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Nostalgie di un esule. Note su Giacomo Castelvetro (1546-1616)

Chiara Franceschini

Questioni di storia inglese tra Cinque e Seicento

C.Franceschini, «Nostalgie di un esule. Note su Giacomo Castelvetro (1546-1616)»,
Cromohs
, 8 (2003): 1-13,
< URL: http://www.cromohs.unifi.it/8_2003/franceschini.html >



 

1. Giacomo Castelvetro, noto all'italianistica inglese fin dal 1938 grazie agli studi di Kathleen Teresa Butler e considerato uno dei maggiori promotori della lingua e della cultura italiana nell'Inghilterra elisabettiana e giacobea dopo John Florio, è un esponente della seconda generazione degli esuli italiani del Cinquecento[1]: nato a Modena nel 1546 da un fratello dell'illustre letterato della diaspora ereticale di metà secolo[2], è il detentore di una eredità culturale, legata alla memoria dello zio, che porta in varie parti d'Europa e in particolare in Inghilterra, «sicuro asilo», come scrive lui stesso, per i «molti popoli» lì rifugiatisi «per ischermirsi e per salvarsi da' rabbiosi morsi della crudele et empia Inquisizione romanesca»[3]. Dopo aver raggiunto lo zio Lodovico a Ginevra nel 1564[4] e aver vissuto con lui per sei anni tra Ginevra, Lione e Basilea, si spostò in Inghilterra nel 1574, trovando impiego come precettore del figlio maggiore di sir Roger North of Kirtling, che accompagnò anche in un viaggio in Italia nel 1575[5]. Essendosi fermato a Modena per questioni di eredità, fu qui sottoposto ad un processo per eresia (1578-79) che terminò con l'abiura e la partenza dalla città «con buona licenza» del duca[6]. Tornato in Inghilterra, soggiornò a Londra circa dodici anni (1580-1592), protetto da nobili[7], come Francis Walsingham, Christopher Hatton e Philip Sidney, dai quali fu impiegato sia come maestro d'italiano che come agente diplomatico, con incarichi che lo portarono a Francoforte e in Svezia[8]. Andò quindi in Scozia, come maestro d'italiano di Giacomo VI e Anna di Danimarca, e poi a Copenhagen. Nel 1599 lo troviamo a Venezia, dove nel 1611 riuscì a scampare ad un secondo mortale processo grazie all'intervento dell'ambasciatore inglese Dudley Carleton[9]. Ritornato in Inghilterra, vi morì nel 1616, avendo passato gli ultimi anni della sua vita continuando ad insegnare italiano tra Cambridge, Londra e la casa di sir Adam Newton a Charlton, il tutore e poi segretario di Henry principe del Galles cui si deve la traduzione dei primi sei libri della versione latina della Storia del Concilio di Trento di Sarpi, pubblicata anonimamente a Londra nel 1620 e terminata da William Bedell[10].

2. Importante fu il lavoro svolto da Castelvetro a Londra come collaboratore editoriale del tipografo John Wolf che aveva una bottega specializzata nella pubblicazione di testi italiani[11]. Tra il 1584 e il 1592, Giacomo curò sicuramente otto volumi, tra cui edizioni di opere letterarie (Pastor fido di Guarini e Aminta di Tasso), di storia (Historia della China di Juan Gonzales de Mendoza), del trattato di crittografia di Giovan Battista Della Porta[12] e di altri testi tra cui forse anche, come propone Paola Ottolenghi, i Discorsi e il Principe di Machiavelli, editi da Wolf tra il 1584 e il 1588[13]. Uno studio recente ha inoltre mostrato che il Castelvetro, sempre in collaborazione con l'editore John Wolf, fu responsabile dell'importazione in Inghilterra di migliaia di libri, per la maggior parte italiani, dalla fiera di Francoforte[14]. È anche da ricordare che tra il 1589 e il 1590 pubblicò gli scritti inediti di Thomas Lüber (Erasto), di cui aveva sposato nel 1587 la vedova, Isotta de' Canonici, incontrata a Francoforte, dove era stato inviato per consegnare dispacci a Orazio Pallavicino[15]. In particolare, oltre ad una raccolta di opuscoli medici stampati a Francoforte[16], curò l'edizione della Explicatio gravissimae quaestionis, il trattato di Erasto contro la scomunica, con in calce alcune lettere scritte al medico da teologi famosi (principalmente Bullinger), volume pubblicato da Wolf nel 1589 con la falsa indicazione di Poschiavo e l'anagramma del nome del curatore Baocium Sultaceterum[17]. Come curatore di testi, Castelvetro fu molto attivo anche a Venezia, dove visse tra il 1599 e il 1611 tra l'ambasciata inglese, che serviva come maestro e traduttore d'italiano, l'ambiente sarpiano e la stamperia di Giovan Battista Ciotti. Per questo libraio, presso il quale probabilmente abitava, curò diverse edizioni, come le rime di Angelo Grillo e di Giovan Battista Marino, preparando anche testi che poi non furono pubblicati, tra cui forse anche opere di Campanella[18]. Sarpi, che nel 1609 salutava anche a nome del Castelvetro uno dei suoi corrispondenti[19] e che usò talvolta il recapito veneziano del modenese per ricevere lettere[20], riteneva che fosse «uomo da bene compitamente» e «persona d'ottima mente» ma del tutto sprovvisto di ogni minima prudenza, tanto più che non vi era in Venezia «uomo più osservato da li romani di lui»[21].

3. Apprendiamo qualcosa di nuovo sulle rischiose attività del Castelvetro a Venezia da una postilla autografa ad una Relatione della morte di fra Fulgentio Manfredi conservata tra i suoi manoscritti. Il frate minore osservante Fulgenzio Manfredi, che aveva predicato a Venezia durante l'interdetto, fu protagonista di una vicenda inquisitoriale seguita con interesse anche dal Sarpi in quanto esemplare della cattiva fede di Roma, nonostante la recente ricomposizione della frattura giurisdizionale[22]. Citato dall'Inquisizione romana già nell'ottobre del 1607, nell'estate del 1608 il frate si decise a recarsi spontaneamente a Roma con un salvacondotto. Venne prima blandito con onori e pensioni, nella speranza di attirare così nella città santa altri religiosi disobbedienti all'interdetto, e poi fu costretto, nonostante il salvacondotto, all'abiura segreta (dicembre 1608). In seguito, gli fu impedito sia di predicare che di allontanarsi da Roma fino a che, nel luglio del 1610, fu nuovamente arrestato, sottoposto ad un secondo processo e giustiziato pubblicamente[23].
Il Castelvetro, appena informato che Fulgenzio Manfredi aveva intenzioni di recarsi a Roma, corse a casa del frate per farsi restituire il Catechismo di Calvino e i Dialoghi di Caronte et di Mercurio che gli aveva prestato:

Fu di questa proferta G[iacomo] C[astelvetro] una mattina di tre hore anzi dì da un gran senatore in Vinetia certificato, dicendogli: «Perché so che sei amico del frate, et perché da molti sei stimato per favoreggiatore della riformata religione temo che non ti sia per giovar punto il colui rapatumarsi co' romani». Non credette tal cosa il C[astelvetro], anzi subito andò a trovare il frate, che con due trovollo molto infaccendato in fare il registro de' suoi molti libri, a cui domandò il Catechismo di Calvino et i Dialoghi di Caronte et di Mercurio, che gli havea prestati. Egli non glieli volle dare, ma disse che a lui fosse fra un sei giorni tornato, che gliele havrebbe dati! O sapete che disse il C[astelvetro] ? «Ho di buon luogo saputo che voi vi volete rapatumare con Roma». Il che niegò grandemente. Il che mosse il C[astelvetro] a così dirgli: «Hor notate quanto vi dirò. Andando voi a Roma, in luogo d'una mitra o d'un capello rossi, havrete o fuoco o il capestro»[24].

Durante il primo interrogatorio cui fu sottoposto, il frate confessò di aver letto in modo cursorio e senza condividerne il contenuto alcuni testi proibiti, tra cui proprio il Catechismo di Calvino, oltre all'Institutio dello stesso autore e alla Ecclesiae Anglicanae Apologia di Jewel, e aggiunse a sua discolpa di aver restituito questi libri a coloro che glieli «havevano portati», dicendo «di non sapere a che fine glieli avessero lasciati; ma che però si può persuadere, ch'essendo quelle persone di casa del ambasciatore inglese, il lor pensiero sia stato persuadendosi tirarti in alcuna delle opinioni erronee di detti libri»[25]. Giacomo Castelvetro gravitava appunto intorno all'ambasciatore e aveva prestato dei libri al frate: pur non essendo considerato «molto atto con ragionamenti a sovvertire altri» e rimanendo piuttosto estraneo alle dispute teologiche (come già a Londra, dove nel 1582 era registrato come «attending no church»[26]), agiva come mediatore culturale senza curarsi troppo dei rischi[27].

4. Ai primi di settembre del 1611, Castelvetro fu arrestato a Venezia su denuncia di un certo Giovan Paolo lucchese[28]. Subito prima che gli officiali dell'Inquisizione entrassero nella sua abitazione, l'ambasciatore Dudley Carleton aveva provveduto a far recuperare tutti i libri e le carte del modenese. A detta dell'ambasciatore – lo stesso che pochi giorni dopo, adducendo in favore del Castelvetro una patente di familiarità e minacciando una grave rottura diplomatica, ottenne dalla Repubblica la scarcerazione del detenuto ad onta del potere inquisitoriale[29] – era stata questa la salvezza del pover'uomo: non ci sarebbe stata infatti nessuna speranza per lui, se gli sbirri avessero messo le mani tra i suoi volumi, pieni di ogni sorta di pasquinate, di libretti e di relazioni, raccolte durante molti anni e scritte contro il Papa[30]. Una gran parte di questo materiale manoscritto allora salvato è ancora oggi conservato, diviso tra varie biblioteche inglesi e americane. La British Library conserva un prezioso Album autobiografico e altro materiale fra cui due copie del trattatello sulle erbe e i frutti[31]; presso la biblioteca del Trinity College di Cambridge pervennero invece, già nel 1691, donati con il resto della biblioteca del padre da Henry Puckering figlio di Adam Newton (m. 1630), ultimo protettore del vecchio Giacomo, una grande quantità di manoscritti, appunti e di copie di testi, probabilmente preparate per la pubblicazione (come quelli di Campanella già ricordati, un gruppo di testi alchemici, una collezione di sonetti e pasquinate antiromane, tra cui anche una rara redazione manoscritta, certamente non di mano del Castelvetro, della Papeida del senese seguace dei Sozzini Marcantonio Cinuzzi)[32]; la Newberry Library di Chicago, infine, ha acquistato nel 1963 nove volumi originariamente appartenenti alla collezione di scritture politiche messa insieme dal Castelvetro a Copenaghen nel 1595, di cui un decimo volume è stato più recentemente acquisito dalla Columbia University[33]. Questa cospicua mole di materiale testimonia dell'opera di Castelvetro come raccoglitore di scritture politiche, propagatore di testi e autore.

