[XIII] L'Italia è indubbiamente uno dei paesi d'Europa dove più larga e approfondita è stata la riflessione, la discussione che ha accompagnato ogni grande movimento intellettuale e politico. Innumeri sono stati i libri, i fogli, i periodici, le lettere, le carte, i documenti che ogni generazione ha lasciato a testimonianza delle proprie speranze e delusioni, dei propri successi e fallimenti. L'Italia parrebbe dover essere la terra promessa d'ogni storico che intenda studiare come nacquero, come si svilupparono i movimenti che trasformarono le coscienze e la realtà del passato.
Eppure non è così. Gli ostacoli che ogni ricercatore incontra sono molti e dei generi più diversi.
Innanzitutto, la tradizione umanistica nostra tende continuamente a sviare la ricerca sul terreno limitrofo, ma ben diverso, della storia letteraria. Non siamo soli in questo: altri paesi hanno teso e tendono a far coincidere idee e lettere. La Francia, la Russia, la Germania, ognuna a modo suo, hanno spesso interpretato, poniamo, l'illuminismo da un simile punto di vista. Quanto all'Italia, sul valore e sul limite della coincidenza mi contenterò di rimandare il lettore ai recenti scritti di uno storico delle lettere, Carlo Dionisotti, nei quali scritti l'autore si dimostra intensamente cosciente di quel che c'è di simile e però anche di profondamente diverso nelle ricerche sue a paragone di quelle degli storici. Spero che l'amico Dionisotti vorrà perdonarmi d'aver scritto un libro sull'epoca centrale del nostro Settecento, tra il 1734 e il 1764, senza occuparmi né di Algarotti, né di Goldoni e neppure di Parini, senza parlare di tanti altri scrittori di quella età. Valga in ogni caso la mia sincera confessione. Ho volto le spalle, fin dai primi passi, ad ogni sentiero che rischiasse di condurmi in Parnaso. Ho studiato unicamente e soltanto le rivolte e le riforme, le conquiste e i confini, i mercati e le strade, le monete e le leggi, le idee politiche e quelle economiche, i catasti e gli appalti, cose tutte ben diverse dai prodotti della seconda Arcadia.
Altro ostacolo, anche se meno visibile, é quello costituito dalla tradizione [XIV] filosofica, o, talvolta, da quella dogmatica, nel senso della Dogmengeschichte. Questa tradizione e mentalità attira fatalmente chi tenta di aggirarsi nei campi di Clio verso le sorgenti prime d'ogni idea e d'ogni movimento. Per parlare del Settecento, tende a riportarci continuamente a Descartes, a Locke, a Spinoza, a Leibniz, a Malebranche, o per far riferimento alle cose nostre, a Vico. Gli storici della filosofia e delle scienze, come del resto quelli della letteratura, amano risalire alle origini, ritornare ai punti di partenza. Esattamente il contrario cioè di quello che debbono fare e fanno gli storici dei movimenti intellettuali e politici, i quali invece cercano di ridiscendere lungo il corso della storia, per quanto tortuoso, pietroso, fangoso e incerto esso sia. Non le pure sorgenti essi cercano, ma il difficile sforzo delle nuove idee e delle nuove energie per aprirsi un varco tra ostacoli di tutti i generi, tra argini naturali e artificiali, tra le lotte e i consensi che esse suscitano o incontrano. Questo libro ha inizio dunque quando sono scomparsi o sul declino ormai i grandi filosofi, al di qua e al di là delle Alpi, e quando comincia a germinare e a crescere un moto che li guarderà con sempre maggiore diffidenza e distacco, nutrendosi invece d'una empirica volontà di conoscere, di sperimentare e di dominare la realtà della vita sociale e politica. Ed anche quando questo moto trarrà dalla nascente scienza economica un alimento indispensabile, o quando guarderà con ammirazione ai grandi progressi che andavano allora facendo le scienze naturali, cercheremo di non dimenticar mai che non una storia del pensiero economico e delle scienze esatte abbiamo voluto scrivere, intendendo unicamente e soltanto ricostruire la nascita e le prime difficili conquiste del moto riformatore illuminista nell'Italia del secolo XVIII.
