quasi la tentazione (come ha
osservato James Axtell a proposito di certi studi sullinfluenza
dei nativi nella vita delle colonie) di ammordire la dura realtà del
dominio bianco con il fatto che i bianchi, comunque, calzavano spesso
mocassini indiani (81).
Ma cè anche unipotesi storiografica molto più solida e interessante,
fondata sulla convinzione che africani e Native Americans fossero
agenti attivi della loro storia e quindi della storia degli europei,
non solo presenze estranee ed esterne, nemici, vittime, o fantasmi di
un «problema». Ammesso, come ammettono i National Standards,
che «gli europei iniziarono i cambiamenti» (82),
gli indiani e le guerre indiane, così come gli schiavi e la schiavitù,
contribuirono in maniera decisiva a plasmarne gli sviluppi. Le implicazioni
di unanalisi di questo tipo possono essere radicali, e inquietanti,
anche a livello della storia politica. Come ha mostrato ventanni
fa lo storico bianco liberal Edmund S. Morgan in uno dei libri
più influenti della sua generazione, si può scoprire che lidea
stessa di «libertà americana» si formò, nel Nord America pre-rivoluzionario,
in stretta connessione con la «schiavitù americana», anzi che la seconda
era la condizione necessaria della prima (83).
La valutazione di queste aree di esperienza storica si dimostra quindi
tuttaltro che un esercizio di populismo storiografico, di multiculturalismo
romantico o separatista, di celebrazione del frammento; è invece un
passaggio indispensabile per capire il passato coloniale nella sua interezza,
e quindi per offrirne una sintesi intepretativa forte.
- Quando si passa alla terza sezione dei National Standards,
dedicata alla Rivoluzione e alla costruzione dello stato-nazione, mi
pare che le cose cambino, che lapproccio multiculturale diventi
debole e puramente addizionale, che le proposte di sintesi
perdano vigore. Al contrario di quanto affermato da molti critici, il
testo non ignora affatto né trascura i Padri Fondatori, la Costituzione,
le istituzioni, le idee e gli ideali sui quali si presume sia stato
costruito il paese; anzi, li mette al centro della storia. Delle idee
sullautorità e sui diritti naturali e di cittadinanza che furono
incorporate nella Dichiarazione dIndipendenza e nella Costituzione
del 1787, si suggerisce di analizzare sia le ascendenze europee e gli
sviluppi nel contesto di un dialogo transatlantico, sia la loro permanenza
nel tempo fino alle rivoluzioni nazionali del Novecento. Si dice che
la Costituzione e il Bill of Rights segnarono «il periodo più creativo
del costituzionalismo nella storia americana», e che la generazione
rivoluzionaria «formulò la filosofia politica e gettò le fondamenta
istituzionali del sistema di governo sotto il quale viviamo» (84).
Comè ovvio, si sottolinea il fatto che, nellambito di questo
processo, esistevano movimenti con progetti diversi fra loro, come è
possibile verificare dallo scontro fra indipendentisti e filo-inglesi
(la Rivoluzione fu anche una guerra civile) (85);
dalle tensioni fra i rivoluzionari, e dal drammatico dibattito ideologico
sulla Costituzione. Si chiede quindi di guardare alla questione da vari
punti di vista, mettendo in gioco opinioni, ruoli e interessi di patrioti
e lealisti, di tutti i gruppi sociali e religiosi, di indiani e afro-americani
(liberi e schiavi), di uomini e donne. La scena è dunque molto affollata.
Il problema è che con la molteplicità sociale, politica e religiosa
dei gruppi maschili bianchi, con le loro interazioni e il loro impatto
sulla Rivoluzione e sulle istituzioni che ne derivarono, la storiografia
ha imparato da tempo a fare i conti, producendo interpretazioni di sintesi
(86); e i National Standards ne
rendono conto con rigore. Con la molteplicità di razza e di genere,
invece, i conti sembrano ancora aperti. E quindi anche nella Rivoluzione
raccontata dai National Standards le donne, i Native Americans
e gli afro-americani ci sono, sono nominati, sono con-presenti, ma non
riescono a uscire dalle loro sfere separate e a interagire in maniera
significativa con la storia generale. Non riescono a essere protagonisti.
