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Massimo Luigi Salvadori, Il Novecento.
Un'introduzione, Bari, Laterza, 2002
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1. La storiografia contemporanea ha riflettuto con molta attenzione sul secolo appena trascorso, dedicandogli, anche recentemente, numerosi lavori di sintesi e di interpretazione[1]. Il Novecento, secolo carico di passioni, ideologie, progresso tecnologico e scientifico, ma anche di violenza, stragi e lutti, ha segnato del resto in profondità il cammino dell’uomo moderno e alcune delle domande a cui non si è riusciti a dare una risposta nel secolo scorso oggi rimangono drammaticamente attuali e coinvolgenti. Tra i lavori di sintesi più recenti e significativi si segnala questo volume di Massimo Luigi Salvadori (il libro è l’ampliamento di un saggio precedentemente pubblicato col titolo Il Novecento: un profilo storico, come introduzione a Eredità del Novecento, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2000). Occupatosi già in passato in maniera assai originale ed efficace di lavori di sintesi storica (per citare solo alcune delle sue opere più recenti, si possono menzionare L’utopia caduta. Storia del pensiero comunista da Lenin a Gorbaciov, 1992 e La Sinistra nella storia italiana, 1999 entrambe edite da Laterza, mentre per il Mulino si ricorda l’ultima edizione di Storia d’Italia e crisi di regime. Saggio sulla politica italiana. 1861-2000, 2001), con questo volume lo storico torinese si è cimentato in un’analisi dei fondamentali nodi storici del Novecento attraverso un saggio interpretativo agile e denso, dalla scrittura particolarmente accattivante. Vista l’ampiezza e la complessità delle problematiche storiografiche presenti nel testo, si è preferito, in questa sede, analizzarne esclusivamente i principali elementi interpretativi. 2. All’interpretazione classica di Hobsbawn, quella del ‘900 come "Secolo Breve", Salvadori oppone quella del Novecento come secolo più lungo della storia universale; l’autore non crede – come lo storico inglese ma anche, seppure da una diversa angolazione, come Furet – che la parabola storica dell’URSS segni irrimediabilmente il Novecento, perché se è vero che il comunismo ne è stato una delle ideologie centrali, altri sono risultati gli elementi di rottura e cesura storica che hanno segnato in profondità il secolo scorso (lo storico torinese ricorda come già prima della rivoluzione d’ottobre vi siano stati elementi destinati a segnare indelebilmente il secolo, come il "risveglio dell’Asia" con la vittoria del Giappone espansionista sulla Russia zarista, il crollo dell’impero cinese, lo sviluppo in India del movimento indipendentista, l’agonia dell’impero turco, l’emergere della potenza degli Stati Uniti, il ripetuto e determinato assalto della Germania alla supremazia continentale di Inghilterra e Francia). E questo non solo per l’indiscutibile rivoluzione che ha assunto il decennio finale del Novecento, restato forzatamente fuori dal quadro tracciato da Hobsbawn dato il termine ad quem del suo discorso; ma soprattutto per il fatto che «mai in cento anni il mondo, in specie nei paesi sviluppati, è tanto profondamente mutato, al punto da far prevalere in modo netto ed evidente la discontinuità sulla continuità, il cambiamento sulla conservazione, con la conseguenza che il rapporto tra gli uomini e il loro ambiente vuoi politico e socio-economico vuoi naturale si è, per così dire, capovolto rispetto al passato. I mutamenti avvenuti tra il primo e l’ultimo anno del secolo furono, infatti, di tale portata per cui, per la prima volta nella storia dell’umanità, individui nati all’inizio del Novecento e vissuti fino a ottanta-novant’anni si sono trovati nel corso della loro esistenza fisica a vivere diverse vite storiche (pag. 158)». Da queste premesse nasce, quindi, il bisogno di partire dall’incredibile e repentina mutabilità delle vicende politiche e socio-economiche dell’uomo novecentesco per tentare di interpretare il secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. 3. Tra gli elementi portanti che accompagnano l’autore
e il lettore in questo "lungo volo" nella storia del secolo scorso,
emerge con forza il problema della redistribuzione del potere mondiale
e la conseguente crisi della centralità europea nella storia
mondiale (dwarfing of Europe, secondo la nota definizione di
Geoffrey Barraclough); Salvadori, per suffragare questa tesi in maniera
convincente, individua i seguenti periodi: quello tra il 1898-1905
e il 1917-1918; quello tra il 1917-1918 e il 1939-1941; quello, infine,
della seconda guerra mondiale e delle sue conseguenze. 4. La prima guerra mondiale e il carico di violenza,
morte e distruzione che essa portò cambiarono la prospettiva
della crescita infinita e progressiva dell’umanità; l’esperienza
bellica segnò e lacerò in profondità l’esistenza
degli esseri umani che la vissero in tutte le sue manifestazioni,
modificandone profondamente mentalità e tessuto sociale. Scrive
in proposito Salvadori che «la fine della guerra lasciò
un’eredità che da un lato esaltava la potenza dello Stato,
del potere esecutivo, delle burocrazie dell’industria, dei mezzi
di condizionamento di massa, dall’altro diffondeva in maniera
estrema il senso della mancanza di valore della vita umana e della
precarietà dell’esistenza, l’angoscia per la perdita
di significato dell’individuo, la convinzione del carattere
risolutivo della violenza nella soluzione dei problemi politici e
sociali, l’insicurezza di fronte al futuro (pag. 64)».