5. I volumi conservati presso la Newberry Library (case ms. 5086, 1-9) contengono scritture relative a diverse parti d'Europa, ordinate secondo un criterio geografico: Vari scritti intorno il reggimento politico di Roma (vol. 1), una raccolta di conclavi (vol. 4), scritture relative alla Spagna e al Portogallo (vol. 2), alla Francia (vol. 7), al regno d'Inghilterra (vol. 6), a diverse signorie d'Italia (vol. 5), a diverse signorie d'Italia e Germania (vol. 9), a Venezia e alla Grecia (vol. 8) e, infine, Diverse belle scritture, tra cui anche il trattato Del conoscere se stesso di monsignor Lodovico Beccadelli e un'Operetta nella quale si contengono gli errori d'alcune Nationi Christiane (greci, copti, maroniti ecc.) commessi contra la chiesa romana (ms. 5086, vol. 3)[34]. Anche il volume della Columbia University (ms. Western 32) è una Selva di varie nobili scritture con diverse relazioni venete, mentre quello già segnalato da Triesel tra i codici di Nikolsburg che raccoglieva opere di Lodovico Castelvetro copiate a Modena nel 1578 risulta, per ora, perduto[35]. La raccolta di conclavi e quella di scritture relative a Venezia e Costantinopoli sono finora i soli volumi studiati con attenzione[36], mentre il notevole Brieve raccontamento del massacro di San Bartolomeo di Tommaso Sassetti, estratto dal volume dedicato alla Francia, è l'unico testo reperibile in edizione moderna[37]. Per quanto riguarda l'Inghilterra, il relativo volume (cc. 232) contiene, oltre a due relazioni di ambasciatori veneti (Daniele Barbaro del 1551, Giovanni Michele Michiel del 1557)[38] e a brani di altre relazioni anonime e inedite[39], anche una copia della Relatione del Regno d'Inghilterra di Petruccio Ubaldini fiorentino del 1551, non considerata nell'edizione moderna del testo[40]. Nel volume di Diverse belle scritture è contenuto, infine, un Memoriale d'alcune scritture politiche che furon donate alla Reina Maria Stuarda prigioniera in Inghilterra l'anno 1583 dal signore di Cherelles. Queste scritture, i cui originali Castelvetro ottenne da un certo Michele e copiò a Copenaghen, come lui stesso dichiara[41], sono da confrontare non solo con altre versioni degli stessi documenti, ma anche con quelli contenuti in opere come il Tesoro politico o la Praxis prudentiae politicae, pubblicati a partire dal 1589[42]. Per fare un esempio, nelle edizioni della Praxis pubblicate a Francoforte a spese di Schönwetter a partire dal 1610 si trovano l'Istruttione di m. Gioan Francesco Lottino sopra le attioni del Conclave[43] e gli Avvertimenti al signor Marcantonio Colonna quando andò vicerè in Sicilia etc., di don Scipio de Castro[44], entrambi presenti nella collezione di Castelvetro[45]. I conclavi compresi nel volume ad essi specificamente dedicato furono invece poi pubblicati, tutti tranne due, da Gregorio Leti, anonimamente nel 1667 (1630-1701)[46]. Si può pensare che il Castelvetro avesse progettato, senza portarla a compimento, un'operazione editoriale simile a quelle del Tesoro politico o delle raccolte di conclavi che poi ebbero successo nel corso del Seicento[47].

6. Oltre a raccogliere scritture politiche e di carattere antiromano, attività testimoniata anche dal materiale del Trinity College[48], Castelvetro elaborò negli ultimi anni della sua vità alcune opere originali che tuttavia, per quanto si sa, rimasero tutte allo stato manoscritto[49]. La più nota è il Brieve racconto di tutte le radici[50], uno scherzoso trattatello di gastronomia dove sono presentati al pubblico inglese le verdure usate nella cucina italiana. Tra gli altri testi ancora inediti e conservati nell'eterogeneo materiale di Cambridge, insieme con la già citata Relazione della morte di Fulgentio Manfredi anonima ma con annotazioni autografe del Castelvetro[51], si trova poi una curiosa narrazione storica intitolata Pezzi d'historia, cioè diversi lieti et tristi avenimenti, accaduti a' prencipi da Este come anchora a persone basse, salite per mezzi strani, a gradi altissimi, taciuti da moderni historici. Conservata in diverse redazioni, è sicuramente attribuibile al Castelvetro, non solo sulla base della grafia del testo e delle annotazioni, ma anche grazie ad una lettera ad un ignoto fiorentino in cui il modenese, contestando le correzioni linguistiche propostegli dal suo corrispondente, cita alcuni passi di questa operetta indicandola come propria[52]. L'autore dei Pezzi d'historia si presenta come un italiano che vive all'estero e che vuole «palesare al mondo la verità, la quale tanti famosi historici del nostro secolo, han nella penna lasciate, et tuttavia lascino, ritenuti forse dal timore che lo scrivere il vero si suol dietro recare». Nella sua narrazione, infatti, «si leggeranno vari et strani avenimenti indegni di più lungamente giacersi nelle tenebre della ignoranza» (Proemio, cc. 1r-v). Si tratta di episodi riguardanti la vita privata di alcuni principi italiani e di fatti di corte, presentati però come i veri motivi degli avvenimenti maggiori. Per rendere più verosimile la narrazione, sono citate fonti che possano apparire attendibili al lettore: non solo opere di storici precedenti, ma anche testimoni da cui l'autore ha raccolto personalmente il racconto dei fatti[53]. L'operetta, che per un accenno all'interdetto di Venezia deve essere stata scritta, nella redazione qui considerata, dopo il 1606[54], è composta di due parti: la prima è dedicata alla devoluzione di Ferrara e in particolare alle «ragioni che mossero Clemente VIII a torre il Ducato di Ferrara a Don Cesare da Este» con «gli errori commessi da don Cesare in non haver saputo conservare l'appropriato ducato»; la seconda a «come Giovan Giacomo Medichino marchese di Marignano et Pio IV suo fratello non fossero de' Medici di Firenze». Il carattere a tratti romanzesco della narrazione è evidente sia per gli inserti di tipo novellistico (che richiamano quelli proposti dallo stesso Castelvetro ai suoi allievi come esercitazioni d'italiano[55]), sia per il ricorso frequente al discorso diretto. Ci soffermeremo, qui, solo sulla prima parte del testo (cc. 1-79v) che, dopo un breve excursus sulla storia precedente degli Estensi, esplicitamente basato sulle storie di Giraldi Cinzio, Giovan Battista Pigna e Gabriele Simeoni, è incentrata in particolare sui fatti riguardanti i duchi del pieno e dell'ultimo Cinquecento: Ercole II (1534-1559), Alfonso II (1559-1598) e don Cesare d'Este (1598).

7. Il soggetto della prima parte dei Pezzi d'historia - perché gli Estensi abbiano perso Ferrara – è trattato in gran parte attraverso la narrazione di episodi relativi alla vita privata dei duchi, raccontati con brio e non senza qualche richiamo alla grande tradizione letteraria italiana (cc. 20v e 46r). Più precisamente, all'autore interessano i fatti connessi alla generazione di eredi e al venir meno della discendenza. Troviamo così, ad esempio, il racconto dell'amore dell'ormai anziano e vedovo Alfonso I (m. 1534) per la popolana Laura Dianti, paragonata alla boccaccesca Griselda (c. 20v), con notize sul loro matrimonio che fu effettivamente all'origine della presunta illegittimità di Cesare d'Este, nipote della coppia e ultimo duca di Ferrara (cc. 10v-19v); oppure inserzioni apparentemente fittizie come la storia, piuttosto curiosa, del primo matrimonio di don Alfonso, figlio di Ercole II (m. 1559), con la colta figlia di un ricco mercante ebreo portoghese, previamente convertitasi, e dell'inganno da lei perpetrato con l'aiuto di una vecchia balia per avere un erede[56]. L'episodio, che è collocato dall'autore nei mesi precedenti al matrimonio tra Alfonso e Lucrezia dei Medici (1558), non è tramandato, per quanto si sa, da alcuna altra fonte nota. Ci si chiede tuttavia da dove derivino i moduli narrativi qui impiegati che, in contraddizione con il modo in cui è delineato dall'autore il presunto atteggiamento tollerante dei duchi[57], attingono a stereotipi anti-ebraici: la bella sposa ebrea che per assicurarsi una discendenza si affida in extremis alle macchinazioni di una balia, ebrea anch'essa, la quale dopo aver fatto passare per erede del duca il figlio di una povera donna, non contenta del compenso ricevuto, tradisce perfidamente la sua padrona facendola condannare a morte. Per ora si può solo dire che ai motivi topici e a quelli di pura invenzione, che fanno pensare al genere novellistico, si mescolano alcuni elementi di verità, come la sterilità di Alfonso II e le esenzioni e i privilegi conferiti dagli Estensi ai mercanti spagnoli e portoghesi. Non è forse estraneo al modo in cui è presentata dall'autore la figura della principessa ebrea una qualche memoria della presenza a Ferrara, proprio intorno agli anni Cinquanta del secolo, di alcune notevoli figure femminili, come la portoghese Gracia Nasi, a Ferrara tra il 1549 e il 1552 e dedicataria della Bibbia di Ferrara, o la spagnola Bienvenida Abravanel, giunta da Napoli nel 1541 con il marito Samuel, e residente nella città estense almeno fino al 1558[58].

8. Tutta la «historia» (o «historietta») si regge effettivamente sulla connessione tra gli eventi relativi alla vita privata dei principi e gli «avenimenti grandi», in questo caso la devoluzione di Ferrara al papa. Secondo questa impostazione, il destino della casata estense è riconducibile ad una rovinosa scelta privata compiuta da uno dei duchi a spese della illustre duchessa Renata di Francia. È il tempo di Ercole II che, nel 1527, sposa «madama Irenea», cioè Renée de Valois, figlia di Luigi XII di Francia. La figura e le vicende della principessa francese (cc. 21r-22v), pur con un vago fondo di verosomiglianza, sono decisamente idealizzate, come mostra anche il gioco di parole tra la forma francesizzante ‘Renea' del suo nome e la sua immagine come paladina della pace religiosa (‘Irenea')[59]. Ciò che interessa all'autore, esule modenese, è presentare la duchessa di Ferrara come intrepida protettrice dei più noti «teologhi» e umanisti del suo tempo che «per rispetto di religione s'usciro d'Italia»: sono citati esplicitamente Pietro Martire Vermigli, Bernardo Ochino, Girolamo Zanchi, Giulio da Milano, Francesco Porto – correttamente indicato come colui che «insegnò la lingua greca a' suoi figliuoli» – e «messer Francesco Negro da Bassano» (c. 21v). Renata di Francia è insomma l'eroica patrona della diaspora italiana di cui lo stesso autore ritiene di far parte. La colpa del duca Ercole II - prima presentato assai irrealisticamente come un difensore della libertà religiosa contro la spaventosa Inquisizione e come colui che aveva strappato con le sue mani la moglie dalle carceri[60] - fu disertare il letto nuziale dopo la nascita di due maschi, uno destinato alla successione e l'altro al cardinalato, per darsi «ad amori lascivi e illeciti». Una scelta così poco «christiana» come quella di ripudiare la virtuosa principessa «dotata della vera conoscenza del risurgente Vangelo del figliuol di Dio» (c. 21 v) venne punita da Dio col non concedere nessun discendente all'unico figlio di Ercole II erede del ducato.