- Credo che una delle ragioni di queste difficoltà debba essere ricercata
nel fatto che, per alcuni versi, i National Standards sono paradossalmente
tradizionali, assai poco innovativi. Checché ne dicano i
critici, dalle loro pagine emerge lesistenza di una forte cultura
politica nazionale che si riassume nei valori originari della rivoluzione,
che sono poi quelli del pensiero liberal-democratico occidentale: tutti
gli uomini sono creati uguali; i diritti inalienabili alla vita, alla
libertà e alla ricerca della felicità; i diritti di cittadinanza. Questi
valori sono presentati come ideali comuni, o meglio potenzialmente comuni
in quanto non sempre realizzati per lintera società; possono essere
negati e minacciati, individui o gruppi possono esserne esclusi in determinati
momenti della storia del paese (e ancora oggi), ma a tutti forniscono
un possibile linguaggio di critica e di riscatto. Questo sottotesto,
che implica quel conflitto permanente e mai concluso fra ideali e realtà
che ha irritato alcuni commentatori, non è mai tematizzato in maniera
esplicita, e tuttavia percorre i National Standards. Forse appare
con maggiore chiarezza agli occhi dellosservatore esterno, più
attento a cogliervi uno dei paradigmi del sogno americano: quello che
interpreta le ingiustizie della storia come un tradimento della bontà
degli ideali. E questo sogno continuamente rinviato, per parafrasare
il poeta afro-americano Langston Hughes (87), a dare una certa coerenza alla storia
nazionale qui narrata, a cominciare dalle vicende fondanti della Rivoluzione.
Accade qui che alcune delle questioni più drammatiche e non risolte,
la permanenza della schiavitù in primo luogo, ma anche i modi dellespansione
continentale e le guerre indiane, e la posizione delle donne nella nuova
repubblica, siano concettualizzate come «contraddizioni» rispetto agli
ideali rivoluzionari di comune cittadinanza e quindi, in qualche modo,
separate dalla storia generale. E un atteggiamento che porta a
formulare la fatidica domanda su «quanto rivoluzionaria fosse in effetti
la Rivoluzione» (88), piuttosto che a decostruire e storicizzare
quegli ideali stessi, e a intrepretarli in un quadro di riferimento
multiculturale.
- La storiografia americana non manca di ipotesi di lavoro che aiutino
in questa direzione. Penso alle storiche delle donne che hanno studiato
lorigine del concetto di cittadinanza politica come cittadinanza
di uomini, costruita storicamente sulla esclusione delle
donne dalla sfera pubblica, e sulla loro subordinazione nella sfera
privata. In questo contesto, la non-cittadinanza femminile non è una
contraddizione rispetto a principi astratti di eguaglianza, bensì il
fondamento sul quale è stata immaginata leguaglianza maschile;
una contraddizione la diventerà storicamente, con una sacco di problemi (89). Penso a coloro che hanno
studiato la guerra rivoluzionaria come una lotta per la sovranità in
Nord America combattuta non fra due parti bensì fra tre, e cioè inglesi,
euro-americani, e Native Americans. In questo contesto, la vittoria
dei rivoluzionari americani ebbe effetti fatali sulle nazioni indiane,
segnò linizio della loro fine. In questo contesto la libertà per
cui si batterono i rivoluzionari appare come «la loro libertà,
che essi intendevano in parte come privilegio di annullare le libertà
[
] degli amerindiani» (90).
Penso infine a coloro che hanno indagato, nella direzione suggerita
da Morgan, sul carattere razzialmente connotato dellidea di cittadinanza
americana, il cui valore, in una società di casta come era quella basata
sulla schiavitù, derivava in gran parte dalla sua negazione ad altri.
I padri fondatori davano per scontato che gli schiavi africani, nelle
parole di Edmund Randolph, «non [sono] membri costituenti della nostra
società»; anche coloro che personalmente aborrivano la schiavitù, come
Thomas Jefferson, rifiutavano i neri come concittadini (91).
Tutto questo non era in contraddizione con la carta fondamentale del
nuovo stato-nazione; al contrario, vi era incorporato. «Lo stesso linguaggio
della Costituzione», ha scritto Foner, «rivelava che tre popolazioni
distinte coesistevano sul suolo americano». Cerano i Native
Americans, esclusi perché stranieri, appartenenti a altre nazioni;
cera il «popolo» dei cittadini formato da «persone libere»; e
poi cerano «altre persone» non meglio specificate, che esistevano
al di fuori della comunità politica, ed erano gli schiavi, ai quali
il linguaggio della libertà e della cittadinanza non si applicava
(92). Queste analisi, insomma, sono
importanti non perché aggiungono frammenti al puzzle della Rivoluzione,
bensì perché contribuiscono a ridisegnarne i contorni generali e a spiegarne
le conclusioni. Mi sembrano essenziali per un approccio di sintesi.