Se letterati e filosofi premono prepotenti sugli storici per portarli via con sé, nelle loro beate lande, altri studiosi invece, che avrebbero potuto essere di prezioso aiuto, sembrano talvolta ostinarsi a rifiutare la loro mano soccorritrice o, persino, restar del tutto assenti dal campo delle ricerche. Scarsi, ad esempio, fino a qualche tempo fa, erano gli studi di storia del diritto italiano che riguardassero la metà del Settecento. Ora, fortunatamente, le cose stanno mutando. Basta pensare a quel che ci ha insegnato Raffaele Ajello sul regno di Napoli. Ma come veramente venisse amministrata la giustizia nell'Italia dell'antico regime, quale fosse la composizione e attività dei tribunali, delle carceri, delle galere, come venisse modificandosi nella pratica il diritto in quegli anni —cose tutte che appassionarono i nostri riformatori, da Muratori a Beccaria e oltre — è cosa ancora tutta da studiare. Come anche lo è il problema essenziale a questo proposito: del rapporto cioè dell'amministrazione e della magistratura, della loro maggiore o minore connessione, della loro lenta e [XV] difficile disgiunzione lungo il corso delle riforme, in tutti i diversi centri italiani. Un elemento fondamentale del nostro passato politico e giudiziario resta così ancora, quasi dappertutto, da indagare. Anche gli storici della politica — prendendo questa parola nel senso più restrittivo — cominciano appena, superando i vecchi schemi diplomatici e dinastici, a studiare gli effettivi rapporti tra i diversi stati e staterelli italiani, così come gli sviluppi e le trasformazioni delle loro costituzioni e amministrazioni interne. Ho tentato, in un caso che ha una importanza centrale nel periodo qui considerato, quello della rivolta e della guerra di Genova tra il 1746 e il 1748, di riconsiderare minutamente le lotte politiche che in quella città si scatenarono allora, per vedere come esse si inserissero nel moto generale degli anni che videro chiudersi il periodo delle guerre di successione.
Quanto agli storici della realtà economica — evidentemente i più ne- cessari alleati per chi intenda studiare il moto riformatore settecentesco — essi fortunatamente sono stati molti e valorosi, negli ultimi vent'anni, troppi anzi perché vengano qui discussi, o anche semplicemente elencati. Spero di aver loro reso giustizia nel corso del lavoro e di averne tratto tutto quanto poteva essere per me utile, indispensabile. Son stati loro, soprattutto, a riscoprire il paesaggio storico italiano del XVIII secolo, mostrandocelo, come di fatto fu, tanto più diverso e vario, complicato e mutevole di quanto non ci avessero detto gli storici della politica, troppo spesso ostinatisi a guardare al Settecento con gli occhi fissi sullo stato unitario ottocentesco, sulla successiva stratificazione cioè che sostituì, ricoprendola, una ben diversa anteriore realtà. Basta pensare ai volumi che Raffaele Mattioli va allineando, uno dopo l'altro, per capire il valore di questa ricognizione e scoperta del nostro passato economico.
Ma, ne sono convinto, verrebbero per primi proprio gli storici dell'economia a dire quanto ampio resti ancora il terreno inesplorato, e difficilmente esplorabile, nella storia delle strutture e dei mutamenti della vita economica dell'Italia, anche del periodo che qui ci interessa. Questo libro è stato scritto proprio movendo dal presupposto che, allo stato attuale delle ricerche, e per molto tempo ancora, la guida migliore per intendere anche la vita economica dell'Italia, tra il 1734 e il 1764, stia nella storia del formarsi e svilupparsi, del distinguersi e ritrovarsi di quella volontà di riforma che animò allora individui e gruppi, portandoli ad esplorare e capire la realtà che li circondava e a cercar di modificarla. Il moto riformatore è il filo rosso del nostro Settecento. Quello dobbiamo seguire se vogliamo stabilire un vivo contatto con i problemi dell'Italia di quel secolo. Seguendolo pazientemente vediamo scoprirsi e riordinarsi storicamente di fronte ai nostri occhi i fatti più diversi e [XVI] disparati, tenuti insieme ed uniti dalla nascente volontà che accompagnò l'Italia via via dalla depressione, dal collasso degli anni trenta, attraverso l'esperienza delle guerre del decennio successivo, ai primi tentativi di riforma dell'età di Carlo di Borbone e di Gianluca Pallavicini, fino a sbocciare nella primavera dell'illuminismo italiano, negli anni sessanta, alla soglia ormai dell'età in cui le idee elaborate in quel periodo cominciarono ad influenzare profondamente la vita di alcuni almeno degli stati italiani dell'antico regime. Nessun avvenimento politico essenziale dominò quel trentennio 1734-64 se non la pace e l'equilibrio finalmente raggiunto. Nessun fatto economico di primaria importanza vediamo in quegli anni se non la tendenza generale, europea, favorevole all'espansione. Per studiarlo e per capirlo non possiamo seguire nessuna spinta politica, economica e sociale di fondo — ché anzi, apparentemente, fu un periodo di stabilizzazione e d'immobilità. Al moto riformatore dobbiamo affidarci, che allora nasce e si afferma, per giungere dall'età di Muratori a quella di Genovesi, di Verri, di Beccaria. Osservarlo da vicino è seguire quanto vi era di più vivo nell'Italia di quegli anni e anche il miglior modo, per dirla con Antonio Genovesi e Pietro Verri, per passare dalle parole alle cose.
