![]() |
L' "Oriente d'Europa": un'idea
in movimento
|
|
1. La storia della conoscenza dei territori e delle popolazioni delle
regioni che hanno finito per essere rappresentate come "Europa orientale"
è parte integrante del più vasto dibattito apertosi nell'Europa
del Settecento, sull'idea stessa d'Europa, di civilisation, sulla
diversità dei caratteri nazionali. Stabilire confini, conoscere
territori e popolazioni lontani e sconosciuti, nel Settecento, significa
stabilire certezze, dare forma al mondo, e, nello stesso tempo, ricavare
per opposizione conferme sulla propria identità. Per gli europei
del secolo dei lumi conoscere l' 'Oriente d'Europa' implica addentrarsi
in territori estranei alla propria geografia, in terre che nell'immaginario
collettivo assomigliano a una grande palude, a causa dell'incredibile
coagulo etnico e linguistico, e dei continui fermenti politici e riassestamenti
geografici. All'instabilità geopolitica ed etnografica dell'Oriente
d'Europa corrisponde un'analoga instabilità nel processo di costruzione
culturale dell'idea di ‘Oriente d'Europa'. Gli europei del
Settecento si prefiggono dunque, se vogliamo dirlo con le parole di
Peyssonnel[1], di "sbrogliare
l'antico caos", vale a dire scoprire e studiare i fattori che contribuiscono
a generare tale ambiguità. Nasce un forte interesse per ciò
che è diverso, la volontà di capire in che cosa l'altro
è diverso, di stabilire i domini della civiltà e della
barbarie, di determinare confini geografici, aree ben precise e delineate.
Conoscere le 'diversità' significa farle entrare nel proprio
patrimonio culturale e sfatarne l'immagine 'mitica' e misteriosa.
2. In questa sede mi limiterò a tratteggiare i passi più
significativi compiuti in ambito geografico e cartografico, a delineare
il concorso della geografia e della cartografia al più ampio
dibattito sull'idea d'Europa, indicando, per quanto è possibile,
le principali fonti di riferimento e la loro fitta rete di contatti
e correlazioni, in rapporto alla riflessione sull' 'Oriente d'Europa'.
Si vedrà che intorno alla pratica politica e alle vicende internazionali
ruotano le maggiori difficoltà dei geografi del Settecento. Tuttavia
lo sviluppo cartografico settecentesco è in gran parte debitore
proprio a tali rivolgimenti territoriali, propulsori ideali d'importanti
attività scientifiche e di rilevamento topografico. 3. La riflessione più ampia sulla storia e sulla natura della civiltà europea e, in contrapposizione a questa, la riflessione su una presupposta civiltà orientale, rappresentano le trame di un dibattito, che si ritrova per la prima volta nell'antichità greca, nell'opera dello storico Erodoto, e successivamente, per citare solo i più grandi, in Piccolomini, in Machiavelli, fino a Montesquieu. Già negli scritti di Machiavelli il criterio dominante di differenziazione tra Europa e Asia è rappresentato dalla contrapposizione tra governo moderato europeo e dispotismo asiatico[3]. Tuttavia, dal Settecento, il dibattito su una supposta civiltà e identità europea si sposta sulla stessa Europa e, in particolare, su una ripartizione del continente secondo le coordinate Nord-Sud, Est-Ovest. Se una suddivisione Nord-Sud è già dal ‘500 largamente presente nella cultura politica e nelle rappresentazioni ideologiche del continente (per esempio: Nord protestante e Sud cattolico), nel Settecento la novità è rappresentata dalla riflessione su Ovest-Est, sull' 'Oriente d'Europa'. Nell'Esprit des lois (1748) la prospettiva Est-Ovest assume per la prima volta un valore veramente pregnante. Attraverso l'opposizione culturale e geografica di Europa e Asia, Montesquieu propone infatti una definizione d'Europa dai caratteri più distinti rispetto al passato[4]. L' indeterminatezza dell'espressione 'Oriente d'Europa' è molto forte, ed è pienamente avvertita anche dagli stessi uomini del Settecento, anzi da loro per primi utilizzata. Durante un viaggio attraverso l'impero russo, nel 1787, Louis-Philippe comte de Ségur, ministro plenipotenziario presso Caterina II, usa il nome di "Oriente d'Europa" per designare lo spazio che percorre quando si fa più forte la sensazione di lasciare l'Europa e sembra perfino di tornare indietro di dieci secoli e di muoversi in mezzo ad orde di Unni, Sciti, Slavi e Sarmati[5]. L'incertezza sui confini incoraggia la costruzione di un paradosso: la simultanea inclusione ed esclusione dall'Europa; Europa, ma non ancora Europa, in un mélange di 'civilisation' e barbarie. Discutendo la mobilità geografica e culturale dell'Est europeo, attraverso la letteratura politica e di viaggio del Settecento, Patrick Jager si interroga sulla posizione della Turchia, della Russia e dell'Arcipelago greco, quest'ultimo ormai quasi unanimemente escluso dalla sfera europea[6]. Se da un lato la rappresentazione settecentesca dell'Europa si sta gradualmente affrancando, seppur non totalmente, da connotati religiosi secolari, dall'altro vediamo che la nozione geografica mantiene tutto il suo valore[7]. La relativa vicinanza geografica non fa che legittimare costruzioni culturali, prese da fatti veri e dalla fantasia. Geografia reale e geografia mitica si confondono ancora e non sempre si riesce a percepire la misura in cui un fatto appartenga all'ambito scientifico o a quello del fantastico. In questa fusione la geografia mitica si alimenta spesso di quella reale. L' 'Oriente d'Europa' è, nel Settecento, terreno estremamente fertile per questo genere di commistioni: molti viaggiatori si sentono stimolati all'idea di dirigersi verso l'ignoto e scrivono, nel tentativo di fissare sulla carta luoghi e indicazioni precise, per evitare la fugacità e fornire principi scientificamente documentati. Nel fare ciò essi subiscono il condizionamento del retaggio passato, di topoi tramandatisi nei secoli, che solo dopo lungo tempo vengono sottoposti a verifica e possono dirsi superati[8]. 4. Le regioni che abbiamo detto appartenere all'Oriente d'Europa sono
collocate ad Oriente secondo il nostro modo di pensare, le nostre consuetudini,
la nostra geografia mentale. In realtà esse, prima del Settecento,
sono considerate tradizionalmente regioni settentrionali, appartenenti
al Nord d'Europa. Sia l'Atlante del Blaeu (1662)[9]
che il Recueil des voyages au Nord (1715-27)[10]
descrivono la Russia tra le regioni settentrionali. La prima edizione
del 1730, in tedesco, dell'opera di Strahlenberg si intitola significativamente:
Der Nord-und Östliche theil von Europa und Asien, poi modificato,
nella successiva edizione francese, in Description historique de
l'empire Russien (1757)[11];
il geografo Lenglet-Dufresnoy inserisce la trattazione della Russia
sia tra i paesi dell'Europa settentrionale che tra quelli dell'Europa
orientale[12]. Non credo
si possa parlare di uno spostamento o riorientamento da Nord verso Est
di questi paesi, bensì di oscillazione e incertezza tra le idee
di Settentrione e di Oriente ancora per tutto il Settecento. Rimane,
inoltre, assente la dicotomia Europa orientale-Europa occidentale; i
due termini non sono ancora entrati nell'uso[13].