La periodizzazione
- I problemi della storia sociale, del multiculturalismo e della sintesi
ritornano a proposito della struttura cronologica dei National Standards,
del modo in cui viene affrontata la periodizzazione della storia nazionale.
La periodizzazione non è solo un espediente narrativo, un modo di dividere
la narrazione in comodi capitoli, ma anche uno strumento interpretativo
in senso forte. Implica una riflessione teorica sulla durata, la permanenza,
e il cambiamento; offre un contesto ai fatti, e quindi dà loro senso
(93). Non può non implicare,
oggi, una sia pur provvisoria sistemazione di alcune questioni centrali
nel dibattito storiografico contemporaneo, quali i rapporti fra storia
politica e storia sociale (fra i tempi delluna e i tempi dellaltra),
e i rapporti fra storie particolari (i tempi della storia di gruppi,
classi, generi, razze, popoli) e storia generale (in questo caso, i
tempi della storia nazionale). I National Standards riconoscono
la sfida, ma non le danno risposte particolarmente eccitanti, e ne sono
consapevoli (94) Nellintroduzione sostengono
che il «pensare cronologicamente» è uno dei requisiti del «pensare storicamente»
che deve essere sviluppato negli studenti, e che quindi gli Standards
devono «fondarsi sulla cronologia, un approccio che incoraggia a rendersi
conto del pattern e della connessione causale nella storia».
E tuttavia affermano nettamente la difficoltà di immaginare una periodizzazione
diversa da quella tradizionale o convenzionale o generalmente politica,
e che almeno «cerchi» di «fondere storia politica e storia sociale»
(95). I segmenti cronologici sono conformi
alle abituali definizioni di ere discrete, organizzate in rapporto a
eventi familiari, che solo in un secondo tempo cercano di accogliere
al proprio interno la ricerca prodotta nellultimo trentennio:
come una architettura ortodossa che tenti di «accomodare», ha commentato
lo storico David Kennedy, un arredamento nuovo. A suo parere, l«ortodossia
di questa architettura è una potente dimostrazione della presa che continua
a esercitare sulla nostra mente la forma, almeno, della vecchia narrazione
nazionale» (96).
- Per ciò che riguarda i rapporti fra storia sociale e storia politica,
i National Standards sono categorici. «Di fatto», scrivono, «nessuno
dei manuali universitari di storia degli Stati Uniti che ha tentato
in anni recenti di infondere la storia sociale nella storia politica
e istituzionale è stato capace di aggirare lostacolo della generale
determinatezza delle guerre e dei movimenti politici di riforma e della
indeterminatezza delle trasformazioni demografiche, culturali e sociali».
I grandi eventi politici, ciascuno dei quali ha, a differenza dei movimenti
economico-sociali, momenti di inizio e fine relativamente definiti,
«sono ancora modi utili per fornire punti di cesura» nella storia nazionale,
e quindi nel dargli un senso. Fra laltro, gli esempi del primo
tipo, che sono «the American Revolution, the Constitution, the Civil
War, Progressivism, the New Deal, and the Cold War», continuano a godere
del privilegio delle maiuscole da nome proprio, mentre gli esempi del
secondo tipo, ovvero «the industrial revolution, the labor movement,
environmentalism, shifts in childrearing and family size, and so forth»,
convivono con le minuscole del nome comune. Questa disparità di autorevolezza
si registra anche nella disparità dello spazio loro dedicato. Un critico
conservatore, con lintenzione maliziosa di prendere in castagna
una nuova storiografia che si suppone devota alla storia sociale, si
è messo a fare un po di conti; ha scoperto con sorpresa che il
60 per cento delle questioni affrontate sono di storia politica e di
politica estera («materiale tradizionale»: «non male», ha commentato)
(97). Per ciò che riguarda
i rapporti fra le storie dei gruppi diversi e la storia nazionale, i
National Standards si limitano a una messa in guardia. «In un
paese così diversificato come gli Stati Uniti», si dice, «nessuno schema
periodizzante può funzionare per tutti». I Native Americans possono
avere scansioni storiche che differiscono da quelle degli euro-americani,
così come, daltra parte, le scansioni degli Irochesi possono differire
da quelle dei Sioux; lo stesso discorso vale per afro-americani, messicani-americani,
donne. Bisogna quindi scegliere, anche se fare delle scelte significa
affermare che la cronologia di alcuni è più importante, determinante,
fondante di quella di altri. E la scelta che informa tutto il testo,
anche se non è mai esplicitata, è quella espressa da Nash in una differente
occasione, a proposito di un suo precedente manuale: «il modo in cui
la storia è raccontata segue in effetti gli europei, [perché] questa
è la storia di come ha funzionato il potere» (98).