9. Il tema conduttore della mancata progenie continua ad essere affiancato a quello della presunta difesa dei seguaci del «Vangelo di Christo» da parte degli Estensi anche nel seguito del testo. Alfonso II è addirittura tratteggiato come uno strenuo avversario della perfidia del papato, quasi che «egli havesse alcun lume della rinasciuta luce evangelica»: siamo di fronte all'immaginazione di un esule e al vagheggiamento di un diverso corso dei fatti. Alfonso II, irritato dal fatto che il papa Gregorio XIII non volesse concedere l'investitura perpetua del ducato di Ferrara, non avrebbe perso occasione per far vedere ai preti «quanto poco, con tutto il molto lor potere, gli temesse». Egli avrebbe dimostrato ripetutamente la sua volontà antipapale. Una volta, durante il pontificato di Pio V (quando in realtà fu inflitto al dissenso religioso un colpo davvero mortale in tutta Italia), il duca avrebbe gettato nel fuoco, in presenza dell'inviato papale («un vescovo romagnuolo crudelissimo») la lista degli eretici modenesi e ferraresi che il papa ordinava che gli fossero consegnati, dichiarando che così era esaudita la volontà del papa di «farli abbruciare»[61]. Alfonso II avrebbe quindi cacciato da Ferrara il vescovo inviato da Roma, mentre il papa, informato del tutto, avrebbe scomunicato il duca, dando le sue terre in preda a chi avesse osato prenderle. Alfonso, a questo punto, avrebbe chiamato in suo aiuto gli eserciti del conte Palatino, del duca di Brunswich, del langravio d'Assia e persino del duca di Guisa, ma fortunatamente, prima dell'arrivo di questi rinforzi, i papalini sarebbero stati sconfitti in una battaglia svoltasi vicino Modena. I cardinali romani, temendo «di vederselo con grossa quantità di soldati luterani sotto le mura di Roma, et molti di loro ricordandosi della presa di Borbone, furon tutti da così estrema paura soprapresi» che ottennero dal papa il ritiro della scomunica del duca (cc. 62v-63r). Dopo circa un anno, il papa chiese di nuovo al duca la consegna degli eretici. Ritenendo che il pontefice fosse a un passo dalla morte, il duca avrebbe consigliato ai sudditi sospetti di allontanarsi momentaneamente dal ducato e, subito dopo, avrebbe impedito, minacciando ancora l'uso della forza, la confisca dei beni di uno di loro. Si trattava del nipote del «famoso cardinale» Jacopo Sadoleto, di nome Giulio Sadoleto, esplicitamente citato dall'autore come una delle sue ‘fonti orali'. Il Sadoleto, una volta fuori d'Italia, avrebbe personalmente detto «più volte» all'autore di aver vissuto a Modena senza frequentare la messa da quando aveva vent'anni fino ai cinquanta (cc. 65v-70r).

10. Interessa qui il modo in cui Castelvetro commenta questi episodi, che mostra come egli guardasse ai reali rapporti di forza nella penisola italiana con una lente deformata dal confronto con altre parti d'Europa:

Onde a me pare che, dalle cose raccontate di questo prencipe, fia hormai agevol farne due salve conclusioni, l'una si è intorno il penetrare qual fosse l'animo del duca verso la Sedia Romana[62], et insieme si verrà a conoscere l'ardir suo non esser stato molto minore di quello dell'elettore Gio. Federico duca di Sassonia, che intrepidamente favorì Martino Lutero, se verremo a sottilmente considerare, che questi nel mezzo delle forze del papa, et in tempo che la Francia, l'Inghilterra, con altri reami et provincie erano tutti volti a persequitare et ad uccidere chiunque seguace del Vangelo si scoprisse, et cotanto osasse et tante cose facesse (cc. 70r-71r).

Benché effettivamente in certi casi, come in quello dello stesso Lodovico Castelvetro, prima Ercole II e poi Alfonso II avessero cercato di opporsi alla giurisdizione inquisitoriale romana per proteggere un loro suddito, la partita fu ben lungi dall'essere così aperta: sappiamo, ad esempio, che, nel 1569, Alfonso II aveva dovuto ratificare il breve papale di nomina dell'inquisitore Paolo Campeggi, dichiarando che dovere del «principe cattolico» era «vigilare sulla religione» e «portare costante aiuto» a chi era incaricato della repressione[63]. Il testo prosegue con questa aggiunta a margine, apposta certamente dopo il febbraio 1615:

L'altra sarà il credere nel duca riuscir verissima l'opinione del re della Gran Bretagna, palesatasi nella Dichiaratione contra il cardinale di Perrona, ove fa vedere, che a chi non c'à fatto o stato, come i papi non si muovono alla rovina di que' prencipi che conoscono arditi et poderosi da mostrar loro il zeffo: come altresì sarebbe avenuto a don Cesare da Este duca di Modona, se in lui si fosse trovato l'animo d'Alfonso suo predecessore (71r).

In questo passo e con maggior precisione in una precedente postilla («ecco quanto sia vero ciò che il Re della Gran Bretagna dice nella sua Dichiaratione contra il cardinale di Perrona, che i fulmini papeschi non portino male veruno se non a coloro che gli temono», cc. 64 r-v), Castelvetro cita la dichiarazione in difesa della potestà regia che Giacomo I d'Inghilterra – di cui il modenese era stato maestro d'italiano quando era ancora re di Scozia[64] – aveva opposto a un discorso del cardinale Du Perron del febbraio 1615 («dum igitur per praeteritarum calamitarum memoriam hortatur, ne se a Pontifice seiungant; non hortatur ut ament Pontificem, sed ut mala multa quae dedit Pontifex in memoriam revocent, fulminaque eius et minas timeant: quae profecto nihil nocent nisi timentibus»)[65]. Il paragone tra i sovrani d'Europa non sottomessi a Roma e i duchi di Ferrara sembra scaturire dal rammarico per lo sviluppo effettivo delle vicende storiche estensi e italiane, diverso da quello, piuttosto implausibile, immaginato dall'autore. Mentre le cause della devoluzione del ducato e gli errori dell'ultimo duca Cesare d'Este sono, tutto sommato, tratteggiate con verosomiglianza (assenza di eredi legittimi, tasse troppo alte, consiglieri malfidati, mancanza di aiuti militari esterni[66]), risulta evidente la deformazione di alcuni fatti che permette all'autore di costruire le figure dei duchi (Ercole II e soprattutto Alfonso II) come accaniti oppositori dei papi e difensori dei perseguitati. Tutto il contrario degli amari ma molto più realistici versi della Papeida di Marcantonio Cinuzzi, conservati insieme alle carte di Castelvetro nella biblioteca del Trinity College di Cambridge, dove i principi sono raffigurati come proni al volere del papa, pronti «ad un cenno suo» a mandare il bargello e il boia contro i loro sudditi[67].

11. La stravagante vena letteraria che spinge l'autore ad evidenziare, con gusto scandalistico, le scelte sbagliate dei principi e ad indicare quali sarebbero state, a suo avviso, le possibili alternative, non esclude comunque una cognizione più realistica dello stato in cui versava la libertà di espressione in Italia. È notevole a questo riguardo la consapevolezza e la denuncia della pratica della censura in Italia. Già in apertura del testo, l'autore accenna al fatto che, se anche in Italia fosse rimasto qualcuno dei «letterati et gran cortigiani di que' tempi» da cui lui raccolse il racconto dei fatti, essi non ardirebbero a scriverli per il timore di dire la verità («ritenuti forse dal timore che lo scrivere il vero si suo dietro recare»)[68]. In un successivo passo l'autore è molto più esplicito. A proposito del matrimonio del duca Alfonso I con Lucrezia Borgia, l'autore riporta

quel tanto che Francesco Guicciardini nella sua veritiera historia lasciò scritto: le cui parole si videro solo ne' primieri essempi che detta predetta sua historia per mezzo della stampa in luce uscirono, conciosiacosaché negli altri appresso stampati sieno state levate via (c. 6v).

Segue la trascrizione del famoso passo in cui Guicciardini parla degli «infortuni domestici» e delle «libidini e delle crudeltà orribili» di casa Borgia[69] che, insieme col passo riguardante l'origine del potere temporale dei papi[70], furono censurati fin dalla editio princeps della Storia d'Italia, uscita dalla tipografia di Lorenzo Torrentino nel 1561 con privilegio di Pio IV[71]. Entrambi i passi furono però stampati separatamente già a Basilea nel 1569[72], a Londra nel 1595[73], poi nuovamente nel 1602 forse a Ginevra in versione trilingue (latino, volgare italiano, francese)[74] e ancora a Francoforte nel 1609[75]. Sono proprio gli stessi luoghi frequentati dal nostro Giacomo e, per quanto riguarda le ultime due edizioni citate, gli stessi anni in cui vengono scritti i Pezzi d'historia. Su questa base, non sarebbe del tutto implausibile pensare ad un possibile ruolo di Castelvetro nella circolazione dei Loci duo.

12. Nella figura dell'esule Castelvetro, ovvero di un maestro d'italiano in Inghilterra, impiegato come agente dalla diplomazia reale e prima da quella estense[76], cogliamo l'intreccio tra l'eredità letteraria e religiosa del famoso zio, la diffusione della cultura italiana in Inghilterra, l'assidua raccolta di scritture politico-diplomatiche, il lavoro editoriale e la produzione letteraria. Nell'insegnare e nello scrivere fuori d'Italia, egli afferma la propria padronanza della lingua in quanto erede di Lodovico Castelvetro, richiamandosi a posizioni teoriche un po' attardate e propendendo per l'uso di arcaismi. Dalla lettera già ricordata ad uno sconosciuto consulente linguistico fiorentino, di cui contesta in parte i consigli, Castelvetro difende la grandezza dello zio ricordando quando a Lione «molti letterati fiorentini lo venivano a corteggiare e quante fiate dicevano a me [...]: "Beato voi, figliuolo, d'essere nipote d'un tanto huomo"» e sottolineando che «i primi, che abbiano dato le vere regole della vulgar lingua, sono stati tutti o viniziani o lombardi o napolitani»[77]. Non a caso, Castelvetro si fece copiare a Venezia l'Historia di Troia di Guido Colonna da un'edizione del 1481, con la doppia motivazione che «questa nobile opera, ch'è una de' buoni libri della nostra pura lingua vulgare» non era più sul mercato e «per esser questo tipo da cui s'è riscritta stato del cardinale Bembo e ci son da sua propia mano notate le voci più rare»[78]. Castelvetro si poneva come depositario di una nobile scienza anche di fronte ai suoi allievi, uno dei quali lasciò scritto nell'Album del vecchio maestro: «In segno di perpetua amistà e di sviscerato amore, quale io porto al reverendo vecchio Giacopo Castelvetrii, herede della scienza di suo zio (unico lume d'Italia) che ce l'a qui oggi portata»[79].