La linea 'esotica' di separazione percepita correntemente passa ambiguamente
ad est di Berlino, Vienna, e Venezia, subendo tuttavia riassestamenti
più o meno rilevanti a seguito di rettifiche geopolitiche durante
tutto l'arco del periodo preso in esame. Sia nelle carte geografiche
sia nei resoconti di viaggio si trovano espressioni altrettanto sfuggenti
per indicare le zone di frontiera: 'Turchia in Europa', 'Turchia in
Asia', 'Russia europea', 'Russia asiatica', 'regioni settentrionali'[14].
L'elemento più sconcertante percepito da molti è
quello che non esiste la possibilità di decidere per una disposizione
chiara a tutti e che scarseggiano ancora punti importanti di riferimento.
Per poter offrire una prospettiva più articolata sulle immagini
dell'Europa variamente elaborate nel corso del Settecento, e dunque
per poter finalmente valutare i fattori che entrano in gioco in Europa
con la creazione di una molteplicità di differenti caratteri
per descrivere i territori orientali, sarebbe dunque auspicabile una
ricerca più approfondita sulle rappresentazioni cartografiche
dei paesi confinanti con l'Europa stessa. In una mappa turca settecentesca
di Abubekir Effendi, per esempio, non ci sono evidenti linee di confine
che possano indicare un limite con l'Europa occidentale; e parimenti
assenti sono le espressioni quali ‘Turchia in Europa' e
‘Turchia in Asia' usate invece profusamente nell'Occidente[15]. L'Europa delle carte.5. All'inizio del Settecento lo sviluppo della cartografia dell'Europa orientale si trova molto indietro rispetto a quello dell'Occidente, dal momento che altrettanto arretrate sono pure le conoscenze che si possiedono riguardo a questa porzione d'Europa. Leo Bagrow sostiene, per esempio, che la conoscenza geografica russa pre-petrina si basa ancora su un insieme di materiali medievali di origine occidentale, d'informazioni leggendarie bizantine, e d'antiche concezioni russe[18]. Nel corso del secolo il settore cartografico compie un salto di qualità non indifferente. L'impulso decisivo viene dato a volte dagli stessi regnanti, quando si trovano a negoziare e calcolare matematicamente la bilancia dei loro poteri e, inevitabilmente, si scontrano con la scarsezza delle carte, con la loro imprecisione e inaffidabilità, costringendoli talvolta a diventare ‘apprendisti' geografi, come Federico II e Caterina II. Tuttavia, la scrupolosità dei geografi nell'aggiornare le carte, non riesce a seguire i continui rivolgimenti politici o i mutamenti delle zone di frontiera. Nel 1702, per esempio, Sanson pubblica ad Amsterdam la carta Teatro della guerra dei regni del Nord, dove il nome 'Ucraina' è stampato sul bordo, quindi fuori dalla mappa della guerra, le cui sorti, come sappiamo, si decideranno proprio a Poltava, in Ucraina, nel 1709[19]. Difficoltà equivalenti sorgono nell'instabile regione balcanica. Vale la pena, a questo proposito, di accennare all'attività geografica di Luigi Ferdinando Marsili. Figura poliedrica di chiara fama europea, Marsili mette a disposizione dell'Impero asburgico, a cavallo tra Sei e Settecento, le sue competenze in campo militare e geografico, compie rilevazioni, raccoglie libri e manoscritti, dirige opere di fortificazione militare, compie ricognizioni e stende progetti sul problema dei confini[20]. Le mappe dei confini servono a stabilire il limite legale del potere asburgico, e soprattutto, quello dei suoi vicini. Intrapresa la carriera militare il Marsili si muove tra Vienna e Belgrado negli anni tra il 1685 e il 1688. Dimora a lungo in Ungheria, teatro del conflitto turco-imperiale, paese che rappresenta sia i successi di Leopoldo I, che il baluardo più avanzato della difesa contro la Porta. Dopo la pace di Karlowitz Marsili è nominato ministro plenipotenziario di parte imperiale per la delimitazione dei confini (1699-1700). I suoi rescritti imperiali, inviati durante la missione e contenuti nelle Relazioni[21], confermano l'interesse con cui Vienna guarda alle operazioni di confine, non solo per quel che riguarda l'aspetto difensivo, ma anche nei risvolti economici e commerciali. Le Relazioni costituiscono lo specchio fedele di problematiche dibattute a corte, in particolare della linea mercantilistica seguita da Leopoldo I, da Strattman, Kinsky e Starhemberg, che si ritrova anche negli articoli del trattato di Karlowitz e che prevede lo sviluppo dei commerci, soprattutto verso Oriente, e la conquista di posizioni chiave (ad esempio Belgrado). Marsili segue la Militärpartei, che auspica l'attuazione di un disegno di militarizzazione e germanizzazione dell'Ungheria, per dare ordine e sicurezza a queste regioni, cosa che "li volubili cervelli" delle popolazioni ungariche e transilvane non assicurano[22]. 6. Le Relazioni riguardano le regioni proprio al limite tra l'Europa e l'Asia, quella zona che in tutte le carte dell'epoca viene denominata 'Turchia europea', e contengono il resoconto dettagliato delle operazioni dei confini svolte dal Marsili direttamente sul luogo e poi spedite a corte, oltre alle risposte della Corte, e degli incaricati turchi deputati a trattare la questione. Le Relazioni sono l'esempio dell'integrazione tra la geografia militare, in particolare la cartografia, e la ricerca scientifica e accademica. Le mappe illustrano e aiutano a comprendere le spiegazioni del Marsili, che più di una volta nel corso della trattazione sottolinea la difficoltà delle operazioni cui è preposto, anche per l' 'oscurità' di certi articoli del trattato (Karlowitz). Marsili ripete spesso di seguire 'l'ordine della natura' nel tracciare le linee di demarcazione, ma anche 'linee artificiali', spiegando che per stabilire i confini gli ingegneri si recano personalmente sul posto e, dopo varie discussioni, marcano i luoghi con 'monticelli di terra', mentre in un secondo momento passano a disegnare le mappe[23]. L'intera operazione richiede diversi giorni di lavoro. La sua maggiore preoccupazione sembra quella di riuscire a stabilire contatti commerciali vantaggiosi per l'Impero, relazioni che sono il presupposto di buoni rapporti e dell'ordine nei territori acquistati. Uno dei problemi maggiori di queste zone è la mescolanza e l'irrequietezza dei differenti popoli, sudditi dell'impero asburgico e dell'impero ottomano, appartenenti a razze e religioni diverse: "(...) quando si voglia avere un ben ordinato e chiaro confine, com'è il caso di Vostra Maestà, per levare quelle mescolanze de' di Lei sudditi con quelli del Sultano che causarono sempre scorrerie e rotture"[24]. 7. Indubbiamente l'inesorabile espansione russa del Settecento