- Il risultato è una struttura in dieci capitoli definiti secondo criteri
cronologici, sia pure con alcune sovrapposizioni temporali: Era 1: Three
Worlds Meet (Beginnings to 1620); Era 2: Colonization and Settlement
(1585-1763); Era 3. Revolution and the New Nation (1754-1820s);
Era 4: Expansion and Reform (1801-1861); Era 5: Civil War
and Reconstruction (1850-1877); Era 6: The Development of the
Industrial United States (1870-1900); Era 7: The Emergence of
Modern America (1890-1930); Era 8: The Great Depression and World
War II (1929-1945); Era 9: Postwar United States (1945 to early
1970s); Era 10: Contemporary United States (1968 to the present).
Lorganizzazione della materia è dunque piuttosto scontata, con
etichette interpretative ben note. Le ultime due ere sono le meno focalizzate,
fino al punto che sono le uniche ad avere la cronologia nel titolo stesso,
come se ancora non esistesse il modo di nominarle; nel capitolo 10 sugli
Stati Uniti post-1968, ciò riguarda anche le suddivisioni interne, che
evocano generici «major developments» in politica esterna e interna,
nelleconomia e nella società. I problema di organizzare la storia
più recente è, naturalmente, comune a tutta la storiografia. Il modo
in cui, per esempio, i manuali americani trattano gli anni sessanta
è incredibile per confusione e mancanza di consenso, e ciò si riflette
nel modo in cui li periodizzano, cercando di definire quando sono cominciati
e quando sono finiti. Alcuni autori fanno ricorso senza molta fantasia
alla categoria del decennio («the sixties»), che sembra semplice, descrittiva
e di senso comune, ma che finisce per acquisire una forza interpretativa
in quanto presume, come è stato osservato con ironia, che «cambiamenti
monumentali avvengano fra un censimento e laltro» (99). Altri danno una gamma di risposte
che appare molto elastica, a fisarmonica: pochi anni intensi e febbrili
fra il 1963 e il 1968; un ventennio di conflitti fra il 1954 e il 1975;
un ventennio più strutturato che copre il trionfo e il declino dello
stato liberal-progressista (1960-1980); la fase conclusiva di unepoca
più lunga, quella segnata dal formarsi e disgregarsi del «sistema del
New Deal» (100). Questultima
periodizzazione è probabilmente quella che meglio si adatta agli schemi
proposti dai National Standards, che dedicano lintero capitolo
8 allemergere del blocco politico-sociale che è stato alla base
di quel sistema (gli anni del New Deal, appunto, della seconda guerra
mondiale), e chiudono il capitolo 9 con la sua crisi fra il 1968 e i
primi anni settanta.
- Lidea di un «sistema del New Deal» appartiene a una griglia
interpretativa che è piuttosto consolidata, e che vede la storia nazionale
come il succedersi di sistemi politici distinti. Sviluppata negli anni
sessanta da storici dei partiti e del comportamento elettorale e da
politologi, era il tentativo di leggere la storia politica emancipandola
da un approccio troppo legato ai grandi eventi e alle personalità dei
presidenti (la cosiddetta «sintesi presidenziale»), e di introdurvi
lanalisi di elementi strutturali che spiegassero i meccanismi
di cambiamento e continuità nel medio periodo. Non più solo presidenti,
quindi, o singole elezioni, programmi di partito, dibattiti politico-parlamentari,
movimenti di riforma, guerre, ma anche e soprattutto «sistemi di partito»
che si formano in occasione di grandi sconvolgimenti elettorali (le
«elezioni critiche») e poi si stabilizzano nel tempo, e che esprimono
rapporti fra stato, economia e società e modelli di public policy
relativamente coerenti. Quando cambia sistema, si suppone che ciò accada
perché cambiano i nessi fra questi elementi. I momenti di cesura sono
in parte quelli tradizionali, in parte no: certamente la Rivoluzione,
poi gli anni trenta dellOttocento con lemergere del «sistema
jacksoniano», gli anni sessanta con il «sistema della Guerra civile»,
gli anni novanta con il «sistema del 1896», gli anni trenta del nostro
secolo con il già citato sistema del New Deal, e gli anni sessanta-settanta
ancora in attesa di una definizione (101). Questa scansione cronologica
è familiare nella storiografia americana, e se ne sente uneco
anche nei National Standards, e non solo nella parte più contemporaneistica.