Naturalmente questa impostazione andrà verificata scrivendo pure la storia del trentennio che seguì quello studiato nelle pagine di questo libro, proseguendo cioè la ricerca, dalla grande carestia della metà degli anni sessanta alla crisi, dissoluzione e intervento francese della fine del secolo. Anche in questo secondo periodo del Settecento sarà, credo, indispensabile seguire il filo rosso del movimento riformatore, entrando attraverso di esso a contatto con i più diversi e complessi problemi della realtà italiana d'allora. Spero di poter mostrare, in un altro libro, come l'impostazione data alla ricerca che il lettore ha ora tra le mani valga pure per gli anni 1764-96, che videro la realizzazione e la crisi delle riforme. I volumi di testi degli illuministi italiani che ho curato presso la casa editrice Ricciardi mi pare incoraggino a proseguire in questa direzione, lungo il medesimo filone.
Ma ho vissuto troppo tempo in compagnia di uomini come Genovesi o come Verri per credere, sia pure un istante, che una impostazione teorica, anche giusta, risolva un problema di ricerca storica. Anche nel mondo di Clio è necessario considerar da vicino quel che accade quando si vuol passare dalle parole alle cose. Gli ostacoli che si frappongono alla ricerca non sono soltanto teorici ma pratici. Quelli che trova di fronte chi studia, ad esempio, il Settecento sono di natura ben concreta: le nostre biblioteche, i nostri archivi, i nostri centri e strumenti di lavoro. L'Italia è, ne sono convinto e lo ripeto, uno dei paesi d'Europa dove [XVII] più larga e approfondita è stata la riflessione, la discussione che accompagna ogni movimento intellettuale politico. Ma l'Italia è anche uno dei paesi in cui è più difficile e faticoso giungere a contatto con i testi e i documenti in cui questi dibattiti hanno lasciato le loro tracce. Siamo l'unico paese civile a non possedere una biblioteca nazionale, una biblioteca, intendo, in cui ci si possa ragionevolmente attendere di trovare qualsiasi libro e foglio apparso in ogni angolo del proprio paese, dall'invenzione della stampa ad oggi. Le nostre biblioteche, anche quando si chiamano nazionali, riflettono tuttora la secolare suddivisione degli stati e staterelli italiani, ai quali si è sovrapposta una stratificazione unitaria, che ha cento anni soltanto e che non ha modificato nel fondo le ripartizioni regionali anteriori. Difficile trovare una gazzetta palermitana settecentesca a Firenze (del resto, in certi casi, non la troveremo neanche a Palermo), o un foglio di Pesaro a Torino, o un pamphlet napoletano a Milano e così seguitando. E pensare che con i mezzi posti a disposizione dalla tecnica moderna e con un po' di buona volontà da parte delle biblioteche degli antichi stati italiani non sarebbe poi troppo difficile costituire, poniamo a Roma, una biblioteca in cui si trovino tutti gli stampati italiani, in originale o in riproduzione. Ma anche se la ricerca è locale (e l'importante, nella storia del movimento riformatore, è uscire dalla dimensione locale e seguire un filo che trapassi le vecchie frontiere), anche se si cercano a Milano cose milanesi e a Napoli cose napoletane, gli ostacoli, le difficoltà, le impossibilità sono innumeri, e sormontabili soltanto con un dispendio grande di energia e di pazienza. Inutile specificare: tutti conosciamo gli orari, i cataloghi delle nostre biblioteche. Quanto ai nostri archivi essi sono, salvo eccezioni, tra i meno inventa- riati d'Europa. La possibilità pratica di consultarli varia straordinariamente da città a città, quasi che essi vogliano conservare ancora, almeno in un angolo