accentra su di sé l'attenzione dei geografi europei, continuamente
attivi nel tentativo di aggiornare le carte alla luce di sempre nuovi
aggiustamenti territoriali. E proprio in Russia, con Pietro I, viene
promossa la collaborazione tra stranieri e russi per la compilazione
delle carte geografiche dell'impero, con l'apertura di un
ufficio geografico e con l'inaugurazione di una solida cooperazione
franco-russa. Tutt'altro che isolata appare, all'epoca,
l'opinione dell'ufficiale svedese Strahlenberg, il quale
ritiene che prima di Pietro "i Russi non conoscevano né
altri paesi, né gli orizzonti e i territori della propria nazione;
e l'Europa non conosceva la Russia"[25].
Le esigenze di Pietro sono urgenti e dettate da disegni di politica
estera. Le carte, soprattutto topografiche, rappresentano un mezzo per
facilitare l'esito delle ininterrotte guerre e per fissarne i successi.
Ma la compilazione delle carte rappresenta sia le mire espansionistiche
sul territorio, sia quelle del progresso del sapere. La stessa nascita
di Pietroburgo (1703) diventa un simbolo di 'civilisation', di
cui lo stesso Voltaire sottolinea il lavoro di 'creazione', attestato
dalla comparsa di un nuovo nome sulle carte geografiche europee. Sotto Pietro il Grande viene inizialmente compilato da Remezov un grande
atlante della Siberia[26].
L'opera non conquista una grande popolarità, essendo realizzata
in un periodo in cui la cartografia russa è ancora molto indietro
rispetto a quella europea. L'Atlante viene presto e facilmente surclassato
dalle carte di produzione europea. Le informazioni sull'Asia settentrionale
raggiungono l'Europa attraverso canali diversi da quelli russi,
spesso attraverso prigionieri di guerra di Pietro I, esiliati e mandati
in Siberia, o ambasciate inviate in Asia centrale e orientale. Nondimeno,
il lavoro di Remezov e dei suoi collaboratori riveste grande valore storico-geografico
e storico-etnografico, apertamente riconosciuto anche nella pubblicazione
di una recensione all'Atlante russo di Remezov, cominciata nel 1697
e mai completata, conosciuta sotto il nome di Chorografičeskaja
Čerstëžnaja Kniga (Atlante corografico)[27].
Il processo di conoscenza della Russia europea e asiatica progredirà più speditamente grazie alle osservazioni astronomiche in Siberia e in Kamčatka, alla descrizione geografica del territorio, della flora e della fauna, e delle popolazioni incontrate da questi coraggiosi scienziati, tra cui vale la pena di ricordare anche i nomi di V. Bering, S. Krašeninnikov, F. Müller, J. G. Gmelin, e P. S. Pallas. Joseph-Nicolas e Delisle de la Croyère, compilano tavole scientifiche ed elaborano informazioni geografiche e astronomiche che provvedono sistematicamente, e segretamente, a inviare a Parigi, al fratello e geografo reale Guillaume Delisle[31]. Kirilov si rende conto che seguendo i metodi di Delisle non si sarebbe mai compilata una carta generale della Russia in breve tempo, per cui decide di dare un impulso decisivo per la redazione di un grande atlante russo usando i propri metodi, pur tenendo conto dei consigli di Delisle[32]. Sotto l'egida del Senato, seguendo le istruzioni di Kirilov, parte dunque il progetto ambizioso di rilevamento topografico dettagliato (latitudine, longitudine, rete stradale, fiumi) e di registrazione di dati riguardanti le province e le popolazioni dell'impero russo. Un decreto del 1728 del Senato russo ordina ai topografi di "designare non soltanto le abitazioni russe, ma anche quelle dei nomadi locali, compilando registri da cui ricavare riassunti atti ad accompagnare le carte, che devono indicare dove si trovano le persone, i loro credo religiosi, la loro cucina, se e quale tipo di grano coltivano, e così via, rilevando qualsiasi dato contribuisca ad arricchire la descrizione geografica (...)"[33]. Sebbene i metodi seguiti non abbiano carattere uniforme, non sia stato stabilito un primo meridiano, una scala precisa, e il lavoro proceda a un ritmo assai più lento di quello auspicato inizialmente, entro il 1744, ben 164 distretti su 265 della Russia europea, e 26 in Siberia, sono già tracciati sulle carte[34]. 9. L'intero atlante avrebbe dovuto comprendere 120 carte. Una
prima parte, formata da una mappa generale e 14 mappe regionali, è
ultimata nel 1734. La carta generale rappresenta la prima carta della
Russia, sebbene incompleta e scarsa di dettagli. La morte di Kirilov
nel 1737 interrompe l'opera, perché Delisle e gli altri
accademici abbandonano l'intera edizione, incluse le carte già
parzialmente terminate. La vedova di Kirilov lascia tutto il materiale
del marito all'Accademia delle Scienze. Durante la seconda spedizione
di Bering (1734-41), l'Accademia decide di far pubblicare l'atlante
di Kirilov, ma Delisle continua a rimandare, in vista di nuove e migliori
versioni, in apparenza incapace di dare una veste definitiva alle carte,
ma presumibilmente con l'intenzione di pubblicare lui stesso tutto
il materiale una volta rientrato in Francia. L'Atlante viene tuttavia
riprodotto in serie durante un'assenza del francese, grazie ad
uno dei direttori dell'Accademia delle Scienze, Schumacker. Nel
1745 esce quindi il primo atlante russo, opera eterogenea e non sempre
di buon livello cartografico, che descrive nei dettagli l'impero,
benché non comprenda ancora le regioni del mar Nero, del Caucaso
e dell'Asia centrale[35].