Presenta di certo alcuni problemi, basti pensare al fatto che salta
a pié pari i drammatici appuntamenti dei due grandi conflitti mondiali
del Novecento, e quindi (forse) le possibilità di una comparazione della
storia degli Stati Uniti con quella del mondo transatlantico (102).
Ma presenta anche potenzialità che qui mi interessano di più dei problemi.
Basti pensare che, negli ultimi anni, agli iniziali elementi definitori
se ne sono aggiunti, e se ne possono aggiungere, altri derivanti dalla
storia sociale e culturale: rapporti fra classi, etnìe e razze, fra
spazi privati e spazi pubblici, fra identità sociali e forme di comunicazione
e di consumo, fra famiglia e politica della famiglia, fra le generazioni
e fra i sessi, e così via. Ciò ha portato, fra laltro, a usare
etichette più comprensive, da «sistemi elettoriali» a «sistemi di partito»
a «ere politiche» a «regimi politici» (103).
E quando cambia regime, si può supporre che ciò accada perché cambiano
i nessi fra tutti o quasi questi elementi, sia di tipo politico-economico
che di tipo sociale e culturale.
- Detto in altri termini, credo che le scansioni temporali proposte
da questo approccio siano in grado di accomodare le periodizzazioni
elaborate in maniera autonoma sia dalla storia sociale che dalle storie
particolari di gruppi diversi. Credo anche che, a questo punto, usare
il verbo «accomodare», come fa Kennedy, sia fuorviante, perché implica
il riconoscimento del primato della storia politica che continuerebbe
a imporre i suoi parametri alla storia generale e ad assorbire al proprio
interno, e a neutralizzare, le altre storie. La questione può essere
rovesciata e formulata in positivo. E possibile ipotizzare che
cambiamenti politici e cambiamenti sociali e culturali siano strettamente
intrecciati e interdipendenti, così da concorrere insieme a dettare
i tempi della storia. La periodizzazione che ne risulta appare in larga
misura tradizionale perché i tempi della politica sono stati formalizzati
per primi nella moderna storiografia, e si sono rivelati dei decenti
indicatori di cambiamento. Molti esempi sarebbero possibili, in varie
direzioni. Altrove ho cercato di indicare come le ricerche di storia
politica, istituzionale, economica, intellettuale, sociale, culturale,
e di gender history siano necessarie, senza gerarchie di sorta,
per dare un senso alle trasformazioni della vita pubblica negli Stati
Uniti negli anni novanta dellOttocento (104). In una prospettiva
longitudinale, la storia delle donne ha fatto emergere relazioni, tensioni,
conflitti di genere finora invisibili, e quindi nuove ipotesi sulle
forze che hanno contribuito a mantenere o modificare lordine politico-sociale
in tutto larco della storia nazionale, ma con momenti di accelerazione
e drammaticità che coincidono con le sue cesure periodizzanti, e ne
sono parte integrante (105). Lo stesso potrebbe dirsi
degli afro-americani, che si presentano anchessi con regolarità
agli appuntamenti periodizzanti della vicenda del paese, e ne co-determinano
sviluppi e sbocchi. Ma basta così. Con queste considerazioni non intendo
proporre, con spensierata avventatezza, un modello interpretativo di
sintesi della storia nazionale degli Stati Uniti. Più modestamente,
intendo piuttosto suggerire che esiste il materiale per concettualizzare
in termini più ottimistici di quanto non facciano i National Standards,
i rapporti fra storia sociale e storia politica, e fra storie particolari
e storia generale. Che sono meno in guerra fra loro di quanto non siano
state nel recente passato.
Sommario | Storia
infida! I libri di testo e la storia americana | 1. La cronaca: i «National Standards for United States
History» | 2. Il contesto: il dibattito pubblico
sulla storia nazionale | 3. Il testo: alcune riflessioni sullo stato della storiografia
americana
(69) D. M. Kennedy, A Vexed and
Troubled People, in «The History Teacher», 28 (maggio 1995): 419;
per i critici conservatori vedi W. A. McDougall, Whose History? Whose
Standards?, 36.