13. Lo sguardo di Castelvetro sul Cinquecento italiano è velato dall'immaginazione e dalla nostalgia: vi si posa comunque da lontano, se non nel tempo, certo nello spazio. La contraddizione tra la leggera vena narrativa, da un lato, e la familiarità sia con le scritture politico-diplomatiche circolanti nelle corti europee, che con l'esperienza del tramonto della libertà in Italia è solo apparente. Come già si è notato, il progetto di raccogliere e organizzare in volumi una grande quantità di materiale politico e diplomatico corrisponde a un tipo di operazione editoriale che godrà di grande fortuna nel Seicento e che darà luogo a opere fortunate come il già citato Tesoro Politico o la raccolta di conclavi di Gregorio Leti. Ma anche l'idea di una storia che svela i «vari e strani avvenimenti» fino ad allora «taciuti dalli storici» e gli episodi curiosi e segreti della vita dei sovrani avrà grande sviluppo nel Seicento, epoca di «guide scandalistiche delle corti d'Italia» e di «polpettoni pseudo-politici» destinati a sfogare la passione del pubblico per «il tenebrore dei segretumi principeschi»[80]. Si pensi ad esempio ad opere come il Mercurio di Vittorio Siri, nella cui prefazione si legge che «mentre travagliavo in ricercare e raccogliere le più fondate notitie e le più recondite instruttioni per [...] la mia historia della guerra di Mantova» – quindi durante la raccolta di documenti – «mi cade nell'animo di tessere fratanto degli accidenti correnti il Mercurio, per introdurre in Italia questa sorte di compositione, che all'estere nationi vien celebrata per curiosa, vaga, utile e dilettevole»[81]. È appunto ad una ‘estera natione' che vorrebbe rivolgersi anche l'autore dei Pezzi d'historia dichiarando di svelare notizie importantissime, ignorate dagli storici e che altrimenti rischierebbero l'oblio. Nella vita e nell'attività letteraria, per quanto frammentaria, di Giacomo Castelvetro si intravede insomma la saldatura tra una memoria, in parte anche familiare ma comunque trasfigurata, del turbolento Cinquecento religioso italiano e l'avvio di voghe letterarie e pubblicistiche tipiche del Seicento: una saldatura feconda proprio grazie alla condizione di esule di Castelvetro. Trovando altri casi simili, si potrebbe riflettere su come i figli o i nipoti di uomini come Lodovico Castelvetro abbiano vissuto ed eventualmente rielaborato la memoria dei fatti drammatici accaduti al tempo dei loro padri. È un lavoro che riuscirebbe più facile fare studiando personaggi che, come Giacomo, scelsero la relativa libertà dell'esilio, giacché la memoria di chi restò in Italia fu spesso e per diverse vie spezzata.

APPENDICE [82]

Pezzi d'historia, cioè diversi lieti et tristi avenimenti accaduti a prencipi da Este, come anchora a persone basse salite per mezzi strani a gradi altissimi, taciuti da moderni historici

I. Un ritratto di Renata di Francia ( TCL, R.4.19, cc. 21r-22v)

Dico adunque che havuto che Hercole s'hebbe due figliuoli maschi, oltre a tre femine, non si curò mai più di giacersi con la moglie, per non haverne altri, maschi, tratto dal soverchio desiderio di lasciare i già havuti grandi et ricchi da madama Irenea di Francia, dama ricca di molte et radi[83] virtù, le quali sotto il silenzio[84] lasciando io /21v/ crederei di commettere fallo non picciolo. Perciò si dee sapere che, oltre ad una sua natia clemenza verso i sudditi, fu dotata della vera conoscenza del risurgente Vangelo del figliuolo di Dio, della quale non celatamente, anzi apertissimamente, fece sempre pubblica confessione, et appo sé tenne e difese ognuno che per quella venisse persecutato et afflitto; onde appo una cotanto difenditrice molti de' primi teologhi del nostro tempo trovarono sicurissimo riparo et tra gli altri molti d'alcuni pochi che mi ricordo farò mentione, et questi furono Pietro Martire Vermiglio fiorentino, Bernardino Ochino sanese, Girolamo Zanco bergamasco, messer Giulio da Melano: tutti monaci et predicatori famosissimi; et intrattenne molti uomini nelle lettere d'humanità grandi et famosi, qual fu Francesco Porto candiotto, che insegnò la lingua greca a' suoi figliuoli, e messer Francesco Negro da Bassano, raro grammatico, li quali tutti /22r/ per rispetto di religione s'usciro d'Italia. La qual cosa mosse il papa Caraffa a persecutarla, et per questo mandò a Ferrara il vecchio cardinal di Lorena, estremo persecutore di chiunque ardiva mostrarsi di così pia religione, il quale trovatola in quella fondatissima, et non men costante, la fece nelle carceri della Inquisitione incarcerare, nelle quali mesi et settimane si dimorò con una incredibile sofferenza, in capo del qual tempo il duca, che ne tenne sempre grandissimo conto, la fece allo inquisitore domandare, et quelli andandola a trovare, disse non potergliele dare per esser luterana marcia. Il duca gli rispose che intendeva d'aver sua moglie et che non sapeva ciò che si volesse per quella parola luterana intendere, quando non volesse dire buona christiana[85] qual sempre l'haveva conosciuta. Il buono inquisitore faceva il sordo, et tuttavia nelle sua car/22v/ceri la riteneva, quando il duca, perduta la patienza et gittatosi di dietro le spalle il rispetto che infino all'hora a quel tremendo tribunale havea portato, a quelle prigioni andò et al colui malgrado la trasse et a casa se la menò. Non lasciò perciò ella di continuare nella medesima religione, anzi publicamente et in Ferrara, et in Modona, et dovunque andava faceva lo ignudo Vangelo publicamente predicare, con estremo avanzamento della gloria di Dio. Perciò è più che vero che tutti i suoi figliuoli hebbero la vera luce del Salvatore del mondo, avenga che niun di loro palesemente l'habbia seguitata; non per ciò niun di loro è mai stato de' fedeli persecutore, anzi, gli han sempre favoriti et difesi, come a luogo più opportuno più partitamente si mostrerà.

II. La prima moglie di Alfonso II d'Este (TCL, R.4.19, cc. 26v-32r)

Fra i ricchi mercatanti, che di Portogallo a stantiare a Ferrara andarono, uno ve ne fu che in denari contanti, senza un grossissimo[86] capitale di nobili mercantie, vi si portò un miglione et cinquecento mila scudi; et seco la moglie et una loro unica figliuola da marito, et bella assai, si condusse, et havendovi pigliata casa alla sua molta facultà convenevole, a trafficare allo ‘ngrosso, et a vivere magnificamente si diede. Et come avezzo nella corte di quel re di Portogallo, era civilissimo, affabile, et entrante, et per essere stato nella sua gioventù da suo padre mandato /27r/ a trafficare nelle Indie del Portogallo, havea così ben saputo fare, che a cotanta ricchezza era salito, et in allevare la sua figliuola in tutte quante quelle donnesche virtudi, che a ben nata fanciulla si richieggono, non havea guardato a spesa veruna. Perciò, oltre a cucire, sapeva leggere et scrivere bene, et di diversi stormenti musici maestrevolmente sonava et compiutamente cantava; et quantunque fosse un po' brunetta, era non di meno di così belle et delicate fattezze et di tanta gratia ornata che chiunque la vedeva le restava affettionato. Sì che a diversi piacque ella molto, ma sopra ad ogni altro al prencipe Alfonso, il quale un giorno udendola, senza da lei esser veduto, cantare molto soavemente, et di leutto sonare perfettamente, molto se le affettionò, et incidentemente una volta ragionando di lei il duca suo padre, egli la com/27v/mendò forte, che mosse Sua Eccellenza a domandargli, per un modo di scherzo, s'egli havrebbe a schivo a torla per moglie, quando ella christiana diventasse? A cui il giovanetto rispose di non, et seguitò dicendo ch'egli non riputava la colei natione punto tanto vile, come altri facevano, anzi teneva per fermo esser nobilissima, considerando le alte, et ispetiali gratie, et la particolare cura che lo ‘nnipotente Iddio di quella più che di niuna altra havea sempre tenuto, conciosia cosa che di quella sola havesse voluto, che il suo cotan amato figliuolo fosse nato, et tuttavia segnali grandi se ne vedevano, l'un de' quali era il conservar di quella un corpo così grande, che in diverse parti del mondo hoggidì si trova, havendo la Divina Maestà tante altre nationi del mondo, stimate di quella più nobili, lasciato totalmente estinguersi, qual fu la Troiana, la Romana, la Gotica /28r/ et altre molte, delle quali vestigio alcuno non ce ne resta. Per la qual consideratione si può tener per fermo, che Iddio anchora, anzi la consumation del mondo, debba le reliquie di lei salvare, come il Vaso dell'elettione nelle sue divine epistole a noi ce le raccomanda, et non già poco. Cotali et altre simiglianti cose in commendatione di quella generatione disse il prencipe con tanta efficiaccia che porse cagione al duca di pensare da senno quanto dal figliuolo, per maniera di ragionare, era stato detto, avisando che la somma d'un miglione et mezzo di scudi fosse sufficiente a coprire macchia maggiore, che si fosse quella di torre a moglie donna nata hebrea, et sotto mano fece proporre al padre della bella giudea il partito, quando eglino tutti si volessero fare christiani.
Havea il prencipe l'un de' più belli, et bene organiz/28v/zati corpi d'huomo, che si potesse vedere, la cui bionda barba a pena spuntava fuori dal mento, per la qual cosa egli non era punto men piaciuto alla giovane, di quel che ella a lui fosse piaciuta, perciò havendo ella di così fatta materia alcun sentore havuto, si diede, volenterosa di divenir sua moglie, con efficaccissimi prieghi a confortar la madre, che viepiù dura del marito si mostrava in cambiare religione, la quale poi appresso pochi giorni, combattuta et dal marito, et dalla figliuola, si lasciò volger la mente sua, perché le fecero veder, co' passi della Vecchia Scrittura, che Giesù Christo era il vero Messia, et che altri non se ne doveva aspettare. Laonde, appresso essersi tutti honorevolmente battezzati, volontieri si fecero le nozze, con dote d'un miglione et cinquecentomila scudi contanti, oltre a più di ducento[87] mila in tante gioie. I trionfi et i bagordi che per tale matrimo/29r/nio si fecero furon tali quali ad un tanto prencipe si richiedevano.
Hora, avegna che il prencipe non mezzanamente amasse, careggiasse et honorasse la sposa sua, non perciò ella, che viepiù ardentemente lui amava, et con ogni dovuto termine honorava, et rispettava, si viveva afatto contenta, anzi, per non ingravidare, tutta dentro di sé si rodeva, a lei parendo di non potersi stimare vera prencipessa, prima che madre di figliuoli non si credesse, et tanto in così fatto pensiero s'internò che et per essersi hormai con prencipe molti mesi giaciuta, et più per haver saputo come egli anzi di congiugnersi seco con diverse donne et donzelle havesse havuto che fare, senza che niuna giamai di lui ingravidata si fosse, cadde in dubbio di non doverne ella più havere, et da questo cominciò a volgere l'animo a tentare[88] ogni mezzo di potere[89] haver figliuoli, et così assicurarsi di ri/29v/manere prencipessa, et cotal suo pensiero al suo proprio padre prima aprì, a cui non ispiacendo punto, fu non di meno di questo aviso, che prima ella dovesse tutti i mezzi ragionevoli et honesti tentare, come sono i rimedi che in somiglianti casi i valenti fisici, et le esperte comadre sogliono apportare. Il quale ottimo consiglio ella[90] senza indugio curiosamente si diede ad esseguire, et riuscitole vano perdette[91] ogni speranza di poterne dal marito havere[92], e 'l desiderio d'haverne divenendo ogni dì maggiore, si dispose, avenisse[93] che ciò[94] si volesse, di volerne altri tentare, né arrischiandosi di sottomettersi ad altro huomo, si pensò che più agevole le dovesse riuscire lo ‘nfingersi gravida, et di fare anchor veduta di partorire, quando havesse in questo havuto donna da ciò saccente, et così con un sottoposto parto ottener lo ‘ntento suo. Onde parve /30r/ che tutta si consolasse, et si rallegrasse, et il Dimonio, per aiutarla a scavezzarsi il collo, tosto le fece a credere cotal suo pensiero essere sicuro, et agevole a riuscire, sì che la meschina si diterminò, senza altrimente più maturamente pensare di quanto gran momento tale affare si fosse, di tentarlo. Et su questo le venne a mente d'una valente comadre hebrea, di cui haveva havuta lunga, et stretta amistà, che sarebbe stata ottima, anzi unica mezzana a menare a fine il suo intento, et così con doni cercò di rendersela prontissima, et fedelissima esecutrice. A così fatta donna adunque un giorno, havutala in disparte, l'animo suo aperse, et trovatola ad ogni sua voglia presta, si diede, venendo da quella ammaestrata, con tanta arte a fingere tutti gli atti et tutti gli svenimenti, che alle donne veramente gravide si veggono ordinariamente avenire, che nella duchessa, /30v/ nel marito, et in ognuno impresse una ferma credenza che da dovero ella fosse gravida, della quale credenza da ognuno gioia grande era havuta, ma dal duca più che da qual si voglia altro, a cui un'hora pareva mille anni di vederne il frutto, per uscir del dubbio, che dal figliuolo non dovesse havere herede. Opportunamente avenne poi che in capo il termine una povera hebrea partorisse, et un figliuolo maschio: onde la valente comadre di cui testè dicemmo, aiutandola a partorirlo sì la seppe persuadere, che le diede il suo figliuolino, et havutolo segretissimamente alla prencipessa portollo et fece che ella in un subito fingesse sentire i dolori del parto, onde elle due sole di maniera ben governaro un tanto affare, che da ognun fu creduto che ella havesse certamente partorito[95].
Se in corte d'un tal parto la letitia fosse grande /31r/ non è da domandare, pel quale furono fatti per tutto il dominio fuochi, et altri segnali, usati in simiglianti casi. Et così il puttino[96] d'una ben povera vedova hebrea, venia per figliuolo, et per[97] herede di tutte le signorie del prencipe, nudrito in delitie grandi. Ma si dee credere che Iddio, non volendo tolerare un cotanto tradimento et ladrocinio, prestasse cagione di scontentezza alla[98] predetta comadre, alla quale intravenne, come per lo più alle persone prezzolate veggiamo intravenire, le quali, quando in alcuno alto affare vengono da' loro signori adoperate, non si stimano, per molto si doni loro, mai sufficientemente guiderdonate. Parve per tanto alla comadre essere stata dalla prencipessa, di così altro servigio fattole, male riconosciuta, et grave sdegno pigliatone, l'amore et la buona volontà di farle servitio in odio mortale sì convertì, di maniera che per vendicarsene si diter/31v/minò di rivelare la cosa, et tenne mezzo di parlare in segreto al Duca, a cui prima domandò perdono et la vita, che da lui agevolmente le fu conceduta, et ella gli manifestò tutto l'affare. Egli, udita tal cosa, subito il prencipe fece chiamare, a cui volle che la medesima donna le stesse cose dicesse. Delle quali estremo dispiacere ne sentì, come quelli che veramente la moglie amava, et come quelli a cui era stato caro d'haver creduto di potere generare figliuoli, onde a lui, secondo ho udito affermare, sarebbe stato più caro, ch'ella havesse taciuto.
Il duca poi havuto in segreto la madre del puttino con la comadre, et verificata la cosa, fece la nuora et il di lei padre incarcerare, et ad amendue fece tagliare la testa.