polveroso, quella pittoresca varietà che colpiva l'occhio d'ogni viaggiatore nell'Italia dell'antico regime. Né, inoltre, i regolamenti unitari che si sono sovrapposti all'originaria diversità facilitano generalmente la consultazione di quelle antiche carte. Quanto poi agli archivi privati, salvo, anche qui, belle eccezioni, basterebbe fare il paragone con quello che è stato fatto e si fa in Inghilterra per accorgersi che grandi sono ancora le distanze che ci dividono da una situazione soddisfacente e normale. Ogni volta, in conclusione, che si esce da una nostra biblioteca o da un nostro archivio nasce spontanea la considerazione che l'Italia è un paese così ricco di documenti storici da non aver neppur bisogno di misurare, ordinare, catalogare tanta dovizia. Evidentemente tra noi le terre di Clio rendono benissimo anche a cultura estensiva e non val la pena di irrigarle e di riorganizzarle. Ma i frutti storiografici son poi [XVIII] quelli che possono essere ed è inutile che cerchiamo di paragonarli per quantità e qualità a quelli che nascono in quegli angoli del mondo in cui sono state adottate tecniche intensive. E, disgraziatamente, gli amici agricoltori ci insegnano che le culture estensive tradizionali rischiano molto di rovinare il terreno. Fuor di metafora, biblioteche ed archivi come ne esistono da noi, sono talvolta di altrettanto difficile accesso quanto la biblioteca di Babilonia di Borges e sono insieme depositi nei quali le tracce del passato possono più facilmente obliterarsi, rovinarsi e scomparire.
Non ignoro, naturalmente, che queste nostre biblioteche e questi nostri archivi sono, generalmente, degli strumenti inadeguati, ma affidati alle mani di persone di gran buona volontà, le quali sanno, quasi sempre, spingere la cortesia e la competenza loro fino al punto di creare attorno agli studiosi un'atmosfera di eccezione, che permette di superare gli ostacoli e di lavorare fruttuosamente. Come la monarchia merovingia era un despotismo corretto dal regicidio, così i nostri strumenti di lavoro costituiscono troppo spesso degli ostacoli corretti dal privilegio. Il rituale e più che dovuto ringraziamento che desidero qui rivolgere, in tutta sincerità, a coloro che mi hanno aiutato nelle mie ricerche è accompagnato così dall'augurio che nelle mani dei bibliotecari e degli archivisti nostri vengano finalmente posti mezzi e strumenti che permettan di rendere accessibili a tutti, con ben diversi orari e con strutture organizzative completamente trasformate, i luoghi dove si conservano le testimonianze delle idee, delle lotte e delle speranze delle generazioni passate.
Questo libro è nato e cresciuto nell'università e per l'università, da ormai quasi vent'anni. Nelle aule e nei seminari, a Cagliari, a Genova e soprattutto a Torino, nell'Istituto di storia moderna e del Risorgimento, accanto a Walter Maturi e ad Aldo Garosci, ho profittato, nel progettarlo e nello scriverlo, delle discussioni degli amici, delle ricerche e delle osservazioni degli assistenti e degli studenti. Parti del libro sono passate attraverso il vaglio, utile e fruttuoso, dei corsi e degli esami. È dunque opera accademica, che si presenta nella speranza di dimostrare che anche l'università, come tutti i nostri centri di lavoro e di ricerca scientifica, può e deve essere riformata e trasformata, non contestata e distrutta. [...]
[XIX] Nel ricordo di Gianfranco Torcellan questo libro, che volevamo e avremmo dovuto scrivere insieme, è dedicato a chiunque, in qualsiasi momento e circostanza, ha tentato di riformare qualche cosa nel nostro paese.
FRANCO VENTURI
Torino, novembre 1968.