(70) National Standards for United
States History, 56, 238, 236, 215, 214-215.
(71) Panel Appointed to Review
History Standards, in «OAH Newsletter», 23 (agosto 1995): 6; Review
Panels Find History Standards Worth Revising, in «OAH Newsletter»,
23 (novembre 1995): 5. I National Standards sono stati ripubblicati
nella primavera 1996 con parecchie revisioni, senza i «teaching examples»
incriminati, e con laggiunta di nuovo materiale in alcune aree in
precedenza trascurate (limpatto della scienza e della tecnologia,
la storia economica, la politica estera dopo la seconda guerra mondiale,
e, significativamente, «la continua ricerca di una comune identità americana»).
Queste revisioni hanno seguito le raccomandazioni del Council for Basic
Education, che ha espresso la sua piena soddisfazione; un suo esponente
ha dichiarato: «Le critiche rivolte alla prima versione degli Standards
certamente non riguardano la nuova versione, e ciò dovrebbe essere chiaro
a chiunque legga il documento--liberal o conservatore». Critici
della prima versione come Diane Ravitch e Arthur Schlesinger Jr. concordano
con questo giudizio (ma non Lynne Cheney, che continua a essere contraria).
Dei «teaching examples» è prevista la pubblicazione separata nellestate
1996, come sussidi didattici, e senza letichetta dei National
Standards. I tre volumi originali sono stati ridotti a un unico, più
agile volume dal titolo National Standards for History: Basic Edition,
che non ho ancora visto. Fra laltro, il comunicato stampa del National
Center for History in the Schools che annuncia la nuova uscita sottolinea
con molta enfasi che si tratta di Standards «volontari». Vedi Newly
Revised Voluntary History Standards Released Today, Endorsed by Leadership
of National Review Panels, comunicato stampa, 3 aprile 1996, nel sito
World Wide Web del NCHS <URL: http://www.sscnet.ucla.edu/nchs/press.html>;
Standards for History: Comments, nel sito World Wide Web della
OAH <URL: http://www.indiana.edu/~oah/revstands.html>; Miller, Revised
History Standards Released, in «NCC Washington Update», 2 (3 aprile
1996): § 1, bollettino elettronico del National Coordinating Committee
for the Promotion of History, <URL: http://h-net.msu.edu/~ncc/>.
Ringrazio Paolo Pezzino per avermi segnalato questultimo documento.
(72) Secondo D. Ravitch e A. M. Schlesinger,
Jr., The New, Improved History Standards, in «The Wall Street Journal»,
3 aprile 1996, A14, la nuova edizione riveduta, corretta, migliorata e
abbreviata dei National Standards, di cui dico alla nota precedente,
ha rinunciato a far riferimento a questi «popoli» al plurale.
(73) Schrag, The New War Over
the Past, in «The American Prospect», 20 (inverno 1995): 57; D. M.
Kennedy, A Vexed and Troubled People, 420, 422;
(74) C. A. Beard e M. R. Beard, The
Rise of American Civilization (New York: MacMillan, 1927, 2 voll);
L. Fiedler, The Return of the Vanishing American, 1968, trad. it.
Il ritorno del pellerossa. Mito e letteratura in America (Milano:
Rizzoli, 1972), 72.
(75) A. M. Schlesinger, Jr., La
disunione dellAmerica, cit.; qui elaboro sulla discussione di
F. Fasce, Culture, Politics and the Making of a Collective Past in
Contemporary America, 198.
(76) J. Appleby, L. Hunt e M. Jacob,
Telling the Truth about History, 295. Sulla questione dei frammenti
e della sintesi, vedi lanalisi di un caso specifico in F. Fasce,
Prometeo a Babele. Un tentativo di storia pubblica del lavoro negli
Stati Uniti, in N. Gallerano (a cura di), Luso pubblico della
storia, 145-161.
(77) Ph. D. Curtin, The Atlantic
Slave Trade: A Census (Madison: University of Wisconsin Press, 1969);
R. Thornton, American Indian Holocaust and Survival: A Population History
since 1492 (Norman: University of Oklahoma Press, 1987).