Si apriva un periodo cruciale della storia mondiale: «il liberalismo,
la democrazia, il riformismo persero in Europa la loro battaglia nel
primo decennio seguente la fine della grande guerra (pag.66)».
5. Un’attenzione particolare viene destinata dall’autore
all’analisi dei totalitarismi novecenteschi. Decisamente incisive
sono le pagine in cui Salvadori delinea la novità dei regimi
totalitari nazifascisti e comunisti rispetto a quelli autoritari che
avevano caratterizzato la storia precedente. Se questi ultimi, infatti,
avevano rafforzato «enormemente le facoltà dell’esecutivo
e tendeva[no] a stabilire uno stretto controllo sull’attività
legislativa, non aboliva[no] di necessità la distinzione tra
i poteri, non sopprimeva[no] il Parlamento, limitava[no] spesso in
maniera drastica l’azione dei partiti d’opposizione, reprimeva[no]
quando necessario i movimenti delle masse senza mirare al loro inquadramento
entro il sistema politico (pag. 53)», il modello totalitario
tese invece a configurarsi come «una specie di moderna teocrazia
politica, in quanto fondato sulla fusione tra il potere temporale
e il potere ideologico [...]. Così lo Stato totalitario venne
a fondarsi su un suo principio superiore, che è a dire su un
suo Dio politico-ideologico, diverso a seconda delle sue specifiche
varianti: il dominio del proletariato per il regime comunista di Stalin,
la comunità razziale per il regime nazionalsocialista di Hitler,
lo Stato per il regime fascista di Mussolini (pag. 54)». 6. Il 1945 segna nell’analisi di Salvadori la
definitiva sconfitta della centralità europea e la nascita
di un nuovo tipo di relazioni internazionali (e in queste pagine l’autore
sembra richiamare alcune intuizioni di Habermas). Egli suddivide l’assetto
bipolare derivato dalla guerra fredda in tre articolazioni: 1) la
contrapposizione tra Occidente ed Oriente, ovvero tra capitalismo
e comunismo; 2) l’organizzazione sociale e politica dei due
campi in contrasto; 3) la suddivisione in sfere d’influenza
e la capacità di spostare nel resto del mondo il conflitto
che non poteva esplicarsi direttamente (visto il rischio atomico)
tra le due superpotenze. 7. La crisi economica, i contrasti politici e la secessione
di etnie e nazionalità che avevano retto solo sotto il collante
dell’ideologia e del potere totalitario, oltre alla sollevazione
dei paesi dell’Europa orientale che avevano fatto parte dell’universo
sovietico, portarono tra il 1989 e il 1991 al crollo dell’URSS,
un sistema di potere che ben pochi, nota Salvadori, finirono per rimpiangere:
«alla caduta del comunismo nell’impero sovietico - il che
spiega molto della profondità del male che l’aveva colpito
– non vi fu pressoché nessuno che combattesse per mantenerlo
(pag. 126)». Lo storico torinese coglie invece nella capacità
dell’Occidente di porre la discussione sui grandi problemi e
sulle scelte di interesse generale al centro del dibattito democratico,
evitando di sottrarre l’azione del governo al controllo dei
Parlamenti, delle opposizioni e degli elettori, l’elemento discriminante
che permise agli Stati Uniti e all’Europa occidentale di vincere
la sfida. Se infatti il sistema di potere sovietico non si configurava
come un’alleanza, ma come un impero dove l’internazionalismo
mascherava l’unanimismo delle decisioni del Cominform e il partito
controllava politica, forze armate, economia e vita sociale, soffocando
spesso con l’intervento dell’Armata Rossa le ribellioni
e l’opposizione al sistema delle popolazioni sottomesse, il
ruolo guida degli Stati Uniti si configurò attraverso un’opposta
fisionomia. 8. La fine della seconda guerra mondiale non causò
esclusivamente lo scontro tra le due superpotenze, poiché proprio
per la sua valenza globale pose al centro del percorso storico della
seconda metà del XX secolo due questioni come la decolonizzazione
e la ridefinizione di modelli sociali e di sviluppo all’interno
del blocco occidentale. La scomparsa del dominio coloniale aggiunse
un altro tassello alla fine della prospettiva di conquista e dominazione
delle potenze europee, contribuendo in maniera consistente alla crisi
della centralità europea nella storia mondiale. Naturalmente,
nota Salvadori, quel processo riuscì ad attuarsi sia attraverso
fenomeni di decolonizzazione negoziata, sia attraverso una decolonizzazione
violenta, molto spesso all’interno della logica spartitoria