III. ‘Cose d'Alfonso II operate in favore de gli huomini seguitanti il Vangelo di Christo' (TCL, R.4.19, cc. 59v-61v)

Habbiam di sopra promesso[99] di raccontar le cose da questo prencipe operate in favore de' poveri fideli, da' preti persecutati, dalle quali s'è ben potuto giudicare o ch'egli havesse alcun lume della rinasciuta luce evangelica, o che da puro sdegno, giustamente contro a' preti concetto, ad operarle si movesse. Per tanto, come quivi si toccò, hor qui diciamo che[100] si trovavano molti di questa riformata religione nelle di lui signorie, alli quali egli non faceva né permetteva che male alcun fosse lor fatto. Laonde essendo al papato asceso il cardinale Alessandrino che si fece chiamare Pio V, che meglio il cognome d'Empio gli sarebbe stato, per essere egli suto tutto il tempo della vita sua inquisitore et aspro persecutore de' veri seguaci del figliuolo di Dio, sapendo come per tutto il /60/ dominio del duca quantità grande ve se ne trovasse, diterminò di disertarli, et per cotal fine mandò a Ferrara un vescovo romagnuolo crudelissimo persecutore di simili persone, con uno ampio memoriale di più de cinquecento huomini principali de' sudditi del duca et motu proprio[101] comandava che subito non mancasse darli al suo commesso prigioni[102]. Era, quando questo avvenne, nel mezzo del verno et un giorno, sul serrarsi[103] le porte della città, quivi pervenne, né così tosto fu dismontato da cavallo ad una publica historia[104] che al duca mandò a far sapere la sua venuta et a chiedergli audienza, et cotanta fretta usava egli accioché l'odore della venuta sua non pervenisse a gli orecchi de' fedeli, et che alcuni non si fugissero, et così non gli venisse fatto, come si faceva a credere, di poterli tutti havere da potersegli seco trionfandone a Roma condurre[105]. Parve al duca /60v/ la colui improvisa venuta assai nuova, et la sua sollecitudine non poco strana, et quantunque diverse cose per la mente vi si volgessero[106], non s'appose perciò alla vera cagione et per questo gli fece dire che ad ogni suo concio poteva a lui venire. Egli pertanto incontanente si presentò al duca, a cui diede le lettere di credenza, le quali havendo lette, al vescovo disse che a piacer suo poteva la mente del suo padrone aprirgli. All'hora il buon prelato, anzichenò[107] ardentemente la di sopra nomata lista, o nota de' nomi, di[108] que' poveri fedeli ch'egli bramava tenersi homai in Roma incatenati, ad Alfonso porse, dicendo: «Io qui mi vengo da Sua Santità mandato accioché Vostra Altezza mi facci quanto prima dare gli heretici, i nomi de'quali qui vengono specificati[109]». In capo di[110] quella scrittura pel primo era il conte Hercole de' Contrari, zio paterno del mentionato marche/61r/se di Vignuola, che in quel tempo si trovava su la cima della rota de' favori. Era il conte amato et come padre d'Alfonso honorato, sì per le alte sue[111] qualità et virtù et sì per la grave sua età, et havendola tutta letta, al vescovo disse: «Io non so che cosa il pontefice intenda di voler[112] fare di tante persone, et cotanto[113] qualificate, perciò mi sarà caro sapere a qual fine desidera haverle». «Per farle abbrucciare» assai arditamente il vescovo rispose «quando non si disdicano». «Per certo» soggiunse il Duca «se questi tutti vi dessi ad essere uccisi, oltre che non so ch'eglino s'habbiano ciò meritato, mi priverei de' migliori, et de' più fedeli sudditi, che sul mio si trovino». A cui subito il vescovo rispose: «Io non ho di ciò colpa alcuna, ma, come ministro di Sua Santità, son tenuto a fare quanto m'è da lui stato ingiunto, et l'affare richie/61v/de prestezza». Stette il duca a pensare sopra un tanto affare assai, senza mai aprir bocca. L'altro, assai impatiente, non cessava d'importunarlo a dargliele. A che Alfonso, che vicino ad un buon fuoco si trovava, la lista in quel gittò, et a lui rivoltato disse: «Ecco, Monsignore, la sentenza del Pontefice esseguita, che a lui potrete rapportare[114], non havendo io altro che scrivergli al presente».


 

Abbreviazioni usate nelle note:

TCL = Cambridge, Trinity College Library
NL = Chicago, Newberry Library
Sono grata a Paola Ottolenghi, cui devo la conoscenza di Castelvetro e dei Pezzi d'historia.

[1] K. T. BUTLER, An Italian's message to England in 1614: «Eat more fruit and vegetables», in «Italian Studies», II, 1938, 1-18 e, soprattutto, EAD., Giacomo Castelvetro, 1546-1616, in «Italian Studies», V, 1950, 1-42, 2. Per una informazione bibliografica completa relativa a Giacomo Castelvetro cfr. J. TEDESCHI, J. M. LATTIS (eds.), The Italian Reformation of the sixteenth century and the diffusion of Renaissance culture: a bibliography of the secondary literature, ca. 1750-1997, Modena, F. C. Panini 2000, ad indicem.
La grafia del nome oscilla tra Jacomo/Giacomo (fede di battesimo, testamento del padre Niccolò, albero genealogico in cui il nostro si denomina ‘Giacomo il vecchio' in T. SANDONNINI, Lodovico Castelvetro e la sua famiglia, Bologna, Zanichelli 1882, 238, 241) e Giacopo, usata anche questa dallo stesso autore che però si firma più spesso ‘Giac.o' (K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit., 2, n. 1). Pur essendo dunque del tutto legittimo adottare il nome Giacopo (come fa P. OTTOLENGHI, Giacopo Castelvetro. Esule modenese nell'Inghilterra di Shakespeare, Pisa, ETS 1982, 7, n. 2), si è preferito, in questa sede, mantenere la grafia del nome più corrente nella bibliografia. Non va confuso con un omonimo cugino, figlio dell'altro fratello di Lodovico, Giovan Maria, e curatore de Le rime del Petrarca brevemente sposte per Lodovico Castelvetro, Basilea, 1582.

[2] Cfr. V. MARCHETTI, G. PATRIZI, s. v. Castelvetro, Ludovico, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXII, Roma 1979, 8-21 e, per la bibliografia successiva, J. TEDESCHI, J. M. LATTIS (eds.), The Italian Reformation cit., ad indicem.