(78) Le influenze più evidenti in
queste pagine mi sembrano quelle di I. Wallerstein, Il sistema mondiale
delleconomia moderna, II, Il mercantilismo e il consolidamento
delleconomia-mondo europea, 1600-1750 (Bologna: Il Mulino, 1987);
D. W. Meinig, The Shaping of America: A Geographical Perspective on
500 Years of History: Atlantic America, 1492-1800 (New Haven: Yale
Unversity Press, 1986); G. B. Nash, Red, White, and Black: The Peoples
of Early North America (Englewood Cliffs, N. J.: Prentice-Hall, 1992,
terza ed., prima ed. 1974).
(79) National Standards for United
States History, 39.
(80) Ibid., 51.
(81) J. Axtell, The Indian Impact
on English Colonial Culture, in Id., The European and the Indian:
Essays in the Ethnohistory of Colonial North America (New York: Oxford
Unversity Press, 1981), 273; si veda anche Id., Colonial America Without
the Indians, in Id., After Columbus: Essays in the Ethnohistory
of Colonial North America (New York: Oxford Unversity Press, 1988),
222-243.
(82) National Standards for United
States History, 39.
(83) E. S. Morgan, American Slavery,
American Freedom: The Ordeal of Colonial Virginia (New York: Norton,
1975).
(84) National Standards for United States History,
70.
(85) Fra laltro, nello sfidare
(giustamente) la logica della necessità storica e della inevitabile ragione
dei vincitori, il testo formula domande dal sapore vagamente tory
come, per esempio: «Era ragionevole che gli inglesi tassassero i coloni
per contribuire a pagare una guerra combattuta in loro difesa?». Vedi
National Standards for United States History, 73. Sulla Rivoluzione
come guerra civile, vedi J. C. D. Clark, The Language of Liberty, 1660-1832:
Political Discourse and Social Dynamics in the Anglo-American World
(Cambridge, U. K.: Cambridge University Press, 1994), 296-303; L. Valz
Mannucci, La rivoluzione americana come guerra civile, in G. Ranzato
(a cura di), Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea
(Torino: Bollati Boringhieri, 1994), 159-192.
(86) Un autorevole esempio recente
è G. S. Wood, The Radicalism of the American Revolution (New York:
Knopf, 1992), trad. it. I figli della libertà. Alle origini della democraza
americana (Firenze: Giunti, 1996), recensito da M. Verga in questo
numero di «Storica».
(87) L. Hughes, Montage of a Dream
Deferred (1951), in Id., Selected Poems (New York: Vintage,
1990).
(88) National Standards for United
States History, 70.
(89) J. R. Gundersen, Independence,
Citizenship, and the American Revolution, in «Signs: Journal of Women
in Culture and Society», 13 (autunno 1987): 59-77; L. K. Kerber, A
Constitutional Right to Be Treated Like American Ladies, in L. K.
Kerber, A. Kessler-Harris, e K. Kish Sklar (a cura di), U. S. History
as Womens History: New Feminist Essays (Chapell Hill: University
of North Carolina Press, 1995), 17-35; Baker, The Domestication of
Politics: Women and American Political Society, 1780-1920, in «American
Historical Review», 89 (giugno 1984): 620-647.
(90) F. Jennings, The Imperial
Revolution: The American Revolution as a Tripartite Struggle for Sovereignty,
in F. Jennings (a cura di), The American Indian and the American Revolution
(Chicago: The Newberry Library, 1983), 42, corsivo mio; Id., The Founders
of America: From the Earliest Migrations to the Present (New York:
Norton, 1993).
(91) E. Foner, Freedom, Race and
Citizenship in American History, in A. M. Martellone (a cura di),
Towards a New American Nation?, 77; M. Sylvers (a cura di), Il
pensiero politico e sociale di Thomas Jefferson (Bari: Lacaita, 1993).
(92) E. Foner, Freedom, Race and
Citizenship in American History, 77. Il riferimento a «other Persons»
per intendere schiavi è in Articolo I, Sezione 2; ma vedi anche, per una
analoga operazioe linguistica, Articolo I, Sezione 9. Fra laltro,
quando la pressione delle donne per il suffragio raggiunse livelli preoccupanti,
allindomani della Guerra civile, il testo costituzionale esplicitò
anche i suoi presupposti sessuati; nellemendamento (il XIV, del
1868) che estendeva i diritti agli ex-schiavi neri, affermò che di «cittadini
maschi» si stava parlando. Vedi E. C. DuBois, Outgrowing the Compact
of the Fathers: Equal Rights, Woman Suffrage, and the United States Constitution,
1820-1878, in «Journal of American History», 74 (dicembre 1987): 836-62.