Il lavoro di correzione dell'Atlante comincia subito dopo la pubblicazione,
per continuare successivamente sotto la direzione di Lomonosov. L'opera
russa diventerà una delle fonti cartografiche più usate
dai geografi occidentali. 10. L'Ucraina prima, e la Polonia e la Turchia in alternanza successivamente,
diventano vittime dei disegni espansionistici russi. L'evento di
politica internazionale, che va a sconvolgere l'assetto geografico
dell'Europa orientale negli ultimi decenni del Settecento, riguarda
le tre spartizioni della Polonia. La Polonia subisce un'aggressione
da parte di Russia, Prussia e Austria che andrà a intaccare la
configurazione del territorio e creerà, allo stesso tempo, non
pochi problemi ai geografi europei. Dalla fragilità politica interna
deriva la facilità con cui il paese diventa preda degli ambiziosi
vicini. La carenza che si registra anche nel campo cartografico, quale
strumento di stato, si accompagna dunque alle difficoltà del governo
in Polonia nella gestione della propria difesa e nell'intraprendere
manovre diplomatiche opportune affinché si eviti l'ingerenza
straniera. La maggior parte delle carte polacche stesse, raffiguranti
le partizioni, sono carte stampate in Russia. Le carte vengono tuttavia
in prevalenza prodotte nell'Europa occidentale. A Parigi, nel 1772,
d'Anville, membro corrispondente dell'Accademia delle Scienze
di San Pietroburgo, pubblica L'Empire de Russie, son origine
et ses accroissements. È l'anno della prima spartizione
della Polonia, ma già nel 1769 la guerra tra la Russia e la Confederazione
di Bar aveva spostato la frontiera politica. Del 1772 è una carta
della Polonia (in 24 fogli) di Rizzi-Zannoni, raffigurante un quadro dettagliato
di questa regione, si rivela strumento molto utile in un momento in cui,
a tavolino, i regnanti di Prussia, Russia e Austria vanno 'sezionando'
e spartendosi la Polonia[38].
La prima spartizione viene vissuta come una questione che riguarda i monarchi,
che agiscono direttamente, e irregolarmente, sulla carta. Il dilemma dei
cartografi è quello di decidere con quale velocità e con
quale criterio seguire le mosse dei regnanti, questione che diventa ancora
più spinosa nel 1795, quando la terza spartizione eliminerà
del tutto la Polonia. Di Antonio Zatta è la Carta del regno
di Polonia che dimostra il partaggio fatto dalle potenze europee nell'anno
1773 e nel corrente 1793, nella quale le zone si distinguono per i
colori differenti, in giallo l'attuale regno di Polonia, in rosso
la Polonia prussiana, in celeste la Polonia prussiana e in verde quella
austriaca[39]. Sul bordo superiore
della carta è segnata una delle tre regioni offensive confinanti,
la Russia europea. Sebbene, di fatto la Polonia venga eliminata
politicamente, il nome si conserverà proprio sulle carte geografiche
dell'epoca. La Russia tra Europa ed Asia.11. Prendendo in considerazione l'effettivo primato del vecchio continente nel campo delle conoscenze e la sua concentrazione di utenti (militari, politici, mercanti), superiore a quella di qualsiasi altro continente, non sorprende che tutte le opere a carattere geografico, sino a fine Settecento, trattino prevalentemente di paesi europei. I primi cambiamenti si erano sviluppati già nel corso del XVI secolo con la nascita dell'atlante moderno, tipo di pubblicazione affermatasi successivamente, soprattutto nel Seicento, che riuniva le carte di tutto il mondo e le commentava con brevi testi geografici. Le carte dell'Europa superano per numero quelle di tutti gli altri continenti e l'immagine del vecchio continente è molto simile a quella che abbiamo noi oggi, con l'esclusione di zone considerate ancora "misteriose". I marinai olandesi scoprono a Nord le isole Svalbard, ma non è da escludere che più a Nord ci sia qualcos'altro; è incerto il corso dei grandi fiumi russi; ad Est l'Europa finisce sempre con il mar Nero e con il Don, come emerge dall'Europa di Abramo Ortelio del 1570[40]. All'epoca, dei monti Urali si è appena sentito parlare, mentre il Don è conosciuto fin dall'antichità classica (Erodoto). Nel 1518 il rettore dell'Università di Cracovia, Mathias Michow, pensa ancora che il fiume Volga sfoci nel mar Nero, e se i polacchi, pur confinando con la Moscovia, hanno un'idea così confusa delle regioni russe, ben più approssimative devono essere le cognizioni geografiche nell'Europa occidentale. Dal lavoro della Licini, La Moscovia rappresentata[41], si ricava una prospettiva interessante sull'apertura di una rotta a nord-est, attraverso la Moscovia, per raggiungere il Levante, sul motivo di tanta incertezza e diffidenza nei confronti di queste regioni e, infine, sul motivo per cui i più intraprendenti viaggiatori europei preferiscano affrontare l'Atlantico sconosciuto, o avventurarsi in acque africane battute dai misteriosi Alisei, piuttosto che tentare di avvicinarsi al Settentrione del continente europeo. Licini suggerisce che ai confini del granducato moscovita possano essere stati sovrapposti miti e congetture cartografiche medioevali e rinascimentali: ne è un esempio il racconto millenario secondo il quale tali luoghi sono limitati e difesi da monti altissimi e ghiacciati, detti Iperborei. 