[3] «Più volte meco medesimo pensando e sottilmente considerando quante cose al vivere umano giovevoli questa nobile nazione da un cinquanta anni in qua s'abbia apparato a seminare e a mangiare dal concorso di molti popoli rifuggiti in questo sicuro asilo per ischermirsi e per salvarsi da' rabbiosi morsi della crudele et empia Inquisizione romanesca [...], mi son grandemente maravigliato di vedere che oggidì molti ancora [...] assai altre di seminare si rimangano» (G. CASTELVETRO, Brieve racconto di tutte le radici, in L. FIRPO (a cura di), Gastronomia del Rinascimento, Torino, UTET 1974, 133). Nella sola città di Londra furono censiti più di 4.000 stranieri nel 1571, ben 13.700 nel 1574 e circa 2.200 nel 1581: L. FIRPO, La chiesa italiana di Londra nel Cinquecento e i suoi rapporti con Ginevra, in Ginevra e l'Italia, Firenze, Sansoni 1959, 309-412, 372 e 381.

[4] Album, British Library, ms. Harley 3344, cc. 46b-47b cit. in P. OTTOLENGHI, Giacopo Castelvetro cit., 8.

[5] Sui rapporti tra Castelvetro e la famiglia North (i due fratelli Thomas e Roger e il figlio di questi John) cfr. M. G. BELLORINI, Tracce di cultura italiana nella formazione di Thomas North, in «Aevum», XLI, 1967, 333-338.

[6] Cfr. T. SANDONNINI, Lodovico Castelvetro cit., 241-243, dove è citata una lettera al segretario ducale Laderchi del 15 ottobre 1588 in cui Castelvetro ricorda «quando io mi partii dalla patria otto anni or sono con buona licenza di Sua Altezza Serenissima». Giacomo si era fermato a Modena per occuparsi dell'eredità del padre, morto nel 1576, e perché vi giacevano le carte di Lodovico sulle quali sappiamo che lavorava nel 1578. I documenti relativi al processo modenese non sono noti (L. FIRPO, s. v. Castelvetro, Giacomo cit., 2).

[7] «L'anno ottanta mi partetti di Basilea con fermo proposito di qui venire [a Edimburgo]. Ma pervenuto in Londra fui quivi ritenuto da gli amici e padroni che sei anni prima m'havea acquistati» (da un'epistola dedicatoria scritta anni dopo a Edimburgo per Giacomo VI cit. in K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit., 7-8).

[8] Nel 1586 viene incaricato da Lord Burleigh e Francis Walsingham di portare dispacci a Francoforte; nel 1598 è registrato in una lista di informatori di sir Robert Cecil, dove figura come operante in Svezia (CSP, Foreign, Elizabeth, June 1586-june 1588, London, 1927, 81 e 87; H. G. DICK, A renaissance expatriate: Giacomo Castelvetro the Elder, in «Italian Quarterly», VII, 1963, 3-19, 9 e 12; L. STONE, An Elizabethan: Horatio Pallavicino, Oxford 1956, 325-330).

[9] Cfr. infra, n. 30.

[10] S. GAMBERINI, Lo studio dell'italiano in Inghilterra nel ‘500 e nel ‘600, Messina-Firenze, G. D'Anna, 1970, 138-142 rende conto di due libretti manoscritti di esercitazioni italiane fatte fare dal Castelvetro ai suoi allievi a Cambridge nel 1613. Ulteriori notizie e documentazione relative alla movimentata biografia di Castelvetro si ricavano da T. SANDONNINI, Lodovico Castelvetro cit., 236-259 e 348-352; K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit.; L. FIRPO, s. v. Castelvetro, Giacomo, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXII, Roma 1979, 1-4 e P. OTTOLENGHI, Giacopo Castelvetro cit., 7-23.

[11] Su Castelvetro editore cfr. soprattutto E. ROSEMBERG, Giacomo Castevetro, italian publisher in elisabethan London and his patrons, in «The Huntington Library Quarterly», VI, 1943, 119-148 ; K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit. e P. OTTOLENGHI, Giacopo Castelvetro cit., 25-74.

[12] De furtivis literarum notis, vulgo De ziferis libri IIII., Ioan. Baptista Porta neapolitano autore, cum privilegio, Londini, apud Johannem Wolphium 1591. Con dedica di Castelvetro a Henry Percy, conte di Northumberland. L'esemplare conservato in TCL, VI, 2, 74 contiene la nota manoscritta: «dono m. Jacobi Castelvetro».

[13] P. OTTOLENGHI, Giacopo Castelvetro cit., 37-47. Una testimonianza dell'apprezzamento dell'opera di Machiavelli da parte del Castelvetro si ricava inoltre da una nota ms. posta a commento dei Discorsi della monarchia di Spagna di Campanella (cfr. infra, n. 20). Accanto al luogo dove nel testo si dice: «L'astutia acquistando perde, e quanto più è nota, tanto più viene odiata, come fu quella di Cesare Borgia, discepolo dell'empio Machiavello, che perdè lo stato della Romagna con le sue astutie... » (cap. V, «Della seconda causa che è la prudenza»), si legge nella nota a margine: «certo questo buon monaco non ha inteso il Macchiavello, che non chiamerebbe empio, il quale hebbe ottima et santa mente, che fu per rendere accorti i suoi liberi cittadini, tra quali egli vedeva nascere l'usurpator della loro cara libertà. Ben per render loro odiosissimo ogni tiranno s'elessi il Borgia, come il più empio, et il crudele, che nascesse giamai [...], accioché i Fiorentini ciechi tanto più venissero aprir gli occhi et odiassero vie più il vegnente o surgente usurpatore della lor cara libertà» (TCL, ms. R.4.5, c. 9r).

[14] R. J. ROBERTS, New light on the career of Giacomo Castelvetro, in «Bodleian Library Record», XIII, 1990, 365-69.

[15] Cfr. H. G. DICK, A renaissance expatriate cit., 9.

[16] THOMAS ERASTUS, Varia opuscula medica, Francoforte, J. Wechel-J. Castelvetro 1590.

[17] ID., Explicatio gravissimae quaestionis utrum excommunicatio, quatenus religionem intelligentes et amplexantes, a sacramentorum uso, propter admissum facinus arcet, mandato nitatur divino, an excogitata sit ab hominibus. Opus nunc recens ex ipsius autoris authographo erutum, et in lucem, prout moriens iusserat, editum [...] adiectae sunt [...] aliquot theologorum epistolae, «Pesclavii, apud Baocium Sultaceterum» [i. e. London, J. Wolfe] 1589.

[18] La notizia che Castelvetro «haveva particulare habitatione in casa d'un libraro» è riportata dal nunzio Berlinghiero Gessi (T. SANDONNINI, Lodovico Castelvetro cit., 350). Una redazione manoscritta con note a margine probabilmente del Castevetro dei Discorsi della monarchia di Spagna fatti da Fra' Tomaso Campanella, nell'anno 1595 et della età sua trentesimo è in TCL, ms. R.4.5; le annotazioni a margine sono state redatte un anno dopo l'assassinio di Enrico IV, come si ricava dalla nota a c. 7v. Si trova inoltre una redazione del Della Magia incommune e sua divisione di fra Tomaso Campanella Dominicano in TCL, R.3.42, cc. 165v-253.

[19] FRA PAOLO SARPI, Lettere ai protestanti, a cura di M. D. Busnelli, Bari, Laterza 1931, II, lettere a Christoph von Dohna nn. X, XVIII, XXII.

[20] Ibid., lettera a Francesco Castrino n. XLIV (31 agosto 1610), 101.

[21] Ibid., lettere a Francesco Castrino nn. XLI (3 agosto 1610) e XLIV (31 agosto 1610), 96 e 101.

[22] Ibid., I, a J. Groslot de l'Isle n. XLVIII (3 agosto 1610), 130-132; II, a Francesco Castrino n. XXXIV, XL e XLIV, 82, 94 e 101, a P. Duplessis-Mornay, n. V (22 aprile 1610), 208 (altri riferimenti ad indicem). Riferimenti alla vicenda anche in FRA PAOLO SARPI, [Continuazione della istoria dell'interdetto], in M. D. BUSNELLI, G. GAMBARIN (a cura di), Istoria dell'Interdetto e altri scritti editi e inediti, Bari, Laterza 1940, I, 225-233.

[23] I resoconti del primo procedimento con il testo dell'abiura (13 dicembre 1608) e del secondo (4 luglio 1610) sono pubblicati in R. GIBBINGS, Were ‘heretics' ever burned alive at Rome. A report of the proceedings in the Roman Inquisition against Fulgentio Manfredi; taken from the original manuscript brought from Italy by a french officer, London, John Petheram 1852 (la sola notizia data dall'autore sulla provenienza dei manoscritti è quella contenuta nel titolo del saggio).

[24] Postilla ms. alla Relatione della morte di fra Fulgentio Manfredi, in TCL, R.3.42, cc. 147r-148. Tra parentesi quadre è sciolta la sigla ‘G. C.'. Si noti l'uso del verbo rapatumarsi, che ricorre nella medesima accezione (‘riconciliarsi') nel Decamerone (S. BATTAGLIA, Grande dizionario della lingua italiana, XV, Torino, Utet 1990, 468).

[25] Cfr. R. GIBBINGS, Were ‘heretics' ever burned alive cit., 16.

[26] K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit., 9, n. 29, cfr. Returns of Aliens dwelling in the City and Suburbs of London from the reign of Henry VIII to that of James I, a cura di R. E. G. KIRK – E. F. KIRK, Aberdeen 1900-1908, II (1571-1597), 278.

[27] Il nunzio papale a Venezia, Berlinghiero Gessi, scriveva a Roma (3 gennaio 1609) che il Castelvetro, impiegato nell'insegnare italiano a certi stranieri «non è però molto atto con ragionamenti a sovvertire altri, piuttosto vi è pericolo che distribuisca qualche libro cattivo», o ereditati dallo zio o di sua proprietà, essendo lui stato un libraio, o che si era procurato in altri modi (T. SANDONNINI, Lodovico Castelvetro cit., 248). Si veda anche il giudizio di Sarpi sopra citato.

[28] Cfr. T. SANDONNINI, Lodovico Castelvetro cit., 248.

[29] Sulla delicata vicenda, si vedano: il carteggio del nunzio a Venezia Berlinghiero Gessi (Archivio Segreto Vaticano) pubblicato parzialmente da T. SANDONNINI, Lodovico Castelvetro cit., 348-352; FRA PAOLO SARPI, Lettere cit., I, 193, n. LXX a Jérôme Groslot de l'Isle, 13 settembre 1611: «L'ambasciator d'Inghilterra l'ha dimandato: la repubblica l'ha donato, avendolo cavato di prigione senza dir niente all'Inquisizione, al nunzio né ad altro ecclesiastico: ch'è passo maggior che mai si sia fatto, perché l'Ufficio sinore è dependuto da Roma, se bene la repubblica ha l'assistenza, e con quella ha impedito la tirannide. Avergli aperto la prigione senza dir niente è cosa grandissima: ma chi l'ha fatto, non ha pensato la consequenza. Se il papa tacerà, è perduto; se dirà, o vero perderà tanto più, o vero si romperà»; A. LUZIO, Fra Paolo Sarpi. Documenti inediti dell'Archivio di Stato di Torino, in «Atti della reale accademia delle scienze di Torino», LXIII, 1927-28, 24-60, 40, dove sono pubblicati i dispacci di Orazio Priuli, rappresentante sabaudo a Venezia (13 settembre e 1 ottobre 1611); K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit., 26-29. Dai documenti pubblicati da Sandonnini e da Luzio risulta che solo due senatori, il procuratore Bembo e Leonardo Mocenigo, intervennero contro la scarcerazione, sostenendo la necessità di avvertire prima il Sant'Uffizio.