(93) Secondo Martin Sklar, «[c]iò
che le teorie generali e speciali sono per il significato e in verità
per la stessa designazione dei fatti nelle scienze fisiche, la periodizzazione
può essere per il significato e la designazione dei fatti nella storia».
Vedi M. J. Sklar, Periodization and Historiography: The United States
Considered as a Developing Country, in Id., The United States as
a Developing Country: Studies in U. S. Political History in the Progressive
Era and the 1920s (New York: Cambridge University Press, 1992), 2.
(94) Come ha ricordato un membro
del National Council for History Standards che ha coordinato la preparazione
del testo, proprio «le decisioni sulla periodizzazione più appropriata
hanno portato via gran parte del tempo del consiglio», compresa la decisione
se cominciare prima di Colombo, nel 1492, o nel 1607 (la soluzione adottata
è un primo capitolo che copre Beginnings to 1620, con una sezione
sul mondo pre-colombiano). Vedi J. Appleby, Controversy over the National
History Standards, 4; e anche C. F. Risinger, The National History
Standards: A View from the Inside, in «The History Teacher», 28 (maggio
1995): 388.
(95) National Standards for United
States History, 3, 7, 4.
(96) D. M. Kennedy, A Vexed and
Troubled People, 418.
(97) National Standards for United States History,
4-5; W. A. McDougall, Whose History? Whose Standards?, 40.
(98) National Standards for United
States History, 4; dichiarazione di G. N. Nash a T. Gitlin, The
Twilight of Common Dreams, 19.
(99) Ch. Lasch, Counting by Tens,
in «Salmagundi», vol. 81, inverno 1989, 55.
(100) V. Gosse, Consensus and
Contradiction in Textbook Treatments of the Sixties, in «Journal of
American History», 82 (settembre 1995): 658-669; D. Farber (a cura di),
The Sixties: From Memory to History (Chapel Hill: University of
North Carolina Press, 1994); F. Romero, La guerra fredda: unepoca
nella storia degli Stati Uniti?, in «Àcoma. Rivista internazionale
di studi nordamericani», 3 (primavera 1996): 28-37.
(101) W. N. Chambers and W. D. Burnham
(a cura di), The American Party Systems: Stages of Political Development
(New York: Oxford University Press, 1967); W. D. Burnham, Critical
Elections and the Mainsprings of American Politics (New York: Norton,
1970); Kleppner et al., The Evolution of American Electoral Systems
(Westport, Conn.: Greenwood Press, 1981). Sulle incertezze definitorie
post-anni sessanta, vedi la recente discussione di S. Luconi, The End
of Electoral Realignment and the Deadlock of American Democracy, in
A. M. Martellone (a cura di), Towards a New American Nation?, 59-75.
(102) Ma mi pare che questo sia
proprio il problema che affronta, con risultati interessanti, Ch. S. Maier,
Short Twentieth Century, or Long Industrial Epoch? Transformations
of Territoriality, relazione al convegno Il secolo ambiguo. Le
periodizzazioni nel secolo XX: continuità e mutamenti (Società italiana
per lo studio della storia contemporanea, Pisa, 17-18 maggio 1996).
(103) E. J. Eisenach, Reconstituting
the Study of American Political Thought in a Regime-Change Perspective,
in «Studies in American Political Development», 4 (1990): 169-228; B.
E. Shafer (a cura di), The End of Realignment? Interpreting American
Electoral Eras (Madison: University of Wisconsin Press, 1991).
(104) A. Testi, La crisi dei
partiti politici di massa negli Stati Uniti, 1890-1920, in «Quaderni
storici», 24 (agosto 1989) 493-536; A. Testi, Once Again, Why is there
no Socialism in the United States?, in «Storia Nordamericana», 7,
1 (1990): 59-92; A. Testi,The Gender of Reform Politics: Theodore Roosevelt
and the Culture of Masculinity, in «Journal of American History»,
81 (marzo 1995): 1509-1533.
(105) Baker, The Domestication
of Politics; L. A. Tilly e Gurin (a cura di), Women, Politics,
and Change (New York: Sage, 1990).
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History» | 2. Il contesto: il dibattito pubblico
sulla storia nazionale | 3. Il testo: alcune riflessioni sullo stato della storiografia
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