12. Studiando l'evoluzione delle conoscenze cartografiche e geografiche occidentali della Russia, soprattutto europea, nel Rinascimento, Licini ipotizza la sovrapposizione dell'immagine del mondo medioevale, della 'mappa a T' in cui l'Oriens è in alto (posizione di primo piano) e l'Europa nell'emisfero inferiore sinistro (il Septentrio), a quella rinascimentale, in cui l'Europa ruota in senso orario di 90°, facendo scivolare l'Oriens in una posizione di secondo piano e cedendo il posto al Settentrione. Questo fa sorgere una difficoltà: l'Oriens, punto in cui nasce il sole, richiamo alla cristianità, probabile sede dell'Eden, perde la sua collocazione millenaria. Ne rimane tuttavia un ricordo, una traccia, che sembra emergere dal materiale cartografico e da numerosi richiami contenuti nei coevi diari di viaggio. Il procedimento mentale viene comunque sempre dato per scontato nei diari di viaggio e nei testi scientifici, mai espresso apertamente, come se fosse patrimonio comune, recepito a priori da tutti. Ovviamente la reale presenza dei viaggiatori occidentali in Moscovia sfalda certe congetture geografiche e, con l'avanzare verso Nord, retrocede il mito degli Iperborei, anche se esso riemerge spesso, e inaspettatamente, nei diari più tardi, perfino secenteschi. Licini analizza a questo punto il grado di confluenza fra la cartografia occidentale e le conoscenze geografiche russe sul territorio moscovita. Le descrizioni occidentali risentono dell'impostazione geografica russa, ancora capovolta, e ciò crea tutta una serie di malintesi. Molti spunti per far luce sulle conoscenze e i miti riguardanti l'Europa orientale, possedute dall'Occidente nel Cinquecento, si ritrovano anche in Paradise Lost (1667) e in A brief History of Moscovia (1682) di John Milton. 13. Tornando a parlare del carattere propriamente scientifico della produzione
geografica e cartografica del Seicento che tratta il soggetto 'Oriente
d'Europa' è necessario volgere l'attenzione alla geografia
olandese. Si deve a Johannes Blaeu[42]
la costruzione di un grande atlante di lusso, in undici volumi, con edizioni
diverse a seconda delle lingue in cui è tradotto il testo, e noto
come Geographia Blaviana o più esattamente come Atlas
maior, sive Cosmographia Blaviana (1662). Nel secondo volume
si trovano carte dettagliate e precise anche delle regioni orientali,
quasi sconosciute e ai margini dell'Europa del Seicento. In esso
sono inserite raffigurazioni di popoli, vedute di città, riquadri
con effigi di sovrani e un lungo testo esplicativo in latino. La
Lapponia risulta come estrema provincia settentrionale dell'Europa
e viene trattata insieme a Norvegia, Svezia, Finlandia, Ingria, Livonia
e Gothia. Nel liber quartus c'è la Russia "quae
est Europae": Russia Rossa, Bianca, Nera[43],
con la suddivisione delle province e l'enumerazione dei fiumi, che "sono
sia per ampiezza, che per lunghezza i più grandi d'Europa":
il Volga, la Dvina, il Tanais o Don (volgarmente).
14. La Moscovia è suddivisa in: Regiones Australes Moscoviae,
Regiones Occidentales Moscoviae e Regiones Septentrionales Moscoviae.
Si noti che non esiste la dicitura Regiones Orientales,
forse perché la zona viene associata alla parte asiatica e
perciò considerata formalmente estranea a questa trattazione della
Moscovia europea. In realtà le regioni orientali sono poi enumerate
insieme a quelle settentrionali. Ben precisa l'indicazione dei luoghi,
a partire da punti di riferimento fluviali. Nelle Regiones Australes,
ad esempio, nella zone di Rhezan, tra il fiume Occa e Tanais,
c'è un luogo chiamato Msczeneck, infestato dai Tatari. Compare
anche un breve profilo storico della regione di Smolensk. In Rosthovia
confluiscono svariati popoli: Svedesi, Livoni, Lituani, Tatari e altri;
la Siberia è occupata da terre vaste e incolte; i Ceremissi abitano
tra le province Viatkan e Vologolam, e sono in gran parte
pagani, alcuni maomettani, dediti a ladrocini e altre occupazioni ignobili.
Nella zona australe vi sono anche le province di Kazan' e Astrachan',
abitate dai Tatari. Tra le Regiones Occidentales: la Bielskia,
Rschovia, Plescovia, Novogrodia, Bieleiezoro, Iaroslavia, Wolock, Welikilvki,
Toropecz, Twer, Wotzka, Woschipitin, Uglitz, Chloppigorod e Mologa.
