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Timothy C.W. Blanning, The Culture
of Power and the Power of Culture. Old Regime Europe 1660-1789
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1. L’ultima fatica di Tim Blanning, The Culture of Power and
the Power of Culture. Old Regime Europe 1660-1789, non rappresenta
soltanto un importante evento storiografico, ma costituisce anche un vero
successo editoriale, come testimoniano i numerosi riconoscimenti, primo
fra tutti la candidatura al prestigioso British Academy Book Prize per
il 2003. E in effetti il lavoro di Blanning ha le carte in regola per
conquistare un pubblico di lettori più ampio delle ristrette cerchie
degli studiosi della società, della cultura e della vita politica
dell’Europa dell’Età moderna e contemporanea: quasi
500 pagine, corredate da 21 tavole fuori testo, per un elegante prodotto
librario in cui i quadri generali s’intrecciano efficacemente a
una considerevole mole di dettagli, che sono esaminati alla luce delle
ricerche più recenti, con stile letterario rigoroso e insieme divulgativo. 2. Nel suo avvincente affresco del secolo dei Lumi, Blanning prende le
mosse dalla celebre tesi di Habermas sulla formazione della «sfera
pubblica», che accoglie, a patto però di superare lo schema
interpretativo che vedrebbe il delinearsi di una nuova sensibilità
civile - finalmente emancipata nel Settecento dal monopolio cultural-politico
del sovrano e della sua corte - come il mero riflesso dell’avvento
alla ribalta continentale di quei nuovi ceti agrari, artigiani e commercianti
che sono spesso etichettati come «borghesia» (pp. 5-14). 3. Nella seconda parte (The rise of the public sphere), il volume
di Blanning offre una serrata sintesi degli intricati processi che condussero
alla formazione della «sfera pubblica», dallo sviluppo urbano
alla crescente alfabetizzazione, dalla crisi della censura preventiva
alla diffusione dei periodici. «It is a phenomenon much easier to
illustrate than to explain», osserva Blanning (p. 111). Sta di fatto
che nel Settecento il pubblico emerge come soggetto autonomo rispetto
alla monarchia, appropriandosi della funzione di arbitro supremo delle
innumerevoli dispute che scuotevano il mondo della cultura, e sostituendosi
alla corte come essenziale punto di riferimento per il letterato e per
l’artista. 4. Nella terza e ultima parte dell’opera (Revolution), Blanning affronta infine il nodo della crisi delle istituzioni dell’antico regime. A questo punto il percorso del volume si biforca: da una parte la Gran Bretagna e il Sacro Romano Impero; dall’altra parte la Francia. Mentre infatti in Inghilterra e nel mondo germanico la monarchia seppe spogliarsi rapidamente della vecchia cultura della rappresentazione del potere, per stabilire con i sudditi un tramite più moderno e insieme più dinamico (sia pure nelle due diverse esperienze del governo parlamentare e dell’assolutismo illuminato), in Francia la monarchia si rinchiuse nei palazzi della corte, dove continuava a prevalere un linguaggio arcaico ormai incapace di fare presa sulla nuova «sfera pubblica» dei salotti e dei caffè, delle biblioteche e dei giornali. 5. Gioverà a questo punto domandarsi quale sia il vero nucleo
centrale dell’intensa analisi di Blanning. Come prima ipotesi, si
potrebbe suggerire che l’obiettivo di fondo di The Culture of
Power sia la riformulazione del modello di Habermas secondo una prospettiva
anti-marxista in cui la nascita della «sfera pubblica» non si
connota più come fenomeno borghese, ma come il frutto di profonde
trasformazioni verificatesi in tutti i corpi della società di antico
regime. E tuttavia in quest’ottica Blanning sfonda una porta aperta,
soprattutto se si considera il contesto della storiografia inglese. Già
nelle sue acute Wiles Lectures del 1982, pubblicate successivamente con
il titolo Aristocratic Century. The Peerage of Eighteenth Century England,
John Cannon aveva rivalutato l’aristocrazia britannica come protagonista
indiscussa dell’avanzamento civile ed economico del secolo dei Lumi.
6. The Culture of Power ribalta la tesi ortodossa che da Chabod a Hobsbawm, e da ultimo nel bel libro di Maurizio Viroli, For Love of Country. An Essay on Patriotism and Nationalism (1995), interpreta l’insorgere del nazionalismo come esperienza storica squisitamente ottocentesca. Così, nell’opera di Blanning, la dimensione cosmopolita del Settecento è completamente smarrita: i gesuiti sono appena citati, e soltanto per la diatriba con i giansenisti; sulle accademie e sul Grand Tour, invece, neanche una parola (i fondamentali studi di Daniel Roche, per le prime, e di Jeremy Black, per il secondo, non figurano nemmeno tra i riferimenti bibliografici). Anche la massoneria è sostanzialmente assente, sebbene Blanning vi riconosca «one of the major institutional forms of the public sphere» e sebbene riporti i dati di Roger Chartier secondo cui, alla vigilia della rivoluzione del 1789, almeno il 5% della popolazione maschile francese apparteneva a una loggia massonica (pp. 226, 380). Naturalmente il secolo dei Lumi vide anche la gestazione di miti, di linguaggi e di pulsioni che sarebbero confluiti poi nell’ideologia nazionalistica. Per Blanning, però, il nazionalismo nel Settecento non è l’embrione di un fenomeno che si dispiegherà soltanto in seguito, ma bensì un’entità matura, perfino più forte dell’identità philosophique. Questo è quanto si ricava infatti dal corposo paragrafo sulla vibrante disputa intorno alla Lettre sur la musique française di Rousseau, che fu pubblicata a Parigi nel novembre 1753 e in cui il filosofo ginevrino sosteneva provocatoriamente la superiorità della musica italiana, suscitando l’ira di quegli illuministi francesi che soltanto pochi mesi prima si erano precipitati a difenderlo nelle querelle des bouffons contro gli alfieri del tipico genere di corte, la tragédie lyrique. D’altra parte Rousseau stesso si sarebbe vantato tanti anni dopo, come ricorda puntualmente Blanning, di avere contribuito in modo determinante a riconciliare i philosophes con le istituzioni nazionali (pp. 357-374). 7. Gli esiti di questa interpretazione così unilaterale della
storia europea del Settecento non possono non lasciare perplessi. Ad esempio
il paragone tra gli oratori di Händel e il Nabucco di Verdi
appare azzardato (p. 275). Inoltre Blanning finisce talvolta per contraddirsi,
come quando nella sua impostazione anti-marxista sottolinea che il pubblico
di Mozart apparteneva per lo più all’aristocrazia, ma, nella
sua continua esaltazione del fattore nazionalistico, omette di rilevare
che tra i fruitori della musica dell’immortale compositore salisburghese
la solidarietà di ceto era almeno pari all’amor patrio (pp.
178-179). Anche il giudizio su Federico II suona un po’ paradossale,
giacché da un lato Blanning lo elogia come artefice del grande
Kulturstaat prussiano dove la «sfera pubblica» era costruttivamente
al fianco della monarchia, dall’altro lato lo liquida come «a
living fossil, a relic of the generation before last» per la sua
predilezione per la musica italiana e per il suo attaccamento alla lingua
francese (pp. 201-202, 218-219).
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