della guerra fredda, quando le due superpotenze trasferirono quella
guerra che non erano in grado di combattere l’una contro l’altra
all’interno dei perimetri degli stati africani, asiatici o sudamericani. 9. Il consolidarsi di diritti sociali e la sostanziale
stabilità delle democrazie in gran parte dei paesi europei
rappresentarono gli elementi capaci di favorire la costruzione di
una struttura continentale unitaria. Salvadori mette in evidenza come
questo fondamentale processo di aggregazione di paesi che per secoli
si erano fronteggiati sullo scacchiere europeo e mondiale fu il risultato
della capacità dell'Europa di saper ripartire dal disastro
della seconda guerra mondiale con una nuova mentalità e una
nuova volontà di confrontarsi sull'identità del continente
partendo da una comune base culturale antifascista, anche se il processo
di integrazione che ne scaturì fu di tipo economico (funzionalista)
e non politico, come era invece nelle aspirazioni dei federalisti
europei della prima ora come Altiero Spinelli. 10. Rimangono vive, dunque, nel secolo del progresso
tecnico incessante, le questioni inerenti la dimensione dell’individuo
e il suo rapportarsi alle problematiche socio-culturali della modernità,
a partire dal problema religioso. Salvadori dedica pagine molto interessanti
all’analisi del processo di secolarizzazione e di laicizzazione,
diventati tratti ormai diffusi della società contemporanea,
anche se mette in evidenza come si sia avuto dal 1945 ad oggi un notevole
risveglio del fondamentalismo, caratterizzato da un rifiuto palese
della modernità a favore di un ordine sociopolitico governato
da una presunta legge di Dio incapace di accettare una dimensione
privata della religiosità o di qualsiasi forma di laicismo. 11.Ma è sulle prospettive socio-politiche che
Salvadori concentra la sua analisi finale, notando come dal Novecento
l’umanità abbia avuto un lascito ambiguo, in cui uno
straordinario progresso scientifico e tecnologico non ha comportato
un parallelo sviluppo di processi di pacificazione e di normalizzazione
dei rapporti politici internazionali. Il terribile attentato terroristico
dell’11 settembre 2001 contro le Twin Towers di New York ha
drammaticamente smentito tutte quelle teorie sulla "fine della storia"
ispirate dal politologo Francis Fukuyama che avevano riscosso grandi
successi durante gli anni novanta. 12. Questo volume pone di fronte alla consapevolezza che il problema Novecento e il rapporto fra memoria individuale e rappresentazione collettiva è destinato ad interessare ancora e a lungo il dibattito tra gli storici. La prospettiva analitica dell’autore e l’importanza assegnata alla crisi della centralità europea nella sua analisi pongono interrogativi sul futuro di una storiografia che voglia riflettere sul secolo appena trascorso. Sarà necessario, come già è stato fatto in opere recenti, spostare l’attenzione su una storia sempre più extraeuropea che privilegi l’approfondimento delle dinamiche relazionali tra centro e periferie del mondo? Un’opzione sicuramente stimolante, che pone peraltro alcuni interrogativi non soltanto in senso epistemologico, ma anche, ad esempio, dal punto di vista della didattica. L’introduzione della storia del Novecento nell’ultimo anno della scuola secondaria superiore ha posto all’attenzione generale il problema dell’insegnamento della contemporaneità. Sembra dunque lecito chiedersi in che modo sia possibile introdurre lo studio della storia del ′900 partendo da una dimensione mondiale in una scuola come quella italiana che raramente riesce a superare la prospettiva nazionale, giungendo al massimo a lambire quella europea. Così come è evidente che una prospettiva simile presupponga un cambiamento anche sul piano della metodologia, con la necessità che alla storia si affianchino discipline come l’antropologia e la sociologia, l’economia, la letteratura e la cultura popolare e, di conseguenza, un numero ancora più vasto di fonti che necessitano di uno studio attento e di una profonda capacità critica.
[1] Tra i lavori più recenti si segnalano in particolare quattro testi particolarmente stimolanti: C. Pavone (a cura di), ’900 I tempi della storia, Donzelli, 1997; V. Castronovo, L’eredità del Novecento, Einaudi, 2000; M. Salvati, Il Novecento. Interpretazioni e bilanci, Laterza, 2001; M. Flores, Il secolo-mondo, Il Mulino, 2002. |
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