Nelle Regiones Septentrionales ritroviamo la Siberia, dove
vivono popolazioni indigene, che usano "il proprio idioma, non conoscono
il pane e mangiano come animali". Le altre province sono: Dwina,
Vstivga, Vologda, Viatka, che fu sotto il dominio dei Tatari, Permia
(regione orientale confinante a Est con gli Urali), Ivgra, da dove
una volta emigrarono gli Ungari, a causa della sterilità del terreno,
le cui popolazioni parlano ora la lingua ungarica. Segue una carta geografica
intitolata: Russiae vulgo Moscoviae dictae, Partes Septentrionales
et Orientales, Auctore Jsaaco Massa[45],
nella quale sono segnate le lingue delle regioni. Dei Samoiedi si dice
che sono pericolosi, che usano riti agresti e barbari, e adorano il Sole
e la Luna a cui offrono sacrifici. 15. Nonostante che tra Sei e Settecento la cartografia accentui il suo
carattere scientifico e si completi con nuove e più accurate valutazioni
di calcolo, le carte si fondano tutte su coordinate erronee, dal momento
che difettano di alcuni dati fondamentali, quali la circonferenza e la
forma esatta della terra (quindi la larghezza dei gradi). More geometrico
e linearità si stanno risolutamente affermando quali requisiti
fondamentali della rappresentazione geografica del mondo, ma soltanto
negli ultimi decenni del XVIII secolo si potranno misurare con precisione
longitudine e latitudine, con un procedimento pratico di ricerca col sestante
e col cronometro nautico[48]. 16. Guillaume Delisle consacra la propria vita interamente all'opera di riforma della cartografia, producendo circa un centinaio di carte originali, storiche, ecclesiastiche, geografiche, conquistando in Francia e in Europa una reputazione considerevole. I suoi studi, in "Rue des Canettes, près de Saint-Sulpice" e a "Quai de l'Horlorge au Palais", sono il luogo d'incontro di tante celebrità di passaggio, come Fontenelle e persino Pietro il Grande. L'Europa di Guillaume Delisle (1700) comprende un'area molto ristretta, che si spinge fino al 40° di latitudine a Est di Greenwich, nella quale la Moscovia asiatica è separata da quella europea da un bordo colorato che corre lungo il Don fino al mar Bianco, secondo una consuetudine che entra in uso da Pietro I in poi, per cui si considera la Russia asiatica una sorta di dominio semicoloniale. Per la Polonia, nel 1703, Delisle ricorre ancora alle carte di Beauplan del secolo XVII, sebbene tenga a precisare di aver apportato delle rettifiche[54]. Una carta di Delisle, pubblicata a Parigi nel 1724, incorpora l'Ungheria nella "Turchia europea", ombreggiandone i confini. All'inizio del secolo, l'insurrezione di Rákóczi, fa sì che sulle carte non si tenga conto delle circostanze politiche contingenti, dato che il destino dell'Ungheria è effettivamente dubbioso, perché gli ungheresi stanno combattendo per la loro indipendenza. Nel caso specifico di questa carta geografica, la spiegazione dell'inesattezza storica può essere attribuita al protrarsi dell'indecisione nel tempo, un'incertezza che rimane "sulla carta" anche dopo il trionfo degli Asburgo. Più in generale, si nota una difficoltà oggettiva per la cartografia di seguire il rapido mutare degli eventi politici internazionali. Come fa notare Wolff, una soluzione di compromesso sarebbe stata, tutt'al più, quella di rappresentare l'Ungheria come indipendente o colorata come un'entità distinta, sia dall'impero ottomano che asburgico[55]. La carta di Guillaume Delisle del 1740, Hémisphère septentrional pour voir plus distinctement les terres arctiques, corrigée de nouveau sur la carte de Mr. Johannes Kirilov[56], sottolinea la separazione tra i continenti con il colore: l'America in giallo, l'Africa di un verde acqua, l'Europa di un verde cupo, l'Asia in rosa. I confini tra Asia ed Europa corrono da Archangels'k a Nord fino al mar Nero, che viene diviso nettamente in due parti; sono ben distinte le varie regioni e popolazioni. La carta riproduce la copia di una lettera di Monsieur Swartz, residente a Pietroburgo, nella quale si raccontano in breve le vicende del Capitano Spanberg in Kamčatka, trattate più diffusamente nel resoconto di Müller, Voyages et découvertes faites par les russes (1766)[57]. 17. Johan Matthias Hass nel suo Imperii Russici et Tatariae Universae[58]
presenta una carta, come dice lui stesso nel titolo, basata sulle
relazioni e sulle legittime proiezioni geografiche, descritta dal punto
di vista fisico, con l'indicazione delle città e delle popolazioni.
Egli estende il continente colorando fino al Don a Sud e fino alla Novaja
Zemlja a Nord, intorno al 60° di longitudine, separando l'Europa
dall'Asia per mezzo di una diagonale accidentata che taglia i paralleli.
18. I confini orientali non sono ben chiari, né seguono vie fluviali o monti. In alto a destra si trova la descrizione della Russia secondo l'autore: "L'impero di Russia è il più grande dell'intero globo, e si estende in lunghezza da Ovest a Est, per oltre duemila miglia; (...) Dall'Isola di Dago fino ai suoi limiti più orientali, contiene quasi 170 gradi, così che quando a Ovest è mezzogiorno, è quasi mezzanotte nella parte orientale di quest'impero". Continua con cenni storici e con informazioni sulla città di Pietroburgo, fondata da Pietro I nel 1703. "Gli abitanti dell'Ucraina, chiamati Cosacchi, sono uno sciame di antichi Rossolani, Sarmati e Tartari tutti insieme, il loro paese è parte dell'antica Scizia; (...) Pietro li ha sottomessi completamente. I Cosacchi Zaporoženi sono simili ai nostri Bucanieri (...) individui disperati che vivono di rapine. Essi si distinguono da tutte le altre nazioni perché non tollerano che le proprie donne vivano tra loro: le donne servono alla riproduzione e risiedono su altre isole del fiume. Non hanno mogli, né famiglie, i bambini entrano nella milizia per il servizio, le bambine rimangono con le madri: un fratello ha spesso dei figli dalla propria sorella, il padre dalla propria figlia. (...) Il regno di Astrakan' fu infestato, piuttosto che abitato, dai Tartari, che non coltivarono mai la terra, ma vissero sempre come vagabondi"[62]. D'Anville situa la Turchia e la Tataria in Asia, come si deduce dalla carta intitolata: Première partie de la Carte d'Asie, contenant la Turquie, l'Arabie, la Perse, l'Inde en deçà du Gange et la Tartarie (1751). Il fatto che i limiti ad Est siano sempre così indistinti o variabili non è frutto del caso, perché nelle carte dell'epoca il confine è marcato dal colore[63]. Sembra piuttosto che la massa Euroasiatica rappresenti un'unità territoriale indefinita, che consente di tracciare un'infinità varietà di linee o addirittura fa sì che regioni diverse dell'Europa orientale siano colorate insieme[64]. 19. Nella carta geografica Tabula Geographica generalis[65]