[30] «It was my good fortune to recover his books and papers a little before the officers of the Inquisition went to his lodging to seize them, for I caused them to be brought unto me upon the first news of his apprehension, under cover of some writings of mine which he had in his hands. And his indeed was the poore man's safetie, for if they had made themselves masters of that magazine, where in was store and provision of all sorts of pasquins, libels, relations, layde up for many years together against their master the Pope, nothing could have saved him» (Sir Dudley Carleton, ambasciatore inglese a Venezia dalla fine del 1610, a Sir Robert Cecil, Earl of Salisbury, primi di settembre 1611, Record Office, SP. ven. 99/8, cit. in K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit., 28).

[31] British Library, ms. Harley 3344 (Album); Add. 9282 e Sloane 912 (Brieve racconto di tutte le radici).

[32] Cfr. il catalogo di M. RHODES JAMES, The Western Manuscripts in the Library of Trinity College, Cambridge, Cambridge University Press, 1901, II VI e passim. Secondo V. MARCHETTI, s. v. Cinuzzi, Marcantonio, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXV, Roma 1981, 655, sarebbe questa l'unica redazione nota della Papeida.

[33] «The Newberry Library bulletin», VI, n. 5, may 1965, 138-140; «Columbia Library Columns», XXV, n. 2. february 1976, 18-27. I volumi erano dodici quando si trovavano nella loro precedente collocazione per cui cfr. H. TRIESEL, Die Handschriften des Giacomo Castelvetro in der Dietrichstein'schen Fideikommis-Bibliothek zu Nikolsburg [oggi Mikulov nella Repubblica Ceca], in «Zeitschrift des deutschen Vereins für die Geschichte Mährens und Schlesiens», XXI, 129-164 e P. OTTOLENGHI, Giacopo Castelvetro cit., 49, n. 1.

[34] In NL, case 5086, si trova sia una descrizione analitica dattiloscritta in italiano del contenuto di questi volumi (con le vecchie segnature) che un più succinto inventario in inglese.

[35] Cfr. H. TRIESEL, Die Handschriften des Giacomo Castelvetro cit.. e P. OTTOLENGHI, Giacopo Castelvetro cit., 49, n. 1.

[36] A. SCAGLIONE, Giacomo Castelvetro e i conclavi dei papi del Rinascimento, in «Bibliothèque d'Humanisme et Renaissance», XXVIII, 1966, 141-149; P. BRUMMET, The Jacopo Castelvetro collection: a Renaissance man with documents on Istanbul, «Turkish studies association bulletin», 11, 1987, n. 1, 1-8.

[37] J. TEDESCHI, Tomasso Sassetti's account of the St. Bartholomew's Day Massacre, in «International Archives of the History of Ideas», LXXV, 1974, 99-154 e, successivamente, TOMMASO SASSETTI, Il massacro di San Bartolomeo, a cura di J. TEDESCHI, Roma, Salerno Editrice 1995.

[38] E. ALBèRI, Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, Firenze, 1839-1863, s. I, II, 225-271 e 289-380.

[39] Relatione d'Inghilterra. I nomi delle provincie o contadi del Reame d'Inghilterra, tanto in lingua inglese come in vulgare e latina (c. 46); un'altra breve relazione del 1551 (c. 93v); Brieve raccontamento de' nomi de' porti e delle fortezze del reame d'Inghilterra (cc. 94-102); Rapport de l'estat du Royaume d'Angleterre del 1578 (cc. 220-240).

[40] G. PELLEGRINI, Un fiorentino alla corte d'Inghilterra nel Cinquecento. Petruccio Ubaldini, Torino, Bottega d'Erasmo 1967.

[41] Cfr. le annotazioni alla fine dei volumi in NL, case 5086, vol. 2: «contiene questo libro carte 146. Costa a riscriverlo 49 soldi daneschi, senza il non vil denaro dato a chi mi fece havere gli originali di queste non vulgare scritture»; vol. 5: «contiene questo libro 273 carte scritte, la scrittura del quale mi è costata, senza quello ho donato a Michele per haver questi scritti, un talero, un marco e 11 soldi»; vol. 6: «questo libro ha carte 208 scritte, la cui scrittura mi è costata, oltre a quello c'ho donato a M. per havere l'originale di queste scritture, un talero e sessanta soldi».

[42] Tesoro politico cioè relationi, instruttioni, trattati, discorsi varii di ambasciatori pertinenti alla cognitione et intelligenza delli stati, interessi, et dipendenze de' i più gran prencipi del mondo, nell'Accademia italiana di Colonia, terza impressione, 1598; Praxis prudentiae politicae, hoc est selectiores tractatus, monita [...] opus collectum es italicis cum publicatis tum manuscriptis variis variorum ambassatorum observationibus et discursibus accurato cum delectu concinnatum [...] nunc Latine simul et italice editum a Philippo Honorio I. U. D. [primo libro], Francoforte, impensis Ioan. Theobaldi Schönwetteri, typis Matthiae Becketi 1610; Thesoro politico, la parte seconda nella quale si contengono relationi, instruttioni, trattati, et discorsi non meno dotti et curiosi, che utili per conseguire la perfetta cognitione delle ragioni di stato, non prima dato in luce con indice, Francofurti, apud Ioannem Wolffium, impensis Ioannis Theobaldi Schonwetteri, 1611; Praxis politicae sapientiae pars tertia et quarta in quibus continentur monita, relationes et discursis varii [...] auctoribus prudentissimis viris et magnorum principum ambassatoribus nunc publici iuris facti a B. Honorio I. C., Francofurti, Impensis Ioannis Theobaldi Schönwetteri, 1612.

[43] Praxis prudentiae politicae cit., I, 444.

[44] Praxis politicae sapientiae cit., III-IV, 315.

[45] Il primo testo con titolo identico (vol. 4) e il secondo intitolato Considerationi intorno il Governamento del reame di Sicilia del signor don Scipio de Castro al signor Marcantonio Colonna nel 1572 (vol. 9).

[46] [G. LETI], Conclavi de' pontefici romani, quali si sono potuti trovare fin a questo giorno, Ginevra, De Tournes 1667. Cfr. A. SCAGLIONE, Giacomo Castelvetro e i conclavi cit., 144.

[47] Scaglione, scartando giustamente l'ipotesi che la collezione servisse all'attività di spionaggio, ipotizza che il Castelvetro fosse attratto da Venezia forse proprio dalla possibilità di pubblicare lì i suoi volumi (ibid., 141).

[48] In particolare nei vari volumi classificati come Political papers (TCL, R.3.42) o Italian Tracts (R.4.5, R.4.6) da M. RHODES JAMES, The Western Manuscripts cit.

[49] Nella bibliografia più antica (G. Tiraboschi, T. Sandonnini) è ricordata un'opera sul Concilio di Trento, citata anche da Fontanini, che sarebbe stata pubblicata a Basilea nel 1562 da Giacomo figlio di Niccolò, di cui però sembra non essere rimasta traccia.

[50] Cfr. L. FIRPO (a cura di), Gastronomia del Rinascimento cit., 131-176 e, in edizione inglese, G. CASTELVETRO, The fruit, herbs and vegetables of Italy. An offering to Lucy, countess of Bedford, translated with an introduction by G. RILEY, London, Viking 1989.

[51] TCL, cod. R.2.42.

[52] Si utilizza qui la redazione contenuta in TCL, R.4.19, di cc. 108, copia databile a dopo il 1606, con correzioni autografe nel corpo del testo e a margine databili a dopo il febbraio 1615 (cfr. infra), il cui titolo completo è Pezzi d'historia, cioè diversi lieti et tristi avenimenti, accaduti a' prencipi da Este come anchora a persone basse, salite per mezzi strani, a gradi altissimi, taciuti da moderni historici [d'ora in poi Pezzi d'historia]. Una versione precedente della sola prima parte del testo, che termina incompleta a c. 81r e che ha un diverso titolo si trova in TCL, R.3.41 (Pezzi d'historia, ne' quali viene nomato come Clemente VIII non per le ragioni che il vulgo si crede tolse a don Cesare da Este duca di Modona il ducato di Ferrara). Ecco un brano della lettera di Castelvetro (TCL R.10.9), pubblicata senza metterla ancora in relazione con i Pezzi d'historia da P. OTTOLENGHI, Giacopo Castelvetro cit., 61-64: «Vengo a mandarle altri quadernetti della medesima opera [...]. Ecco il luogo della 2. carticella, ove uso eglino in retto caso [...]: "Alfonso adunque considerando i molti pericoli e le gran difficultà, che nel succedere l'un prencipe all'altro nascevano, per tenere eglino quel ducato non come veri feudatari, ma come vicari de' papi etc"». Il passo citato si ritrova, leggermente modificato, in Pezzi d'historia cit., c. 6r: «Questo duca Alfonso, considerando i molti pericoli, et le grandi difficultà che nel succedere l'un prencipe all'altro nascevano per possedere eglino il ducato di Ferrara, non come veri feudatari, ma come vicari della romana chiesa etc.».

[53] Cfr. ad esempio cc. 64v e 73v.

[54] Pezzi d'historia, cc. 78r-78v: Cesare d'Este, al momento della devoluzione, non potè aspettare l'aiuto dei veneziani che «per pruova sanno la scomunica del papa agli scomunicati somma felicità, et benedittione recare et non maladittione, né infelicità veruna».

[55] Se ne vedano alcuni esempi in S. GAMBERINI, Lo studio cit., 140-141.

[56] Cc. 26v-31v. Cfr. Appendice.

[57] Scrive Castelvetro che, dopo la cacciata degli ebrei dal Portogallo, Ercole II li invitò a venire a Ferrara con esenzioni e privilegi e offrì loro «due belle et ben frequentate strade da dimorarvisi, né punto gli costrinse, come il Papa, i Vinetiani, et altri Prencipi fanno, a portare sopra di loro segnale alcuno, che gli facesse conoscere di differente religione, che piacque lor molto, et in allettargli ad andarvi giovò estremamente» (c. 25v). Si veda anche il discorso pronunciato da Alfonso II al padre nel brano riportato in Appendice (cc. 27v-28).

[58] Vorrei tornare sull'episodio più estesamente in altra sede. Della ricca bibliografia sulla presenza ebraica a Ferrara, mi limito a richiamare qui in riferimento ai personaggi citati: C. ROTH, The House of Nasi. Doña Gracia, Philadelphia, The Jewish Publication Society of America, 1948, 65-81; A. DI LEONE LEONI, Nuove notizie sugli Abravanel, in «Zakhor», I, 1997, 153-206, 166.