di Truskott e Schmidt, del 1772, resiste la classica suddivisione
tra Russia europea e Russia asiatica, ma con l'indicazione precisa
di tutte le province appartenenti alle due zone, inserita in una specie
di tabella. Fanno parte della Russia asiatica le province di Kazan',
Astrachan', Orenburg, Siberia, Irkutsk, le cui popolazioni sono:
Tungusi, Jakuti, Čukči. Si direbbe apparentemente che il confine
corra lungo il fiume Volga, anche se esso non è segnato precisamente
sulla carta, ma desunto dalle informazioni fornite dalla tabella. I territori
indicati corrispondono poi ad altrettante carte (tabulae), dettagliatamente
descritte, ma forse di uso religioso, dal momento che sono segnate con
grande scrupolosità soprattutto chiese e cappelle. 20. Viene poi aggiunto che la Kamčatka, l'ultima provincia
descritta, è il paese più orientale del continente. In ultima
analisi, Voltaire ribadisce esplicitamente la propria incertezza, lasciando
ai lettori il beneficio del dubbio: "Se, dopo aver percorso con l'occhio tutte queste vaste province, date uno sguardo a oriente, è là che i limiti dell'Europa e dell'Asia si confondono ancora. Sarebbe necessario un nome nuovo per questa grande parte del mondo. Gli antichi divisero in Europa, Asia e Africa, l'universo da loro conosciuto: essi non ne avevano visto nemmeno la decima parte; e questo fa sì che quando si sia passata la Palude Meotide, non si sa più dove finisca l'Europa e dove cominci l'Asia (...). Forse sarebbe più appropriato chiamare terre artiche o terre del nord tutto il paese che si estende dal mar Baltico fino ai confini della Cina, come si dà il nome di terre australi alla parte di mondo non meno vasta, situata sotto il polo antartico, e che fa da contrappeso al globo"[68]. Se nella carta The Russian Empire in Europe D'Anville non
è preciso nell'indicare un confine tra i due continenti,
sebbene il limite sembri correre vicino al corso del Volga, nel suo Nouveau
Dictionnaire Universel ricorda i monti Poyas, dimostrando
di esserne a conoscenza e, soprattutto, pur non prendendo posizione, di
aver presente il problema geografico riguardante un presunto ruolo divisorio
degli Urali. Allo stesso modo, Lenglet Dufresnoy sembra aggiornato
sul contemporaneo dibattito sui confini orientali d'Europa; non
solo usa le carte del russo Kirilov ma, ne coglie i non ancora elaborati
suggerimenti su un supposto ruolo di separazione degli Urali e ne accenna
nella Méthode pour étudier la géographie[69].
L'astronomo francese, Chappe d'Auteroche, afferma, a sua volta,
che i "monts Poyas formano una catena che deve essere considerata
come un braccio della grande catena dei monti del Caucaso. Quella dei
monts Poyas parte dal sud e separa l'Asia dall'Europa
fino al mar Glaciale"[70].
Egli individua nettamente la catena degli Urali, indicati con la denominazione
arcaica di Velikii Poias, che la maggior parte dei geografi dell'epoca
tracciano appena sulle loro carte. La Russia dei russi.21. Nel volgere lo sguardo ad Est e nell'esaminare la riflessione sui confini nel pensiero geografico russo è necessario fare un salto indietro nel tempo. La Russia pre-petrina rimane apparentemente immune dal diffuso dogma europeo professante la superiorità del vecchio continente. La Moscovia è isolata e traccia le sue routes culturali e religiose da Bisanzio, autoescludendosi dal quadro europeo. Gli europei sono considerati alla stregua dei tatari o dei turchi, Ključevskij parla di "un'inveterata antipatia" nei confronti del mondo occidentale in generale[71]. Le categorie di Europa ed di Asia esistono esclusivamente come formali indicazioni fisico-geografiche. La prova più evidente di questo atteggiamento risulta dal modo in cui viene trattata la questione stessa del confine Europa-Asia in Russia. Gli intellettuali moscoviti sono sicuramente ben informati sulla letteratura geografica occidentale, avendo a disposizione le traduzioni dei lavori di Mela, Mercatore, e copie manoscritte di altre opere. Gli scritti cosmografici russi dei secoli XVI e XVII non sono altro che compilazioni fatte a partire da fonti occidentali. L'immagine cartografica della Russia è dunque prevalentemente costruita in base a descrizioni occidentali e in buona parte raccolte nell'Atlas Maior di Blaeu; tra i gli autori più importanti ci sono: Hessel Geritsz, Isaac Massa, Tomasz Makowski, Vasseur de Beauplan e Nicolas Witsen[72]. Vi si trova ripetuta la classica divisione delle masse continentali e il fiume Don identificato come linea di demarcazione tra Europa ed Asia. Benché la Russia sia in possesso di conoscenze topografiche più accurate e dettagliate, rispetto all'Europa occidentale, su alcuni territori e in particolare sulla Siberia, tuttavia la rappresentazione tradizionale vi resiste a lungo. Una possibile spiegazione è forse ascrivibile al fatto che, in epoca pre-petrina, il dibattito su una possibile distinzione tra i due continenti, così come il problema dei confini, rimane a lungo all'interno di ristretti circoli culturali, e spesso impegnati in discussioni di altro genere. Questa incongruenza è ancor più evidente se si guarda alla completa indifferenza con cui viene accettato il confine lungo il Tanais, che colloca una buona porzione dello stato moscovita in Asia. 22. Il dibattito russo sui confini tra Europa e Asia è stato studiato
da Marc Bassin, il quale mostra come, nei primi decenni del Settecento,
si assista ad una decisiva svolta grazie alle riforme petrine dello stato
e della società russi[73].