[59] A cc. 21r-22v; 35v-36r. Cfr. Appendice.

[60] Sulla diffusione nella letteratura di indirizzo protestante di immagini negative dell'Inquisizione si veda A. PROSPERI, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi 1996, 166-168.

[61] Cc. 59v-61v. Cfr. Appendice.

[62] Questa lezione sostituisce la precedente: «Onde io vedo che, dalle cose raccontate di questo prencipe, fia hormai agevol cosa il penetrare quale fosse l'animo suo verso la Sedia Romana».

[63] Cfr. A. PROSPERI, L'eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta, Torino, Einaudi 2000, 261 e 444, n. 29.

[64] Cfr. K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit., 14-16; H. G. DICK, A renaissance expatriate cit., 7-8. Nel 1592 aveva offerto al re Giacomo VI una copia di uno dei trattati di Erasto e Il ragionamento di Carlo V imperadore conservato presso la National Library of Scotland.

[65] Pro iure regio, quod potestas regum summa sit, deoque obnoxia contra illustrissimi cardinalis Perronii orationem habitam Lutetiae in consessu Tertii Ordinis, VIII, Kalend. Febr. 1615, in Serenissimi [...] principis Iacobi [...] Magnae Britanniae, Franciae et Hiberniae Regis [...] Opera, ed. ab Iacobo Montacuto, Wintoniensi Episcopo, Londra, apud B. Nortonium et J. Billium 1619, 480-481, 481. Il corsivo è mio.

[66] Cc. 73v-79r. Tra gli errori di Cesare il dichiararsi subito duca senza offrire prima il censo al papa; l'essersi fidato di un suo consigliere, chiamato «il dottor Imola», che in realtà lavorava per Roma (si tratta di Giovan Battista Laderchi la cui attività come informatore di Roma è indicata come plausibile da T. ASCARI, s. v. Cesare d'Este, Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Treccani, 1980, 137); l'imposizione di tasse troppo alte; l'aver rifiutato, dopo la scomunica – che reca «agli scomunicati somma felicità, et benedittione [...] et non maladittione, né infelicità veruna» – l'aiuto militare offertogli da «un nobile signore inglese», che però professava la religione riformata, non facendo così in tempo a giovarsi dell'aiuto dei veneziani. Una buona parte di colpa sarebbe comunque da attribuire, secondo uno stereotipo antiromano, ai gesuiti: «in conclusione egli pecca più per soverchia bontà, che in altro, et migliore sarebbe, quando non credesse tanto a' giesuiti, senza il consiglio de' quali non sa far nulla, et per compiacerli spesso dà a' suditi suoi gran discontentamenti» (cc. 79r-v).

[67] «Per dire il vero, egli è stato pur tale/ il suo poter, che sotto i piedi posto/ s'ha il seggio del Romano Impero/ ed ha quella invicibile potenza/ divisa, e guasta a'l, e suoi soggietti /s'ha fatti i grandi imperadori e regii / sì che ad un cenno suo, fanno il bargiello / e 'l boia andar contra dei loro antichi/ fedei vassalli, e ‘nginocchioni stando/ dinanzi a lui, li bascian fino il piede / lo chiaman lor signore e Dio ancora» (MARCANTONIO CINUZZI, La Papeida, in TCL, R. 3. 53, II, libro II, c. 90r).

[68] Proemio, c. 1r-v.

[69] FRANCESCO GUICCIARDINI, Storia d'Italia, a cura di C. PANIGADA, Bari, Laterza 1929, I, 285-286 (libro III, cap. XIII).

[70] Ibid., I, 370-381 (IV libro, cap. XII).

[71] Edizione dei soli primi 16 libri. Cfr. C. PANIGADA, Nota, in F. GUICCIARDINI, Storia cit., V, 325-327. I due passi così come sono censurati nella editio princeps mancano anche nella versione latina delle Storie pubblicata nel 1566 a Basilea da Celio Secondo Curione (Francisci Guicciardini [...] Historiarum sui temporis libri viginti ex italico in latinum sermonem nunc primum et conversi et editi, Caelio Secundo Curione interprete ad Carolum nonum Galliae Regem, Basileae 1566).

[72] Francisci Guicciardini Loci duo, ob rerum quas continent gravitatem cognitione dignissimi, qui ex ipsius historiarum libris tertio et quarto, dolo malo detracti, in exemplaribus hactenus impressis non leguntur, Basileae [s. a. et s. n. t.].

[73] Two discourses of master F. Guicciardin which are wanting in the thirde and fourth bookes of his histoire, London, Ponsonbre 1595.

[74] Con altri testi antipapali: Francisci Guicciardini patricii florentini Loci duo, ob rerum quas continent gravitatem, cognitione dignissimi: qui ex [...] Nunc tandem ab interitu vindicati et Latine, Italice, Gallicaeque editi. Seorsum accesserunt Francisci Petrarchae florentini canonici patavini, et archidiaconi parmensis, viri omnium sui temporis doctissimi, Epistolae XVI. Quibus plane testatum reliquit, quid de Pontificatu et de Rom. curia senserit. Item Pontificis Maximi Clementis VIII anno MDXCVIII Ferrariam petentis et ingredientis apparatus et pompa, Luc. 12. Nihil occultatum quod non reveletur, anno 1602. Qui, il passo sui Borgia, nella versione in volgare, corrisponde esattamente per estensione a quello riportato da Castelvetro, con alcune piccole divergenze come: ‘desiderato' (Castelvetro, l. 5) al posto di ‘disegnato' (ed. Ginevra); ‘madama' (Castelvetro, l. 18) al posto di ‘madonna' (ed. Ginevra). Nell'editio princeps il passo tagliato è più breve (da ‘Era medesimamente fama' a ‘impotente al coito'), ma nel pezzo precedente invece di ‘di madonna Lucrezia sorella comune' si legge ‘d'una gentildonna amata da ambedue' (F. GUICCIARDINI, Storia cit., I, 286 e C. PANIGADA, Nota cit., 326). Nell'edizione forse ginevrina il passo sui Borgia è infatti definito luogo mutato.

[75] Si tratta probabilmente di FR. GUICCIARDINI, Discursus de ortu pontifici imperii et incrementis, Francofortum, 1609.

[76] Castelvetro, che nel 1580 l'ambasciatore estense in Francia aveva cercato di usare come agente (H. G. DICK, A renaissance expatriate cit. 7), inviava almeno del 1584 informazioni politiche alla segreteria estense (L. FIRPO, s. v. Castelvetro, Giacomo cit., 2).

[77] TCL, ms. R.10.9, cit. in K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit., 5 ed edita in P. OTTOLENGHI, Giacopo Castelvetro cit., 61-64, 62. Prosegue difendendo le forme linguistiche da lui adottate, come gliele in tutti i casi (al posto di gliela, glielo), tututto, eglino in caso retto.

[78] La copia è conservata in TCL, ms. R. 4. 7. Le annotazioni citate sono a c. 171r (cfr. M. RHODES JAMES, The Western Manuscripts in the Library of Trinity College cit., 136-137).

[79] Cfr. K. T. BUTLER, Giacomo Castelvetro cit., 33. La nota prosegue: «od almeno tutto ciò ch'ella ha di bello, come ornato di bella manniera, [...] et oltre che di molte altre lingue sia intendente, nella natia e pura sua è rara, nella quale hoggi per maestro lo conosco io Giorgio Stanhope, socio del rinomato collegio della Trinità, in memoria di cui ho scritto queste parole. In Cantrabrigia a XXVI di giugno 1613».

[80] Sulla voga di questa letteratura nel Seicento, come sulla fortuna di Gregorio Leti, cfr. G. SPINI, Ricerca dei libertini. La teoria dell'impostura delle religioni nel Seicento italiano, Roma, Universale di Roma, 1950 (frasi citate a p. 257).

[81] V. SIRI, Del Mercurio, overo historia de' correnti tempi, II, Ginevra, Filippo Alberto 1649, al lettore. Il Siri vuole narrare i fatti che «senza la mia penna sarebbono rimasti sepolti in un eterno silentio»; «in questo volume troverai però la serie di molti accidenti ugualmente curiosi e reconditi seguiti già anni sono, né da altra penna particolarmente Italiana per anco ritoccati, ch'io sappia».

[82] I tre brani qui trascritti, cui si fa riferimento nel saggio, riproducono, con il solo adeguamento della punteggiatura, i rispettivi passi contenuti nella redazione del codice di Cambridge, TCL R.4.19. Si tratta di una redazione in bella calligrafia, ma non di quella definitiva, come evidente dai successivi interventi autografi dell'autore, qui segnalati in nota. Chi scrive vorrebbe fornire un'edizione completa dell'operetta in altra sede.

[83] Sic. Forse per ‘grandi' o ‘rare'.

[84] Ms. ‘silenzo'.

[85] Ms. ‘christianca'.

[86] Ms. ‘grossimo'.

[87] Ms. ‘duento mila'.

[88] Ms. ‘tentere'.

[89] Aggiunto nell'interlinea.

[90] ‘Ell' aggiunto nell'interlinea.

[91] Ms. ‘predette'.

[92] Sostituisce la precedente lezione ‘di potere dal marito havere figliuoli'.

[93] Corregge il precedete ‘avenga'.

[94] Aggiunto nell'interlinea.

[95] Il passo presenta molte correzioni autografe. Versione precedente: ‘onde la valente comadre di cui testè dicemmo, che l'aiutò a partorirlo, seppe sì la bonna/povera donna persuadere, che le diede il suo figliuolino, et havutolo et segretissimamente portato quello, fece che la prencipessa in un subito fingesse sentire i dolori del parto, et elle due sole seppero di maniera ben governare un tanto affare, che da ognun fu creduto, che ella havesse certamente partorito'.

[96] ‘Il puttino' aggiunto nell'interlinea.

[97] Aggiunto nell'interlinea.

[98] Aggiunto nell'interlinea.

[99] Sostituisce ‘detto'.

[100] Espressione che corregge la precedente ‘come quivi toccai, hor qui dico'.

[101] Ms. ‘propio'.

[102] Barrature e aggiunte autografe nell'interlinea correggono il precedente: ‘comandavagli a dovergli subito al suo commesso darli prigioni'.

[103] Correzione autografa del precedente ‘serarsi'.

[104] Sic. Probabile errore di copiatura per ‘hosteria'.

[105] Correzioni autografe. Precedentemente: ‘a credere, che fatti non si potesse havere da potersegli tutti a Roma condurre'.

[106] Corregge ‘per la mente si volgesse'.

[107] ‘No' aggiunto nell'interlinea.

[108] Aggiunto nell'interlinea.

[109] Corregge la precedente frase ‘io vengo qui da Sua Santità [...] gli heretici, di cui i nomi qui sono specificati'.

[110] Corregge ‘de'.

[111] Ms. ‘sua'.

[112] Ms. ‘vorler'.

[113] ‘Co' aggiunto nell'interlinea.

[114] Corregge ‘dire'.

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