Queste ultime implicano una nuova e fondamentale percezione della distinzione
tra Europa ed Asia, che dà un nuovo ed enorme credito alla preminenza
della civiltà europea. I tentativi portati avanti da Pietro I per
trasformare l'identità politica della Russia rendono necessaria
una revisione geopolitica del paese al fine di creare un qualcosa di più
manifestamente europeo al posto della massa informe di terre e popoli
sparsi attraverso le lande dell'Est europeo e dell'Asia settentrionale
fino al Pacifico. La Russia, alla stregua di altri paesi europei, avrebbe
potuto essere divisa in due grandi parti: una madre patria o "metropolis"
che appartenesse alla civilisation europea, ed un'altra vasta
regione straniera, una cosiddetta periferia coloniale extraeuropea. Questa
dicotomia, che risulta essere un presupposto estremamente utile per una
differenziazione tra la Russia europea e le regioni asiatiche, viene teorizzata
per la prima volta dallo storico russo Tatiščev, in un manoscritto
circolante già intorno al 1730[74],
ma lo stesso Kirilov ha già precedentemente espresso l'idea
che fossero gli Urali ad avere una funzione divisoria. Nella sua opera
Tatiščev mantiene separata, in due distinti capitoli, la trattazione
delle due parti della Russia. Le due regioni rappresentano due entità
nettamente contrastanti che, al di là della comune egida politica,
non hanno alcuna affinità fisica o culturale. 23. Da una prima generazione di geografi-cartografi, e più in
generale di scienziati, prevalentemente europei, a servizio dell'impero
russo, il processo di acquisizione di notizie sulla Russia verrà
a dipendere sempre meno dalla cultura dell'Europa occidentale, svincolandosi
e rendendosi autonomo, e soprattutto porterà a risultati ancora
più validi e attendibili. L'attività dell'Accademia delle
Scienze di Pietroburgo è animata per tutto il Settecento da uno
sforzo scientifico di vasto respiro e ben organizzato, principalmente
sotto forma di spedizioni scientifiche intese alla scoperta, all'esplorazione,
allo studio di regioni dell'impero, di mari e territori vicini. L'Alaska
viene scoperta nel 1732, la cosiddetta "prima spedizione",
durata dal 1733 al 1742 e alla quale prendono parte 570 persone, intraprende
con successo l'opera gigantesca del rilevamento cartografico e dell'esplorazione
delle rive settentrionali della Siberia. Studiosi illustri della regione
siberiana sono i già citati Tatiščev e von Strahlenberg
negli anni venti, lo storico tedesco Müller[77],
che compie studi di tipo linguistico, e Johan Georg Gmelin[78],
negli anni trenta. Nel decennio successivo Fischer[79]
formula l'ipotesi di una relazione linguistica tra la Siberia e
l'Ungheria e redige un dizionario siberiano. 24. Per allontanare le cattive impressioni lasciate dal libro dell'abate
Chappe d'Auteroche, Voyage en Sibérie (1768)[80],
e ancor di più per proseguire l'opera di Pietro il Grande,
Caterina II fa organizzare dall'Accademia di San Pietroburgo una
serie di grandi viaggi scientifici, designati sotto il nome di Seconda
Spedizione Accademica; come per i viaggi di Cook e di Chappe d'Auteroche,
il pretesto è l'osservazione del passaggio di Venere davanti
al sole[81]. L'Asia
nord-orientale possiede una superiorità particolare per le osservazioni
astronomiche di quel tipo. Il famoso astronomo del Settecento Christian
Meyer, nota: "Nei paesi settentrionali che si trovano sotto il 67°
e 33' di latitudine è possibile vedere tutto il passaggio di Venere
sul disco del sole, a partire dal momento in cui sale a quello in cui
scende"[82]. L'interesse
degli studiosi di tutto il mondo per il passaggio del pianeta Venere davanti
al sole nasce dall'importanza che il fenomeno ricopre nel calcolo
della distanza tra la terra e il sole, nella determinazione della reciprocità
dei pianeti, e per lo studio del sistema solare. Documento di grande interesse
è la Presentazione del 23 marzo 1767 indirizzata dalla Conferenza
dell'Accademia al direttore dell'Accademia delle Scienze,
Vladimir Grigor'evič Orlov. La Presentazione riflette i pensieri
degli scienziati sul problema della scelta dei luoghi per le osservazioni
in programma nel 1769, della preparazione e del completamento della formazione
della spedizione. Vi ritroviamo gli elenchi degli strumenti necessari
per il lavoro degli osservatori, dei libri, delle carte e delle annotazioni
sulla costruzione degli osservatori. Si legge nella Presentazione
che l'Accademia "predilige i luoghi vicini al mar Bianco e
all'Oceano del Nord"[83].
Dal momento che gli scienziati partecipanti alle spedizioni appartengono
a una moltitudine di differenti campi del sapere, le ricerche perseguite
effettivamente spaziano dall'astronomia alla geologia, dalla botanica
all'economia, dall'etnografia alla linguistica. Del resto
abbiamo visto che la stessa geografia settecentesca è meno disciplina
tecnica di quanto non sia indagine complessiva di società, economie
e costumi, e sforzo di organizzazione di un quadro generale della civiltà. 25. Con la pubblicazione delle grandi opere europee e con la loro diffusione
in ambito francese si aprono così nuove strade alla geografia dell'Europa
orientale. Dalla seconda metà del secolo in poi, l'Europa
orientale comincia a rivendicare il primato sulla circolazione e sulla
pubblicazione dei resoconti, iniziata tuttavia sotto l'egida e grazie
all'iniziativa personale di Pietro il Grande, L'iniziativa
passa di fatto alla cultura russa, desiderosa di promuovere quelle grandi
spedizioni scientifiche che portano alla luce territori e culture fino
a quel momento sconosciute e aspirano a divulgarne i risultati. Con Pietro,
inoltre, emerge il significato politico e culturale della divisione tra
territori russi e siberiani, linea di separazione tra Russia asiatica
ed europea, limite ideale tra Asia e Europa.
[1] C. PEYSSONNEL, Observations
historiques et géographiques sur les peuples barbares qui ont habité
les bords du Danube et du Pont-Euxin, Paris, N. M. Tillard, 1765,
p. XVI. |
|
|
© 2003 - Cromohs | Web Design: Mirko Delcaldo |